La seduta reale.
Dalle otto del mattino Roma, la Roma racchiusa nel circolo che ha per
centro, al palazzo Bonaparte, l’angolo del Corso e via del Plebiscito,
su cui prospetta l’antica fortezza di San Marco, altra terra irredenta;
per raggi, via Vittorio Emanuele, via Nazionale ed il Corso, presentava
animazione insolita.
Dall’alba gli stradini municipali avevano sparsa la inevitabile arena
gialla, dal palazzo del Quirinale, lungo la via omonima, la discesa
di Magnanapoli, il Corso, piazza Colonna, fino davanti l’ingresso di
Montecitorio.
La sabbia gialla è una particolarità tutta romana, tradizione che si
perde nell’epoca preistorica dei re.
Il lastrico di Roma è sdrucciolevole; la storia della Città Eterna
infatti ci narra di cadute innumerevoli, almeno altrettante dei
trionfi.
Provvida precauzione, la sabbia gialla, impedisce, se non le cadute
delle amministrazioni capitoline e dei governi, gli stramazzoni dei
cavalli.
L’arena gialla ha finito per essere emblema di festa. Nei tempi andati
si soleva spargere per le corse dei _barberi_, come per le solenni
apparizioni dei pontefici; ora, abolite le prime e rinchiusisi in
Vaticano i secondi, l’arena si profonde per le solennità politiche,
per le riviste militari, per gli ingressi ufficiali di principi, di
re, di imperatori, per il corso delle maschere, quelle del carnevale,
per il getto de’ _mazzettacci_, ai quali soltanto, ormai, il carnevale
del popolo è ridotto; per le periodiche messe funebri del Pantheon, per
la solennità inaugurale di ogni sessione parlamentare, per i funerali
ufficiali votati a spese dello Stato, del Comune o della Provincia, ad
alti personaggi. I buoni quiriti, alla visti dello strato giallognolo
d’arena, si schierano spontaneamente lungo i marciapiedi delle strade
insabbiate, come se ubbidissero ad una parola d’ordine, aspettando
rassegnati per lunghe ore la rappresentazione dello spettacolo
gratuito, qualunque sia per essere, funerale o trionfo imperiale, non
monta.
In quella mattina la ragione dell’insabbiamento era nota, e gli
spettatori attendendo il passaggio delle berline reali, pazientavano
nell’ammirazione delle cravatte bianche e dei cappelli a tuba degli
invitati, i cui guanti spiccavano come macchie di calce sul panno
oscuro dei soprabiti, sotto i quali nascondevansi le giubbe di rigore.
Mormorii e risate gioviali, per i motti arguti dei popolani allo
sfilare delle anacroniche uniformi, spesso ridicole, per la goffaggine
di chi le portava, dei diplomatici e dell’alta burocrazia, le cui
carrozze passavano alla spicciolata, precedendo il corteo reale, anzi i
corteggi reali. Perchè sono due distinti; quello della regina e quello
del re.
Per tale solennità, fino dal primo mattino le truppe sono schierate su
d’una fila sola lungo i marciapiedi del percorso reale, facendo siepe
alla folla curiosa che si addensa sempre più. La tramontana soffia
tagliente, ma il buon popolo di Roma non ci abbada. Quante patriottiche
bronchiti domani; chi ci pensa? La curiosità, che perdè la madre del
genere umano, è la dote culminante dei quiriti, in fatto di _circenses_
di qualunque genere, punto degeneri dagli avi.
Alla _girandola_, fuoco d’artificio per il Natale di Roma un tempo, poi
per la festa dello Statuto, ed ora come lo Statuto abolito, in causa
dei _botti_ che simulano le bombe anarchiche; per la _girandola_ tutta
Roma accorreva entusiasta, una frenesia pirotecnica da manicomio; così
per le defunte corse dei _barberi_.
Piazza del Quirinale è gremita; là l’uscita trionfale dei sovrani ed il
loro trionfale ritorno; là le batterie d’artiglieria; là lo squadrone
dei corazzieri, luccicanti ai raggi del sole come gli arcangeli celesti
agli splendori abbaglianti delle sfere empiree.
In piazza del Quirinale gli applausi entusiastici, e sopratutto
spontanei, periodicamente registrati dai giornali ben pensanti,
telegrafati all’orbe intiero dalla _Stefani_.
I soldati sono il lusso dei re e dei loro successori, i presidenti
delle repubbliche.
Per la pacifica cerimonia, senza la sabbia gialla e le giocondità del
popolino burlone, vi credereste in pieno stato d’assedio.
Soldati in via Nazionale, soldati in via del Quirinale, soldati a
Magnanapoli, soldati lungo il Corso, soldati disposti in quadrato a
piazza Colonna, soldati in piazza Montecitorio, soldati perfino dentro
nel palazzo della rappresentanza nazionale. Soldati a tutti gli accessi
delle vie per impedire la circolazione delle carrozze, eccettuate
quelle degli invitati muniti di biglietto.
Nella Città Eterna, quando la corte si muove in pompa, i cavalli plebei
si riposano. I tram, gli omnibus, le botti, i carri, i carretti, tutto
si ferma... Siete di partenza? Addio treno! Le strade rumorose di Roma,
della Roma politica, per la vietata circolazione dei veicoli diventano
silenziose, quanto i calli di Venezia. Pozzolana e soldati!
*
* *
Giuliano, temendo di essere in ritardo, ordinata la carrozza, si vestì
con fretta febbrile. Era a quell’età nella quale non occorrono grandi
apparecchî di toletta per essere presentabili. Alle dieci e mezza
era in carrozza; il cocchiere frustava allegramente, scendendo al
gran trotto via Nazionale. Frustava, sapendo che per lui non vi erano
consegne proibitive; portava seco un rappresentante inviolabile. La
prepotenza dei piccini è nella protezione dei forti. Appena una fermata
a Magnanapoli, allo _square_ che circonda i ruderi delle mura di Servio
Tullio, per farsi riconoscere dall’ufficiale e, dopo pochi minuti, a
Montecitorio.
Il palazzo berniniano era, per l’occasione, parato a festa.
Un grande baldacchino rosso a frangie d’oro proteggeva dai raggi
del sole il portone; due grandi cortine di velluto rosso a cordoni e
fiocchi d’oro, scendenti a festoni, ornavano l’ingresso.
Nell’atrio, un battaglione di linea; tutt’intorno, carabinieri, guardie
municipali (_pizzardoni_) in alta tenuta, ed una folla di invitati
immensa; un pigia pigia plebeo, ad onta delle giubbe attillate, degli
abbigliamenti eleganti delle dame, in gran tenuta esse pure, come la
guarnigione.
I minuscoli piedi femminili, calzati ne’ scarpini lillipuziani,
costretti a calpestare la pozzolana gialla della piazza, prima
di giungere al tappeto disposto sulla gradinata dell’ingresso,
scalpitavano impazienti, trattenuti come erano dalla risacca dell’onda
umana irrompente nell’atrio e dagli scaloni invasi e rigurgitanti.
Il guardaportone, tutto d’oro, Atlante atletico, coll’orbe terraqueo
di Pompeo per pomo alla enorme mazza, simile a quella de’ capitamburi
guidanti nei tempi eroici i granatieri della guardia alla vittoria; gli
uscieri gallonati dalle _pizzarde_ merlettate d’oro, dalle mantelline
succinte, come quelle de’ bersaglieri, sovrapposte alle lunghe zimarre
da ciambellani, non potevano far argine al mare irrompente, sul
quale non vedevansi galleggiare che cappelli lucidi, a fumajolo, ed
un agitarsi frenetico di mani inguantate; mani enormi, per l’effetto
ottico del bianco sulle tinte oscure.
Tali confusioni, che a notte, all’ingresso di un grande teatro, per
la prima rappresentazione di un’opera di celebre maestro, assumono
qualche cosa di pittoresco, di giorno, alla luce insolente di una
mattinata romana, sono sovranamente grottesche. Sì, stranamente
ridicolo il nostro costume di società, uniforme ineluttabile, portato
in pien meriggio all’aria aperta! Tanto stonato il contrasto fra le
nostre giubbe, i nostri gibus e le livree dorate degli inservienti,
le monture diplomatiche e militari! Tanto bizzarro il raffronto colle
tolette smaglianti delle signore, tutte a piume, a nastri, a gemme; fra
i cappelli mascolini e le mille foggie fantastiche dei copricapi delle
dame, che un osservatore come Ruggeri, afflitto dalla malattia dei
diavoli azzurri (_blue devils_) è tentato di credersi fra una turba di
matti.
E Ruggeri, giunto la sera prima da Miralto, era là ad osservare.
Nella qualità di ex deputato aveva potuto oltrepassare i cordoni di
truppa; venuto a Montecitorio per cercarvi Giuliano, la sera innanzi
irreperibile. La ragione, la conosciamo.
— Oh, eccoti, Giuliano!
— Ruggeri! Quando sei arrivato?
— Jersera. Al tuo albergo mi dissero ch’eri uscito, e che probabilmente
saresti rientrato tardi, perchè eri in abito di società... Siamo già
lanciati nella _haute!_ Le mie congratulazioni, Giuliano! La noja ti
sia leggiera!
— Quali nuove da Miralto?
— Tutto bene. Te ne parlerò poi, perchè non hai tempo da perdere, se
vuoi prender posto per godere dello spettacolo e prestar giuramento.
Dar l’assalto di qui è operazione difficile; entra dalla porticina di
via dell’Impresa.
— Dimmi almeno come stanno.
— Bene, ti dico! I saluti più affettuosi e la preghiera fervente di
recarti presto a Miralto per condurli teco. La tua signora, sola in
quel villaggio maldicente, dopo tutto ciò che è avvenuto, non vi si può
più vedere. Il tuo piccolo Gustavo, un amore davvero... Ti ha scritto
una lettera. Eccola. La sua matrina gli ha guidato la manina.
— Stella?
— Sì, anch’essa ti saluta. Questa è la lettera della contessa.
Eran giunti alla porticina riservata. In quel mentre tuonò il cannone
da Castel Sant’Angelo.
— La regina esce ora dal Quirinale. Affrettati! Ti aspetterò al
caffè Colonna. Questa cerimonia mi dà sui nervi... Una mascherata in
quaresima.
Decisamente, dall’avventura della sera innanzi, l’onorevole Sicuri
era mutato. Non fu con gioja che rivide l’amico, come senza emozione
ricevette le due lettere che l’amico recava. Mentre Ettore gli parlava,
egli colla mano inguantata accarezzava il braccialetto in una tasca del
soprabito.
La campana di Montecitorio squillava alla distesa. Destino dei
bronzi! La longevità cui sono condannati li costringe a tali e tante
metamorfosi, che neppure gli uomini politici, nelle loro evoluzioni,
sanno superare. Per altro, se gli uomini politici potessero vivere
quanto una campana, ne vedremmo di belle!
Le statue delle divinità pagane, mutate in santi, come effigie di santi
venerate, colla sola aggiunta di un’aureola stellata... La campana
di Montecitorio, disposta dal Bernini sopra l’orologio dell’enorme
e punto estetica cimasa della bellissima facciata, non chiama più
alla preghiera i pii monaci dello stabilimento di beneficenza per i
miseri, prima destinazione del palazzo. Ammutolita dal 1870, la campana
non saluta più il mattutino, l’angelus, l’avemaria, non avverte il
coprifuoco.
Silenziosa per mesi e mesi, si sveglia a rari intervalli. Una volta,
due, ogni tre anni, squilla col timbro antico per salutare i reali di
Savoja, inaugurando le nuove legislature, le nuove sessioni.
La campana non suona che quando parla la Corona.
C’era... ce l’hanno trovata, bisognava pure usufruirla! Meglio il suo,
del destino delle campane consorelle, fuse, durante il primo impero
napoleonico, per esser mutate in cannoni.
La campana di Montecitorio annunzia nuovi sagrifici al paese, nuove
imposte, ritornello dei discorsi della Corona. È già un bel divario
dalla sua prima destinazione; ma, non ammazza nessuno. La campana
suonava alla distesa, il cannone tuonava dalla Mole Adriana, posta ai
piedi del Vaticano.
L’arcangelo armato aveva ancora una volta incensi di polvere da
cannone; ma eran detonazioni pacifiche, che non impaurivano neppure i
colombi ed i gufi, appollajati nella millennaria fortezza.
Giuliano, spogliato il soprabito, si affrettò a prender posto
nell’aula, che presentava spettacolo veramente imponente. Nessuna
sala di teatro offerse mai colpo d’occhio più sorprendente. Fra le
macchie nere delle giubbe dei senatori e deputati, pigiati nei banchi,
ingombranti l’emiciclo; fra il nero delle giubbe degl’invitati, lo
smagliare giulivo degli abbigliamenti femminili, il luccicare delle
uniformi.
Le tribune riboccanti e variegate come immensa corona di fiori, gli
sfarzosi addobbi, la sontuosità del trono dai gradini coperti di ricchi
tappeti, gli scanni dorati dei principi; la risurrezione, meglio,
l’esumazione dei riti del fasto monarchico antico, in tutta la loro
pompa superba.
Anacronismo curioso, spettacolo di altri tempi, come di altri tempi il
modello delle uniformi diplomatiche, le livree degli uscieri.
Gli ultimi dinastici convinti gioivano, come i fedeli alle funzioni
pontificali in San Pietro.
E il cannone tuonava, squillava insistente la campana di
Montecitorio... Appunto come già per la benedizione pontificale, che
veniva impartita ogni anno alla città ed all’orbe dal defunto Pio IX.
Frattanto le berline reali scendevano lentamente dal Monte Quirino,
per le vie assiepate di soldati, di popolo... I balconi gremiti, le
bandiere al vento.
Gioite, o popoli! Abbiamo una Camera, e fra poco il sovrano vi
annunzierà la pace universale e la necessità di altri tributi per
mantenerla.
Tre carrozze di gala, precedute da un picchetto di corazzieri,
seguite da uno squadrone di carabinieri. Battistrada rosso, tricorno,
parrucchino incipriato, pantaloni di cuojo, stivaloni. Il costume di
Emanuele Filiberto. Moda iconoclasta! Gli sfarzosi abbigliamenti degli
avi eroici relegati nelle scuderie!
Carrozze dorate alla _Pompadour_, staffieri e cocchieri rossi,
in tricorno e parrucchino, i tiri a quattro uniformi, di enormi
meclemburghesi, solenni sotto le ricche bardature quanto il cavallo di
Marco Aurelio.
Dieci minuti dopo, un crescendo di cannonate ed un agitarsi ancor più
rumoroso della campana.
Il re!
Non più tre, sei berline d’oro, ed altre carrozze. Modesti _landeaux_
moderni, vergognosi della loro borghese semplicità; si sarebbero
scambiati per vetture di rimessa dietro sontuosi carri funebri... Altra
stonatura! Nove berline sono molte, ma non sufficienti a contenere le
due case, civile e militare, al prestigio regio. Altre ne occorrono!
_Provideant consules!_
Nell’aula un grande mormorio, uno sporgersi curioso dai parapetti delle
tribune.
Pubblico, senatori, deputati, diplomatici, tutti scattano in piedi,
come ad un comando militare. La regina appare alla tribuna della
presidenza. Applausi frenetici... Una, due, tre salve prolungate.
La regina saluta ripetutamente, sorride del suo gentile sorriso
stereotipato. Chi potrebbe dire quante ansie, quanti rimpianti, quanti
terrori si nascondono sotto quel sorriso? Non è tutta rose neppure
l’esistenza dei sovrani!
Dieci minuti di attesa, spesi dalle signore nell’esame
dell’abbigliamento della regina. Le più lontane si consolano pensando
che i giornali della sera lo descriveranno minutamente, numerando
perfino le perle nere della collana a triplice giro. _Le collier de
la reine!_ Se in Italia fossimo romanzieri, l’interessante romanzo
si potrebbe scrivere sulle perle nere dell’Eritrea, senza l’ombra di
imitazione del racconto di Dumas padre, o del libretto dei _Pescatori
di perle_, musicato da Bizet.
Dieci minuti precisi, contati al cronometro, dopo l’ingresso della
regina, nuovo movimento di curiosità nelle tribune e fra la massa nera,
picchiettata di bianco, dei senatori e deputati.
Come se un torrente avesse rotto le dighe, una vera inondazione di
metallo lucente, con grande strepito di ferrivecchi.
La luce, piovente dal lucernario, sapientemente mitigata, parve
raddoppiata ai bagliori degli elmi, delle spalline, delle tracolle, dei
cordoni d’oro e d’argento, delle sciabole, delle corazze.
Il re colla sua casa militare, in uniforme da generale, coll’elmo
piumato come un uccello fantastico. Salutata la regina, come tutti,
ritta in piedi, sale al trono, seguito dai principi; il seguito si
arresta intorno alla gradinata. Due arcangeli d’acciajo, due enormi
corazzieri, si dispongono ai lati del trono.
Ancora un applauso. Il cannone di Castel Sant’Angelo tuona tuttavia; ma
la campana, con gran sollievo di tutti, ridiventa silenziosa.
Il guardasigilli riceve il giuramento dei nuovi senatori; il
presidente del Consiglio fa la chiama dei deputati e li invita al
giuramento, colla nota formola, misteriosa come un dogma cattolico;
l’inseparabilità del bene della patria e del re.