CAPITOLO V.

Il sottoprefetto Cerasi e l’amico Ferretti.

Il lungo funzionano di Miralto era stato veramente provvidenziale per

il suo giovane protetto. Non solo gli aveva ottenuto il riservato della

Mediterranea, favore eccezionale per un neo eletto, ed aveva tempestato

i giornali ministeriali della capitale e della provincia di fervorini

laudatorî del suo deputato; lo aveva anche munito del viatico di una

dozzina di lettere di presentazione per alcune notabilità parlamentari.

In gran segreto, per il giovane prelato, monsignor Arrighi, ed una

per la contessa Morin, antica ninfa Egeria di un defunto ministro

di destra, tuttavia influentissima. Protettrice un tempo dello

stesso sottoprefetto, la cui carriera amministrativa, brillantemente

incominciata, era stata spezzata il 18 marzo 1876 per l’avvenimento

della Sinistra che non gli perdonò i precedenti, un po’ troppo

clamorosi, nelle repressioni che illustrarono i ministeri Menabrea e

Lanza... rose e fiori in confronto di ciò che la così detta Sinistra

doveva fare di poi.

Ma il torto vero del sottoprefetto fu di non avere avuto fede

nella Sinistra, e di aver cospirato contro, ravvedendosi soltanto

all’inaugurazione del trasformismo di Depretis, il quale, sorpreso

dalla morte, non ebbe il tempo di rimunerare degnamente il nuovo

san Paolo, convertitosi, invero, un po’ troppo tardi al vangelo

trasformista. Ora sperava nella stella di Giuliano.

Giovane, ricco, simpatico, munito, per di più, del titolo di conte, che

non guasta anche in piena democrazia, abbastanza spinto per difendersi

brillantemente in società, non abbastanza ingegno e carattere per osare

di spiccar solo il volo nelle alte sfere.

Lo impensierivano l’avversione della contessa Adele per la politica

e l’amore immenso da Giuliano nutrito per la sposa, la quale, o

presto o tardi, nel duello fra l’ambizione e l’amore sarebbe rimasta

vincitrice. Il sottoprefetto conosceva il suo uomo dagli occhî azzurri,

l’incertezza personificata. Bisognava quindi distrarlo da’ suoi affetti

di famiglia, eccitare in lui il sentimento della vanità, non abbastanza

pronunziato.

Importante quindi, per sorvegliarlo da vicino, essere richiamato

da Miralto a Roma, lasciando comprendere a Giuliano, che dalla

capitale gli potrebbe essere assai più utile nelle future elezioni.

Il sottoprefetto sapeva per esperienza che molti funzionarî si

immobilizzarono, rovinando la propria carriera col rendersi necessarî

nelle piccole località, nelle quali rimangono relegati in perpetuo

per eccesso di zelo. Bisognava quindi instillare a Giuliano, perchè lo

provasse al Governo, che la situazione del sottoprefetto di Miralto,

dopo l’accanita lotta elettorale e le pressioni esercitate, era

divenuta insostenibile. Una volta di ritorno a Roma, il sottoprefetto

sentiva la forza di rimanerci e sognava già piantare l’asta negli

uffici di palazzo Braschi, come il centurione romano sulle alture del

Gianicolo.

Per ciò tutte quelle lettere. Lanciare la sua creatura nel gran mondo

politico, ove avrebbe trovato sirene allettatrici, ove la vanità

assopita si sarebbe risvegliata, facendosi egli, immeritatamente

negletto, vivo a sua volta colle personalità politiche, raccomandando

sè stesso colla presentazione del pupillo.

Un’altra preoccupazione del degno funzionario: la intimità affettuosa

nella quale erano stretti Giuliano e l’ex deputato Ettore Ruggeri....

Un matto, uno scapato, un misantropo allegro, anomalìa ed anacronismo

insieme, ostinantesi giovane a cinquant’anni; dimissionario alla Camera

per protesta contro il viaggio di Vittorio Emanuele a Vienna. Ruggeri,

intransigente, radicale, amico della famiglia Sicuri, dei parenti e

degli amici loro, festeggiato come figliuol prodigo durante le sue rare

apparizioni a Miralto, era pericoloso.

La prima battaglia era vinta; ma, ne rimanevano ben altre da

combattere, anche senza tener conto del giudizio della giunta delle

elezioni.... Un vero gioco di dadi!

E Giuliano, ben lontano dal sospettare di essere perno alle ambizioni

del sottoprefetto Cerasi, appena liberato, diciamo così, quantunque

egli non avrebbe osato confessarlo a sè stesso, appena liberato

dall’importuna compagnia dell’amico Ruggeri, si affrettò a mutar

d’abiti e ad ordinare una vettura di rimessa, convinto da buon

provinciale che una semplice botte numerata lo avrebbe menomato.

Il sottoprefetto trionfava.

Bisognò attenderla tre quarti d’ora, la tanto desiderata carrozza;

frattanto, impaziente, Giuliano percorreva a passi concitati i sei

metri quadrati del salotto n. 11.

— Sono le dieci e tre quarti, ho dato ritrovo a Ruggeri per

mezzogiorno; in causa del ritardo della maledetta vettura, non avrò

tempo di far nulla!

«Finalmente! esclamò quando il _boy_ in berretto gallonato venne ad

annunziargli che la carrozza era pronta.

Un grazioso equipaggio. Meglio adatto ad una signora che ad un

giovinotto, non monta! Livrea, finimenti, il legno, inappuntabili. Il

cavallo, un bel bajo vigoroso, vivace.

Se Giuliano avesse potuto supporre che fino a jeri, da un anno, quella

_victoria_ era inevitabile in ogni angolo di Roma, ad ogni ritrovo

pubblico, dal Corso a Villa Borghese, alle Capannelle, a Tor di

Quinto, dal Pincio a Piazza San Pietro, a tutte le porte delle chiese

aristocratiche, agli ingressi di tutti i teatri, sarebbe stato meno

soddisfatto.

Equipaggio di una famosa orizzontale, il giorno innanzi salpata

da Brindisi per Alessandria, confortatrice dello _spleen_ di un

diplomatico inglese, avrebbe poco lusingato l’amor proprio del neo

onorevole, il quale, se l’avesse saputo, avrebbe certamente preferito

la disdegnata botte numerata.

Poveri provinciali, che cosa possono sapere essi, appena sbarcati nel

gran villaggio pomposamente intitolato la Città Eterna?

Inchinato dai due portieri sfolgoranti d’oro, da mezza dozzina di

fanciulli in berretto e giubba gallonati, l’onorevole conte Giuliano

Sicuri salì in carrozza gettando allo sbarbato cocchiere l’indirizzo

del giornale l’_Ordine_: Via del Bivio.

Il bel bajo si spiccò al trotto serrato scendendo per breve tratto la

Via Nazionale, infilando poi l’erta delle Quattro Fontane.

Una mattinata meravigliosa, vie superbe, l’azzurro denso, profondo,

quasi cupo, del cielo di Roma, che può rivaleggiare vittoriosamente

colle sorprendenti serenità di Napoli, un sole splendido, senza essere

molesto; tutto ere festante in quella superba giornata; il cielo, la

terre, gli abitanti.

Trent’anni, deputato, sessantamila lire di rendita, la più bella e la

più amante delle spose, un bimbo deliziosamente angelico!

Non era una semplice vetture di rimessa la sua, ma il carro del

trionfatore corrente rapido sulle ruote della fortuna per le sacre

vie di Roma, dell’alma Roma, eccezionalmente popolose in quel mattino,

tutto azzurro e luce. Giuliano si sentiva rivivere, come se uscito da

una tomba. Lo afferrò al cuore un senso di pietà per gli sventurati,

abitanti fra le nebbie della monotona Miralto.

Pensò di lasciarla per sempre, di richiamare immediatamente la famiglia.

— E quel Ruggeri! Sempre brontolone, sempre malcontento, aveva l’aria

di rimpiangere la mia elezione. Decisamente invecchia! Invecchia

anche lui, l’eterno giovane, e vorrebbe infondere negli altri i suoi

rimpianti, le sue malinconie. D’altronde, perchè innamorarsi, il

filosofo, alla sua tenera età?

«Vada lui, a Miralto, invece di voler costringervi gli altri. La sua

dea è là; perchè rimanere in Roma?

«Povero Ettore! ripensò dopo un istante Giuliano, punto da rimorso per

lo scatto di ribellione contro l’amico.

«Ma, alla fin fine, pensava, non era un sentimento perdonabile?

Fra loro la distanza di venti anni, la più assoluta differenza di

caratteri... E poi quel Ruggeri da qualche tempo era divenuto veramente

insopportabile, vedeva tutto in nero, un malato di manìa persecutiva.

La _victoria_ si arrestò al portone del palazzo del giornale l’_Ordine_.

Un redattore che stava ad una finestra degli uffici, riconoscendo il

noto equipaggio, annunziò burlescamente ai colleghi la visita della

contessa Silva, travestita da uomo, con mustacchi biondi. Tutta la

banda, sfaccendata a quell’ora mattutina, fu alle finestre e Giuliano

scese di carrozza, oggetto alle maligne spiritosaggini di tutto un

pubblico giornalistico, ch’egli non avvertiva, nè sospettava.

La contessa Silva si era spesso recata all’_Ordine_, suo consigliere,

complice, patrono ed avvocato il direttore in molti gravi affari

e recentemente in un famoso ricatto contro una principessa romana

dell’aristocrazia bianca. Si trattava di certe lettere fatte sottrarre

dal figlio alla madre, al figlio pagate, parte in amore, parte in

contante, e poi presentate, per la restituzione, col conto ingrossato

di un centinajo di mila lire.

Una bazzecola! Se ne parlò per due giorni, poi le male lingue furono

messe al silenzio da una passeggiata in grande equipaggio, eseguita sul

Corso, nella evidente massima cordialità, della principessa col piccino

imprudente. Poverino! Il sangue non è acqua! Anch’egli aveva diritto

di essere molto perdonato per aver troppo amato... la contessa Silva,

che, generosa a sua volta, per l’intervento della questura, dovette

accontentarsi del pagamento, senz’altro, della lettera di cambio del

figlio col cambio delle lettere private della madre.

Giuliano, guidato dai cartelli affissi alle pareti delle scale e

seguendo le indicazioni delle freccie, salì al primo piano, consegnò

all’usciere una carta da visita, chiedendo di essere ammesso dal

direttore.

— Pazienti un minuto, il signor direttore è in conferenza con S. E.

Malagoli e col senatore Settembri; sarà presto spicciato, perche il

colloquio dura da più di un’ora.

E, l’usciere, cortese, certamente sedotto dalla corona di conte, che

illustrava la cartolina da visita, gli porse una seggiola.

— Il senatore Settembri, l’influente ex ministro, patrocinatore

di tante ferrovie, pensò Giuliano; Sua Eccellenza Malagoli,

sottosegretario alla marina! Aveva ragione il commendatore Cerasi,

quando mi disse che il direttore dell’_Ordine_ è un ente superiore

al Governo, perchè i ministeri sono transitorî, mentre egli rimane

inamovibile.

Giuliano, novizzo, ignaro dei compromessi d’ogni giorno nel mondo

politico romano e delle abitudini democratiche delle alte notabilità

parlamentari, sì gonfie e contegnose in provincia, fu invaso da un

sentimento di profondo rispetto.

La inelegante anticamera nuova, come il palazzo, ingombra di mobili

vecchî, usati, coperti da stoffe gualcite, gli parve un tempio; un

grand’uomo l’usciere, in atto ossequioso, in aspettativa forse di una

mancia, che Giuliano non avrebbe mai osato offrire.

L’attesa fu breve infatti. L’uscio sul quale stava un cartello colla

scritta a grandi caratteri: _Gabinetto del Direttore_, si spalancò. Una

clamorosa risata a tre inondò l’angusta anticamera, prima ancora che

gli esilarati personaggi apparissero.

Giuliano sorse da sedere, osservando con timida curiosità quel

triumvirato, sì influente sui destini della patria.

Un vecchio alto di statura, ma curvo, tutt’ossi, in abiti neri mal

spazzolati, ampî, troppo ampî per lo scheletro che ricoprivano;

calvo, una faccia da faìna, pochi peli sotto il naso, che volevano

essere baffi, due occhietti piccoli, incolori, dallo sguardo aguzzo

come la punta di un pugnale, Riconobbe il senatore Settembri per la

rassomiglianza perfetta colle caricature che gli dedicavano i giornali.

L’altro, il sottosegretario Malagoli, aveva l’aspetto piuttosto

di un ufficiale di cavalleria in borghese che d’un marinajo, nulla

di notevole, una di quelle fisonomie dimenticate mezz’ora dopo la

presentazione.

Il direttore dell’_Ordine_ li congedò famigliarmente, trattando col

_tu_ il marinajo e con un lei talmente confidenziale il senatore,

che si comprendeva accordato all’età, non all’alta situazione del

personaggio.

Usciti, Giuliano e il direttore dell’_Ordine_ rimasero faccia a faccia.

Il giornalista, che ormai chiameremo per nome, col nome, almeno,

universalmente riconosciuto; il giornalista Ferretti, atteggiato il

volto a punto interrogativo, chiese a voce alta, imperativa:

— Il signore, desidera?

L’usciere, accompagnati gli uscenti, tolse d’imbarazzo Giuliano,

presentando la di lui carta da visita.

— Oh! il conte Sicuri! Passi! passi! Son dolente che ella abbia dovuto

attendere.

— No, no! Non sono qui che da dieci minuti.

— Tanto meglio! sclamò Ferretti porgendogli la mano. Poi facendogli

segno di entrare nel gabinetto, rivoltosi all’usciere:

— Non ricevo nessuno! Venisse chicchessia, sono uscito. Ordina la

carrozza!

Raggiunto Giuliano nel gabinetto, chiusa la porta con circospezione:

— La sua visita mi fu preannunziata dal commendatore Cerasi, riprese

Ferretti assidendosi allo scrittojo, dopo aver porta una seggiola al

visitatore.

«Quando è ella giunta in Roma?

— Stamattina.

— Bene! Non ha perduto tempo. Il commendatore Cerasi l’ha certamente

informata della gravità della situazione.

Sì dicendo, il Ferretti, fissava gli occhietti grigi, indagatori,

impertinenti, nello sguardo azzurro e languido di Giuliano; sguardo

distratto, che sembrava non vedesse, anche allorchè fissava intento.

— Sì. Infatti il commendatore teme assai dalla giunta delle elezioni.

— Si capisce. Se al sottoprefetto di Miralto annullassero le sue due

elezioni, sarebbe spacciato. Non basta vincere, bisogna affermare la

vittoria.

Con fare importante, di protezione, soggiunse:

— Per altro, della sua convalidazione rispondo io. La giunta,

emanazione della maggioranza, è sempre ligia al Governo... Ed il

Governo sono io! È una grande istituzione il giornale l’_Ordine_!

«I consiglieri della corona si mutano, passano, ed io col mio giornale

rimango...

Poi, senza lasciar tempo a Giuliano di metter parola, suggiunse:

— Ci tengo ad esser franco... franco, sincero, fino alla brutalità;

quindi ella non meraviglierà, signor conte, se incomincio per dove

altri finirebbe. Tre elementi occorrono ad assicurare la vittoria:

Denaro! Denaro! Denaro! L’_Ordine_ non è un giornale a grandi tirature.

«Io non faccio l’editore; sono giornalista, il giornale non è scopo, è

mezzo... E costa un occhio.

«Se avessi curato la speculazione editoriale, non le terrei tali

discorsi; allo stato delle cose è meglio intendersi.

Su quel tono il giornalista continuò a discorrere con rapidità

vertiginosa, correndo incontro alle objezioni, alle osservazioni, ai

possibili commenti.

— L’_Ordine_ è un avvocato; clienti, coloro che ne invocano il

patrocinio. La retribuzione per essere equa non deve misurarsi soltanto

all’importanza della causa, anche alla lunghezza della borsa del

cliente.

Giuliano, pur assentendo del capo, trasecolava. Cinismo simile non

aveva mai imaginato, ed arrossiva per conto proprio ed insieme per

il suo protettore. Sapeva fin da prima che qualche migliajo di lire

lo avrebbe dovuto abbandonare a quel vampiro; ma non aveva preveduto

d’essere con tanta disinvoltura e bonarietà aggredito. Avrebbe

voluto far sentire a Ferretti che il continuare era inutile, avendo

compreso, e risparmiargli altre spiegazioni... Ferretti ci teneva alle

sue teorie e continuava imperterrito. Roma era pur sempre quella di

Giugurta: tutto vi si compera, ma tutto vi si vende caro. Tutti i più

vieti aforismi sul chi più spende meglio spende, sul sagrificio di un

dente per salvare la ganascia, sul _do ut des_, sui compensi ad ogni

fatica. E tutto ciò con autorità ed importanza magistrale, come se

disinteressato avesse difeso una tesi per convinzione, contro errori e

pregiudizî altrui. Quando il Ferretti si riposò, Giuliano imbarazzato

rispose che la questione di interesse era secondaria per lui, e

comprendendo il dover suo, era lieto di contribuire alla prosperità

dell’_Ordine_. Ferretti non lo lasciò finire:

— Oh, per ora, diecimila lire basteranno; per una elezione come quella

di Miralto non sono troppe. Tanto più che anche a noi, in Roma, la

lotta elettorale è costata assai; non tutti i nostri amici sono ricchi

e il Governo non contribuì nella dovuta misura.

Giuliano fu perfetto. La somma gli parve grossa, pure non battè

palpebra. Estrasse un libretto di checks, e staccatone un foglio,

scrisse la cifra indicata, poi lo presentò a Ferretti, che parve

soddisfatto.

Accommiatatosi, Giuliano, fu cortesemente accompagnato fin sulle

scale dal suo ospite, il quale lo pregò di passare frequentemente

all’_Ordine_, per mantenersi in stretti rapporti e parare, in ogni

caso, all’impreveduto...

— E poi, soggiunse, ci tengo, onorevole, a presentarla io stesso al

presidente del Consiglio...

Stavolta, Giuliano non potè trattenere una smorfia di disgusto.

Allorchè risalì in carrozza, la politica era molto in ribasso sulla

bilancia delle perenni incertezze del deputato di Miralto. Non passò

al _Parlamentare_, come aveva divisato, e la lettera scritta alla sua

Adele, appena rientrato all’albergo, risentiva di quello stato d’animo.

Uno scoramento infinito, simile a quello provato in ferrovia prima di

giungere a Novi.

La notte mal dormita influiva sui suoi nervi, e l’impressione

dell’incubo non era intieramente dissipata.

*

* *

A chi conobbe Alfredo Ferretti, direttore dell’Odine, uomo abilissimo,

consumato in tutti gli intrighi, esperto diplomatico all’occorrenza,

il di lui contegno tenuto di fronte a Giuliano potrebbe sembrare

strano, tanto più che spesso ambiva guadagnarsi gli uomini onesti

colla simpatia. Ferretti non poteva illudersi sull’effetto prodotto

nell’animo del suo nuovo pupillo, la nuova vittima abbandonatagli,

piedi e mani legati, dal commendatore Cerasi.

Era calcolato! Ferretti, con un’affettazione esagerata di cinismo,

volle prevenire tutto il male che sarebbe stato detto di lui al giovine

cliente milionario. Passata la prima impressione, Giuliano, lo avrebbe

trovato migliore della sua fama.

D’altronde, in quell’uomo audace c’era dell’amore dell’arte per l’arte,

e qualche volta provava una specie di voluttà nell’atteggiarsi sotto

il punto di vista peggiore. Potente, sentiva una soddisfazione maligna

nell’umiliare i galantuomini, dei cui destini tanto spesso era arbitro.

Per l’uomo colpito dal pubblico disprezzo, eran vendetta e trionfo i

rovinosi compromessi degli ambiziosi, ingenui o raffinati, che a lui

facevan capo, guida inevitabile per forzare le consegne dei ministeri,

per arrivare al cuore della insospettabile magistratura giudiziaria,

su su, fino alla Corte di cassazione, al guardasigilli, per giungere

ad intenerire gli alti controlli, la Corte dei conti, il Consiglio di

Stato.

Per lui, il colpito, non una porta chiusa, non serrature abbastanza

resistenti: dagli sportelli delle banche agli uffici dei giudici

istruttori, ai gabinetti delle eccellenze d’ogni sorta e qualità,

fin nella coscienza dei giurati. Munito di non si sa qual talismano,

avrebbe fatto crollare le mura del più inaccessibile castello

incantato, come già seppe aprire breccie perfin nelle muraglie

dell’inviolabile Vaticano, il quale non sapendo sottrarsi ai di lui

ricatti, aveva finito per arrendersi, preferendo amico, possibilmente

strumento, un sì pericoloso avversario.

Fu allora che l’_Ordine_ si atteggiò protettore della religione,

avvocato di un _modus vivendi_, inattuabile, tra Vaticano e Quirinale.

La clientela de’ sacerdoti non fu la meno numerosa e profittevole.

Consigliere ascoltato in tutte le operazioni finanziarie, lo si

additava cogli autori del _crack_ vaticanesco; vittima la corte

pontificia della crisi bancaria, nella quale fu travolta mezza Italia.

Ferretti, per quanto forte lottatore e calcolatore insuperabile, aveva

finito per ubriacarsi della propria potenza; onde, l’eccessiva audacia,

il supremo disprezzo di ogni riguardo, di ogni concessione alle

apparenze, dirò meglio, di ogni impostura verso gli onesti o disonesti,

deboli o potenti che a lui mettevano capo.

Avido di lucro, era il più abile cacciatore al biglietto di banca,

coglieva i fogli da mille a volo, meglio di Buffalo Bill al galoppo del

suo cavallo le palle di creta lanciate in aria.

Senza mischianza di sangue orientale, nell’audacia superava i più

forti giuocatori semiti. Pazzamente temerario, in borsa aveva dieci

volte ammassato cospicui patrimonî, con eguale rapidità disfatti. La

rassomiglianza ebraica rivelavasi ancora nel suo sistema di lottare per

la vita... per il milione; ai mezzi semplici preferiva i complicati e

subdoli; alla via retta, la tortuosa, creando sovente ostacoli che non

esistevano, per la soddisfazione, la gloria di superarli.

Nei primi anni di lotta, la lotta per la riabilitazione, aveva saputo

anche spendere intelligentemente, a tempo. Creditore di una miriade di

_bohèmes_, si era creato un ambiente, se non amico, benevolo, discreto,

servile.

Non tollerava emuli; accettava alleati, sui quali lasciava cadere

magnanimamente un po’ del riflesso della sua onnipotenza.

Un nemico odiato a morte, un uomo piccolo, come lui, che, come lui,

aveva esordito dalla carcere, per motivi non politici, s’intende, il

quale di venticinque anni più di lui attempato, e più di lui orientale,

era completamente riuscito. Vittorioso sempre, sterminatamente ricco,

potente senza vanità ed affettazione, eminenza grigia di tutti i

governi di Sinistra.

Quell’uomo era l’incubo di Ferretti, il solo del quale avesse paura.

E poi, nelle ore tristi, quaudo la marea del disgusto gli saliva al

cervello, per la coscienza della propria abiezione, in presenza di

persone adorate, che avrebbe voluto mettere al livello morale di ogni

onesta famiglia borghese, lo invadeva un sentimento di invido furore,

nel vedere il nemico, l’odiato competitore, stimato e rispettato,

additato come esempio di patriotismo disinteressato o sapiente.

Era la spina in cuore.

Nel tenebroso duello quale dei due rimarrà sconfitto?

L’orientale combatteva dietro gli spalti del silenzio, invulnerabile,

lontano dalle polemiche, alieno dal chiasso, dopo una imprudente,

trista prova di pubblicità in favore della politica germanica, dopo lo

scandalo di certi appalti governativi, che per poco non provocarono una

crisi ministeriale. L’orientale evitava porgere il fianco, preferendo

lasciar combattere per lui i suoi mercenarî e gli amici, gli ammiratori

ingenui; un esercito.

L’orientale, Augusto Dini, doveva vincere necessariamente. Lo sentiva

Ferretti? È probabile, perchè aveva paura, lui, l’audace, il Bajardo,

il _Sans peur_ dei farabutti.

Altro lato debole: le antiche abitudini nottambule, la passione del

gioco. È ben vero che Ferretti vinceva sempre; ma, le notti perdute

vincendo al tavolino verde dovevano necessariamente infiacchire la

fibra del lottatore, per quanto d’acciajo.

Questo l’uomo al quale l’ingenuo Giuliano affidava il suo avvenire

politico.

*

* *

Puntuale al convegno, Ruggeri, a mezzogiorno in punto, l’ora convenuta

per la colazione, bussava all’uscio del salotto n. 11 dell’albergo del

Quirinale.

Giuliano, tuttavia sotto l’impressione disgustosa provocata

dall’intervista con Ferretti, avrebbe voluto fingere coll’amico, per

non dargli causa vinta di primo acchito; ma fingere non sapeva. I suoi

occhî azzurri erano impregnati di malinconia, aumentata dai ricordi

d’amore evocati nella sua lettera alla sposa lontana. Se avesse osato,

in quel momento avrebbe rinunziato alla deputazione; ma, di risoluzioni

energiche non era capace. Il ritorno immediato alla vita privata

sarebbe stata la vittoria degli avversarî, de’ suoi detrattori; una

diserzione, di fronte agli amici che lo avevano sostenuto. Il dado

era tratto! Si sarebbe ritirato poi, come fece Ruggeri, nobilmente, al

primo atto meno corretto del Governo, ai cui servigi si era posto. Ora

bisognava vincere e per vincere andar fino in fondo.

Ruggeri aveva indovinato lo scoraggiamento dell’amico, pure gli sarebbe

sembrato sconveniente insistere nei rimproveri del mattino. D’altronde,

egli nulla sapeva della visita al famigerato Ferretti, quindi, a poco

a poco, la loro conversazione divagò su tutt’altri soggetti della

politica.

Miralto, la monotona, triste, uggiosa Miralto; egualmente cara a

Ruggeri, sorridente ricordo di giovinezza, cara ad onta di dolorose

memorie. Là riposano i suoi vecchî; là vivono, anzi vegetano,

relativamente felici, gli antichi compagni d’infanzia, minuscoli

cospiratori contro l’Austria odiata; là i primi palpiti dell’ormai

spento patriotismo e i santi entusiasmi. Di là, in una notte buja,

l’esodo per il Piemonte, terra di libertà, onde correre alle armi per

la redenzione della patria.

Ruggeri, ricordando tutto ciò, il misantropo Ruggeri ringiovaniva, e

narrava con eloquenza commossa cose ed episodî cento volte raccontati

a Giuliano quando questi, bambino, sulle di lui ginocchia, cogli occhi

azzurri intenti, entusiasmavasi alle lacrime per i sublimi ardimenti di

Garibaldi.

Servito il caffè ed il cognac, i solleciti camerieri discretamente

si ritirarono... Sovvennero le ricordanze più intime. Nel benessere

della digestione di un asciolvere eccellente, i gomiti sulla

tavola, centellinando la _fine champagne_, alternata col fumo delle

sigarette orientali, l’uno, il vecchio, discorreva entusiasta;

l’altro, quantunque soggiogato dal fascino dell’eloquenza calda del

suo interlocutore, freddo, riservato, meravigliava alla di lui foga

giovanile. Concepito al tuonare delle artiglierie, ma ingrandito quando

gli entusiasmi erano sbolliti, quando, riconquistata una patria, gli

uomini assennati si apprestavano a divorarla, quando i fanciulli,

credendo l’opera della redenzione compiuta, consideravano la politica

mezzo ad accelerare la carriera, nuova carriera essa stessa, la

carriera, sola preoccupazione della nuova generazione, sola meta,

Giuliano meravigliava.

La fiamma del sagrificio si è spenta colle delusioni del 1866 e col

facile trionfo di Porta Pia. L’uno era davvero l’uomo del passato;

l’altro, educato alla scuola positivista, sarebbe stato del suo tempo,

se la natura l’avesse meglio costituito per la lotta; alla lotta

incapace per la fibra molle, per la gentilezza femminea degli istinti.

E Ruggeri, quasi fosse in tale ordine di idee, a soggiungere:

— Certo il patriotismo è un pregiudizio, municipalismo ingrandito, un

pregiudizio di fronte al sentimento umanitario, che vorrebbe una sola

famiglia nella umanità, una sola patria sul pianeta Terra; ma, per

noi, era la nostra fede, era una religione, la sola nostra religione,

co’ suoi profeti ed apostoli, i suoi martiri, i suoi eroi. Che cosa

rimane di ideale a voi? L’amore? Anch’esso è mutato, spogliato del

romanticismo sentimentale, un po’ mistico, nel quale noi l’avvolgevamo.

Anche oggi si ama; anche oggi si muore d’amore, ma di Werther e di

Jacopo Ortis non ne nascono più. Si ama altrimenti.

Giuliano avrebbe voluto soggiungere per provare che i Werther sono

assurdi e ridicoli gli Ortis; rispettò il silenzio dell’amico, che,

d’un tratto, si era taciuto, appoggiando il capo fra le mani, in

atteggiamento di sconforto profondo.

Dopo un istante, Ruggeri, surto da sedere e passeggiando concitato per

l’angusto salotto, rivoltosi sorridente all’amico:

— Sono un vecchio pazzo. Fortunati voi altri che non avete tante

fisime per la testa. Più pratici, valete meglio di noi, incontentabili

brontoloni... A proposito, sai che ora è? Le tre! Nientemeno. Tre ore a

tavola al mattino, non c’è male; io ti lascio... A domattina, adunque:

non dimenticare la colazione a Belvedere.

Giuliano, rimasto solo, scotendo il capo mormorò:

— Povero Ettore!

E dopo breve pausa:

— Povera Stella!

*

* *

Stella Gabelli è la fanciulla che appena abbiamo intraveduta a Miralto,

compagna alla contessa Adele Sicuri, inseparabile amica.

L'onorevole · 第 9 / 39 题