I due interlocutori si distinguevano appena ai bagliori della lanterna.

— Avviamoci!

La guardia di pubblica sicurezza, perchè tale era la guida dell’ex

onorevole, impossessatasi del leggiero sacco da viaggio di Ettore, gli

consegnò la lanterna, che, pur non servendo a indicare la direzione da

tenere, gettava luce sufficiente a rischiarare il terreno sul quale i

due viandanti posavano il piede.

Ettore che approssimandosi a Miralto, col treno funereamente procedente

fra l’oscurità e la nebbia trovata a Piacenza, era stato invaso dalle

idee tristi, opprimenti, accolse con animo lieto la distrazione di

quella notturna esplorazione.

Una scena da cospiratori, colla complicità della questura, pensava

Ettore al luccichìo de’ bottoni di metallo del suo compagno, che tratto

tratto emetteva un fischio acuto, cui rispondeva il fischio lontano del

questurino posto di piantone sulla strada.

— Siamo nella buona direzione, disse la guardia. Eccoci agli alberi

che fiancheggiano il piazzale. Ormai non abbiamo che da seguire

l’indicazione di queste robinie, e fra due minuti saremo sulla strada

provinciale. Gli alberi ci accompagnano fino al ponte della porta San

Valerio. Di là altri cinque minuti e saremo all’albergo della _Croce di

Malta_.

— All’albergo della _Croce di Malta_? riprese Ruggeri, meravigliato.

— Il signor sottoprefetto ha fatto prevenire l’albergatore del di lei

arrivo.

— Sta bene! disse Ettore un po’ contrariato, chè in cuor suo avrebbe

preferito l’altro albergo.

— Siete poi sicuro che l’albergatore sia stato avvertito?

— Sicurissimo! Ne fui incaricato io. Con una notte simile sarebbe stata

imprudenza grave mandare l’omnibus od una carrozza qualunque. Chissà

quante disgrazie stanotte ai poveri carrettieri.

Giunti sulla strada, il piantone si unì a loro senza scambio di parole,

e tacitamente continuarono con circospezione il loro cammino.

*

* *

La _Croce di Malta_, il grande albergo miraltese, instituzione

secolare, celebre stazione delle diligenze defunte e delle sedie di

posta leggendarie de’ leggendari inglesi, aveva la virtù su Ruggeri di

suscitare tutto un mondo di ricordi giovanili, cari e dolorosi.

Era là, nel 1860, ad un ballo patriottico di beneficenza, ch’egli aveva

conosciuto la morta, la sua povera morta, ritrovata vent’anni dopo

in tutto lo splendore della inalterata giovinezza, la notte di San

Giovanni.

Ma Ettore avrebbe voluto evitare quella locanda per altra più grave

ragione. Le finestre dell’albergo della _Croce di Malta_ prospettavano

l’appartamento abitato da Stella e dalla madre di lei, ed Ettore si era

proposto di non rivederla nel breve soggiorno a Miralto. Egli tentava

strapparsi dal cuore la fatale, insensata passione, da insuperabili

ostacoli inceppata. Egli invocava eroicamente l’oblio della giovinetta,

pur provando le più feroci torture della gelosia nella volontaria

lontananza da Miralto. In lui due esseri, due volontà, due desiderî

ardenti ed opposti. La ragione e la passione; ma, troppo spesso questa

aveva il sopravvento sull’altra; l’innamorato cedeva, si arrendeva.

Ritornato a Miralto per poche ore, nell’intenzione di lasciare ignorare

a Stella la propria venuta, ora, al pensiero di dover abitare ad essa

tanto vicino, era combattuto da mille opposti pensieri...

— Decisamente, ebbi torto di partire... Avrei fatto meglio a lasciare

che Giuliano si sbrogliasse come avrebbe potuto.

Ipocritamente, Ruggeri tentava mentire a sè stesso, alla propria

coscienza. Si sarebbe tanto facilmente arreso al desiderio dell’amico,

se Stella non fosse stata a Miralto? Non voleva incontrarla; ma,

rivederla sperava... Fosse solo per un istante, da lontano... senza

essere avvertito.

— Potrò forse scorgerla, non visto, dietro le cortine delle finestre

dell’albergo... Avrò poi la forza di non rivelarmi?

Frattanto, colle sue guide, Ettore era giunto alla locanda ove, atteso,

trovò meglio di una buona camera, un’eccellente cena, servita da un

cameriere assonnato, ma premuroso per l’ospite illustre.

A Miralto Ruggeri era una illustrazione davvero. Le campagne, i viaggi,

le sue idee democratiche, la deputazione, sì nobilmente abbandonata a

protesta della politica austro-germanica dei governi di Sinistra, le

lunghe assenze dal paese nativo, avevano pure contribuito a fare di

lui, nell’imaginazione de’ popolani suoi concittadini, una specie di

mito eroico, a rovescio delle leggi d’ottica, ingrandito a distanza.

Il commendatore Cerasi gli aveva scritto un bigliettino onde prevenirlo

che sarebbe stato a sua disposizione, dal mattino alle sette in poi,

alla sottoprefettura. Era tardi, se il duello fosse già stato deciso.

Interrogò quindi il cameriere per conoscere le voci correnti in paese.

— Ah, onorevole, uno scandalo mai più veduto! Non si parla d’altro a

Miralto. L’autore dell’articolo, appena sconfessato dal signor Bertasi,

il nostro ex deputato, è scomparso, ed il signor Guglielmi, segretario

del sottoprefetto, ha presentato le dimissioni, perchè, dicono, avrebbe

saputo che l’avversario sparito è un agente della polizia, pagato

direttamente dallo stesso commendatore Cerasi. Non so quanto vi sia di

vero; ma lo dicono tutti.

— Sembra incredibile. Da chi l’avete voi saputo?

— Noi camerieri sappiamo molte cose che nessuno ci dice. A questa

stessa tavola pranzavano oggi diversi professori, col sindaco ed il

dottore Bartoldi. Non hanno discorso d’altro tutto il pranzo.

«Il sindaco era il più arrabbiato, perchè, continuamente attaccato dal

_Ventriloquo_, ha scoperto che l’autore degli articoli stampati contro

di lui era appunto quel galantuomo agli stipendî del sottoprefetto.

«Bene spesi i danari del Governo!

«Il _Ventriloquo_, uscito oggi per annunziare la sospensione delle

pubblicazioni, dice che la maggior parte dei sequestri toccati si

devono al traditore, ch’era il più arrabbiato dei redattori.

— In tal caso non vi sarà duello, osservò Ruggeri.

— Con chi? se l’avversario è partito. Si dice che il sottoprefetto sarà

obbligato di andarsene. L’indignazione contro di lui è universale.

— E come si chiamava la spia?

— Della Giovine; ma si suppone non sia il suo vero nome.

La lettera del commendatore a Giuliano, il consiglio di presentare

come documento alla giunta delle elezioni il giornale diffamatore,

erano spiegati. Il cameriere porse ad Ettore il _Ventriloquo_. L’ultimo

numero del valoroso giornaletto era tutto una protesta indignata della

redazione. Il miserabile che l’aveva tradita, minacciato, prima di

partire aveva commesso un nuovo tradimento, consegnando documenti

irrefragabili, provanti la complicità del commendatore.

— Miseri governi quelli che ricorrono ad arti sì infami, pensò Ettore.

Non io mi recherò domattina dal lungo Tartufo.

«E l’ingenuo Giuliano mischiato a tanto fango! Trista elezione!

Dopo poco, Ettore saliva alla camera assegnatagli. Appena solo, ad

onta del freddo intenso, aperse le imposte tentando fendere la nebbia

collo sguardo. Nulla potè discernere della casa di Stella; le ondate di

vapore acqueo entravano dalle finestre abbuiando la camera, intridendo

ogni cosa. Chiuse le imposte nell’attesa del mattino.

— La nebbia si diraderà, e forse mi sarà dato vederla... Poverina,

anch’essa insultata da quel furfante!

«Sono le cinque; fra due ore il giorno; chissà non ci si possa vedere

attraverso la nebbia maledetta!

«Bel clima! E viaggio allegro, il mio.

Si coricò senza speranza di dormire, ad onta della stanchezza.

Il pensiero della vicinanza della fanciulla adorata gli impediva

il sonno. Gli sembrava impossibile che una voce arcana non l’avesse

avvertita del suo arrivo...

— Il cuore deve averle detto ch’io son qui... a pochi passi da lei.

E tendeva ansioso l’orecchio nella illusione di una voce che lo

chiamasse.

Balzò ripetutamente onde affacciarsi. Il silenzio e l’oscurità erano

profondi.

La corda sensibile del cuore di Stella non aveva vibrato, i

presentimenti erano rimasti muti, la giovinetta dormiva inconsapevole

dell’arrivo dell’amico.

Forse la facoltà di sperare si era attutita nelle lunghe attese sempre

disingannate; le illusioni, farfalle dorate che allietano i sogni della

giovinezza, non svolazzavano più intorno all’origliere della fanciulla,

più spesso bagnato di lacrime, che confidente di ridenti speranze.

Ettore, febbricitante, a poco a poco cadde in preda a sopore

quasi simile al sonno. Sognava ad occhi aperti; gli oggetti che lo

circondavano, rischiarati dalla luce fioca della candela, sonnolenta

anch’essa, assumevano aspetto e forme di esseri fantastici. Le cortine,

le tende, i mobili gli sembrava si agitassero muti agli sprazzi

intermittenti di luce. Le ombre si allungavano e si ritraevano a

seconda delle agitazioni della fiamma rossiccia.

L’imaginazione di Ettore, non guidata dalla ragione, evocava bizzarra

società di personaggi, viventi e defunti, come gli abitatori delle

tombe, silenziosi.

Stella e la Morta, nella loro assoluta identità, stavano incurvate

sul suo capezzale simmetricamente atteggiate, pallide nei candidi

abbigliamenti, come due ombre raffigurate nel marmo bianco dallo

scalpello dello scultore, piangenti su di un sepolcro.

Egli sentiva il loro alito carezzargli il viso; gelido quello della

morta, caldi, voluttuosi i sospiri della rinata.

Tutto un mondo all’intorno di esseri umani, atteggiati e tratteggiati

come i dannati nelle tenebrose scene infernali di Gustavo Dorè.

Tutti gli episodî dell’avventurosa esistenza di Ettore eran ricordati

da quei fantasmi. Fantasmi di persone care o indifferenti, di

conoscenti e di ignoti, tutti, a guisa di automi, silenziosamente

gesticolanti.

Poi, come nei quadri dissolventi di una lanterna magica, confondentisi

insieme... poi un incendio... poi nulla. Passato l’accesso di febbre,

il sonno profondo senza sogni.

Al mattino, quando Ettore fu svegliato dell’insistente bussare di un

importuno all’uscio della sua camera, non sapeva rendersi conto della

realtà, che nella sua mente si confondeva alle visioni notturne; gli

parvero sogno la partenza da Roma, gli episodi del viaggio, la propria

presenza a Miralto, le rivelazioni del cameriere, come sogno erano

stati i fantasmi della febbre.

La camera d’albergo, vasta e nuda, era inondata di luce; i raggi di un

sole splendido vibravano giulivi tutto intorno, allietando ogni cosa.

Un soffio di tramontana aveva spazzata la nebbia.

San Martino aveva vinto la battaglia contro il precoce inverno

usurpatore, e l’estatella, sacra al santo guerriero, brillava di

splendori primaverili... ultimi bagliori dell’anno morente.

— Onorevole Ruggeri, gridava il cameriere dietro l’uscio socchiuso,

il commendatore Cerasi chiede di lei. Gli abbiamo risposto che ella

dormiva... Volle assolutamente ch’io venissi a svegliarla.

— Hai fatto bene! Di’ al commendatore che pazienti qualche minuto. Il

tempo di vestirmi.

Si allacciò al balcone; le imposte dell’appartamento di Stella erano

tuttavia ermeticamente chiuse.

— Si dorme ancora in quella casa, pensò con un sentimento di dispetto...

L’orologio segnava le otto. Ho dunque dormito appena tre ore! Avrei

creduto fosse mezzogiorno, tanto mi parve lunga la notte. Giornata

magnifica! E Stella che non è ancor risvegliata! Il commendatore ne

sentirà di belle da me!

Frattanto si affrettava ad abbigliarsi, spiando la casa vicina, nella

speranza sempre di veder apparire la cara visione; ma le finestre

rimanevano ostinatamente chiuse.

Ettore, deluso, scese alla così detta sala di lettura, senza libri

e senza giornali, ove l’attendeva il sottoprefetto; in tutta la sua

babelica altezza, stava appoggiato al caminetto, nel quale avvampava

un incendio, riguardo speciale del cameriere _frondeur_ per la prima

autorità governativa di Miralto, odiata sì, ma servita con speciali

riguardi.

Il commendatore fece un passo verso Ettore, stendendogli la mano.

Questi finse non avvedersene ed offrì cerimoniosamente una sedia al

funzionario, ed avvicinatosi egli pure al caminetto si pose a sedere.

Un istante di silenzio, finchè il commendatore, saltando i complimenti

d’uso, avvedendosi sarebbero stati male accetti, si decise a parlar

primo.

— Troverà un po’ troppo mattutina la mia visita; mi premeva informarla

al più presto de’ nuovi incidenti sopravvenuti nella deplorevole

vertenza che ha motivato il di lei viaggio. In paese le dicerie sono

molte; corrono esagerazioni d’ogni sorta, perfino calunnie. Ma ho

diritto e dovere di sbugiardarle, non solo a difesa mia; anche del

prestigio della carica ch’io onoratamente copro da tanti anni.

L’esordio troppo lungo prometteva una dissertazione proporzionata.

Ettore, che a stento conteneva l’impazienza, interruppe:

— Inutile, signor commendatore. Il mio viaggio non aveva altre ragioni

che il desiderio mio di impedire un duello. Ormai di duelli non è più

il caso, perchè mancano i duellanti. La missione è finita. Fra due ore

arriverà il conte Sicuri; a lui, più direttamente offeso dai libellisti

di polizia, ella potrà dure le spiegazioni che vorrà.

Il tono secco, reciso, sprezzante di quella replica turbò il fine

burocratico, che perdette per un minuto le staffe. Si riebbe subito, e

riprese:

— Si sbaglia, onorevole. Il conte Sicuri non è partito. Fui io

a telegrafargli che, ormai, la di lui presenza a Miralto era più

che inutile, perchè si sarebbe prestata a nuovi commenti, a nuovi

pettegolezzi.

«Sventato il duello, il di lui intervento avrebbe dato maggiore

attendibilità alle calunnie.

— Calunnie pagate coi fondi segreti di palazzo Braschi! replicò

interrompendo vivacemente Ettore, alzatosi in atto di congedarsi.

— Signor Ruggeri, sclamò grave l’imponente funzionario... Ella, male

informata, vien meno alla consueta cortesia. Non sono venuto per

confessarmi e neppure per giustificare la mia condotta, bensì per

informarla dell’accaduto, nell’interesse di un amico comune. Batta, ma

ascolti, riprese sorridendo, onde tentare di dar indirizzo più cordiale

alla conversazione.

Ettore si sentì vinto dalla calma del suo interlocutore. Sorrise a sua

volta, e rimettendosi a sedere, soggiunse:

— Parli! Ascolterò senza battere.

— Così mi piace. Entro quindi in argomento senza preamboli. Ella ha

letto l’ultimo numero del _Ventriloquo_: informato da una sola delle

parti, è male informato, quindi deve essere prevenuto contro l’altra,

che sono io. Ahimè! La guerra non si fa senza armi omicide; così la

politica non si può fare senza servirci di istrumenti dai quali i

gentiluomini rifuggono, senza ricorrere a mezzi poco confessabili.

«Gli avversarî non hanno nulla di sacro; come mai il Governo, a sua

volta, potrebbe opporre armi cortesi agli agguati di ogni sorta e di

ogni momento?

«Le spie, i confidenti, suprema necessità nella monarchia come nella

più liberale delle repubbliche, non abbiamo bisogno di cercarli. Si

propongono.

«Non io ho corrotto quel miserabile di Della Giovine; si offrì

spontaneamente nel caldo della lotta elettorale. Gli avversarî

corrompevano o convertivano gli impiegati nostri, i nostri agenti,

fra i quali hanno legioni di aderenti; il Governo non avrebbe dovuto

difendersi? Se l’eccesso di zelo di quel giornalista di ventura ha

nuociuto a qualcuno, fu a me, non ad altri. Perchè, mentre tutti sanno

che i governi stipendiano spie, mentre a tale uopo i Parlamenti votano

fondi segreti, che non sono un segreto per nessuno, quando se ne

scopre una tutti gridano al sacrilegio, alla immoralità. Come presso

gli Spartani, il furto non era vietato, ma punito il ladro colto in

flagranza.

«Le vittime siamo sempre noi funzionarî, capri espiatorî anche delle

colpe non nostre, ma del sistema. Havvi un solo governo che potrebbe

reggersi senza polizia segreta? senza agenti nei campi nemici?

Il sottoprefetto, compiaciuto della sua dimostrazione, allungò le gambe

che lo imbarazzavano, si lisciò la barba ed attese la risposta con aria

soddisfatta.

— Sarà come ella dice. Ma certo non è nè ammissibile, nè perdonabile

che i denari dei contribuenti siano spesi per calunniare i

galantuomini, per insultare donne, per vituperare le autorità.

— Spero non vorrà credere che io sia stato l’eccitatore della trista

polemica. Pur troppo gli arnesi dei quali qualche volta siamo costretti

a servirci, ci pigliano la mano. Ammonii spesso il Della Giovine

ad essere più misurato; egli si sentiva sospettato dai colleghi che

tradiva, e per dissipare i dubbî eccedeva in violenza. L’imbecille

attaccò anche il mio segretario, al quale, conosciuto l’autore

dell’articolo da noi deplorato, fu facile, negli uffici miei, per

le indiscrezioni di qualche altro impiegato, sapere ch’esso era

inscritto sul libro nero dei confidenti. Guglielmi, invece di chiedermi

consiglio, aggravò lo scandalo provocando la catastrofe. Fortunatamente

il male non viene tutto per nuocere. L’onorevole Sicuri può consolarsi,

pensando che il _Ventriloquo_, che gli diede tanto filo da torcere, ha

finalmente cessate le pubblicazioni.

Il sottoprefetto tacque, in attesa di una replica; ma Ruggeri, che si

era imposto di non trascendere, continuava a stuzzicare colle molle

il ceppo ardente nel caminetto... Il sottoprefetto fu costretto a

continuare nelle confidenze. Ormai, era davvero una confessione, colla

riserva però di dir solo ciò che gli sarebbe convenuto.

— A lei posso dirlo, a lei momentaneamente ritirato dalla politica

attiva. Crede che l’elezione del suo amico sia stata cosa facile?

Dovevo lottare contro tutti e tutto, specialmente contro il mio

candidato stesso; contro le titubanze, le incertezze, le timidità

sue, gli scoraggiamenti. Ad ogni attacco, ad ogni fischio, ad ogni

dimostrazione, ad ogni opposizione nelle assemblee elettorali, si

sentiva perduto e dichiarava di voler rinunziare alla lotta. Ed io

a sorreggerlo, a stimolarlo; ma la mia influenza era spesso, troppo

spesso, vinta da ben altra: da quella della contessa, che non voleva

saperne della deputazione di suo marito.

«Il conte Giuliano ha gli occhî azzurri, d’un azzurro speciale, ed

io su quegli occhî ridenti e piangenti insieme, dallo sguardo vago e

timido, ci ho la mia teoria. Una lunga esperienza degli uomini mi ha

edotto su quella qualità di occhî. Timidità, indolenza, incertezza. Tre

qualità negative, fatali!

«Ho avuto torto! Ma, d’altronde, continuò il commendatore, come se

parlasse a sè stesso, non avevo la scelta!

«Quante contrarietà in questa lotta elettorale! Per fortuna avevano

inventato i _legalitari_: presentai il mio candidato come radicale

ai repubblicani, come conservatore ai moderati, come ministeriale

ai ministeriali, come monarchico ai clericali, che non sono quelli

di Roma: i nostri sono moderati dinastici... Abbiamo vinto; ma non è

finita. Ora siamo davanti alla giunta delle elezioni; processo di esito

sempre incerto. Se sopravvenisse una crisi, che Dio noi voglia! tutto

il nostro lavoro andrebbe all’aria, come un castello di carte ad un

soffio di vento.

«Ed io? Io, allo sbaraglio in ogni modo, colla spada di Damocle

sospesa sul mio capo, di un decreto che mi mandi a casa del diavolo

o in pensione. Per questo ultimo scandalo ormai sono incompatibile a

Miralto. Dopo tutto, ella vede che non merito il biasimo ch’ella voleva

infliggermi.

L’abile diplomatico, vedendo rasserenarsi la fisionomia di Ruggeri,

sorridendo finamente, con una punta di sarcasmo e d’ironia, terminò

dicendo:

— Il curioso ed il deplorevole in tutto questo disgraziato pasticcio si

è che quel miserabile di Della Giovine era pagato coi denari del conte

Giuliano... Vede come siamo serviti dai nostri confidenti?

A tale considerazione, Ruggeri non potè trattenersi dal sorridere

anch’egli.

— Curioso infatti; ma doppiamente deplorevole... Ed ora che c’è da fare?

— Nulla, qui. Essendo cessate le pubblicazioni del _Ventriloquo_, fra

una settimana non si parlerà altro dell’accaduto... A lei, che ha tante

relazioni alla Camera, il fare in modo che questa ultima tegola non sia

micidiale per me.

— Tutti i salmi finiscono in gloria, pensò Ruggeri... Tacque, senza

aver l’aria di assentire o di negare.

Il commendatore si alzò, non senza difficoltà, per la sproporzione

del sedile troppo basso colla lunghezza delle gambe, e congedandosi se

n’andò, sempre più convinto di essere un grand’uomo.

— Ho fatto un vero miracolo, ho domato il leone!

Ruggeri, a sua volta impietosito, ma non convinto, pensava:

— È un furfante; ma un furfante simpatico. In parte ha ragione. Le

colpe sue sono colpe del sistema. E quel disgraziato di Giuliano,

pagava di tasca sua i libelli che gli scrivevano contro. Un colmo!

L'onorevole · 第 18 / 39 题