Roma!!
Lo sportello si spalancò e, prima ancora che Giuliano avesse raccolti
gli oggetti sparsi sui cuscini e nelle reti del compartimento, due
facchini l’avevano invaso, impossessandosi l’uno delle valigie,
ajutandolo l’altro a riporre nel portamantelli, alla rinfusa, ogni
cosa, a serrarne le cinghie.
Sceso, Giuliano, fece un gesto di sorpresa, di lieta sorpresa da prima,
turbata subito da una riflessione dispettosa. Fra gli scarsi aspettanti
l’arrivo del diretto, aveva distinto la figura aitante e marziale
dell’amico suo, Ettore Ruggeri. Appoggiato ad una vetrata delle
porte arcate di uscita, Ruggeri non era in atteggiamento di attesa;
piuttosto, all’aria distratta, uno sfaccendato entrato in stazione per
ammazzare il tempo. Sembrava non si fosse nemmeno accorto dell’arrivo
del diretto. Urtato dai viaggiatori che, carichi di valigie, seguiti
dai facchini curvi sotto i bagagli, si affrettavano, pigiandosi
all’uscita, Ruggeri, richiamato alla realtà, si trovò di fronte al
giovane amico, che abbracciò con effusione.
— Dunque deputato tu pure, mio povero Giuliano? _Toi aussi dans cette
galère!_ E la tua Adele, il tuo piccino... e... e...
Ruggeri avrebbe voluto pronunziare un nome, si arrestò titubante...
Giuliano, che, in cambio dell’affettuosa accoglienza, aspettavasi
una sfuriata di recriminazioni, si sentì sollevato da un gran peso e
riabbracciò l’amico con maggiore affetto, riconoscente d’essere stato
risparmiato.
— Tutti, tutti bene... Tutti! soggiunse accentuando con intenzione...
Anche la signorina Gabelli. E tutti ti salutano e ti vogliono a Miralto
con me, al mio prossimo ritorno.
— A Miralto!? ripetè Ettore, scotendo il capo, malinconicamente
diniegando...
S’avviarono alla ricerca dell’omnibus dell’albergo del Quirinale.
— Siamo a due passi; puoi lasciare le valigie e lo scontrino del baule
al conduttore; andremo a piedi se non sei troppo stanco.
— Non domando di meglio... La splendida mattinata! Un salto dalla
nebbia nell’azzurro...
Ed al conduttore, collo scontrino, porse un telegramma.
— Fate portare il bagaglio al numero 11, che, come vedete, è stato
destinato a me.
Passando il braccio sotto quello dell’amico, soggiunse:
— La mia Adele ha voluto che occupassi il numero 11, sai, il salottino
e la camera da letto, a pian terreno, il nostro nido di sposi novelli.
Dice che in quella cameretta la ricorderò più spesso. Capriccio gentile
che mi sono affrettato a soddisfare... A proposito, le ho promesso
di telegrafare subito. Le annunzierò, col mio arrivo felice, il tuo
incontro fortunato.
— C’è un ufficio telegrafico qui di faccia, sotto i portici; la
trasmissione sarà più rapida che dall’ufficio ferroviario; ti aspetterò
al vicino caffè... Non dimenticare i miei saluti.
— Per tutti?
Ruggeri non rispose, e Giuliano, temendo di aver indispettito l’amico
coll’insistenza importuna, tacque imbarazzato. Dopo una breve pausa:
— E tu, Ettore, hai voluto spingere la cortesia fino ad alzarti a
queste ore provinciali, per venire ad incontrarmi. Davvero sono dolente
di averti prevenuto del mio arrivo. Tu, tu, nottambulo, alla stazione a
quest’ora!
— Oh, non mi devi ringraziamenti. Soffro d’insonnia, abito qui, in via
Cavour, e il diretto di Milano mi sorprende spesso sotto la tettoja
della stazione, ove vado a bere il caffè mattutino. Venti centesimi
d’ingresso e posso illudermi di essere a mille miglia da Roma. Tutte
le stazioni di ferrovia si rassomigliano, e trovo modo, essendo a due
passi da casa mia, di convincermi di essere lontano da Roma, colla
scelta fra il Cairo e Pietroburgo, fra Parigi e Londra, fra Londra e
Calcutta.
«Più o meno grandiose, più o meno pulite (quella di Roma è certamente
la meno) più o meno animate, le stazioni si assomigliano tutte, come i
carabinieri, i negri, i preti ed i cani barboni.
«Viaggio senza muovermi, colla imaginazione riprendo le mie
peregrinazioni, nelle spire di fumo della sigaretta rivedo lontani
orizzonti, rievoco i ricordi de’ miei viaggi, fantastico di spedizioni
future... Quanti drammi, quanti idillî si rivelano all’osservatore
nel via vai dei viaggiatori di una grande stazione! Il bel romanzo che
potrei scrivere se scrivere sapessi!
Giuliano sorrise... Dopo breve pausa, fissando in volto il vecchio
amico, come per assicurarsi che parlava da senno, tanto gli pareva
mutato dall’antico gioviale tutore:
— Scrivere! Non sai scrivere tu, che conti volumi a diecine?
— Scrivere! E chi non sa scrivere? Altro è la prosa da me scodellata
alle società geografiche, narrazioni di viaggi, statistiche,
osservazioni geologiche, etnografiche, idrografiche... altro un lavoro
d’arte!
«Se sapessi esprimere ciò che fantastico, comporrei certamente un
capolavoro.
Ed arrestando l’amico sulla soglia dell’ufficio telegrafico, non
avvedendosi della di lui impazienza, desioso com’era d’inviare subito
il saluto alla sua Adele, Ruggeri, come se avesse continuato il
monologo interrotto dall’arrivo del treno, soggiunse:
— Tutta la vita sociale moderna mette capo alla stazione di ferrovia.
Veicoli i treni di idillî felici, di drammi strazianti, di romanzi
pazzi, di gioje, di speranze, di disinganni e dolori infiniti, a
tutta forza di vapore delle caldaje ad alta pressione, precipitanti
nell’ignoto. Se Lesage tornasse al mondo, non farebbe camminare più
come un gatto il suo Asmodeo, sui tetti scoperchiati; lo porterebbe là,
sotto la tettoja di cristallo.
Ed afferrando il braccio di Giuliano, quasi temendo gli sfuggisse:
— Non hai pensato, continuò coll’occhio smarrito, che fissava
senza discernere, non hai mai pensato, allorchè vedi sballottati
indifferentemente dai facchini inconscienti i sacchi delle
corrispondenze postali, a ciò che quei sacchi contengono?
«Le urla strazianti di tutto un manicomio in rivoluzione, disperazioni
forsennate, sospiri, lacrime, sangue. La cupidigia dell’avaro, le viltà
dell’ambizioso, le illusioni dell’adolescente innamorato, i sospiri
della fanciulla, baci di amanti, e adulterî, ed estremi addii di
suicidi e delitti e inganni d’ogni sorta; menzogne, fors’anco verità ed
espansioni felici. Ma, certamente, più sospiri e lacrime e sangue, di
sorrisi e canti d’allegrezza.
Ruggeri, rimessosi a braccio dell’amico, lo rimorchiava lontano
dall’ufficio telegrafico continuando:
— Milionari e miseri, tutti, come al cimitero più tardi, si danno
ritrovo alla stazione. Carovane di emigranti che per vivere vanno
a morire oltre all’Oceano,. esuli della fame; villaggi intieri di
deportati dalla spietata tirannia dell’esattore, dalla rapacità dei
ricchi. L’ignoto sorride loro e serenamente l’affrontano, incuranti dei
disagi e dei disinganni che li attendono, certi che non vi può essere
miseria di quella che fuggono maggiore. Vecchî, fanciulli, donne,
spesso col sacro peso fra le braccia di un lattante, scortati qualche
volta dal curato, pochi robusti lavoratori. Sui loro volti, corrugati
dalle fatiche, dalle privazioni, dalla febbre, la rassegnazione. Se
ne vanno lieti, senza un rimpianto per la patria matrigna. Se ne vanno
curvi sotto il peso delle poche masserizie e dei loro cenci, colle loro
superstizioni in cuore, dèi penati. Se ne vanno di treno in treno,
caricati e scaricati come bestie da macello, se ne vanno, anelanti
al mare, a Napoli, ove finalmente, se non furono traditi dall’agente,
potranno imbarcarsi per... per l’_autre rive!_ Ove sia e cosa sia non
sanno...
«Convogli di mietitori, mietuti alla loro volta dalla malaria delle
Maremme e della Campagna romana, ritornanti al loro natìo Appennino,
non meno miseri, non meno infelici di quelli che partono, per non
rivederli mai più, i sereni laghi lombardi, le alpi natali.
«Noi, credendo far opera civile, ci studiamo di togliere loro perfino
la speranza nei compensi di una vita avvenire, la fede nel loro dio...
Opera civile, ma crudele.
«Balzac redivivo completerebbe la sua _Commedia Umana_ alla stazione di
Roma, che ha il privilegio sulle altre d’essere visitata ogni anno da
duecentomila fra turisti e pellegrini. Visitatori delle rovine pagane
e della Mecca cattolica... Oh Balzac! Il grande libro che ti sarebbe
serbato, se tu ritornassi al mondo!
Un gesto d’impazienza dell’amico richiamò il sognatore alla realtà:
— Oh Giuliano! sciamò ravvedendosi, l’insonnia mi esalta come l’alcool,
ti trattengo e tu sei sulle spine per l’impazienza di telegrafare...
«Via, affrettati, guadagna il tempo che ti ho fatto perdere. Ti
aspetterò laggiù, ai tavolini del caffè, sotto i portici... Vedi?
Laggiù!
— Decisamente, Ettore non è piu riconoscibile, pensò Giuliano, mentre
scriveva l’affettuoso saluto alla sua Adele.
Dopo brevi istanti raggiungeva l’amico sorseggiante distratto un gran
bicchiere d’assenzio diluito nell’acqua.
— Come, ti sei dato a quel veleno? sclamò Giuliano scandalizzato.
— No, non allarmarti... Quando ho le idee tristi, l’assenzio le
rasserena, ma non ne abuso. Col lotto, l’assenzio sostituisce per noi
l’_hascis_ degli orientali. Il lotto ti apre la speranza alle vietate
ricchezze; nell’iridescenza opalina di un bicchiere d’assenzio, per
poca imaginazione che tu abbia, puoi intravedere qualche cosa di meglio
del paradiso di Maometto...
«Per altro, a te, felice, non consiglio tali rimedi eroici. Essi non
valgono che per noi, veterani di una generazione del sentimentalismo
morboso, figli di un secolo cominciato nel 1859, finito nel 1870.
I tuoi vent’anni in meno ti mettono a riparo dalle nostre peripezie
morali. Siete pratici voi; noi non siamo stati che dei sognatori.
«Colpa di Byron, di Musset, di Dumas e di cento altri sommi del secolo
d’oro della letteratura francese. Tutta roba che voi disdegnate.
Anticaglie! Per essere moderni bisogna parafrasare Orazio e Catullo.
«Eravamo de’ _bohèmes_ e la maggior parte di noi ebbe il torto di
rimanere tali. Voi siete nati nel secolo della ragione. Ci vogliamo
bene, non ci comprendiamo!
Sì dicendo, quasi pentito della nuova espansione, stese con affetto la
mano al giovane amico, che la strinse con effusione. Poi ravvedendosi:
— Tu non pigli nulla? Una tazza di caffè?
— Ora che non c’è pericolo di incubi, la prenderò volontieri,
rispose Giuliano, passando la destra sulla fronte, come per scacciare
l’importuno ricordo del sogno della notte... Ma, affrettiamoci, perchè,
comprenderai, ho mille cose da spicciare.
— È giusto, sei stanco del viaggio, e ti trattengo. Gli è che mi pareva
di avere tante cose da dirti... Ma, non ora... Tante domande da farti,
sulla tua elezione improvvisa, sui misteri che l’hanno originata....
sugli amici di Lombardia. Oh, Giuliano, io non ti voglio amareggiare
la vittoria... Ma, sai come ti qualificava jeri un giornale umoristico?
Giuliano l’Apostata!
«E sai quanto durerà questo ministero?
«Forse tre mesi...
«Mi dirai che i ministeri passano e i deputati restano... Il destino
ti salvi dalle viltà, dalle miserie di un deputato della maggioranza
_quand même_.
Giuliano bevette il caffè senza rispondere; ed avviatisi, i due amici
giunsero all’albergo del Quirinale, quasi senza avere interrotto
il silenzio... Appena qualche scambio di osservazioni sulle nuove
costruzioni della nuova Roma, sulle rovine nuove dell’Esedra,
incompiuta, contrapposta alle millenarie rovine delle terme di
Diocleziano.
— A mezzogiorno! disse Giuliano.
— Sì, ad un patto, che domani sarai tu il mio invitato. Ti condurrò
sulle alture.... Dall’alto considererai meglio gli splendori e le
miserie della città eterna.