CAPITOLO XIII.

La seduta reale.

Dalle otto del mattino Roma, la Roma racchiusa nel circolo che ha per

centro, al palazzo Bonaparte, l’angolo del Corso e via del Plebiscito,

su cui prospetta l’antica fortezza di San Marco, altra terra irredenta;

per raggi, via Vittorio Emanuele, via Nazionale ed il Corso, presentava

animazione insolita.

Dall’alba gli stradini municipali avevano sparsa la inevitabile arena

gialla, dal palazzo del Quirinale, lungo la via omonima, la discesa

di Magnanapoli, il Corso, piazza Colonna, fino davanti l’ingresso di

Montecitorio.

La sabbia gialla è una particolarità tutta romana, tradizione che si

perde nell’epoca preistorica dei re.

Il lastrico di Roma è sdrucciolevole; la storia della Città Eterna

infatti ci narra di cadute innumerevoli, almeno altrettante dei

trionfi.

Provvida precauzione, la sabbia gialla, impedisce, se non le cadute

delle amministrazioni capitoline e dei governi, gli stramazzoni dei

cavalli.

L’arena gialla ha finito per essere emblema di festa. Nei tempi andati

si soleva spargere per le corse dei _barberi_, come per le solenni

apparizioni dei pontefici; ora, abolite le prime e rinchiusisi in

Vaticano i secondi, l’arena si profonde per le solennità politiche,

per le riviste militari, per gli ingressi ufficiali di principi, di

re, di imperatori, per il corso delle maschere, quelle del carnevale,

per il getto de’ _mazzettacci_, ai quali soltanto, ormai, il carnevale

del popolo è ridotto; per le periodiche messe funebri del Pantheon, per

la solennità inaugurale di ogni sessione parlamentare, per i funerali

ufficiali votati a spese dello Stato, del Comune o della Provincia, ad

alti personaggi. I buoni quiriti, alla visti dello strato giallognolo

d’arena, si schierano spontaneamente lungo i marciapiedi delle strade

insabbiate, come se ubbidissero ad una parola d’ordine, aspettando

rassegnati per lunghe ore la rappresentazione dello spettacolo

gratuito, qualunque sia per essere, funerale o trionfo imperiale, non

monta.

In quella mattina la ragione dell’insabbiamento era nota, e gli

spettatori attendendo il passaggio delle berline reali, pazientavano

nell’ammirazione delle cravatte bianche e dei cappelli a tuba degli

invitati, i cui guanti spiccavano come macchie di calce sul panno

oscuro dei soprabiti, sotto i quali nascondevansi le giubbe di rigore.

Mormorii e risate gioviali, per i motti arguti dei popolani allo

sfilare delle anacroniche uniformi, spesso ridicole, per la goffaggine

di chi le portava, dei diplomatici e dell’alta burocrazia, le cui

carrozze passavano alla spicciolata, precedendo il corteo reale, anzi i

corteggi reali. Perchè sono due distinti; quello della regina e quello

del re.

Per tale solennità, fino dal primo mattino le truppe sono schierate su

d’una fila sola lungo i marciapiedi del percorso reale, facendo siepe

alla folla curiosa che si addensa sempre più. La tramontana soffia

tagliente, ma il buon popolo di Roma non ci abbada. Quante patriottiche

bronchiti domani; chi ci pensa? La curiosità, che perdè la madre del

genere umano, è la dote culminante dei quiriti, in fatto di _circenses_

di qualunque genere, punto degeneri dagli avi.

Alla _girandola_, fuoco d’artificio per il Natale di Roma un tempo, poi

per la festa dello Statuto, ed ora come lo Statuto abolito, in causa

dei _botti_ che simulano le bombe anarchiche; per la _girandola_ tutta

Roma accorreva entusiasta, una frenesia pirotecnica da manicomio; così

per le defunte corse dei _barberi_.

Piazza del Quirinale è gremita; là l’uscita trionfale dei sovrani ed il

loro trionfale ritorno; là le batterie d’artiglieria; là lo squadrone

dei corazzieri, luccicanti ai raggi del sole come gli arcangeli celesti

agli splendori abbaglianti delle sfere empiree.

In piazza del Quirinale gli applausi entusiastici, e sopratutto

spontanei, periodicamente registrati dai giornali ben pensanti,

telegrafati all’orbe intiero dalla _Stefani_.

I soldati sono il lusso dei re e dei loro successori, i presidenti

delle repubbliche.

Per la pacifica cerimonia, senza la sabbia gialla e le giocondità del

popolino burlone, vi credereste in pieno stato d’assedio.

Soldati in via Nazionale, soldati in via del Quirinale, soldati a

Magnanapoli, soldati lungo il Corso, soldati disposti in quadrato a

piazza Colonna, soldati in piazza Montecitorio, soldati perfino dentro

nel palazzo della rappresentanza nazionale. Soldati a tutti gli accessi

delle vie per impedire la circolazione delle carrozze, eccettuate

quelle degli invitati muniti di biglietto.

Nella Città Eterna, quando la corte si muove in pompa, i cavalli plebei

si riposano. I tram, gli omnibus, le botti, i carri, i carretti, tutto

si ferma... Siete di partenza? Addio treno! Le strade rumorose di Roma,

della Roma politica, per la vietata circolazione dei veicoli diventano

silenziose, quanto i calli di Venezia. Pozzolana e soldati!

*

* *

Giuliano, temendo di essere in ritardo, ordinata la carrozza, si vestì

con fretta febbrile. Era a quell’età nella quale non occorrono grandi

apparecchî di toletta per essere presentabili. Alle dieci e mezza

era in carrozza; il cocchiere frustava allegramente, scendendo al

gran trotto via Nazionale. Frustava, sapendo che per lui non vi erano

consegne proibitive; portava seco un rappresentante inviolabile. La

prepotenza dei piccini è nella protezione dei forti. Appena una fermata

a Magnanapoli, allo _square_ che circonda i ruderi delle mura di Servio

Tullio, per farsi riconoscere dall’ufficiale e, dopo pochi minuti, a

Montecitorio.

Il palazzo berniniano era, per l’occasione, parato a festa.

Un grande baldacchino rosso a frangie d’oro proteggeva dai raggi

del sole il portone; due grandi cortine di velluto rosso a cordoni e

fiocchi d’oro, scendenti a festoni, ornavano l’ingresso.

Nell’atrio, un battaglione di linea; tutt’intorno, carabinieri, guardie

municipali (_pizzardoni_) in alta tenuta, ed una folla di invitati

immensa; un pigia pigia plebeo, ad onta delle giubbe attillate, degli

abbigliamenti eleganti delle dame, in gran tenuta esse pure, come la

guarnigione.

I minuscoli piedi femminili, calzati ne’ scarpini lillipuziani,

costretti a calpestare la pozzolana gialla della piazza, prima

di giungere al tappeto disposto sulla gradinata dell’ingresso,

scalpitavano impazienti, trattenuti come erano dalla risacca dell’onda

umana irrompente nell’atrio e dagli scaloni invasi e rigurgitanti.

Il guardaportone, tutto d’oro, Atlante atletico, coll’orbe terraqueo

di Pompeo per pomo alla enorme mazza, simile a quella de’ capitamburi

guidanti nei tempi eroici i granatieri della guardia alla vittoria; gli

uscieri gallonati dalle _pizzarde_ merlettate d’oro, dalle mantelline

succinte, come quelle de’ bersaglieri, sovrapposte alle lunghe zimarre

da ciambellani, non potevano far argine al mare irrompente, sul

quale non vedevansi galleggiare che cappelli lucidi, a fumajolo, ed

un agitarsi frenetico di mani inguantate; mani enormi, per l’effetto

ottico del bianco sulle tinte oscure.

Tali confusioni, che a notte, all’ingresso di un grande teatro, per

la prima rappresentazione di un’opera di celebre maestro, assumono

qualche cosa di pittoresco, di giorno, alla luce insolente di una

mattinata romana, sono sovranamente grottesche. Sì, stranamente

ridicolo il nostro costume di società, uniforme ineluttabile, portato

in pien meriggio all’aria aperta! Tanto stonato il contrasto fra le

nostre giubbe, i nostri gibus e le livree dorate degli inservienti,

le monture diplomatiche e militari! Tanto bizzarro il raffronto colle

tolette smaglianti delle signore, tutte a piume, a nastri, a gemme; fra

i cappelli mascolini e le mille foggie fantastiche dei copricapi delle

dame, che un osservatore come Ruggeri, afflitto dalla malattia dei

diavoli azzurri (_blue devils_) è tentato di credersi fra una turba di

matti.

E Ruggeri, giunto la sera prima da Miralto, era là ad osservare.

Nella qualità di ex deputato aveva potuto oltrepassare i cordoni di

truppa; venuto a Montecitorio per cercarvi Giuliano, la sera innanzi

irreperibile. La ragione, la conosciamo.

— Oh, eccoti, Giuliano!

— Ruggeri! Quando sei arrivato?

— Jersera. Al tuo albergo mi dissero ch’eri uscito, e che probabilmente

saresti rientrato tardi, perchè eri in abito di società... Siamo già

lanciati nella _haute!_ Le mie congratulazioni, Giuliano! La noja ti

sia leggiera!

— Quali nuove da Miralto?

— Tutto bene. Te ne parlerò poi, perchè non hai tempo da perdere, se

vuoi prender posto per godere dello spettacolo e prestar giuramento.

Dar l’assalto di qui è operazione difficile; entra dalla porticina di

via dell’Impresa.

— Dimmi almeno come stanno.

— Bene, ti dico! I saluti più affettuosi e la preghiera fervente di

recarti presto a Miralto per condurli teco. La tua signora, sola in

quel villaggio maldicente, dopo tutto ciò che è avvenuto, non vi si può

più vedere. Il tuo piccolo Gustavo, un amore davvero... Ti ha scritto

una lettera. Eccola. La sua matrina gli ha guidato la manina.

— Stella?

— Sì, anch’essa ti saluta. Questa è la lettera della contessa.

Eran giunti alla porticina riservata. In quel mentre tuonò il cannone

da Castel Sant’Angelo.

— La regina esce ora dal Quirinale. Affrettati! Ti aspetterò al

caffè Colonna. Questa cerimonia mi dà sui nervi... Una mascherata in

quaresima.

Decisamente, dall’avventura della sera innanzi, l’onorevole Sicuri

era mutato. Non fu con gioja che rivide l’amico, come senza emozione

ricevette le due lettere che l’amico recava. Mentre Ettore gli parlava,

egli colla mano inguantata accarezzava il braccialetto in una tasca del

soprabito.

La campana di Montecitorio squillava alla distesa. Destino dei

bronzi! La longevità cui sono condannati li costringe a tali e tante

metamorfosi, che neppure gli uomini politici, nelle loro evoluzioni,

sanno superare. Per altro, se gli uomini politici potessero vivere

quanto una campana, ne vedremmo di belle!

Le statue delle divinità pagane, mutate in santi, come effigie di santi

venerate, colla sola aggiunta di un’aureola stellata... La campana

di Montecitorio, disposta dal Bernini sopra l’orologio dell’enorme

e punto estetica cimasa della bellissima facciata, non chiama più

alla preghiera i pii monaci dello stabilimento di beneficenza per i

miseri, prima destinazione del palazzo. Ammutolita dal 1870, la campana

non saluta più il mattutino, l’angelus, l’avemaria, non avverte il

coprifuoco.

Silenziosa per mesi e mesi, si sveglia a rari intervalli. Una volta,

due, ogni tre anni, squilla col timbro antico per salutare i reali di

Savoja, inaugurando le nuove legislature, le nuove sessioni.

La campana non suona che quando parla la Corona.

C’era... ce l’hanno trovata, bisognava pure usufruirla! Meglio il suo,

del destino delle campane consorelle, fuse, durante il primo impero

napoleonico, per esser mutate in cannoni.

La campana di Montecitorio annunzia nuovi sagrifici al paese, nuove

imposte, ritornello dei discorsi della Corona. È già un bel divario

dalla sua prima destinazione; ma, non ammazza nessuno. La campana

suonava alla distesa, il cannone tuonava dalla Mole Adriana, posta ai

piedi del Vaticano.

L’arcangelo armato aveva ancora una volta incensi di polvere da

cannone; ma eran detonazioni pacifiche, che non impaurivano neppure i

colombi ed i gufi, appollajati nella millennaria fortezza.

Giuliano, spogliato il soprabito, si affrettò a prender posto

nell’aula, che presentava spettacolo veramente imponente. Nessuna

sala di teatro offerse mai colpo d’occhio più sorprendente. Fra le

macchie nere delle giubbe dei senatori e deputati, pigiati nei banchi,

ingombranti l’emiciclo; fra il nero delle giubbe degl’invitati, lo

smagliare giulivo degli abbigliamenti femminili, il luccicare delle

uniformi.

Le tribune riboccanti e variegate come immensa corona di fiori, gli

sfarzosi addobbi, la sontuosità del trono dai gradini coperti di ricchi

tappeti, gli scanni dorati dei principi; la risurrezione, meglio,

l’esumazione dei riti del fasto monarchico antico, in tutta la loro

pompa superba.

Anacronismo curioso, spettacolo di altri tempi, come di altri tempi il

modello delle uniformi diplomatiche, le livree degli uscieri.

Gli ultimi dinastici convinti gioivano, come i fedeli alle funzioni

pontificali in San Pietro.

E il cannone tuonava, squillava insistente la campana di

Montecitorio... Appunto come già per la benedizione pontificale, che

veniva impartita ogni anno alla città ed all’orbe dal defunto Pio IX.

Frattanto le berline reali scendevano lentamente dal Monte Quirino,

per le vie assiepate di soldati, di popolo... I balconi gremiti, le

bandiere al vento.

Gioite, o popoli! Abbiamo una Camera, e fra poco il sovrano vi

annunzierà la pace universale e la necessità di altri tributi per

mantenerla.

Tre carrozze di gala, precedute da un picchetto di corazzieri,

seguite da uno squadrone di carabinieri. Battistrada rosso, tricorno,

parrucchino incipriato, pantaloni di cuojo, stivaloni. Il costume di

Emanuele Filiberto. Moda iconoclasta! Gli sfarzosi abbigliamenti degli

avi eroici relegati nelle scuderie!

Carrozze dorate alla _Pompadour_, staffieri e cocchieri rossi,

in tricorno e parrucchino, i tiri a quattro uniformi, di enormi

meclemburghesi, solenni sotto le ricche bardature quanto il cavallo di

Marco Aurelio.

Dieci minuti dopo, un crescendo di cannonate ed un agitarsi ancor più

rumoroso della campana.

Il re!

Non più tre, sei berline d’oro, ed altre carrozze. Modesti _landeaux_

moderni, vergognosi della loro borghese semplicità; si sarebbero

scambiati per vetture di rimessa dietro sontuosi carri funebri... Altra

stonatura! Nove berline sono molte, ma non sufficienti a contenere le

due case, civile e militare, al prestigio regio. Altre ne occorrono!

_Provideant consules!_

Nell’aula un grande mormorio, uno sporgersi curioso dai parapetti delle

tribune.

Pubblico, senatori, deputati, diplomatici, tutti scattano in piedi,

come ad un comando militare. La regina appare alla tribuna della

presidenza. Applausi frenetici... Una, due, tre salve prolungate.

La regina saluta ripetutamente, sorride del suo gentile sorriso

stereotipato. Chi potrebbe dire quante ansie, quanti rimpianti, quanti

terrori si nascondono sotto quel sorriso? Non è tutta rose neppure

l’esistenza dei sovrani!

Dieci minuti di attesa, spesi dalle signore nell’esame

dell’abbigliamento della regina. Le più lontane si consolano pensando

che i giornali della sera lo descriveranno minutamente, numerando

perfino le perle nere della collana a triplice giro. _Le collier de

la reine!_ Se in Italia fossimo romanzieri, l’interessante romanzo

si potrebbe scrivere sulle perle nere dell’Eritrea, senza l’ombra di

imitazione del racconto di Dumas padre, o del libretto dei _Pescatori

di perle_, musicato da Bizet.

Dieci minuti precisi, contati al cronometro, dopo l’ingresso della

regina, nuovo movimento di curiosità nelle tribune e fra la massa nera,

picchiettata di bianco, dei senatori e deputati.

Come se un torrente avesse rotto le dighe, una vera inondazione di

metallo lucente, con grande strepito di ferrivecchi.

La luce, piovente dal lucernario, sapientemente mitigata, parve

raddoppiata ai bagliori degli elmi, delle spalline, delle tracolle, dei

cordoni d’oro e d’argento, delle sciabole, delle corazze.

Il re colla sua casa militare, in uniforme da generale, coll’elmo

piumato come un uccello fantastico. Salutata la regina, come tutti,

ritta in piedi, sale al trono, seguito dai principi; il seguito si

arresta intorno alla gradinata. Due arcangeli d’acciajo, due enormi

corazzieri, si dispongono ai lati del trono.

Ancora un applauso. Il cannone di Castel Sant’Angelo tuona tuttavia; ma

la campana, con gran sollievo di tutti, ridiventa silenziosa.

Il guardasigilli riceve il giuramento dei nuovi senatori; il

presidente del Consiglio fa la chiama dei deputati e li invita al

giuramento, colla nota formola, misteriosa come un dogma cattolico;

l’inseparabilità del bene della patria e del re.

L'onorevole · 第 24 / 39 题