CAPITOLO XII.

Intrighi e amore.

Esclusi i saloni degli stranieri, ove le due aristocrazie romane,

la bianca e la nera, si incontravano qualche volta come in terreno

neutro, alcuni anni sono erano rarissimi i ricevimenti nei quali i due

elementi, clericale e liberale, si potessero confondere.

L’aristocrazia romana aderente alla corte sabauda, le alte cariche e

i funzionari dello Stato, senatori, deputati, magistrati, ufficiali

dell’esercito, perfino i diplomatici presso il Quirinale, erano al

bando dai saloni neri. Gli intransigenti sdegnavano incanagliarsi coi

principi romani, che avevano aderito all’Italia nuova.

Oggi le barriere a poco a poco si rompono, e i due campi vanno sempre

più confondendosi. I vecchî raggiungono Pio IX nella tomba, i giovani

sono stanchi di querimonie ed approfittando della cristiana tolleranza

del pontefice, non disdegnano fare scorrerie nel campo nemico, ove

qualche volta piantano le loro tende.

La clausura è finita, il volontariato nell’esercito serve a fondere i

due elementi. Gli stessi _clubs_ clericali non domandano più l’atto

di fede per l’ammissione dei nuovi soci. Come nell’aristocrazia,

nella stampa; giornalisti clericali e così detti liberali, vivono da

buoni colleghi, zappando ciascuno il proprio campo, nell’accordo più

perfetto.

Le concessioni furono reciproche ed avvennero gradatamente, quasi

insensibilmente, ad onta dei colpi di testa dei governanti, i quali,

a scatti, provocarono violenze di cui fecero e fanno penitenza, per

provare al mondo cattolico la piena libertà del Papato.

Il salone della contessa Marcellin, considerato come internazionale,

per la maggioranza di frequentatori stranieri, da anni aveva servito di

punto di congiunzione fra avversarî.

Non vi si cospirava propriamente, vi si intrigava. Tutti i conciliatori

di ambo le parti vi erano passati.

Quanti castelli di carte rovinati al primo soffio di vento! In compenso

vi ci si divertiva. L’onorevole Lastri l’aveva detto: «belle donnine e

gente allegra.» Vi si combinavano anche affari, e, quantunque non vi si

parlasse mai di finanza, di borsa, gran parte dei milioni perduti dal

Vaticano e dalle famiglie principesche, trovarono l’esodo dalle porte

e dalle finestre del sontuoso appartamento della vedova del senatore,

senza colpa della padrona di casa, del resto. Il precipitare de’ valori

italiani in genere, dei romani in ispecie, spalancò il precipizio

ai troppo fidenti. Monsignor Arrighi, ora semplice prete, medita

piangendo sui trenta milioni dell’obolo di san Pietro sfumati, Mario

tonsurato sulla grande rovina. Un _crack_ pauroso! Pure la matura e

sempre bella contessa non ha l’aria di avvedersi dei disastri avvenuti

a lei d’intorno. La bufera passò sulla sua casa senza neppur spostarne

una tegola, senza sgretolarne un ornato. Qualche intimo di meno e la

disparizione di monsignor Arrighi, ritiratosi nel suo palazzo, intatto

anch’esso, come l’elegante villino della contessa.

Alla sera i ricevimenti gaî; gli affari si trattavano di giorno.

Ferretti, l’oculato borsista, l’affarista intraprendente e fortunato,

il bandito onnipotente, non sarebbe stato ricevuto; i suoi precedenti,

la famigeratezza gli precludevano l’adito in società. Accarezzato,

adulato, riverito per le sue influenze, come le donne di malaffare

non aveva adito che per le porticine segrete ed in segreto, ed egli

consolavasi dell’ostracismo apparente, compensato dalla sua occulta

potenza sui portafogli, sulle coscienze rapaci od ingenue di una

clientela infinita; compensato del regno su tutto il _demi-monde_ della

politica, della finanza, sugli eroi delle bische.

Compenso i convegni misteriosi colle alte notabilità, i rapporti intimi

con monsignor Arrighi, amministratore incontrollato del patrimonio

pontificio.

In casa della contessa si erano tramati i grossi colpi di borsa,

sorrisi in principio dalla volubile dea, allettamento incoraggiante a

più formidabili operazioni, meno felici da prima, disastrose più tardi,

quando furono ingrossate per l’impazienza di riguadagnare rapidamente

le somme perdute.

L’oro usciva a fiotti dalle casse vaticanesche, che andavano man mano

riempiendosi di titoli, i quali franavano per la china del fallimento

nazionale colla violenza di una valanga alpina.

Il miracolo delle noci, mutate in foglie secche: _Mobiliari, Generali,

Venete, Crédit, Industriali, Istituto Romano, Raffinerie, Risanamento,

Utilità, Omnibus, Immobiliari,_ ecc.

E con questi, i valori migliori, travolti dalla fiumana del ribasso,

deprezzati non solo per il discredito interno, per le crisi estere: la

greca, la portoghese, l’argentina, l’australiana, che avevan scossi i

mercati più solidi ed ottimisti.

Un Waterloo finanziario, che lasciava lungo strascico di fallimenti e

rovine, per molti anni irreparabili.

Colle banche e le società anonime, coll’obolo vaticano, le fortune

annientate di molte famiglie principesche, e modesti patrimonî della

borghesia a centinaja perduti.

Ferretti, l’abile, l’infallibile dall’occhio di lince, dalla seconda

vista, sdegnato contro sè stesso per non essersi arricchito sulla

rovina generale, scampato a mala pena al disastro universale, meditava

la rivincita. La passione del giuoco, la febbre delle speculazioni, la

libidine del rapido guadagno lo avevano acciecato ed usciva egli pure

malconcio dal naufragio, furente di non aver saputo appropriarsi almeno

i rottami dei disastri altrui.

La contessa Marcellin, più abile, aveva raccolte le briciole del

banchetto nei giorni lieti e, previdente fra la follìa altrui, si era

arrestata prima che la mano dell’angelo scrivesse le fatidiche parole

di maledizione:

_Mane — Tekel — Phares!_

La volubile dea cessò di sorridere a Ferretti, vinto, ma non domo

dalla fatalità. Dopo tante sfide temerarie e fortunate, tanti ardimenti

felici e furfanterie impunite, era venuta l’ora dell’espiazione.

Tutto questo lo sapeva il deputato Lastri? Probabilmente no, perchè,

nella sua rigida intransigenza in fatto di onore, non avrebbe mai

varcata la soglia di una casa frequentata da Ferretti, fosse pur

clandestinamente ricevuto.

Se li avesse conosciuti, certi misteri, a Giuliano li avrebbe rivelati.

Ma Giuliano ormai era lo zimbello di Ferretti, che lo teneva in pugno

colla promessa di convalidazione, sperando rifarsi di una parte almeno

delle occasioni perdute, sulla ingenuità del giovane onorevole.

Il progetto era semplice: speculare coi danari dell’onorevole Sicuri,

non arrischiar nulla del proprio in caso di perdita; serbarsi la parte

del leone nelle operazioni fortunate. Le oscillazioni dei valori più

accreditati erano tempestose, un _lansquenet_ furibondo per gli audaci;

i ribassi esagerati producevano le esagerate riprese. Nulla di più

facile dell’arricchirsi, concedendo anche largo profitto al cliente. Si

trattava di imbroccare felicemente le prime intermittenze, e la stella

offuscata avrebbe brillato di nuovi, più fulgidi splendori.

I giorni nei quali Ferretti poteva tirare a colpo sicuro su tutti i

grandi istituti di credito erano passati. L’alta banca si serviva pur

sempre di lui come mezzano presso il Governo per i grossi e loschi

affari, del di lui giornale, onde patrocinarli e lanciarli; ma ci

voleva ben altro per la fame di quell’animale di rapina! le erano

bricie. Le sovvenzioni sui fondi secreti eran lesinate con parsimonia

da Arpagone, troppi concorrenti nella stampa erano sorti, il di

lui esempio era stato imitato da colleghi altrettanto abili e meno

compromessi; il _Parlamentare_, in condizioni migliori di pubblicità,

assorbiva il meglio; cento giornalucoli di provincia erano piombati

sulla cassa nera di Palazzo Braschi e, nugolo di cavallette, divoravano

il resto.

Gli affari doganali, i contrabbandi legalizzati al ministero delle

finanze colla complicità di funzionarî infedeli, pericolosissimi,

rendevano meno per la concorrenza di deputati, i quali, senza pericolo,

gli contendevano le offe.

Tentare il gran colpo! Un conto corrente di mezzo milione, e Ferretti

si sentiva in grado di dar battaglia, di vincere.

Giuliano era l’uomo provvidenziale. Duecentomila lire depositate

all’Istituto Romano e la garanzia del conte Sicuri potevano procurargli

anche un milione. Necessario quindi di ammaliarlo, e sopratutto

garantirsi del di lui silenzio presso Ruggeri, il più altezzosamente

sprezzante de’ suoi nemici. Ferretti, in buona fede, la sola buona

fede sua, riteneva di avere nemici fra i galantuomini. Aveva bensì de’

riconoscenti fra qualcuno de’ suoi beneficati, aveva ammiratori fra

gli imbecilli divinizzatori del successo, aveva spietati concorrenti,

ma nemici no. Il disprezzo non è odio. Ruggeri considerava Ferretti

un animale immondo e pericoloso, dal quale bisognava guardarsi, per

pulizia prima, poi per la propria sicurezza.

Certamente, se Ruggeri avesse soltanto sospettato i rapporti che

andavansi annodando fra Ferretti e Giuliano, li avrebbe di un colpo

troncati; ma Giuliano non osava dir tutto al troppo intransigente

amico.

Sul conto di Ruggeri, Ferretti era d’accordo colla contessa Marcellin,

per antica ruggine, per le stesse raccomandazioni del sottoprefetto

Cerasi, il quale le aveva scritto, che se si voleva far qualche cosa

del loro protetto, bisognava anzitutto sottrarlo all’influenza dell’ex

deputato Ruggeri, che l’avrebbe costretto nell’Estrema Sinistra.

Il commendatore, dopo diciassette anni di esilio a Miralto, esagerava

l’importanza e la possibilità di carriera del suo eletto. L’abile

politico, dal microcosmo vedeva tutto ingrandito al di fuori, e gli

pareva che col proprio, coll’ajuto dello contessa e di Ferretti,

Giuliano avrebbe dovuto arrivare alto e sollecito. Per giustizia devo

soggiungere che il sottoprefetto non sospettava neppure lontanamente

i piani di Ferretti sul pupillo. Il sottoprefetto riteneva sempre

il Ferretti all’apogeo della fortuna e della potenza... In fondo, il

commendatore Cerasi si era appassionato per la sua creatura ed aveva

finito per volergli bene... a suo modo. Non avrebbe mai cospirato a di

lui danno, se non per farsene sgabello.

La contessa Marcellin, dal canto suo, indovinava i progetti di

Ferretti; non li osteggiava, perchè anch’essa aveva il suo sul giovane

deputato, sì caldamente raccomandato dal sottoprefetto.

Gli uomini politici vecchi, sui quali era basata la di lei influenza

nelle sfere ufficiali, si spegnevano man mano, quindi il bisogno di

nuove reclute, uomini dell’avvenire. Essa aveva fede, ad onta delle

ultime prove disgraziate, nell’oculatezza di Ferretti, e questi,

giovando a sè stesso, avrebbe potuto, aumentando il patrimonio

dell’onorevole Sicuri, giovare alla di lui carriera politica. Per

accaparrarselo e mantenerselo fedele, la contessa aveva meditato un

piano che le sembrava dovesse essere infallibile.

*

* *

Alle nove pomeridiane, nel _coupé_ della contessa Silva, anche il

coupé dell’orizzontale gli era toccato in sorte, Giuliano si recava al

villino della contessa Marcellin, all’Esquilino.

Un solo fanale era acceso, dei due simmetricamente eretti sui pilastri

del cancello d’ingresso; nessun lume splendeva dalle finestre, non

una carrozza stazionante nella strada e nel giardino che separava il

villino dalla via. Tutto era silenzio! Nel giardino, mal rischiarato

dall’unica fiamma del fanale, la penombra.

— O il cocchiere si è sbagliato, pensò Giuliano, o mi sono sbagliato

io. Probabilmente non è oggi il giorno di ricevimento... Che sia giunto

troppo presto?

Stava per risalire in carrozza e andarsene senz’altro. Fu prevenuto da

un domestico gallonato:

— Il signor conte Sicuri?

— Appunto!

— La signora contessa, quantunque un po’ indisposta, la prega di voler

entrare.

Giuliano fu preso dal panico. La sua timidità già allarmata si inalberò

alla minaccia di un solo a sola colla contessa... Sarebbe ritornato

addietro con entusiasmo; ma, non vi era modo.

Il cerbero in calzoni corti, calze di seta, fibbie e galloni d’oro, lo

precedeva premuroso. Dovette seguirlo, facendo di necessità virtù.

— Maledetta la fretta! pensò. Potevo ritardare di mezz’ora e,

probabilmente, avrei trovato il cancello chiuso.

E col coraggio della disperazione, il solo coraggio dei timidi,

affrontò risolutamente la scalea in marmo bianco che dal giardino

metteva al vestibolo, mentre ossequioso, il domestico, spalancava la

porto vetrata.

Nella penombra, chè anche il vestibolo era appena rischiarato da una

lampada in bronzo cesellato dai cristalli a colori, un sentore di

eleganza, un profumo di buon gusto signorile, veramente moderno fra i

massicci mobili antichi di quercia bruna e i soffici tappeti orientali.

Nulla del lusso imponente de’ grandiosi palazzi romani, da Giuliano

visitati durante il precedente soggiorno in Roma.

Il comfort artistico, senza ostentazione di ricchezza. Nulla di

monumentale nella scala, che dal vestibolo metteva al primo piano;

snella, leggiera, dalla branca dorata, era di modeste proporzioni, le

pareti coperte da una tappezzeria oscura, trapunta in oro colle armi

dei Marcellin, sormontate dal corno ducale.

Qualche cosa di misterioso nell’atmosfera soffice, tiepida, silenziosa,

nella ossequiosità taciturna del domestico premuroso, che lo precedeva

come ombra, senza produrre il minimo rumore su per i gradini imbottiti.

Anche là, la luce, meno fioca, era mitigata da cristalli colorati; i

doppieri, sorretti da personaggi mitologici, copie in bronzo di statue

greche, erano spenti... Per contro, l’anticamera, come il vestibolo

dai mobili in quercia intarsiati, era splendente di luce. Agli angoli,

quattro fauni reggevano ciascuno un candelabro dal quale avvampavano

saettanti molteplici fiamme; due grandi specchiere scendevano fino a

terra, previdenza gentile per le eleganti visitatici, che, appena scese

di carrozza, avessero voluto rassettare l’abbigliamento scomposto; un

magnifico arazzo spiccava dalla tappezzeria grigia, qualche oggetto

d’arte sulle _consoles_, un trofeo d’armi per sovrapporta all’ingresso

della scala, e, vivente ornamento bizzarro, un magnifico levriere,

artisticamente atteggiato, quasi a guardia della porta del salone,

immobile, incurante del nuovo venuto, come se la consegna fosse stata

di simulare il marmo.

Un secondo domestico si impossessò del soprabito e della canna di

Giuliano, mentre il primo lo annunziava sotto voce, quasi avesse temuto

risvegliare i mani dormenti di quel villino fatato.

Giuliano, senza avere avuto il tempo di riaversi, si trovò in una vasta

sala. Al primo entrare, pel rapido passaggio dalla luce vivissima

dell’anticamera nella semi oscurità, non seppe discernere che un

paralume roseo, attraverso il quale spandevansi raggi miti, rutilanti,

come di una lontana aurora boreale in una notte polare.

Un luccichìo confuso, appannato, di mobili dorati, di specchî, di

cristalli; ed in fondo in fondo al salone, non avvertito da prima,

un tavolo da giuoco, quattro giocatori intenti alla partita, nella

penombra anch’essi, per gli opachi paralumi che projettavano tutta la

luce dei doppieri sul tappeto verde del tavolino.

Giuliano ristette; abituandosi alla semi oscurità, riuscì a discernere

due donne sedute su d’un divano. Fu l’affare di un istante. Una di esse

gli venne incontro, porgendogli la mano.

— Signor conte, devo farle mille scuse se la ricevo nell’intimità.

Indisposta, ho dovuto rinunziare al consueto ricevimento, limitandolo

agli intimi, fra i quali spero ella vorrà annoverarsi.

Il complimento era gentile. Giuliano balbettò un ringraziamento.

— Signor conte, mia nipote Giulia... disse, ravvedendosi, la marchesa

Giulia Fiori. — Giulia! il conte Sicuri, deputato al Parlamento.

La marchesa Giulia, a sua volta, porse la mano e soggiunse:

— La zia temeva che vedendo tutto bujo ella se ne sarebbe ritornata.

Abbiamo messo di guardia un domestico per trattenerla.

— Sono riconoscente, signora; ma non vorrei abusare della cortesia; la

contessa è sofferente... e forse...

— Che dice? Un po’ di emicrania, ma ormai sto assai meglio... Anzi,

Giulia, faresti bene a togliere quel paralume che ci sprofonda

nell’oscurità.

Giuliano fe’ atto di prevenire la marchesa; la giovine signora con

agilità da monello arrivò prima e la magnifica sala si rischiarò come

per incanto.

— Ah, così va bene! disse la curiosa figlia d’Eva, che friggeva

d’esaminare la nuova conoscenza, da tre giorni soggetto di tutte le

conversazioni della zia. C’era da credersi in una catacomba.

Un istante di silenzio, il tempo di riconoscersi. La giovine marchesa

d’un colpo d’occhio rapido passò in rivista il nuovo arrivato, ed al

sorriso fuggevole, quasi impercettibile, che le sfiorò le labbra, parve

soddisfatta.

Giuliano, colla sua aria timida da monachella, inspirava infatti

la simpatia di primo acchito. L’abbigliamento inappuntabile senza

pretensione alla _gomme_, la gentilezza dei modi, lui inconscio, gli

accaparravano più della simpatia, la benevolenza, specialmente del bel

sesso.

Meglio esaminata, la sua bellezza bionda appariva un po’ scipita, un

po’ scialba, troppo femminea per la regolarità e l’espressione de’

lineamenti; la distinzione della persona, alta e snella, correggeva il

difetto.

La sua Adele lo amava così, pure anch’essa ne conveniva: «Per un uomo,

è troppo signorina,» diceva ridendo. La contessa Ida Marcellin fu meno

rapida nel suo esame; uno sguardo scambiato colla nipote parve dire:

«Me lo figuravo così.»

In quel mentre dal tavolo dei giocatori, che fin là si eran passate

le carte silenziosi come automi, sorse un vero tumulto. La partita era

finita, evidentemente perduta da una parte per un grosso sproposito di

uno d’essi. Recriminazioni violente e clamorose del compagno perdente

che non sapeva rassegnarsi alla sconfitta.

— Una partita vinta! stravinta! perduta poi per le sue distrazioni!

Reverendo, se si sbaglia così a dir messa, poveri fedeli! povere anime

del purgatorio!

Una risata accolse l’apostrofe, e il reverendo a difendersi:

— La scopa gliel’ha data lei... Del resto, come vincere? Non avevo

carte...

La contessa s’interpose, ed approfittando della tregua presentò

Giuliano.

Un prete, un senatore, un capodivisione al ministero delle finanze ed

un alto funzionario vaticanesco, presentato col titolo di commendatore,

come il capodivisione; l’uno di Gregorio Magno, l’altro della Corona

d’Italia, non monta, commendatori entrambi e buoni amici.

— La conciliazione in pieno, pensò Giuliano, rendendo gl’inchini e

scambiando strette di mano.

La partita finita, le conversazioni si intrecciarono; Giuliano,

trattenuto dalla marchesa Giulia in _un a parte_, fu tratto a narrare

della sua felicità domestica, della rimpianta Miralto, dei progetti

di richiamo della famiglia in Roma. La giovane marchesa s’interessava

molto, troppo, a quelle confidenze da essa abilmente provocate.

— Il piccino quanti anni ha?

— Tre appena...

— Dunque, siamo ancora nella luna di miele!

— Presso a poco! La prima nube è apparsa per la mia elezione. La

contessa non voleva saperne.

— Oh! e perchè?

— Si è messa in mente che a Roma l’avrei amata meno... Fisime di

fanciulla!

La marchesa Giulia sorrise stranamente.

Il domestico entrò con un grande vassojo. La contessa preparava e

mesceva il thè... i giocatori discutevano tutta via, ma serenamente,

sul sette bello, sulla primiera e le scope dell’ultima partita. La

marchesa non interrogava più e Giuliano narrava le sue impressioni

romane, narrava, narrava, perfino eloquente, conchiudendo:

— I miei entusiasmi sono già un po’ sbolliti... Ma ormai devo dire come

Vittorio Emanuele: «Ci siamo, ci resteremo!» Se fosse da ricominciare,

ci penserei due volte... Troppe noje, troppi impegni, troppe

contrarietà...

L'onorevole · 第 22 / 39 题