Eros.
Ettore, appena congedato il sottoprefetto, salì frettoloso alla sua
camera.
Ormai era deciso. Partire senza rivedere Stella, impossibile.
Rivederla, parlarle, stringerle ancora una volta la mano; nel
linguaggio muto dello sguardo, ripeterle tutta l’odissea de’ suoi
dolori, durante le eterne separazioni, le sue lotte, le speranze
rinascenti dopo gli sconforti inenarrabili, dirle l’immenso amore,
avesse anche dovuto affrontare le accoglienze gelide della madre di
lei, recandosi a farle una visita ufficiale, che pure avrebbe voluto
evitare.
Conoscendo l’intimità della giovinetta colla moglie di Giuliano,
sperava incontrarla dalla contessa.
La madre di Stella non avrebbe avuto ragione di allarmarsi di
quell’incontro casuale e la contessa l’avrebbe trovato naturalissimo.
La gentile Adele, anche dopo il matrimonio, era rimasta la migliore
amica di Stella; ma da molto tempo non ne era più la confidente. Il
segreto del suo amore, Stella, custodiva gelosamente in cuore, pentita
delle prime espansioni di bimba, sulla simpatia inspiratale da Ettore,
fin dalla sera del loro primo incontro.
Erano confidenze lontane, e la contessa Adele, nella innocente
ingenuità, si era convinta che il capriccetto da fanciulla era sfumato
come tante altre ubbie infantili. Stella, la gaja giovinetta, era
divenuta seria, s’era fatta triste, malinconica, taciturna, mentre la
salute deperiva. Fenomeni isterici, dicevano i medici, ed alla madre,
all’amica Adele, consigliavano di darle marito.
Ciò che la contessa Sicuri non aveva indovinato, nè tampoco sospettato,
non era un mistero per la madre, al cui occhio sagace, al cui affetto
infinito non era sfuggita la causa della mestizia, dei turbamenti, del
malessere fisico di Stella.
Non un fatto, non una prova materiale avvalorava la sua certezza; ma
mille indizî, che alla seconda vista dell’affetto materno avevano il
valore di prove irrefragabili.
Stella pure aveva letto nel cuore materno e per tentare di dissiparne
i sospetti simulava qualche volta allegrezze non sentite; ma se la
fanciulla sapeva tacere, non sapeva fingere. Se il nome di Ruggeri
veniva pronunziato davanti a lei, le vampe del rossore le salivano al
volto; guai se qualcuno si attentava di dirne meno che bene... La madre
le parlava spesso di matrimonio come di un’assoluta necessità.
— Sono avanti negli anni; s’io venissi a mancare, rimarresti sola...
Tale pensiero mi turba l’esistenza, mi rende infelice, è la spina della
mia vecchiaja...
Stella tentava deludere le insistenze materne, mutando indirizzo
al discorso, colmando di carezze la buona mamma, o simulando una
giocondità infantile; ma spesso le lacrime appannavano lo splendore
bruno della pupilla di Stella, ed allora erano scene di tenerezza
strazianti; madre e figlia confondevano in un abbraccio le loro
lacrime.
— Perchè piangi, Stella?
— Tu mi parli di morire, e non vuoi ch’io pianga!
— Tutti, o mia cara, dobbiamo morire, ed ogni cristiano, alla mia età,
deve essere preparato.
— Oh, no, mamma! Sono io che devo precederti.
— Non bestemmiare, Stella!
Lunghi silenzî seguivano tali scene, che lasciavano sempre uno
strascico di tristezza e come una specie di imbarazzo fra madre e
figlia.
La madre si sentiva meno amata; Stella si indispettiva, indovinando di
essere sospettosamente sorvegliata.
Un giorno, qualche mese prima dell’andata di Ruggeri a Miralto, la
signora Gabelli fu esplicita con sua figlia. Chiamatala nella propria
camera, con solennità insolita, dopo lungo preambolo, che Stella aveva
subito compreso ove sarebbe andato a parare, le disse che l’avvocato
Benuti di Milano, una celebrità, lontano parente loro, aveva chiesta la
mano di lei per suo figlio.
— Stella, tu lo conosci, perchè ogni anno viene con suo padre a
villeggiare a Miralto... Vennero qualche volta da noi. Un bel giovane,
ricco, colle promesse di una magnifica carriera, preparatagli dal
padre. Lo ricordi?
— Se lo ricordo! Quella caricatura di figurino di mode. Azzimato,
impomatato, profumato; fatuo, pretensioso, che sembra dire a tutti:
Guardate, ammirate, come sono bello e ben vestito, neppure una grinza
che non sia di moda! Guardatemi, ammiratemi!
E Stella scoppiò in una risata, un accesso convulso di ilarità, che da
prima irritò la madre, poi la spaventò. Stella si era lasciata cadere
su d’una poltrona, e gli scatti di riso parevan colpi di tosse.
La povera donna a scotere la figlia:
— Stella, non ridere così, mi fai paura. Sei impazzita? Per carità,
Stella... basta.
E tirò con furore il cordone nel campanello. Accorsero i domestici:
— Presto, presto, dell’aceto, dell’etere, dell’acqua di colonia...
Gli scrosci di riso erano cessati e s’eran mutati in pianto dirotto.
Stella ne fu malata per parecchî giorni, amorosamente vegliata dalla
madre alla disperazione.
Il primo giorno che sedette a pranzo colla mamma, Stella con gravità
affettuosa la prevenne per l’avvenire.
— Mamma, tu sai se io ti adoro. Ma non parlarmi mai più di matrimonio,
di pretendenti, di fidanzati... Mi obbligheresti a lasciarti ed a
ritirarmi in un convento; i miei ventun anni li ho compiuti ed ho
diritto di disporre di me.
«Non ho nessuna idea di maritarmi; qualora ne avessi l’intenzione, il
marito vorrei scegliermelo io.
La parola convento terrorizzò la madre.
— In un convento, tu, Stella! Sarebbe delitto. Non dir più simili
cose. Farai ciò che vorrai. Di matrimonio non te ne parlerò. Ma non
minacciare di abbandonarmi, per seppellirti viva... Tu, tu, il più bel
fiore di Miralto.
Stella scattò dalla sedia e corse ad abbracciare la buona vecchia.
Quanta tristezza da quel giorno in quella casa!
Per contro, Stella aveva conquistata la piena libertà di azione.
La parola convento, il terrore delle madri affettuose, era stata
magica. Ma la freddezza istintiva che la signora Gabelli nutriva per
Ruggeri, causa sospettata della follìa di sua figlia, si era mutata in
odio... Odio mal represso dalla carità cristiana della santa donna, mal
simulato le rare circostanze nelle quali con Ruggeri si era incontrata.
Qualche volta rinveniva, e più indulgente pensava:
— Poveretti! Entrambi sono infelici!
Poi la gelosia materna, il dispetto riprendevano il loro dominio, ed
al pallore delle guancie della figlia pensosa, malediceva, se non a
Ruggeri, alle combinazioni fatali che avevano fatto nascere quella
passione insensata.
Maledire è privilegio speciale, intangibile, della chiesa; maledire non
è ribellarsi alla provvidenza?
Se ne confessava al reverendo padre Abbiati, e questi, pur deplorando,
assolveva.
È vero che il padre Abbiati, miraltese di nascita, ritornato semplice
sacerdote in patria dopo la soppressione del suo convento, aveva un
debole speciale per Ettore, figlio di un amico d’infanzia... Quasi
ottantenne, considerava Ruggeri come un giovinotto, e la differenza
di età fra i due innamorati, che impauriva la signora Gabelli, non gli
sembrava ostacolo insuperabile alla loro unione.
È ben vero ch’egli non sospettava la causa prima di quell’amore:
l’identità di Stella colla morta, e la convinzione della fanciulla di
essere stata fidanzata ad Ettore in un’altra esistenza.
L’eccellente padre avrebbe gridato all’eresia, al sacrilegio, e
certo, non avrebbe accordato l’assoluzione a Stella se fosse stata
sua penitente e se Stella avesse confessato il proprio amore, i vaghi
ricordi d’oltre tomba, che ogni giorno le sembravano più chiari, più
precisi, certi.
*
* *
Quando Ettore risalì, le imposte della cameretta di Stella erano
spalancate. Stella, nell’interno, per non essere scorta dalla strada,
stava appoggiata ad un mobile, lo sguardo intento al balcone di Ettore,
in atteggiamento di attesa.
Appena Ettore apparve, la fanciulla, raggiante, lo salutò, inviandogli
un bacio colla candida mano e un sorriso divino.
Tutta una mimica giuliva di «ben venuto!» di «t’amo!» di «oh quanto
sono felice!»
Alla vista di quella creatura divinamente bella, fatalmente adorata,
Ettore fu colto come da vertigine. Ancor più divina gli apparve
nel pallore, del quale egli si accusava, punto dal rimorso di aver
suscitato una passione senza speranza, che convertivasi in tormento. La
contemplava ammaliato, mentre in cuor suo si accusava di aver turbata
la pace della povera fanciulla...
Ad un tratto, Stella, come sorpresa da qualcuno che fosse entrato
nella sua camera, fece segno ad Ettore di ritirarsi e di attendere.
Egli si mise in vedetta dietro una cortina; dopo pochi minuti, Stella
riapparve, alzò le manine aperte segnando il numero dieci, poi due
coll’indice ed il medio della destra, poi un gesto che pareva volesse
indicare una località lontana.