CAPITOLO IV.

Roma!!

Lo sportello si spalancò e, prima ancora che Giuliano avesse raccolti

gli oggetti sparsi sui cuscini e nelle reti del compartimento, due

facchini l’avevano invaso, impossessandosi l’uno delle valigie,

ajutandolo l’altro a riporre nel portamantelli, alla rinfusa, ogni

cosa, a serrarne le cinghie.

Sceso, Giuliano, fece un gesto di sorpresa, di lieta sorpresa da prima,

turbata subito da una riflessione dispettosa. Fra gli scarsi aspettanti

l’arrivo del diretto, aveva distinto la figura aitante e marziale

dell’amico suo, Ettore Ruggeri. Appoggiato ad una vetrata delle

porte arcate di uscita, Ruggeri non era in atteggiamento di attesa;

piuttosto, all’aria distratta, uno sfaccendato entrato in stazione per

ammazzare il tempo. Sembrava non si fosse nemmeno accorto dell’arrivo

del diretto. Urtato dai viaggiatori che, carichi di valigie, seguiti

dai facchini curvi sotto i bagagli, si affrettavano, pigiandosi

all’uscita, Ruggeri, richiamato alla realtà, si trovò di fronte al

giovane amico, che abbracciò con effusione.

— Dunque deputato tu pure, mio povero Giuliano? _Toi aussi dans cette

galère!_ E la tua Adele, il tuo piccino... e... e...

Ruggeri avrebbe voluto pronunziare un nome, si arrestò titubante...

Giuliano, che, in cambio dell’affettuosa accoglienza, aspettavasi

una sfuriata di recriminazioni, si sentì sollevato da un gran peso e

riabbracciò l’amico con maggiore affetto, riconoscente d’essere stato

risparmiato.

— Tutti, tutti bene... Tutti! soggiunse accentuando con intenzione...

Anche la signorina Gabelli. E tutti ti salutano e ti vogliono a Miralto

con me, al mio prossimo ritorno.

— A Miralto!? ripetè Ettore, scotendo il capo, malinconicamente

diniegando...

S’avviarono alla ricerca dell’omnibus dell’albergo del Quirinale.

— Siamo a due passi; puoi lasciare le valigie e lo scontrino del baule

al conduttore; andremo a piedi se non sei troppo stanco.

— Non domando di meglio... La splendida mattinata! Un salto dalla

nebbia nell’azzurro...

Ed al conduttore, collo scontrino, porse un telegramma.

— Fate portare il bagaglio al numero 11, che, come vedete, è stato

destinato a me.

Passando il braccio sotto quello dell’amico, soggiunse:

— La mia Adele ha voluto che occupassi il numero 11, sai, il salottino

e la camera da letto, a pian terreno, il nostro nido di sposi novelli.

Dice che in quella cameretta la ricorderò più spesso. Capriccio gentile

che mi sono affrettato a soddisfare... A proposito, le ho promesso

di telegrafare subito. Le annunzierò, col mio arrivo felice, il tuo

incontro fortunato.

— C’è un ufficio telegrafico qui di faccia, sotto i portici; la

trasmissione sarà più rapida che dall’ufficio ferroviario; ti aspetterò

al vicino caffè... Non dimenticare i miei saluti.

— Per tutti?

Ruggeri non rispose, e Giuliano, temendo di aver indispettito l’amico

coll’insistenza importuna, tacque imbarazzato. Dopo una breve pausa:

— E tu, Ettore, hai voluto spingere la cortesia fino ad alzarti a

queste ore provinciali, per venire ad incontrarmi. Davvero sono dolente

di averti prevenuto del mio arrivo. Tu, tu, nottambulo, alla stazione a

quest’ora!

— Oh, non mi devi ringraziamenti. Soffro d’insonnia, abito qui, in via

Cavour, e il diretto di Milano mi sorprende spesso sotto la tettoja

della stazione, ove vado a bere il caffè mattutino. Venti centesimi

d’ingresso e posso illudermi di essere a mille miglia da Roma. Tutte

le stazioni di ferrovia si rassomigliano, e trovo modo, essendo a due

passi da casa mia, di convincermi di essere lontano da Roma, colla

scelta fra il Cairo e Pietroburgo, fra Parigi e Londra, fra Londra e

Calcutta.

«Più o meno grandiose, più o meno pulite (quella di Roma è certamente

la meno) più o meno animate, le stazioni si assomigliano tutte, come i

carabinieri, i negri, i preti ed i cani barboni.

«Viaggio senza muovermi, colla imaginazione riprendo le mie

peregrinazioni, nelle spire di fumo della sigaretta rivedo lontani

orizzonti, rievoco i ricordi de’ miei viaggi, fantastico di spedizioni

future... Quanti drammi, quanti idillî si rivelano all’osservatore

nel via vai dei viaggiatori di una grande stazione! Il bel romanzo che

potrei scrivere se scrivere sapessi!

Giuliano sorrise... Dopo breve pausa, fissando in volto il vecchio

amico, come per assicurarsi che parlava da senno, tanto gli pareva

mutato dall’antico gioviale tutore:

— Scrivere! Non sai scrivere tu, che conti volumi a diecine?

— Scrivere! E chi non sa scrivere? Altro è la prosa da me scodellata

alle società geografiche, narrazioni di viaggi, statistiche,

osservazioni geologiche, etnografiche, idrografiche... altro un lavoro

d’arte!

«Se sapessi esprimere ciò che fantastico, comporrei certamente un

capolavoro.

Ed arrestando l’amico sulla soglia dell’ufficio telegrafico, non

avvedendosi della di lui impazienza, desioso com’era d’inviare subito

il saluto alla sua Adele, Ruggeri, come se avesse continuato il

monologo interrotto dall’arrivo del treno, soggiunse:

— Tutta la vita sociale moderna mette capo alla stazione di ferrovia.

Veicoli i treni di idillî felici, di drammi strazianti, di romanzi

pazzi, di gioje, di speranze, di disinganni e dolori infiniti, a

tutta forza di vapore delle caldaje ad alta pressione, precipitanti

nell’ignoto. Se Lesage tornasse al mondo, non farebbe camminare più

come un gatto il suo Asmodeo, sui tetti scoperchiati; lo porterebbe là,

sotto la tettoja di cristallo.

Ed afferrando il braccio di Giuliano, quasi temendo gli sfuggisse:

— Non hai pensato, continuò coll’occhio smarrito, che fissava

senza discernere, non hai mai pensato, allorchè vedi sballottati

indifferentemente dai facchini inconscienti i sacchi delle

corrispondenze postali, a ciò che quei sacchi contengono?

«Le urla strazianti di tutto un manicomio in rivoluzione, disperazioni

forsennate, sospiri, lacrime, sangue. La cupidigia dell’avaro, le viltà

dell’ambizioso, le illusioni dell’adolescente innamorato, i sospiri

della fanciulla, baci di amanti, e adulterî, ed estremi addii di

suicidi e delitti e inganni d’ogni sorta; menzogne, fors’anco verità ed

espansioni felici. Ma, certamente, più sospiri e lacrime e sangue, di

sorrisi e canti d’allegrezza.

Ruggeri, rimessosi a braccio dell’amico, lo rimorchiava lontano

dall’ufficio telegrafico continuando:

— Milionari e miseri, tutti, come al cimitero più tardi, si danno

ritrovo alla stazione. Carovane di emigranti che per vivere vanno

a morire oltre all’Oceano,. esuli della fame; villaggi intieri di

deportati dalla spietata tirannia dell’esattore, dalla rapacità dei

ricchi. L’ignoto sorride loro e serenamente l’affrontano, incuranti dei

disagi e dei disinganni che li attendono, certi che non vi può essere

miseria di quella che fuggono maggiore. Vecchî, fanciulli, donne,

spesso col sacro peso fra le braccia di un lattante, scortati qualche

volta dal curato, pochi robusti lavoratori. Sui loro volti, corrugati

dalle fatiche, dalle privazioni, dalla febbre, la rassegnazione. Se

ne vanno lieti, senza un rimpianto per la patria matrigna. Se ne vanno

curvi sotto il peso delle poche masserizie e dei loro cenci, colle loro

superstizioni in cuore, dèi penati. Se ne vanno di treno in treno,

caricati e scaricati come bestie da macello, se ne vanno, anelanti

al mare, a Napoli, ove finalmente, se non furono traditi dall’agente,

potranno imbarcarsi per... per l’_autre rive!_ Ove sia e cosa sia non

sanno...

«Convogli di mietitori, mietuti alla loro volta dalla malaria delle

Maremme e della Campagna romana, ritornanti al loro natìo Appennino,

non meno miseri, non meno infelici di quelli che partono, per non

rivederli mai più, i sereni laghi lombardi, le alpi natali.

«Noi, credendo far opera civile, ci studiamo di togliere loro perfino

la speranza nei compensi di una vita avvenire, la fede nel loro dio...

Opera civile, ma crudele.

«Balzac redivivo completerebbe la sua _Commedia Umana_ alla stazione di

Roma, che ha il privilegio sulle altre d’essere visitata ogni anno da

duecentomila fra turisti e pellegrini. Visitatori delle rovine pagane

e della Mecca cattolica... Oh Balzac! Il grande libro che ti sarebbe

serbato, se tu ritornassi al mondo!

Un gesto d’impazienza dell’amico richiamò il sognatore alla realtà:

— Oh Giuliano! sciamò ravvedendosi, l’insonnia mi esalta come l’alcool,

ti trattengo e tu sei sulle spine per l’impazienza di telegrafare...

«Via, affrettati, guadagna il tempo che ti ho fatto perdere. Ti

aspetterò laggiù, ai tavolini del caffè, sotto i portici... Vedi?

Laggiù!

— Decisamente, Ettore non è piu riconoscibile, pensò Giuliano, mentre

scriveva l’affettuoso saluto alla sua Adele.

Dopo brevi istanti raggiungeva l’amico sorseggiante distratto un gran

bicchiere d’assenzio diluito nell’acqua.

— Come, ti sei dato a quel veleno? sclamò Giuliano scandalizzato.

— No, non allarmarti... Quando ho le idee tristi, l’assenzio le

rasserena, ma non ne abuso. Col lotto, l’assenzio sostituisce per noi

l’_hascis_ degli orientali. Il lotto ti apre la speranza alle vietate

ricchezze; nell’iridescenza opalina di un bicchiere d’assenzio, per

poca imaginazione che tu abbia, puoi intravedere qualche cosa di meglio

del paradiso di Maometto...

«Per altro, a te, felice, non consiglio tali rimedi eroici. Essi non

valgono che per noi, veterani di una generazione del sentimentalismo

morboso, figli di un secolo cominciato nel 1859, finito nel 1870.

I tuoi vent’anni in meno ti mettono a riparo dalle nostre peripezie

morali. Siete pratici voi; noi non siamo stati che dei sognatori.

«Colpa di Byron, di Musset, di Dumas e di cento altri sommi del secolo

d’oro della letteratura francese. Tutta roba che voi disdegnate.

Anticaglie! Per essere moderni bisogna parafrasare Orazio e Catullo.

«Eravamo de’ _bohèmes_ e la maggior parte di noi ebbe il torto di

rimanere tali. Voi siete nati nel secolo della ragione. Ci vogliamo

bene, non ci comprendiamo!

Sì dicendo, quasi pentito della nuova espansione, stese con affetto la

mano al giovane amico, che la strinse con effusione. Poi ravvedendosi:

— Tu non pigli nulla? Una tazza di caffè?

— Ora che non c’è pericolo di incubi, la prenderò volontieri,

rispose Giuliano, passando la destra sulla fronte, come per scacciare

l’importuno ricordo del sogno della notte... Ma, affrettiamoci, perchè,

comprenderai, ho mille cose da spicciare.

— È giusto, sei stanco del viaggio, e ti trattengo. Gli è che mi pareva

di avere tante cose da dirti... Ma, non ora... Tante domande da farti,

sulla tua elezione improvvisa, sui misteri che l’hanno originata....

sugli amici di Lombardia. Oh, Giuliano, io non ti voglio amareggiare

la vittoria... Ma, sai come ti qualificava jeri un giornale umoristico?

Giuliano l’Apostata!

«E sai quanto durerà questo ministero?

«Forse tre mesi...

«Mi dirai che i ministeri passano e i deputati restano... Il destino

ti salvi dalle viltà, dalle miserie di un deputato della maggioranza

_quand même_.

Giuliano bevette il caffè senza rispondere; ed avviatisi, i due amici

giunsero all’albergo del Quirinale, quasi senza avere interrotto

il silenzio... Appena qualche scambio di osservazioni sulle nuove

costruzioni della nuova Roma, sulle rovine nuove dell’Esedra,

incompiuta, contrapposta alle millenarie rovine delle terme di

Diocleziano.

— A mezzogiorno! disse Giuliano.

— Sì, ad un patto, che domani sarai tu il mio invitato. Ti condurrò

sulle alture.... Dall’alto considererai meglio gli splendori e le

miserie della città eterna.

L'onorevole · 第 8 / 39 题