Ettore comprese. Stella voleva dire: «Alle dodici, dalla contessa!»

Quando fu certa, per il gesto d’assentimento di Ettore, di essere stata

compresa, inviò ancora un bacio e segnalando prudenza e pazienza,

chiuse le imposte; un ultimo saluto attraverso i cristalli, e la

tendina cadde impenetrabile.

Non è necessario aver letto le scene della vita di provincia di Balzac,

per spiegarsi come Stella fosse avvertita dell’arrivo di Ruggeri. Dalle

otto del mattino tutta Miralto commentava il di lui arrivo inopinato,

che certamente doveva collegarsi agli scandali giornalistici degli

scorsi giorni.

Gli impiegati ferroviarî ne avevano parlato; i questurini avevano

raccontato la spedizione notturna; la visita mattutina del prefetto

era stata notata. Sono tanto rare le distrazioni nella monotonia di

una città di provincia; si va a letto tanto presto e ci si alza di sì

buon’ora!

Stella però conobbe l’arrivo dell’amico al suo svegliarsi.

Ettore si era affacciato al balcone, la fantesca di Stella l’aveva

riconosciuto e subito susurrato nell’orecchio alla padroncina:

— Sa, signorina, è arrivato il signor Ruggeri. Alloggia all’albergo

della _Croce di Malta_.

Fortunatamente la camera era ancor buja, e dell’emozione di Stella non

apparve nulla.

Poco dopo, quando ebbe ricuperata la calma, simulando la più grande

indifferenza raccomandò alla domestica di non dirne nulla alla signora.

— Si metterebbe di cattivo umore. Sai che essa non ama il signor

Ruggeri...

— Oh! si figuri! Sono discreta io! rispose con sussiego misterioso.

Stella, seccata dal fare confidenziale della fantesca, finse

non avvertirlo e la congedò, per balzare dal letto, indossare un

accappatojo e mettersi in sentinella, certa che Ettore non avrebbe

tardato. Questi, meravigliando dell’intuizione arcana di Stella, si

confermò nella credenza della veracità dei presentimenti, nella realtà

della misteriosa corrispondenza dei cuori, tramite la corda degli

amanti, il cantino dell’amore.

Da molto, Ettore, lo scettico inconvertibile, viaggiava nell’ideale e

nel soprannaturale, ed ormai inconsciente, si era tuffato in pieno nel

più irragionevole misticismo amoroso.

— Da chi aveva potuto sapere, Stella, il mio arrivo se non dalle voci

segrete del cuore? Misteri dell’amore, impenetrabili come i misteri

della vita. La ragione vi si perde. Ed io l’ho perduta, come la

volontà, come ogni energia!

Monologando passeggiava concitato per la vasta e nuda camera; ad un

tratto si arrestò davanti lo specchio dell’armadio. Stette lungamente a

considerarsi.

— Potessi carpire all’inferno il segreto di Fausto, darei mille

eternità per un anno, un anno solo di giovinezza. Le rughe! la canizie!

Ed ella in tutto lo splendore della giovanile bellezza; la primavera e

l’inverno, un anacronismo ripugnante!... il gufo e la colomba!

«Pure il sacrificio è superiore alle mie forze. Ed ho io il diritto di

compierlo nella certezza che sarebbe anche il sagrificio suo? Se non mi

amasse più, morrei disperato; ma essa sarebbe salva e potrebbe essere

felice.

L’annunzio di una visita lo distolse dalle dolorose considerazioni; era

il giovane Guglielmi, il segretario in crisi, il burocratico artista.

Nulla di nuovo poteva narrare ad Ettore, che ormai, dopo le confidenze

del sottoprefetto, ne sapeva quanto Guglielmi. Interpose il proprio

consiglio per ottenere la desistenza dalle dimissioni.

— Si dimetterà poi. Se, come dice, l’accaduto è pretesto presso suo zio

per ritornare all’arte, di pretesti ne troverà sempre; ora non farebbe

che fomentare commenti e pettegolezzi su fatti che meglio è lasciar

morire nell’oblio.

«Se si trattasse soltanto del prestigio, così detto, del Governo e del

commendatore Cerasi, le direi d’accomodarsi; ma vi sono di mezzo amici

nostri, signore.

Guglielmi stese la mano a Ruggeri ringraziandolo e promettendo di

aspettare, per ritornare alla sua arte diletta, occasione più propizia.

Su quella promessa si lasciarono.

A mezzogiorno in punto, Ettore, varcava la soglia del palazzino Sicuri,

già Gabelli.

Non so se nel corso di questo racconto io abbia avuto occasione di

dire che alla morte della madre, la contessa Adele consigliò al marito

ed ottenne di ritornare ad abitare la casa paterna, cara alla giovine

sposa per le dolci memorie d’infanzia, santuario de’ suoi poveri morti

e meglio abitabile, per la sua modernità, del palazzotto medievale

dei conti Sicuri, dalle bugne di granito, annerite dai secoli come lo

stemma sovrastante il tetro portone, adito all’austero cortile, dal

quale la luce era sì parcamente distribuita nei severi appartamenti

dalle immense sale istoriate, che Adele, all’imbrunire, era spesso

invasa da una specie di terrore. Il piccolo Gustavo aveva bisogno di

luce e di aria, e il giardino pensile, intraveduto da noi la sera del

ventiquattro giugno, cinque anni prima, al chiarore dei palloncini

accesi in onore del santo, era un eden delizioso per il bambino, come

già lo era stato per la mamma.

In quella splendente giornata autunnale, nessun paesaggio più

pittoresco nella sua calma serena e malinconica di quello che si

svolgeva dal giardino.

La balaustrata marmorea, parapetto al giardino, dominava a picco

l’aperta campagna, attraversata dalle limpide correnti del Ticino,

serpeggiante fra boschi e campi devastati dal mietitore, alternati

a scacchiera coi prati artificiali, perennemente verdi, perennemente

fecondi.

Le foglie ingiallite dei platani, dei faggi, dei larici giganti, dei

vetusti gelsi, nani grotteschi, delle quercie imponenti, illuminate

dai fulgidi raggi, tremolanti al soffio mite di una tramontana

purificatrice, avevano riflessi d’oro nel fondo azzurro, intraducibili

dal pennello del pittore, indescrivibili dalla penna del romanziere...

Da lungi, soffuse nei vapori, sollevantisi dalla terra feconda,

riscaldata ai raggi tepenti, le colline dell’Oltre Po, inghirlandate

di pampini rosseggianti nella loro periodica agonia, dominate dai

turriti castelli appollajati sulle vette. Alla pianura lo spesseggiare

di ville e villaggi dagli snelli campanili, che salutavano lietamente

cogli squilli bronzei il meriggio festante; i lontani confusi rumori

delle opere degli agricoltori affaccendati sulle glebe per preparare il

letto invernale alle feconde sementi; i muggiti lamentosi delle mandrie

pascolanti, lo squillante nitrito de’ puledri; ed i cigolìi dei pesanti

carri, procedenti al lento passo de’ buoi rassegnati, infaticabili

cirenei.

Al raffronto colle nebbie dei giorni precedenti, ancor più ridente

era quel risveglio della natura; la gioja d’una realtà felice dopo

l’oppressione affannosa di un lungo incubo.

Le due donne, Adele e Stella, i gomiti appoggiati al parapetto del

giardino, nell’atteggiamento gentile dei putti della raffaellesca

madonna di Dresda, in silenzio, appena interrotto da qualche

osservazione mormorata a bassa voce, contemplavano quel giulivo

spettacolo. Esse pure, nella loro bellezza, sì differente, ma

egualmente sublime, degne del pennello del divino urbinate. Stella,

nell’aspettazione febbrile, abilmente simulata; Adele ripensando al suo

caro lontano, lo sguardo perduto nel lontano orizzonte.

— Roma deve essere là, susurrò Adele, additando a mezzogiorno....

Dopo breve silenzio:

— Tu verrai, non è vero? Tu verrai a trovarci?

— Come! Lasciar qui la mamma sola!

— Verrete insieme. Essa non visitò mai Roma.

— Progetti fantastici! Come deciderla a lasciare le sue abitudini, ad

affrontare i disagi del viaggio?

— Qual viaggio! Poche ore di ferrovia.

— Che farò di me, quando sarai partita? Qui, sola in questa triste

città, sarà la desolazione. Oh! i partenti non conoscono lo schianto di

coloro che restano!

— Lo dici a me, Stella?

— È vero. Nel mio egoismo sono ingiusta. La tua lontananza sarà lo

squallore. Senza di te e del tuo Gustavino, il mio figlioccio, mi parrà

di essere nuovamente in una tomba.

— Nuovamente? chiese Adele sorridendo.

— Sono ubbie! Qualche volta mi pare di aver già vissuto. Mi ritornano

vaghe ricordanze di un’altra esistenza. Ora, mentre contemplavamo il

paesaggio, osservandolo attentamente, mi pareva di averlo già veduto in

tempi lontani, lontani... Prima assai che nascessi.

— Stella, impazzisci!

— Forse...

La voce della governante del piccolo Gustavo interruppe il dialogo

delle due amiche, richiamando la loro attenzione.

— Signora contessa! Signora contessa, è arrivato il signor Ruggeri; è

là nel salone che attende.

— Il signor Ettore! Ci recherà notizie di Giuliano.

Stella, apparentemente impassibile, balbettò:

— Il signor Ruggeri?

Non si mosse. Tentò, invece, reprimere colla mano i violenti battiti

del cuore, che la soffocavano... La contessa, preceduta dalla

governante, corse incontro al benvenuto.

— Oh, signor Ettore! qual buon vento? chiese Adele accogliendo l’amico

col suo più bel sorriso biondo ed offrendogli entrambe le mani. È una

visita tanto più cara, quanto meno aspettata... E Giuliano?

— Sta bene. Saluta, sperando ritornar presto, per rifare il viaggio di

Roma con lei.

— Quando è giunto a Miralto?

— Stanotte.

— Ed ha tardato tanto a venire da noi? E non è sceso a casa nostra?

— Se ci fosse stato Giuliano, certamente. Ma ella è vedova, contessa.

— È vero! Ma vi sono sì poco abituata!

— Per altro, la mia prima, la mia sola visita a Miralto fu per lei.

— Venga! Venga in giardino. C’è Stella, che la saluterà con piacere

eguale al mio. E Gustavino, che sarà contento di rivedere il suo

padrino... La bella matrina lo vede ogni giorno, anzi tutto il giorno,

perchè Stella è una vera stella, è la mia suora, la mia sola compagnia.

Adele ed Ettore mossero al giardino; Stella li attendeva ai piedi della

gradinata.

Lì, in quel punto, Stella ed Ettore si erano incontrati la prima

volta; ad entrambi balenò il medesimo pensiero, lo stesso ricordo, e

vicendevolmente se lo comunicarono collo sguardo.

La mano che Ettore porgeva era tremante; a stento egli conteneva

l’emozione. Stella aveva riacquistata la calma, e, marmorea, con un

sorriso indefinibile, pieno d’amore, lo sguardo fiammeggiante:

— Ben arrivato, signor Ruggeri!... Parlavamo di Roma quando ella è

stata annunziata. Giunge in buon punto! Ci darà notizie dell’assente.

Ettore stesso, se la eloquente fisionomia non avesse parlato un

linguaggio di indefinito amore per lui solo comprensibile, sarebbe

stato ingannato dall’apparente freddezza.

Gli stranieri, per vecchio vezzo, per tradizione antica, per un

pregiudizio secolare che ormai i fiaschi della nostra diplomazia

avrebbero dovuto sfatare, ci chiamano figli di Machiavelli, e la

_finesse italienne_ è sempre di moda, come i briganti irreperibili

del bel paese... Machiavelli lasciò forse continuatori in Vaticano;

fuori di lì, la donna; ma non la donna italiana soltanto: la prima

diplomatica fu Eva.

Una fanciulla innamorata è più forte del cardinal Rampolla e di

tutto il Sacro Collegio. Se la contessa Adele, che, per contro e per

eccezione, era di una ingenuità sublime nella sua bontà infinita,

avesse nutrito sospetti sulla passione di Stella, l’accoglienza fatta a

Ruggeri l’avrebbe completamente disingannata.

— Vede, signor Ettore, soggiunse Adele, il bel cielo d’Italia l’abbiamo

anche noi a Miralto.

— Lo vedo, ed il giardino è un incanto. La stessa cosa non avrei potuto

dire stanotte. La nebbia era talmente fitta, che mi sarei perduto

nel piazzale della stazione se il sottoprefetto non avesse avuto la

cortesia di mandarmi ad incontrare.

— Il sottoprefetto? Ella dunque sa tutte le nostre tribolazioni. È

forse venuto per ciò?

— Appunto. Giuliano non poteva assentarsi da Roma. Venni in sua vece.

Si tranquillizzi, contessa; tutto è finito, ed anche questo uggioso

episodio avrà giovato, anticipando la sua partenza per Roma.

— Fosse vero!

— E il piccolo Gustavo? Il mio... il nostro figlioccio, disse Ettore,

rivolgendosi sorridente a Stella.

— Più capriccioso che mai.... Ora dorme; fra un quarto d’ora andrò

a prenderlo, e vedrà, vedrà che amore. Tutto Giuliano; ma assai più

bello, disse con orgoglio, la giovine mamma.

Passeggiando lentamente, eran giunti all’albero d’alloro.

Stella, rivolgendosi ad Ettore:.

— Anche noi abbiamo gli alberi sempre verdi, come loro nei dolci climi.

Vede? Il lauro s’è fatto rigoglioso quanto una quercia. Coi crisantemi

è il solo a protestare contro il triste inverno.

— Non per nulla l’alloro fu scelto per emblema della gloria, della

immortalità.

— Strano! soggiunse Stella, come parlando a sè stessa. I crisantemi,

invece, sono i fiori delle tombe!

Il sole, senza essere cocente, diveniva molesto. Si assisero su d’un

banco all’ombra del lauro.

La contessa Adele, rallegrata dalla visita gradita, divenne espansiva,

ridisse i suoi presentimenti infausti, maledicendo alla politica, narrò

la sequela de’ suoi dispiaceri, tempestò l’ospite di mille questioni

sul marito, sulla di lui condizione parlamentare, sciorinò i rimpianti

per la elezione malaugurata, confidò i suoi terrori che la politica, le

seduzioni della capitale gli potessero rapire l’affetto di Giuliano.

— Ne morrei! No! di morire non avrei il diritto, dovendomi dedicare a

mio figlio; ma sarei la più infelice delle donne....

Ad un tratto, sovvenendosi:

— Corro a prendere Gustavo; vedrà quant’è carino, il cattivo. Stella,

rimani col signor Ettore: sarò da voi fra pochi istanti.

*

* *

Soli, stettero a guardarsi senza pronunziare parola. La piena

dell’emozione li aveva ammutoliti.

— Stella, disse finalmente Ettore prendendo la mano profilata, gelida,

della fanciulla, e portandola alle labbra. Stella, ho forse fatto male

a venir meno ai miei propositi, ritornando a Miralto. Fu più forte di

me, e la fatalità mi ha assecondato; non seppi, non so più lottare.

Se il conte Giuliano non mi avesse pregato di precederlo, avrei forse

inventato un pretesto.

«Lontano da te non è vivere, è soffrire, e l’insistenza del dolore ci

rende fiacchi.

Stella si rizzò offesa.

— Ed è così che tu mi parli? Lottare per abbandonarmi, per dimenticarmi!

«Se non mi ami, dillo francamente; subirò la mia sorte senza un

lamento, senza una recriminazione. Ma se un raggio d’amore per me

riscalda ancora il tuo cuore, non hai diritto di essere eroico col mio

sacrificio.

«Tu mi riparlerai delle convenzioni, delle convenienze sociali,

degli ostacoli insormontabili, della differenza d’età, del tuo

patrimonio rovinato, del ridicolo che colpirebbe un’unione tanto

disparata... Le conosco, le so tutte a memoria le objezioni della tua

coscienza impaurita, della tua delicatezza allarmata... No! non il

mio sagrifizio, io voglio, bensì quello della tua coscienza, de’ tuoi

pregiudizî... Io ti amo!

«Mille volte ho rinnovato sotto questo albero il voto a san Giovanni,

il nostro santo protettore, il santo dell’amore: di esser tua o di

nessuno. Non mi appartengo più!

Ettore, commosso, stringeva tuttavia la mano della fanciulla nelle sue.

— Stella, ti amo sempre più! Le tuo parole mi fanno felice; ma in

questa società che tu non curi, noi viviamo e tu non vorresti esser mia

a patto del mio disonore, di una slealtà.

«Tu sei sublime nella tua innocenza della vita; sublime nella virtù del

sagrificio, nell’abbandono che fai di te stessa, della tua giovinezza,

del tuo avvenire. Ma posso, devo io accettarlo questo sagrificio?

«Tu sei la primavera, io l’autunno... Presto verranno per me i giorni

tristi dell’inverno; quelli del pentimento e del disinganno per te; nel

tuo cuore germoglierà il rimpianto... e forse mi rimprovererai di aver

abusato della tua inesperienza entusiasta ed imprevidente.

«Vi sono ostacoli insuperabili: tua madre, i tuoi parenti. Perciò

invocavo da te il coraggio, l’energia di lottare, per vincere la mia

passione.

Stella era sublime davvero nella sua pallida bellezza... Alle parole di

Ettore, con un sorriso etereo sulle labbra, andava scotendo la testina

gentile in atto di diniego...

Quando Ettore tacque, essa, avvicinandoglisi, lo allacciò febbrilmente

al collo colle braccia, ed ergendosi sulla punta dei piedi per giungere

colla bocca a quella di Ettore, mormorò più che non dicesse:

— Di tutto ciò, Ettore, che tu mi hai detto, voglio ricordare soltanto

che tu mi ami, mi ami sempre più. L’hai detto, sono tua, fa di me ciò

che vorrai. Io non conosco le leggi del vostro onore, della vostra

lealtà. Son tua, ti amo e voglio essere riamata!

Le loro labbra si confusero in un bacio, il loro alito in un sospiro.

Alla voluttà infinita di quella sensazione deliziosa fino allo spasimo,

Stella si ripiegò come fiore mietuto; sarebbe caduta, se Ettore non

l’avesse sorretta.

Allarmato, la depose sul sedile di ferro... Avrebbe voluto chiamare; ma

Stella, gli occhi socchiusi in un sorriso beato, mormorava:

— No, no, amico mio! Non è nulla. L’eccesso della felicità, l’emozione.

Il cuore ha palpitato troppo violentemente, e mi sentivo morire. Lo

sai, sono una povera inferma. Un bacio, ancora un bacio, prima che

giunga Adele... Poi chissà, i lunghi mesi di separazione... Un bacio,

ch’io faccia provvista di felicità per l’avvenire.

Ettore, inginocchiato ai piedi di Stella, teneva fra le mani la testina

bruna, suggendo baci dalle labbra impallidite della fanciulla, di baci

assetata.

Uno strillo argentino, giulivo, li avvertì dell’approssimarsi del

piccolo Gustavo...

— Padrino! padrino! La mamma dice che oggi è festa, e mi ha messa la

vesticciuola nuova.

E il piccino, provvidenziale araldo, corse incontro ad Ettore, le

braccia aperte.

Ettore lo sollevò da terra stringendolo fra le sue.

L’intervento del bimbo lasciò modo ad entrambi di riaversi, e Adele non

potè notare il loro turbamento. Soltanto il pallore di Stella avrebbe

potuto tradirne l’emozione... Ma era sempre tanto pallida, Stella.

— Che hai? Sei indisposta?

— No, forse un po’ di freddo. Il sole è caldo; ma il vento è frizzante.

Rientriamo.

E porgendo il braccio ad Ettore:

— Mi sorregga lei, signor Ruggeri.

Sottovoce, in modo che Adele non potesse udire, intenta com’era a

rassettare gli abitini del bimbo, scomposti dal ruvido abbraccio di

Ettore:

— Il patto è conchiuso. Mai più minaccie di abbandono... Non più

scrupoli. Sono tua... Avrò il coraggio di attendere. Tua nella vita e

nella morte.

Ettore non rispose; assentì del capo, stringendo forte forte l’esile

braccio di Stella avvinghiato al suo. Stella, riavutasi dal passeggiero

malessere, era raggiante, sembrava ritornata ai giorni gaî della

fanciullezza, allorchè vispa, chiassosa, birichina, era tutta gioja e

sorriso.

Perfino nell’ora dolorosa degli addìi si mostrò lieta e ridente.

Ormai la promessa era formale, suggellata dal delizioso bacio sotto il

lauro di San Giovanni, un tempio! L’unione per essa era indissolubile,

come se benedetta dal sacerdote e legalizzata dal sindaco.

L’amore di Stella, sopratutto mistico, non era per anco turbato dalle

febbri del desiderio. La certezza d’essere riamata le bastava. Il tempo

e la distanza non esistevano più.

Dopo cinque anni di dubbî tormentosi, quello il primo giorno di

felicità.

Gli addìi erano «un arrivederci a ben presto, per non separarci mai!»

Come? Non lo sapeva, non curava saperlo; ne aveva la fede e le bastava.

L'onorevole · 第 20 / 39 题