CAPITOLO III.

In viaggio.

Il diretto 61 che portava seco il deputato Sicuri arrestavasi a Novi

per congiungersi col treno proveniente da Torino. Giuliano stava

componendosi il letto per la notte, già fitta ed ancor più fitta per

la densa nebbia, allorchè alcuni viaggiatori, inavvertito il cartello

appeso alla maniglia della portiera, fecero atto di salire nel di lui

compartimento.

— Riservato! disse Giuliano.

— Riservato! gridò il conduttore.

— Accidenti ai deputati, sclamò uno dei viaggiatori di cattivo umore

e, indispettito, gettò a terra le due valigie che portava a mano. Sono

cinquecento ed ingombrano tutti i treni come so fossero diecimila!

— Viaggiano a ufo! soggiunse un altro.

Il conduttore pose fine ai piati de’ malcontenti, chiudendo

rumorosamente la portiera del riservato, ed appollajando alla meglio i

sopraggiunti in un altro carrozzone.

— Vedono, che c’è posto per tutti! soggiunse.

Giuliano non si era per nulla irritato alle apostrofi scortesi...

Anzi sorrise lusingato. Finchè era rimasto a Miralto non si era reso

conto della sua nuova situazione. L’elezione gli era sembrata un

sogno. Da quel momento si sentì realmente deputato, come se la giunta

dell’elezione lo avesse già convalidato.

Quell’incidente mutò corso alle idee tetre che gli avevano ingombrato

il cervello fin là. Sdrajandosi lungo il sedile fra gli scialli:

— Deputato, mormorò... Deputato!

Se la cortina non fosse stata tirata sul cristallo della lampada,

un testimonio avrebbe potuto sorprendere sulle labbra di Giuliano un

sorriso fatuo di soddisfazione.

— Uno dei cinquecento! Cinquecento appena su trenta milioni di

abitanti! La più alta magistratura, colla carriera spalancata a

tutti gli onori, a tutte le cariche... Perchè no? Col tempo ministro!

Presidente del Consiglio... Pochi hanno incominciato presto come me...

Povera, buona, gentile Adele! Ministressa... Rinverrà dalle sue ubbie!

«La Camera è sovrana, ognuno di noi rappresenta una frazione della

sovranità in Parlamento; inviolabili, onnipotenti nei nostri collegi;

rispettati, riveriti, temuti dalla burocrazia. Emanazione diretta del

suffragio universale, quale posizione sociale più elevata della nostra?

E poi i larghi orizzonti, l’esistenza gaja e animata della capitale,

invece di intristire nella noja, fra i pettegolezzi di una piccola

città di provincia... E dire che fui incerto nell’accettare... Al primo

discorso mi imporrò... Al primo discorso! Un brivido gli corse per

l’ossa... Il primo discorso!

L’artista di teatro esordiente, il giovane avvocato alla vigilia della

sua prima arringa, il liceale al suo ultimo esame per il passaggio

all’università, il laureando alla tesi finale da pronunciarsi nell’aula

magna dell’ateneo, sono certamente meno preoccupati del deputato neo

eletto al pensiero del suo primo discorso alla Camera.

Quanti ingegni fallirono in Parlamento alla prima prova! Quanti non

osarono tentarla, schierandosi nel grosso battaglione dei deputati

muti, comparse che votano.

— Il primo discorso! Mi affiaterò ben bene. Lo pronunzierò solo quando

sarò ben sicuro di me!

La vaporiera frattanto, muggendo, ansando con frastuono di terremoto si

inabissava nelle viscere dell’Appennino, per sbucare pochi minuti dopo

nel versante opposto, dalle alture della ridente valle Polcevera.

Quale spettacolo gli si presentò improvvisamente!

Dall’opaco, umidiccio nebbione, lasciato addietro, a Mignanego, a

Ronco, nella valle Scrivia, colla rapidità di un mutamento di scenario

in un ballo del Manzotti alla Scala, era passato alla più serena e

tepente fra le notti autunnali.

— Ecco finalmente il cielo d’Italia! pensò Giuliano, mentre abbassava

il cristallo per ammirare dalla vertiginosa altezza del superbo

viadotto il panorama della valle, con magnifici palazzi e ville,

ingemmati da miriadi di lumi, giù, giù, fino a Sampierdarena ed al

mare.

In quella stagione, a quell’ora, era luminosa la terra quanto il cielo

tempestato di stelle.

Nuove importune gallerie, entro le quali precipitavasi la vaporiera, e

nuovi incanti di vedute all’uscita dalle tenebrose caverne.

Sampierdarena!... Nuovamente un tunnel, poi ad intervalli, fra i fitti

edificî costrutti alla spiaggia, la vista della Superba e del porto

splendente, come per una festa veneziana notturna; la foresta fitta

degli alberi de’ navigli, e il treno entrava trionfalmente in stazione.

Venti minuti di fermata! Ne approfittò Giuliano recandosi al telegrafo

e sul modulo presentatogli dall’impiegato scrisse:

«Ex deputato Ettore Ruggeri — Montecitorio,

«_Roma_.

«Arriverò domattina 6.35. Aspettoti colazione albergo Quirinale.

Abbraccioti.

«GIULIANO.»

Appena il tempo di correre al ristorante per trangugiare, bruciandosi

il palato nella fretta, una tazza di caffè, di ritornare al riservato,

rispettato stavolta senza proteste, ed il treno, uscito a ritroso

dalla tettoja cieca, si sprofondò nuovamente nelle tenebre di una

galleria, saturata di fumo, come il cratere di un vulcano in eruzione

rumoreggiante. Alla stazione Brignole; l’aria aperta e daccapo il

sereno, il mare, il cielo scintillante, il porto illuminato, le strida

de’ piroscafi manovranti, il faro della vecchia lanterna dagli sprazzi

di luce intermittenti, inutile guida ai naviganti, in quella notte

luminosa.

I pensieri di Giuliano si facevano ridenti, pure parve pentito di aver

spedito il telegramma.

— Quale necessità, pensava, di telegrafare proprio a lui! L’avrei

egualmente riveduto alla Camera, ritardando la paternale che mi farà

certamente per il mio programma ministeriale. Ormai non c’è rimedio!

E si riavvoltolò fra gli scialli, per cadere in letargo, che non era

sonno, dormiveglia rassomigliante al sopore prodotto dall’_hascis_, una

specie di sonnambulismo, colla percezione vaga della realtà.

Dormiva, sognava avendo coscienza del suo essere.

Sognava le cose più bizzarre: lui ritto al suo banco di deputato,

difendendo eloquentemente la propria elezione contestata, e il

presidente che imponevagli silenzio, scotendo un’enorme campana

che rintoccava a morto. L’aula gremita di colleghi rumoreggianti,

spaventosamente sfigurati... come l’Uomo che ride di Vittor Hugo.

Un incubo orribile! I due ritratti marmorei di re, sovrapposti al

banco presidenziale, movevano il capo a guisa di figurine chinesi,

e Giuliano non comprendeva, se per assentire o diniegare. E su, su,

presso la tettoja, fra le nuvole, come Madonna aerante in un quadro

rappresentante il martirio di un santo, la visione della sua Adele,

però, non benedicente e promettente la beatitudine nella eternità,

le gioje del paradiso, come le Madonne dei quadri sacri; pallida,

corrucciata, era la più commovente e squisita imagine del dolore.

Con uno sforzo di volontà, Giuliano si sottrasse all’incubo opprimente

rizzandosi in piedi. Riavendosi, infinita la gioja al pensiero che non

era stato che un sogno.

Abbassato il cristallo, si riaffacciò allo sportello respirando a pieni

polmoni la brezza notturna.

La vaporiera correva a precipizio sulle alture dominanti il golfo

della Spezia. Il mare era fosforescente come il cielo tutto azzurro e

argento.

— È il caffè preso a Genova che mi ha dato l’incubo, pensò, tentando

dissipare il malessere morale lasciatogli dal sogno.

Preferiva farne colpa al caffè, per non convenire dello stato d’animo

suo, ingombro di incertezze e di tetri presentimenti.

La successione continua, importuna di buje e fumose gallerie, lo

costrinse a ritirarsi rialzando il cristallo; ma, temendo nuovi sogni,

tolse il paralume alla lampada disponendosi a leggere i giornali

comperati alla stazione di Genova.

Il _Parlamentare_ di Roma intonava inni entusiastici di vittoria per

conto del Governo, riuscito trionfante nella prova elettorale; fra

le elezioni governative, citata quella di Miralto, e l’eletto, conte

Giuliano Sicuri, dal giornale era già ascritto al gruppo dell’Estrema

dissenziente, con molti altri nomi di noti democratici.

— Aveva ragione il sottoprefetto, pensò Giuliano, il solo gruppo che

mi conveniva era il dissenziente legalitario. Il nostro programma

è democratico quanto quello degli intransigenti, non fa una grinza,

una sola divergenza; noi voteremo per il Governo ed essi voteranno

contro; del resto, egualmente liberali, egualmente democratici, non

abbiamo differenza che di metodo. Come mai Ruggeri potrà accusarmi di

incoerenza se con me vi sono tanti tribuni celebrati fra i più strenui

difensori dei diritti del popolo?

«Incoerenti gli altri, i quali sedendo in un Parlamento monarchico,

combattono le istituzioni, in virtù delle quali sono investiti

dell’altissimo mandato e le instituzioni giurarono osservare,

difendere.

Tranquillata la coscienza coi sofismi del commendatore Cerasi, passò

all’altro grande giornale romano. L’_Ordine_ recava fra le _ultime

notizie_ un telegramma da Miralto, col quale _molti elettori_ non

firmati protestavano indignati contro le mene del candidato battuto,

ex deputato Bertasi, «il quale va raccogliendo, anzi estorcendo, nel

collegio firme di protesta contro le pretese ingerenze governative in

favore dell’elezione del conte Sicuri.»

Il telegramma soggiungeva:

«Nessuna elezione fu più spontanea e meglio accolta di questa. Lo

provano i sinceri, quasi unanimi entusiasmi salutanti la vittoria del

nostro deputato, il quale rappresenta per davvero tutta la parte sana

della popolazione del collegio.

«Se la prevalenza dei voti non fu grande, lo si deve al partito del

disordine, che estorse voti colle minaccie nelle campagne terrorizzate,

come oggi le firme a protesta contro il risultato dell’elezione.»

Giuliano raggiò di gioja alla lettura, come se non avesse già prima

conosciuto, colle origini, il testo del dispaccio. Ma il giornale

avrebbe potuto rifiutarsi alla pubblicazione; ormai era impegnato

ed era da credere lo avrebbe sostenuto anche davanti la giunta delle

elezioni.

— L’_Ordine_, gli aveva detto il sottoprefetto, è un alleato

indispensabile, onnipotente: fa la pioggia ed il bel tempo. Nulla

avviene contro e senza di lui... E poi, con chi sa essere generoso,

aveva soggiunto il lungo funzionario, sottolineando con un cinico

sorriso la raccomandazione, è anche fedele. Bisogna però avere la cura

di non lasciarsi sorpassare da altri in generosità. Il _Parlamentare_,

invece, è temibile per il male che può fare, troppo eclettico, non ha

influenza seria; non ha amici, perchè ha tradito tutti, ma non è per

questo più facilmente abbordabile alle piccole borse. Sull’amico non

potendo contare, bisognerà cercare di non averlo nemico... questione di

quattrini...

— All’_Ordine_ mi recherò domani, pensò Giuliano, al _Parlamentare_

porterò una carta da visita, come agli altri giornali tutti. Poi,

vedremo! Ah! se Ruggeri volesse ajutarmi. Mi accuserà di apostasia e se

ne laverà le mani. Lo conosco, il testardo!

Fantasticando sottosegretariati e portafogli, si riaddormentò per non

svegliarsi che ai primi crepuscoli dell’alba, i quali illuminavano il

deserto preannunziante la capitale.

Il deserto da Grosseto a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma.

Pure quale spettacolo ai bagliori dell’aurora, la sterile, monotona

pianura!

Nella interminata distesa, che col mare si confonde, le ondulazioni

del terreno vi sembrano marosi pietrificati dal tempo, forse

dalla maledizione delle divinità bandite. La malaria sovrana e la

desolazione. Alla spiaggia, sentinelle di pietra rovinanti, le torri

medioevali poste in vedetta contro le scorrerie dei defunti Saracini...

Un turrito castello e poi nulla... pochi alberi e l’orizzonte infinito.

Nessuna traccia della operosità umana. Solo segno di vita, rare mandre

di cavalli, di bovini guardate dal buttero dal brigantesco cappello

acuminato, dalla lunga lancia; immobile, quasi statua equestre di un

leggendario Gasparone.

Branchi di pecore, che brucando marciano lentamente, compiendo il

loro annuo pellegrinaggio dalla montagna arida e brulla alla sterile

pianura, e null’altro.

La vaporiera corre rapida, senza soffermarsi alle rare stazioni,

nel deserto perdute, come oasi avvertite dal verde fogliame di pochi

eucalipti malinconici; corre a precipizio salutata dai latrati dei

cani, guardiani di greggi, dai febbricitanti cantonieri che con

mano tremante reggono i guidoni d’avviso, accompagnata dallo sguardo

attonito del bove dalle lunghe corna, filosoficamente ruminante.

Contrasto, un cielo cristallino, tutto azzurro, il mare scintillante

come d’acciajo brunito e il sole roseo splendente dalle vette del

lontano Appennino, festa di luce e di colori, sul cimitero desolato di

ville e città, di portentosi ricordi.

Chi mai colla imaginazione potrebbe ricostruire ciò che fu quel

deserto? Ove bruca la capra e nitriscono i puledri selvaggi, fra

città monumentali, ferveva la vita degli accampamenti romani, là si

addestravano le legioni, sorte al percotere del piede del consolo; là

si apprestavano le spedizioni alla conquista del mondo.

E le spiaggie, ora inabitate, brulicanti, eran tutto un cantiere; da

quelle spiaggie si sposavano al mare le galere rostrate vincitrici

di Cartagine! Oggi neppur le rovine, che dico? neppur la leggenda

di tanta grandezza. Da Civitavecchia al Tevere, neppure un rudero

richiama l’attenzione del viaggiatore. Anche la leggenda esulò,

colle popolazioni fuggenti la vendetta dei barbari. La leggenda si

è spenta... Il pastore vi canta su ritmi orientali la _Gerusalemme

Liberata_; i nomi soltanto delle località rammemorano qualche volta

le grandezze antiche, non dal popolo ricordate, esumate pazientemente

dall’archeologo.

La locomotiva al ponte mobile di San Paolo rallentò ululando con

furore, onde preavvisare l’arrivo del treno, chiedere la via e

provocare il segnale.

Il Tevere, Roma!

Giuliano ancor memore de’ studî classici, delle impressioni della

sua prima visita _en touriste_ nella Città Eterna, ebbe un palpito

d’entusiasmo scorgendo da lungi, illuminate dal sole nascente, le mura

dirute, le rovine sparse per la campagna, le lunghe file di archi dei

ciclopici acquedotti, ossami della grande defunta; rottami dell’immenso

naufragio, rigalleggianti dopo tanti secoli, protesta della morta

contro il succedersi di nuove Rome, ricostrutta sulle e colle macerie

de’ monumenti, dei templi, dai secoli, dal ferro dei barbari, dalle

nuove divinità distrutti. Varcato il ponte in ferro, provvisorio

da tanti anni, rovina anch’esso, il treno girò intorno alle antiche

mura, e attraversata la via Appia, necropoli grandiosa, dominata dalla

tomba di una donna, fortezza merlata, quasi a guardia delle tombe de’

Scipioni, il treno entrava trionfante in stazione.

L'onorevole · 第 7 / 39 题