Che è? Pare che la scelta fatta dalla Corona dei nuovi legislatori
vitalizî non garbi; perchè fra i motti sarcastici si intendono degli
oh! oh! irriverenti per la maestà del luogo e la solennità della
cerimonia.
Giurano i deputati; ma Giuliano non vide altro, non udì il discorso del
re, letto con voce fioca, non notò la freddezza glaciale colla quale il
discorso fu accolto, non avvertì i mormorii disapprovatori, quando la
Corona alluse alla necessità di esser pronti a nuovi sagrificî.
Una distrazione invincibile lo aveva isolato fra la folla. Delle
centinaja di teste sporgenti intente dalle tribune non ne vedeva che
una: la marchesa Giulia.
Come l’aveva scoperta fra la confusione di spettatrici che nella
ressa, nella varietà delle acconciature dai mille colori, dalle mille
tinte, si confondevano insieme come lo sfondo di un quadro di pittore
impressionista?
Lontanissimo dal pensiero che la marchesa potesse essere nell’aula, non
l’aveva cercata. Pure si era sentito importunato dalla fissità di un
binocolo appuntato su di lui. Lo sentiva, lo sguardo rafforzato dalle
lenti, anche quando, distratto da altro, non lo curava. Il binocolo,
facendo maschera al viso, gli impediva di riconoscere la persona di
lui tanto occupata; per di più, a metà nascosta alla vista da una delle
colonne che sostengono gli archi delle tribune.
Riguardò meglio.... Il binocolo si distaccò, una mano accennò un
saluto, mentre la vezzosa testa araba della marchesa, scotendosi
sorridente dall’alto in basso, pareva volesse dire:
— Finalmente mi riconoscete!
Appena terminata la lettura del discorso reale, senza pur attendere
che la corte movesse, Giuliano si precipitò alla ricerca del proprio
cappello e del soprabito, coll’intenzione di raggiungere la marchesa.
Mentre egli saliva le scale della tribuna _B_, gli invitati la
discendevano fra una confusione indescrivibile. Ascendere contro
corrente, impossibile! pensò di aspettare all’uscita nella strada.
Attese lungamente, invano: Montecitorio si era vuotato. Gli uscieri
chiudevano gli aditi, ed egli era ancor là, immobile, in agguato, fra
i poliziotti in borghese, che assiepano sempre le vie della Missione e
dell’Impresa, di guardia al palazzo.
Taceva la campana, il cannone era ammutolito, la folla si era diradata;
rientravano le truppe nelle caserme dopo sei ore di immobilità. La
festa era finita, appena ricordata dalle bandiere esposte alle finestre
e dalla pozzolana gialla della strada. Gli strilloni offrivano il
discorso a due soldi, e Giuliano, indispettito per la delusione,
ricordò finalmente di non aver fatto colazione, si sovvenne che Ruggeri
lo attendeva al caffè Colonna.
— La rivedrò alle quattro, pensò, dando una crollatina di spalle, come
per liberarsi dal dispetto.
Un incidente di nessuna importanza lo fece sorridere e lo rimise quasi
di buon umore. Passava una popolana con un bimbo per mano.
— E cosa ha detto il re? chiedeva il bimbo alla mamma.
— Che i bambini disubbidienti li manderà a prendere dai carabinieri.
— Quanta verità! pensò Giuliano avviandosi verso il caffè.
Sulle due piazze Montecitorio e Colonna, pochi capannelli; sulla
gradinata della Camera, qualche signora in attesa della carrozza in
ritardo.
Giuliano salì all’atrio sperando ancora. La marchesa non c’era.
Un crocchio, invece, di deputati che facevano circolo ad una gran dama,
a giudicare dalla ossequiosità degli onorevoli che la circondavano.
Un neo eletto chiedeva alla signora le impressioni della solennità.
— Ciò che mi ha più colpito, rispose la signora, è la grande quantità
di teste calve di senatori e deputati.
— Principessa, replicò l’onorevole Lastri, tutto merito della politica,
la quale fa impazzire la gente e cadere i capelli.
L’onorevole Lastri, scorgendo Giuliano, lo chiamò, e senza neppur
prevenirlo lo presentò alla principessa d’Ajano, della illustre
famiglia napoletana, borbonica fervente, da poco aderente a Casa di
Savoja, compensata immediatamente colla nomina a senatore del principe.
— Principessa, le presento un deputato non ancor calvo, il conte
Sicuri.... Ahimè, qua dentro lo diventerà ben presto!
La principessa porgendo la mano:
— Speriamo di no! Meglio varrebbe, onorevole Sicuri, lasciare la Camera.
— Mille volte, soggiunse Lastri; ma è della deputazione come dell’acqua
del Nilo, chi l’ha bevuta, dicono gli Arabi, la riberrà.
«Del resto, è così di tutti i vizî... La deputazione è un vizio, il
peggiore; ne so qualche cosa io, che, giurando sempre di non volerne
più, sono già alla mia nona legislatura.
Poi con un sospiro, che voleva parere da burla, ma troppo ben imitato
per non essere a due terzi sincero:
— Il giorno, forse non lontano, nel quale i miei elettori non volessero
più sapere di me, finirei per fare anch’io l’anima vagante negli
ambulatorî... Montecitorio diventa una necessità, la deputazione una
seconda natura... Principessa, vede quell’onorevole là? Quell’ex? È...
Un grido mal represso, quasi unanime, fermò sulla bocca dell’onorevole
Lustri il nome. E, scongiuri strani, le mani si chiusero a pugno,
l’indice e il mignolo sollevati a guisa di corna...
— Per carità, non nominarlo! interruppe l’onorevole Cortesi
terrorizzato.
Giuliano non comprendeva nulla al terrore, vero o simulato, dei
presenti, ed ancor meno alla mimica, cui non era stata estranea la
principessa.
Lastri gli susurrò all’orecchio:
— È un jettatore feroce. Rejetto dagli elettori, si è stabilito a
Montecitorio per maledizione d’Italia. Ha un nome di paese; ma per
indicarlo nessuno lo pronunzia, lo chiamano invece con quello del
corrispondente capoluogo di provincia; l’ex deputato Modena.
La principessa rideva, ne ridevan tutti; ma più come d’un pericolo
scampato, che per incredulità nel mal occhio.
— Io non ci credo, soggiunse la principessa; pure, non si sa mai!
D’altronde, qualche cosa di vero ci deve essere.
In quel momento uno staffiere annunziò che la carrozza di Sua
Eccellenza era di ritorno dal Senato, ove il principe si era recato,
dopo il giuramento, per presentarsi a’ suoi nuovi colleghi.
La principessa nel salire in carrozza inciampò; per poco non cadeva. Si
volse sorridente a Giuliano:
— Vede, onorevole, che qualche cosa c’è?
E Lastri a soggiungere:
— Per carità, principessa, non dimentichi uno solo degli scongiuri
d’obbligo.
— Non tema! rispose ridendo la principessa, coll’indice ed il mignolo
della destra inguantata rivolti al cielo, mentre i due magnifici baî
partivano scalpitando.
Lastri e Giuliano s’avviarono verso il vicino caffè.
— È possibile? sclamò Giuliano.
— Possibile o no, la è così, caro mio. Tutti fanno lo spirito forte;
pure, un zinzino ci credono tutti... Esclusi pochi di voi altri,
settentrionali, miscredenti, che sfidate il cielo e l’inferno... Anche
tu, come tanti altri conterranei tuoi, finirai per convertirti.
Era il tocco.
— Ruggeri avrà perduto la pazienza, pensò Giuliano; se ne sarà andato.
Lo calunniava! Ettore, solo ad un tavolino, un bicchiere d’assenzio
davanti, era tutto intento alla lettura del _Grapich_.
— Scusa del ritardo, Ettore.
— Oh che! Stavo leggendo un articolo interessantissimo sulla mia
seconda patria, la Patagonia... Ne ho la nostalgia.
— Non è una ragione per non far colazione, soggiunse Lastri. Spero si
mangerà anche in Patagonia...
— Quando si può, disse Ettore, stendendogli la mano affettuosamente.
Quei due uomini, quei due originali, si conoscevano da anni e si
amavano.
— La _rara avis_, soggiunse Lastri indicando Ruggeri. Un deputato
dimissionario per sua precisa volontà. Un ex, incredibile a dirsi,
refrattario a tutti i tentativi di ricandidatura. Ruggeri fra gli
ex è una eccezione curiosissima. Un giorno o l’altro la scriverò la
fisiologia dell’ex deputato stabilito alla Camera... Qualche cosa di
pietoso fino allo strazio. Il supplizio di Tantalo; quello di un beone
al regime dell’acqua, posto a guardia d’una fontana di Chianti rosso.
«Il Senato ne accoglie molte di quelle povere anime in pena, e da
questo punto di vista la Camera vitalizia è il più umanitario fra gli
ospizî. Ma il Senato non è la Camera! Se non Sant’Elena, è, per lo
meno, l’isola d’Elba. Pur sempre una terra di relegazione.
«Il fumo della sovranità senza lo scettro, senza il dominio, senza
le emozioni delle battaglie, senza i lauri della vittoria, senza il
diritto alle prede di guerra. A dirla prosaicamente, il fumo senza
l’arrosto. Può essere tanto proficua, per chi vuole e sa, la nostra
rovinosissima condizione di deputati!
«Quante goccie perdute lungo il percorso, da un bilancio all’altro,
del gran fiume di mille e seicento milioni annui, non compresi i nuovi
debiti ed i disavanzi obbligatorî! Quegli spandenti sarebbero bastati
a dissettare i lombardi alla prima crociata... E chi sa: i Savoja
sarebbero ancora re di Gerusalemme, senza contare Cipro.
«_N’exilez personne!_ sclamava Vittor Hugo.
«Il peggiore degli esilî è quello dagli ambulatorî, per l’ex deputato,
inasprimento feroce, l’incuranza sdegnosa del competitore in carica.
«Nessun maggior dolore!
Ruggeri ascoltava sorridente. Giuliano pensava alla giunta delle
elezioni...
Se la sentenza gli fosse contraria? Se l’elezione venisse annullata?
Quanta verità nelle divagazioni del vecchio Lastri! Chi ha bevuto
berrà!... Giuliano aveva assaggiato il liquore nella coppa fatata, ed
ormai l’idea dell’annullamento, del ritorno alla semplice condizione
di elettore, gli era insopportabile quanto il pensiero di una grande
sventura domestica.
Dal sentimento intimo traeva la spiegazione chiara del fenomeno, in
apparenza inesplicabile, di maggioranze servili a tutti i padroni,
a tutti i governi, violenti perchè forti della minaccia di uno
scioglimento della Camera. Il pericolo, i dispendî di una nuova prova
elettorale sono spauracchio anche ai migliori, che in gran parte si
arrendono per scongiurare lo scioglimento, o per aver propizio il
Governo nei comizî elettorali; la sospensione delle offe per altri,
numerosissimi, sempre ministeriali, sempre candidati ufficiali, con Dio
e con Satana.
Il diritto della Corona di sciogliere il Parlamento, garanzia liberale
in apparenza, si risolve in realtà nella più grave violazione della
indipendenza parlamentare.