Nella bolgia.
Durante i due giorni di assenza di Ruggeri, l’onorevole Giuliano aveva
fatto molto cammino nella bolgia parlamentare.
Ferretti, presolo sotto la sua alta protezione, come il Lucifero di
Byron, Manfredo, se l’era caricato sulle spalle, portandolo a volo
nelle eccelse sfere ministeriali.
Ferretti non aveva accesso a Montecitorio; in compenso non vi erano
anticamere per lui presso le eccellenze. Al suo presentarsi gli
uscieri facevano ala rispettosamente, le porte si spalancavano a
due battenti, senza ch’egli si desse la pena di farsi annunziare.
Se il ministro era impedito di riceverlo immediatamente da qualche
visitatore ammesso in precedenza all’onore di un’udienza privata, od
occupato da qualche commissione burocratica o parlamentare, al nome
di Ferretti si affrettava egli stesso sulla soglia del gabinetto,
onde invocare pazienza dall’onnipotente giornalista o per assegnargli
altra ora più opportuna. Spesso il visitatore veniva licenziato a
profitto dell’impazienza del cavaliere Ferretti, che colle eccellenze
affettava il tono confidenziale da collega a collega, da pari a pari.
Il novizzo Giuliano non rinveniva dalla sorpresa e si congratulava in
cuor suo della provvidenziale lettera di raccomandazione fornitagli dal
commendatore Cerasi per quel magico personaggio.
Tutte le eccellenze ebbero accoglienze cortesi per il deputato Sicuri,
tutte promisero i loro buoni ufficî presso la futura Giunta delle
elezioni, quasi tutte garantirono l’esito felice del processo. Il solo
presidente del Consiglio era rimasto diplomaticamente abbottonato nella
lunga _redingote_, divenuta proverbiale, sollevando un mondo di dubbî.
— Molto dipenderà da’ suoi primi voti. Avremo subito battaglia;
per quanto scisse ed infinitesimali le due opposizioni, in alcune
circostanze possono divenire temibili. Ella comprenderà che il Governo
non potrebbe appoggiarla direttamente o indirettamente, senza la
garanzia di favorire un amico.
Giuliano arrossì alla brutale imposizione; ma non seppe schermirsi, e
finì per assentire ossequiosamente.
Ferretti promise per il proprio raccomandato.
— La Giunta delle elezioni non è nominata dal Governo, riprese il
ministro; è scelta dal presidente della Camera. D’altronde ella sa,
Ferretti, ch’io mi sono disinteressato dalle elezioni... Vedano il
ministro La Fossa.
Ferretti rise poco rispettosamente all’affermazione del ministro.
— Sulla di lei elezione, sul di lei nome si è fatto molto chiasso...
Ora un nuovo scandalo, che mi obbligherà a richiamare il sottoprefetto
Cerasi, il cui troppo zelo ci ha compromessi.
— Un eccellente funzionario, osò replicare Giuliano.
— Lo so... Ma una soddisfazione all’opinione pubblica bisogna darla. Ha
visto lo _Svegliarino_ di stamane? Si scaglia contro il sottoprefetto,
e ben presto tutta la muta dei botoli di opposizione latrerà sullo
stesso tono. Bisogna prevenirli.
«Come mai lasciarsi cogliere in flagrante a stipendiare agenti
provocatori nel giornalismo avversario? Sono errori, leggerezze
imperdonabili!
— Necessità di lotta, osservò Ferretti.
— Lo comprendo; ma bisogna esser cauti, per non compromettere il
prestigio delle instituzioni.
Ferretti sorrise nuovamente; per poco non sorrideva anche il ministro.
Gli àuguri!
— Lo richiami a Roma; è il sogno da lui vagheggiato. Qui potrà prestare
ben altri servigi. E l’opinione pubblica sarà soddisfatta, perchè
scambierà il trasloco per una punizione.
— Ci penserò, disse il ministro congedando i visitatori.
Pensato l’aveva, in verità, tanto che al commendatore Cerasi era già
stato trasmesso l’ordine di partenza da Miralto, essendo stato posto
a disposizione del ministero... La realizzazione del più ardente
desiderio.
La stampa ostile gli aveva servito da sgabello.
*
* *
Ferretti, previdente, aveva già scelto un avvocato per patrocinare
davanti alla Giunta la causa di Giuliano. Un giureconsulto illustre,
altissima notabilità parlamentare, influentissimo presso tutti i
governi succedutisi dal 18 marzo 1876.
— Un avvocato un po’ caro, un po’ troppo salato, aveva detto Ferretti
a Giuliano. La necessità di vincere ci vieta di lesinare. Per rendere
proficui i sagrifici già fatti, bisogna aggiungere anche questo. Avrei
combinato per diciottomila lire.
Giuliano diè un balzo.
— Oh, ma non le intascherà tutte lui. Creda a me, non è troppo!
Coll’onorevole Rota per avvocato, in qualunque modo riesca composta
la Giunta, possiamo essere sicuri della convalidazione. Alcuni dei
membri, imposti dalla loro situazione parlamentare, si conoscono già.
L’importante è di ottenere un relatore ligio al Governo. Il meccanismo
è talmente complicato! L’esito, tranne in alcuni casi eccezionali,
dipende non solo dal valore dell’avvocato, ma specialmente dalla
distribuzione delle diverse cause ai singoli membri della Giunta...
Se si incappa in un Catone, siamo fritti... È vero che son tanto rari,
i Catoni! Supponga che il suo processo caschi in mano di un radicale,
amico del competitore Bertasi: lei sarebbe spacciato. Bisogna quindi
preventivamente correggere le combinazioni del caso; guidare la sorte.
Scesa la superba scalea del palazzo Braschi, sul cui pianerottolo era
avvenuta la conversazione, Ferretti e l’onorevole Sicuri si lasciarono,
dandosi ritrovo per il giorno seguente negli uffici di redazione
dell’_Ordine_... Ferretti, salito in carrozza, partì rapido, come
persona il cui tempo è prezioso; Giuliano riprese lentamente a piedi la
strada di Montecitorio, per Piazza Navona.
Distratto, passò innanzi la statua del leggendario Pasquino senza
pur osservarla... Pasquino! L’opinione popolare di Roma, l’ultimo dei
tribuni, dal 1870 è ammutolito; un altro spodestato!
Infelice, non ha neppur mani e braccia per detergere le lacrime
silenziosamente sparse ogni notte sulla propria sventura. Ad ogni
mattino il volto sfigurato è intriso; gli scettici dicono di rugiada;
ma si sa, non è cosa nuova, le statue pagane piangono quanto e più
delle madonne. E n’hanno ben d’onde!
— Diciottomila lire! pensava Giuliano. Ci va di grosso, il signor
Ferretti. Mi abbia scambiato per Giugurta? Ormai ci sono, e lesinare
non si può!
Alla posta di Montecitorio, Giuliano ritrovò il telegramma rassicurante
di Ruggeri. Trasse un grande respiro. Anch’egli, come il sottoprefetto,
pensò che tutto il male non viene per nuocere.
— Sarò liberato dal _Ventriloquo_...
È vero che in tutto quell’imbroglio la famiglia Sicuri ci aveva
lasciato un brandello della secolare rispettabilità.
— Ma, pensava, le calunnie passano, la deputazione resta.
Col telegramma, un grazioso invito della contessa Marcellin, alla cui
porta Giuliano aveva lasciata, colla lettera di raccomandazione del
commendatore, una carta da visita.
La signora contessa era in casa la sera di ogni mercoledì e venerdì,
felicissima di fare la personale conoscenza del deputato conte Giuliano
Sicuri.
Mentre Giuliano varcava la soglia del gran salone di lettura, tenendo
in mano la lettera d’invito, l’onorevole Lastri, conoscenza del giorno
innanzi, scorgendo il monogramma sormontato da una corona, gli disse
ridendo:
— Oh! A Roma da quattro giorni, e sei già ai bigliettini profumati e
blasonati?
— Profumati sì; ma innocenti come l’acqua... Una noja! Un invito al thè
della contessa Marcellin.
— Nientemeno! Salone conciliatore! I bianchi ed i neri vi sono
mischiati come i pezzi della scacchiera nella scatola. Prelati e belle
donnine, senatori, diplomatici presso le due corti, colonia straniera,
_rastaquères_ a josa... quelli di Bourget... Deputati pochi...
«Salone allegro, difficilmente accessibile; la contessa ha il buon
gusto di sceglierli i suoi assidui indigeni; per gli stranieri è altra
cosa... Essi, a stagione finita, se ne vanno e non ritornano... Bella
donna, sul ritorno, un zinzino letterata; però non scrive, almeno per
il pubblico. Altro merito incontestabile: in casa Marcellin non si
parla di politica; ma qualche celebrità parlamentare è stata inventata
in quel salone.
«Si susurra anche di qualche mitria di vescovo distribuita per
l’influenza della contessa. Vedova del conte senatore Marcellin,
antica famiglia veneta dogale, la contessa è divorziata da poco da un
cardinale. Divorzio non per incompatibilità di carattere, per ragioni
di decoro. I loro rapporti sono rimasti eccellenti. Per altro Sua
Eminenza non appare mai ai ricevimenti ufficiali del mercoledì e del
venerdì.
Giuliano, poco edificato dalle informazioni maligne, da lui non
chieste, tentò divergere la conversazione.
— Dimmi un po’, chi è quel deputato che sta leggendo là, all’estremità
della tavola?
— Quello? Non è un deputato; credo non lo sia mai stato. È un senatore.
A Montecitorio lo si vede raramente. Se è qui, gli è che deve bollire
qualche cosa di grosso nella pentola dei provvedimenti finanziari...
Qualche catenaccio o monopolio, se pure non si tratta di ferrovie... È
il _trait d’union_, il ponte sul quale sono passati tutti i ministeri
di Sinistra per avere l’unanimità dei voti della Destra in Senato.
«È il senatore Loschi, ninfa Egeria inevitabile, indispensabile. In
affari passa per jettatore et _pour cause_; in politica, viceversa.
«Abbiamo il Senato in rivoluzione, si conta su di lui per ammansarlo...
per ciò prevedo un grosso affare, per lo meno un catenaccio. Simili
favori non si ponno mica pagare a contanti: concessioni, preavvisi,
compartecipazioni... Il proverbio dice, continuò l’instancabile
parlatore: «fammi indovino e ti farò ricco!» Il preavviso in
tempo utile di una operazione del Tesoro, ti può far milionario in
quarantott’ore.
«Si arrischia, qualche volta, per gli umori della Camera... Un
catenaccio abortito può essere un disastro. S’è già visto poco tempo
fa. Case colossali saltarono come fuscelli. Avevan fatto provviste
ciclopiche onde prevenire l’aumento del dazio; il catenaccio respinto,
i prezzi precipitarono e con essi i bagarini.
— Bagarini?
— È un termine romanesco, affibbiato agli aggiotatori di ogni genere,
incettatori di merci per monopolizzarle sui mercati, nelle borse, a
prezzi elevati.
«L’altro laggiù, vicino al senatore, il calvo che sta scrivendo, è
anche un curioso tipo. Non è ricco, spende centomila lire ad ogni
elezione; ma ci vive splendidamente. È un’agenzia ambulante d’affari,
e dell’ufficio non paga neppur l’affitto. L’ufficio l’ha qui, non
spende un centesimo in oggetti di cancelleria, largamente forniti
dalla Camera. Non avendo ditta, si vale dell’intestazione della
rappresentanza nazionale. La sua ditta è la Camera dei deputati; il
recapito, Montecitorio. A servirlo non parano tre uscieri, cui non dà
mai un soldo di mancia; probabilmente ha intenzione di associarli negli
utili della sua azienda.
«Vive a Montecitorio, scrive cento lettere al giorno, non ha mai
parlato nelle sedute pubbliche, non ha mai letto un ordine del giorno
o ascoltato un oratore; in compenso ha sempre votato per tutti i
ministeri... A memoria d’uomini non vi ha un solo appello nominale con
un suo voto di opposizione. Duecento svizzeri altrettanto fedeli al
potere, e i ministeri sarebbero inamovibili e indistruttibili quanto e
più del Colosseo.
«Il curioso, riprese il deputato Lastri senza prender fiato, si è che
nel collegio ha fama di rivoluzionario ed è portato sugli scudi da una
maggioranza radicale.
— Come mai una simile contraddizione? chiese Giuliano, che cominciava a
divertirsi all’arguta maldicenza del collega.
— Non è contraddizione, bensì un fenomeno comunissimo e costante.
Tranne pochi, anzi pochissimi, disgraziati zimbelli della politica,
ogni deputato ha due personalità distinte, come certi personaggi di
Hoffmann. Il deputato in vacanza al collegio; il deputato in funzione a
Roma.
«Non parlo del candidato, perchè è tuttavia allo stato di bruco, nelle
meravigliose metamorfosi parlamentari; mi occupo della crisalide,
uscita dal bozzolo elettorale, con tanta fatica, tanta cura e
sorprendente abilità tessile dal bruco tramato.
A questo punto l’oratore avvicinò una seggiola al lungo tavolo sul
quale erano sparsi a centinaja i giornali d’ogni lingua e paese, e si
sedette facendo segno al giovine collega di imitarlo. Tutt’intorno
era un via vai di onorevoli, molti sconosciuti fra loro; quindi,
ai saluti, ai benvenuto dei colleghi antichi, le presentazioni dei
nuovi. Argomenti delle conversazioni, colle narrazioni degli episodi
eroicomici della recente battaglia elettorale, il programma finanziario
del ministero, il discorso della Corona, indetto per il giorno
seguente.
L’onorevole Lastri, intanto che discorreva col neofito Giuliano,
spiegandogli la doppia individualità parlamentare, scambiava ogni
tratto saluti e sorrisi, pur non distraendosi dalla dissertazione. Il
deputato Lastri, temuto per la lingua pungente, qualche volta spietata,
godeva grandi simpatie, guadagnate colla rispettabilità personale,
colla bontà d’animo, contrasto bizzarro alla sua maldicenza.
Nei sorrisi, che egli raccoglieva distratto, vi era qualche cosa di
furbesco e di timido, come avessero voluto significare tacitamente:
«Chi stai dilaniando?» E gli onorevoli gli si approssimavano facendogli
circolo, forse non per curiosità soltanto; anche nell’intenzione
di scongiurare, colla loro presenza, il proprio massacro. Eran
stati tali, sì incredibilmente scandalosi i recenti abusi e le
gherminelle elettorali, che ognuno temeva venisse il proprio turno.
L’oratore, abituato ad una galleria di ascoltatori, continuava senza
preoccuparsene, trattando Giuliano con simpatia speciale:
— Il deputato in vacanza, continuò l’onorevole Lastri, negli abiti,
nel contegno, nel linguaggio, nelle convinzioni, nei principî, nella
condotta politica, è tutt’altri del medesimo onorevole a Montecitorio.
«Molti elettori rivedendo in Roma il deputato del loro cuore e del loro
collegio, non sanno riconoscerlo, tanto è trasformato; trasformazione,
la quale non può aver raffronto che in quella di certi cattivi mariti
latitanti dal tetto conjugale.
La galleria degli ascoltatori, che s’addensava sempre più, rise al
raffronto... Giuliano richiamato, per associazione di idee, alla
sua Adele lontana, fece sorridente un atto di diniego, e l’occhio,
stranamente azzurro ai bagliori del cielo di Roma, si velò inumidito.
Lastri, osservatore finissimo, gliene seppe grado... Lo fissò in
volto per studiarlo meglio, sentì un brivido di tenerezza e, senza
interrompersi, pensava: «un agnello spontaneamente venuto per farsi
scannare nel grande macello!»
L’onorevole Lastri, parlatore instancabile ed inesauribile, era dotato
della facoltà di alcuni celebri giuocatori di scacchi, di poter,
cioè, tener testa contemporaneamente a parecchi competitori su diverse
scacchiere. Discorreva perfettamente, pur pensando ad altro.
«Ha la mente foderata,» aveva detto di lui un collega, dopo una felice
replica al ministro dell’istruzione pubblica, il cui discorso non
avrebbe dovuto sentire, immerso come era stato, mentre il ministro
parlava, in una vivissima discussione archeologica col celebre medico
archeologo deputato Gloriosi.
— L’Italia, non c’è che dire, continuava l’onorevole Lastri, è
eminentemente democratica. I monarchici sono monarchici per solo amore
dello _statu quo_, non per convinzione, per diffidenza dell’ignoto. I
dinastici, eccettuata l’alta burocrazia e l’ufficialità dell’esercito,
non si trovano più che in Piemonte, ed ancora bisogna cercarli. La
grande massa, quindi, è democratica o clericale. Il clericalismo,
naturale nemico delle instituzioni, tende colla politica di Leone XIII
a democratizzarsi. Ma i clericali propriamente detti, per ordine del
pontefice, non votano. Non per paura della sconfitta; per timore della
vittoria. Vittoriosi, provocherebbero una reazione. Quindi conflitti;
forse la guerra civile, fors’anche lo sfacelo di questa Italia nuova,
tanto necessaria al Papato, per atteggiarsi come vittima all’estero e
vivificare i feticismi che andavano spegnendosi, e ancora per avere un
grande paese nel quale sussistere, prosperare, agire liberamente.
«In quale terra, in quale monarchia o repubblica, il Papato potrebbe, a
questi chiari di luna, aver maggior splendore e libertà?
«Le querimonie di Pio IX avevano stancato non solo i fedeli, anche
il Padre Eterno; il quale, informato a tempo dal compianto generale
Carini, sulle idee ed intenzioni dell’arcivescovo di Perugia, diede
ordine allo Spirito Santo di inspirare a favore del cardinal Pecci il
prossimo futuro conclave.
— Sta bene! interruppe l’onorevole Alfredi, uno degli ascoltatori; ma
ciò non spiega la nostra doppia individualità.
— Doppia come le cipolle! Ti servo subito. Se in ogni collegio vi sono
elettori ed elettori: dinastici, monarchici, repubblicani, socialisti,
clericali votanti, clericali astensionisti, sonvi pure collegi e
collegi nei quali le dosi della miscela elettorale sono diversamente
ripartite, e siccome ogni singolo deputato assume nel proprio collegio
il contegno che la maggioranza degli elettori gli inspira, così ogni
collegio (escludo quelli delle grandi città) ha un tipo speciale, tutto
locale, di deputato, travestito a seconda delle opportunità elettorali.
Come ogni città d’Italia ha la propria maschera: Arlecchino,
Pulcinella, Meneghino, Gianduja, Stenterello, ecc., ecc., così ogni
collegio ha la propria maschera parlamentare, edizione unica.
«E tutte queste maschere, che siamo noi cinquecento otto, nientemeno!
quando arrivano a Roma, buttano i cenci provinciali, per uniformarsi
tutti come una legione di carabinieri.
«Nel collegio predichiamo il sollievo dagli aggravî, a Montecitorio
votiamo nuove imposte; a casa riduzione dell’esercito; alla Camera,
coi bilanci, votiamo fra gli entusiasmi le maggiori spese per gli
armamenti; là il libero scambio, qui nuovi balzelli doganali,
nuove barriere ai nostri prodotti; discentramento al collegio,
giacobinismo a Montecitorio; libertà giurata agli elettori; alla Camera
approviamo ogni arbitrio, ogni infrazione alla legge, ogni enormità
dispotica, perfino i decreti ministeriali o regi sostituiti alla
sovranità nazionale; la _Gazzetta ufficiale_ grande legislatrice...
Che dico? Siamo giunti alla evirazione, rinunziando, in odio al
patto fondamentale, alle nostre prerogative di inviolabilità,
superfettazioni, ormai, come la defunta guardia nazionale.
«Ai collegi, le cinquecent’otto maschere sono patrioti lacrimanti
sull’esilio delle sorelle irredente, e qui triplici sfegatati, teneri
amici dell’Austria.
«Ecco, mio caro Sicuri, disse alzandosi il deputato Lastri, in atto di
andarsene, ecco come quel deputato che tu sai, possa essere radicale al
suo paese, pur essendo ministeriale a Roma.
Giuliano anche erasi levato da sedere e la galleria, a conferenza
finita, si disperse per le sale ed i vasti ambulatorî.
Lastri, preso a braccio Giuliano, continuò sottovoce:
— Quegli ascoltatori mi annojavano; uno fra gli altri avrebbe potuto
credere che alludessi a lui se ti avessi narrato che vi sono deputati
inamovibili pel solo fatto che disimpegnano per il loro collegio
ogni sorta di commissioni. L’onorevole Cortesi spinge la compiacenza
verso gli elettori suoi al punto che la di lui abitazione qui in Roma
è un varo bazar da 49 ed anche più. Dalle museruole ai collari per
i cani, ai cinti ortopedici; dai manicotti per signora alle vanghe
per contadini, c’è di tutto. L’elettore desidera e, come per incanto
magico, l’oggetto gli appare sul tavolo sotto forma di pacco postale o
ferroviario contro assegno... Il solo parroco ha diritto di aver merce
a credito, perchè paga in messe ed in propaganda elettorale dal pulpito
e nel confessionale.
«Il curioso si è che l’onorevole Cortesi a Roma è un mangiapreti
arrabbiato, e nel collegio non manca ad una sola funzione religiosa.
Vota sempre contro tutti i governi, ma si squaglia tutte le volte in
cui l’opposizione potrebbe comprometterlo con Santa Madre Chiesa. Tutto
ciò perchè i clericali sono in maggioranza nel suo collegio, e non
osando a Roma un’opposizione apertamente clericale, si imbranca con
chi può, contro tutti i ministeri, pur di poter dire ai papisti suoi
elettori, più papisti del papa: «Vedete! Non un voto per il Governo
usurpatore!»
«Vi fu un momento in cui la posizione dell’onorevole Cortesi fu scossa,
denunziato da un giornale clericale di provincia. Non rispose, non
polemicò; inondò il collegio di corone del rosario per le vecchie,
di libri da messa per le giovani, di abitini ed imagini sacre per i
fanciulli, il tutto benedetto da Sua Santità, e senza neppur le spese
di porto. Tutto il gentil sesso fu per lui, ed il sesso forte votò come
volle il debole.
«Cortesi è un altro deputato a vita. A vita sono pure i deputati
feudali, i quali, per altro, essendosi infiltrata un po’ di fillossera
socialista nei loro contadini, sono costretti a pagar salata la
elezione, che una volta ottenevano _gratis et amore_. È ben vero che
alla fine di ogni legislatura son già rifatti della spesa, lesinando
sui salarî... Poveri villani, sono essi che pagano l’elezione del
padrone. Sono i cenci che vanno alla cartiera!
Un pensiero impertinente dovette passare per la testa dell’instancabile
parlatore, perchè fermandosi di botto sorrise scotendo il capo, come se
si fosse trattato di una grande corbelleria.
Giuliano, che cominciava ad interessarsi vivamente alle maldicenze
del vecchio collega, iniziazione preziosa nei misteri di Montecitorio,
quantunque ancor più pessimiste delle rivelazioni di Ruggeri, chiese
curiosamente:
— Perchè ridi?
— Oh, un ricordo, per associazione di idee... Ti ho detto che sono
sempre i poveri che pagano, fatto costante dal giorno che Adonai
condannò Adamo a guadagnarsi il pane col sudore della fronte.
«Ebbene, vedi quel deputato là, alto, snello, dal tipo distinto, dai
lineamenti fini, eleganti, dalla lunga chioma nera ricciuta, lo vedi
là, che sta osservando una carta geografica in rilievo, appesa alla
parete?
— Sì! sì, lo vedo.
— È un medico distintissimo che, per sua sciagura, si è dato alla
freniatrìa. Dico sciagura, perchè nulla di più contagioso della follìa.
Fino a jeri fu radicale appassionato e, credo, anche convinto; ma il
di lui collegio, già repubblicano, ha fatto una rapida evoluzione
socialista. _La lotta di classe_, il vangelo; quindi, ostracismo
alla politica, specialmente a quella parlamentare. Il deputato,
necessariamente si è fatto socialista, classificandosi lottatore
anch’esso. Vota contro i ministeri, non che gli importi se al Governo
siavi il duca d’Ermina di Destra, piuttosto che il Bellitti, attuale
presidente del Consiglio di... di... e chi sa di qual partito sia il
nuovo padre eterno ministeriale? o il Dentarelli che lo appoggia,
aspettandone la successione, Tartufo raffinato, il quale ha già
preparato la bara dell’alleato; o il grande altitonante Sicirri, che
detronizzato nicchia ringhiando come un can mastino alla catena, o in
fine il diavolo! Il lottatore di classe vota contro, perchè il suo è il
programma delle palle nere.
«Ebbene, questo filantropo socialista, in una delle ultime tornate
della legislatura tanto inonoratamente testè sepolta, si scatenò contro
gli amici antichi dell’Estrema, chiedenti lo sgravio dei contributi,
che rovinano la proprietà fondiaria: «Imposte! Non bastano! Ne vogliamo
altre delle imposte... Le imposte sui ricchi, le imposte sul lusso,
le imposte sulle fortune, sui patrimoni scandalosamente improvvisati,
sugli affari loschi, rovina dello Stato e della nazione!»
«L’ingenuo non pensava che le imposte dei ricchi sono i poveri che
le pagano. Non pensava che l’abolizione del lusso rappresenta la fame
degli operaî che ci vivono... Colpite la produzione, ed avrete rovinato
gli opificî, come l’imposta sulla proprietà fondiaria ha rovinata
l’industria agricola... Sempre i cenci che vanno alla cartiera! Lotta
di classe davvero; ma contro quella che si vorrebbe difendere!
Il deputato Lastri, ravvisatosi, tirò l’orologio dal taschino,
esclamando meravigliato:
— Già le cinque! Sicuri, ti lascio. Se mi vorrai cicerone fra queste
rovine nuove, nessun archeologo ti potrà meglio servire, neppure il
professore Bernabei fra gli avanzi etruschi. Rovine di uomini, di nomi
cari, di coscienze, qualche volta di patrimonî, compenso alle rapide
fortune ed ai patrimonî rifatti nella gran rovina del paese.
«A proposito, vai stasera dalla contessa Marcellin?
— Necessariamente: l’invito è tanto gentile, che sarebbe sconvenienza
il non andarvi.
— Verrò ancor io, chè anch’io sono fra i pochi ammessi all’onore dei
mercoledì e dei venerdì.