Non gli parve conveniente completare la confessione, dicendo che
l’elezione era stata ottenuta a contanti e che a contanti e a
protezioni intendeva aver giustizia dalla giunta.
La contessa distribuiva le tazze di thè, i giocatori si mischiarono
alla conversazione che divenne generale... Dopo una mezz’ora il
reverendo se n’andò col capodivisione. Giuliano fe’ atto di seguirli:
— Si trattenga ancora un momento, onorevole; a minuti arriverà la mia
carrozza, partiremo tutti insieme. Non è per anco mezzanotte.
Giuliano sedette, lieto di prolungare la geniale conversazione. Le due
donne avevano saputo con tatto infinito sorvolare su tutte le forme
cerimoniose, trattando Giuliano con cortesia intima, sì che egli,
tanto timido, si sentiva come fra antiche, care conoscenze. La bellezza
sfolgorante della marchesa Giulia, la sonorità della voce melodiosa,
il sorriso compiacente e benevolo, perfino il profumo che esalava
dalla persona dalle movenze plastiche, eleganti senza affettazione,
le cure simpatiche e cordiali dalle quali era circondato, provocavano
in Giuliano un senso di benessere infinito ed all’infinito avrebbe
voluto protrarre la partenza. Passò un’altr’ora; la loquela di Giuliano
aveva assunta vivacità insolita. Ascoltato con simpatia, incoraggiato
da sorrisi, da quattro begli occhî intenti, da repliche briose e
confidenziali, discorreva, discorreva, sorpreso egli stesso di scoprire
in sè una facoltà inaspettata.
Gli altri visitatori se n’erano andati tacitamente. Al pendolo del
caminetto scoccò il tocco.
— Già la una! E la mia carrozza non è ancor giunta, sclamò la marchesa
inquieta. Che abbia dimenticato di ordinarla? Il cocchiere crederà
ch’io rientri colla tua, zia.
— Farò attaccare.
— Oh, sarebbe lungo. E poi la tua gente deve essere a letto da due ore.
Manda a prendere una carrozzella alla stazione di Termini.
— Marchesa, il mio _coupé_ è a sua disposizione.
La giovine donna stette titubante; una vampa fuggevole di rossore le
colorò il volto.
— Attendermi? Sto lontano, presso il Tevere, quasi a Piazza del Popolo.
Via di Ripetta. Tutta Roma da attraversare. No! no! Meglio mandare in
cerca di una botte...
— Io non oso insistere. Il mio albergo è a due passi di qui... Farò una
passeggiata a piedi gradevolissima.
— A quest’ora?... Colla tramontana che soffia stanotte! Non permetterò
mai.
Intervenne la contessa:
— Giulia, tu puoi accompagnare l’onorevole Sicuri all’_Albergo del
Quirinale_, poi continuare il tuo lungo viaggio fino al Tevere.
Giuliano non replicò; la combinazione fu accolta coll’assentimento del
silenzio.
*
* *
Ecco i due giovani, soli, nella semioscurità della carrozza,
rapidamente trasportati verso l’_Hôtel du Quirinal_.
Fino a Piazza Termini non avevano scambiato che poche frasi. Giuliano
era commosso; quell’avventura impreveduta lo turbava. Un profumo
inebbriante si sprigionava dagli abiti della marchesa. L’alito caldo
della giovane signora sfiorava il viso di Giuliano, che sentiva
il sangue affluirgli al cervello... In Piazza Termini, poco lungi
dall’albergo, la corsa gli era sembrata troppo breve. Senza riflettere,
senza chiederne il permesso, abbassò il cristallo e gridò al cocchiere:
— Via di Ripetta!
La marchesa non protestò, e Giuliano, richiudendo lo sportello:
— Marchesa, non potevo permettere rientrasse così sola, a quest’ora, in
quartiere tanto lontano dal centro.
Essa ringraziò porgendogli la mano coperta dal guanto, calda del
tepore della pelliccia, sotto cui erasi rifugiata a riparo del freddo
frizzante... Giuliano afferrò la piccola mano, non la lasciò più...
Docile, la manina, non protestò, pur rimanendo inerte alle strette
insistenti della mano di Giuliano.
Così fino alla discesa di Magnanapoli, nel più profondo silenzio.
Essa, come fanciullo freddoloso, erasi rincantucciata nell’oscurità
dell’angolo estremo dell’angusto coupé. Giuliano l’avrebbe creduta
dormente se, ad intervalli, ad ogni faro elettrico, la luce, entrando
dagli sportelli, non avesse illuminato due occhioni sbarrati, quasi
paurosi. Alla svolta di Magnanapoli una ruota si incagliò nella rotaja
del tram: un urto violento strappò un grido alla bella taciturna,
lanciata contro Giuliano, che, inconsciente, inebbriato, la rattenne
contro il suo petto, allacciandola brutalmente alla vita col braccio
destro... Un molle atto di difesa, una breve lotta per svincolarsi,
finchè, come vinta, Giulia lasciò cadere la testa incappucciata sulla
spalla di lui.
Il cavallo non aveva rallentato e, rapido, troppo rapido, correva lungo
il Corso, quasi deserto a quell’ora.
L’ambiente della carrozza riscaldato dall’alito, saturo del profumo
bizzarro, dava le vertigini a Giuliano, il quale colle labbra desiose
cercava quelle di Giulia, che nascondevansi riluttanti sotto il gran
bavero della pelliccia. Lotta in silenzio, rotta appena da sospiri, da
flebili gemiti di protesta.
Il cavallo svoltava l’angolo di San Giacomo, correndo quasi senza
rumore sull’asfalto del breve tratto di strada che fiancheggia
l’ospedale, poi giù al trotto serrato per via di Ripetta.
Non sapendo a qual numero fermarsi, il cocchiere rallentava in attesa
di ordini. Giunto in piazza del Popolo si fermò per conto proprio.
Il bacio, il lungo e dolcissimo bacio, fu interrotto; i due giovani
furono richiamati alla realtà, come svegliati da un sogno.
— Dio mio! Dio mio! mormorò Giulia, rincantucciandosi nel fondo della
carrozza.
Giuliano, affacciatosi allo sportello, chiese al cocchiere ciò ch’era
avvenuto.
— Il numero del palazzo?...
— Ah, marchesa, il numero.
— Centotrenta, mormorò Giulia.
Ed il cocchiere, svoltato, a rifare la lunga via, per fermarsi poco
dopo davanti ad un portone aperto ed ancora illuminato.
La marchesa era aspettata. Scese sorretta da Giuliano, senza
pronunziare parola. In compenso, una stretta convulsa di mano, più
eloquente d’una dichiarazione d’amore.
— Marchesa, quando ci rivedremo? mormorò sottovoce Giuliano, per non
essere udito dallo staffiere che attendeva sulla porta.
— Domani... alle quattro! bisbigliò Giulia.
Raccolto il lungo strascico dell’abito, con gesto pieno di grazia,
sparì quasi correndo verso lo scalone.
Al ritorno, Giuliano vide ancora splendenti di luce le sale del caffè
Colonna. Fece arrestare, e, sceso, disse al cocchiere:
— Andate pure. Rientrerò a piedi.
Era arso dalla sete. Un turbine di pensieri contrastanti. Rimorsi
pungenti... Una soddisfazione fatua per la galante avventura. Adele e
Giulia!
— È possibile? Mi pare d’aver sognato. Strana donna! E quel profumo
bizzarro, come bizzarra la di lei bellezza... Lo sento ancora, mi
fa impazzire. Deve essere legno di sandalo... Anche sulle labbra
quel profumo... No, domani non ci andrò. Che donna sarà? Vedova?
Maritata?... Marchesa Fiori. Nome da romanzo... Troppo gran dama per
essere un’avventuriera. D’altronde, è nipote della contessa Marcellin,
altissima nobiltà veneta.
Così almanaccando rimase ultimo nel caffè; i camerieri assonnati, colla
massima buona grazia, lo misero alla porta.
Rincasava alle quattro del mattino, sfatto, stanco, livido, la testa
in fiamme. Aveva percorso a passi affrettati mezza Roma, come pazzo,
fuggente la persecuzione d’un fantasma invisibile.
— Buona Adele! mormorava addormentandosi.
*
* *
Era mattino già alto, quando Giuliano fu svegliato dal bussare
insistente all’uscio della sua camera da letto.
— Che diavolo c’è? chiese indispettito al cameriere.
— Perdoni, signor conte, non l’avrei disturbato se il suo cocchiere non
avesse insistito perchè lo svegliassi, dovendo farle una comunicazione
urgentissima.
— Urgentissima? Fatelo passare.
Il cocchiere entrò timidamente; vecchio soldato, si mise in
sull’_attenti_, aspettando di essere interrogato.
— Che è avvenuto?
Non rispose, fece segno alla presenza del cameriere, e colla mimica
degli occhî fece comprendere che non avrebbe parlato davanti al
testimonio.
— Portatemi una tazza di caffè, ordinò Giuliano, ponendosi a sedere sul
letto.
— Signor conte, stamattina nel rassettare il legno ho trovato
questo oggetto, certamente perduto jersera dalla signora che ella ha
accompagnato a via di Ripetta... Deve essere di gran valore, perciò
mi sono permesso di farla svegliare... Mi bruciava le mani. Non avrei
voluto essere sospettato.
Sì dicendo, porse a Giuliano un oggetto accuratamente avvolto in un
numero dello _Svegliarino_.
Giuliano, svolto il giornale, vide uno splendido braccialetto, di gran
prezzo realmente.
— Brav’uomo, e l’avete ritrovato?
— Nel _coupè_, signor conte, sul soppedaneo. È fortuna che la signora
uscendo non l’abbia fatto cadere a terra colle vesti a strascico...
Sarebbe stato perduto.
— Antonio, cercate là, su quel tavolino, vicino alla finestra...
Vedete? Vi è un portafogli... datemelo.
Giuliano, tratto un biglietto, lo diede al cocchiere.
— Oh, signore, per me? È troppo... Non ho fatto che il mio dovere.
— Via, grullo! È poco, troppo poco... Tieni, ed aspetta gli ordini...
Avrò forse bisogno della carrozza più presto del solito... Che tempo
fa?
— Bellissima giornata di sole; ma la tramontana soffia gelata.
Il cameriere rientrava col caffè. Antonio, raggiante di gioja si
ritirava mormorando:
— Bravo giovinotto, il signor conte. Se fosse stato un inglese od un
tedesco, mi avrebbe dato cinque lire, un biglietto da dieci al più.
Giuliano pensava:
— Anche questo braccialetto ci si mette. Ero deciso a rompere ogni
rapporto colla marchesa... Ora, come fare? Mandare il braccialetto
senz’altro, sarebbe sconvenienza... Scriverle? Che so io della sua
casa? Potrei comprometterla col marito, se un marito c’è. Il meglio
è che lo porti io, oggi alle quattro. Maledetto contrattempo, avrei
voluto evitare questa visita. In ogni modo non mi vedrà altro...
Raramente... Qualche volta dalla contessa Marcellin... Roma è grande e
si ritrovano soltanto coloro che si cercano.
Riesaminò minutamente il giojello... La corona di marchesa sovrapposta
al monogramma G. F...
— Giulia Fiori! Anche questo sente il profumo satanico che mi dà al
cervello come l’assenzio!
Buttò il braccialetto sulle coltri e balzò per vestirsi, preoccupato,
non sapendo ricordare l’affare importante che gli incombeva per quel
mattino. Cercava, cercava inutilmente.
Ad un tratto, percotendosi la fronte colla palma della mano:
— Ah, perdio! La seduta reale.