In viaggio.
Il diretto 61 che portava seco il deputato Sicuri arrestavasi a Novi
per congiungersi col treno proveniente da Torino. Giuliano stava
componendosi il letto per la notte, già fitta ed ancor più fitta per
la densa nebbia, allorchè alcuni viaggiatori, inavvertito il cartello
appeso alla maniglia della portiera, fecero atto di salire nel di lui
compartimento.
— Riservato! disse Giuliano.
— Riservato! gridò il conduttore.
— Accidenti ai deputati, sclamò uno dei viaggiatori di cattivo umore
e, indispettito, gettò a terra le due valigie che portava a mano. Sono
cinquecento ed ingombrano tutti i treni come so fossero diecimila!
— Viaggiano a ufo! soggiunse un altro.
Il conduttore pose fine ai piati de’ malcontenti, chiudendo
rumorosamente la portiera del riservato, ed appollajando alla meglio i
sopraggiunti in un altro carrozzone.
— Vedono, che c’è posto per tutti! soggiunse.
Giuliano non si era per nulla irritato alle apostrofi scortesi...
Anzi sorrise lusingato. Finchè era rimasto a Miralto non si era reso
conto della sua nuova situazione. L’elezione gli era sembrata un
sogno. Da quel momento si sentì realmente deputato, come se la giunta
dell’elezione lo avesse già convalidato.
Quell’incidente mutò corso alle idee tetre che gli avevano ingombrato
il cervello fin là. Sdrajandosi lungo il sedile fra gli scialli:
— Deputato, mormorò... Deputato!
Se la cortina non fosse stata tirata sul cristallo della lampada,
un testimonio avrebbe potuto sorprendere sulle labbra di Giuliano un
sorriso fatuo di soddisfazione.
— Uno dei cinquecento! Cinquecento appena su trenta milioni di
abitanti! La più alta magistratura, colla carriera spalancata a
tutti gli onori, a tutte le cariche... Perchè no? Col tempo ministro!
Presidente del Consiglio... Pochi hanno incominciato presto come me...
Povera, buona, gentile Adele! Ministressa... Rinverrà dalle sue ubbie!
«La Camera è sovrana, ognuno di noi rappresenta una frazione della
sovranità in Parlamento; inviolabili, onnipotenti nei nostri collegi;
rispettati, riveriti, temuti dalla burocrazia. Emanazione diretta del
suffragio universale, quale posizione sociale più elevata della nostra?
E poi i larghi orizzonti, l’esistenza gaja e animata della capitale,
invece di intristire nella noja, fra i pettegolezzi di una piccola
città di provincia... E dire che fui incerto nell’accettare... Al primo
discorso mi imporrò... Al primo discorso! Un brivido gli corse per
l’ossa... Il primo discorso!
L’artista di teatro esordiente, il giovane avvocato alla vigilia della
sua prima arringa, il liceale al suo ultimo esame per il passaggio
all’università, il laureando alla tesi finale da pronunciarsi nell’aula
magna dell’ateneo, sono certamente meno preoccupati del deputato neo
eletto al pensiero del suo primo discorso alla Camera.
Quanti ingegni fallirono in Parlamento alla prima prova! Quanti non
osarono tentarla, schierandosi nel grosso battaglione dei deputati
muti, comparse che votano.
— Il primo discorso! Mi affiaterò ben bene. Lo pronunzierò solo quando
sarò ben sicuro di me!
La vaporiera frattanto, muggendo, ansando con frastuono di terremoto si
inabissava nelle viscere dell’Appennino, per sbucare pochi minuti dopo
nel versante opposto, dalle alture della ridente valle Polcevera.
Quale spettacolo gli si presentò improvvisamente!
Dall’opaco, umidiccio nebbione, lasciato addietro, a Mignanego, a
Ronco, nella valle Scrivia, colla rapidità di un mutamento di scenario
in un ballo del Manzotti alla Scala, era passato alla più serena e
tepente fra le notti autunnali.
— Ecco finalmente il cielo d’Italia! pensò Giuliano, mentre abbassava
il cristallo per ammirare dalla vertiginosa altezza del superbo
viadotto il panorama della valle, con magnifici palazzi e ville,
ingemmati da miriadi di lumi, giù, giù, fino a Sampierdarena ed al
mare.
In quella stagione, a quell’ora, era luminosa la terra quanto il cielo
tempestato di stelle.
Nuove importune gallerie, entro le quali precipitavasi la vaporiera, e
nuovi incanti di vedute all’uscita dalle tenebrose caverne.
Sampierdarena!... Nuovamente un tunnel, poi ad intervalli, fra i fitti
edificî costrutti alla spiaggia, la vista della Superba e del porto
splendente, come per una festa veneziana notturna; la foresta fitta
degli alberi de’ navigli, e il treno entrava trionfalmente in stazione.
Venti minuti di fermata! Ne approfittò Giuliano recandosi al telegrafo
e sul modulo presentatogli dall’impiegato scrisse:
«Ex deputato Ettore Ruggeri — Montecitorio,
«_Roma_.
«Arriverò domattina 6.35. Aspettoti colazione albergo Quirinale.
Abbraccioti.
«GIULIANO.»
Appena il tempo di correre al ristorante per trangugiare, bruciandosi
il palato nella fretta, una tazza di caffè, di ritornare al riservato,
rispettato stavolta senza proteste, ed il treno, uscito a ritroso
dalla tettoja cieca, si sprofondò nuovamente nelle tenebre di una
galleria, saturata di fumo, come il cratere di un vulcano in eruzione
rumoreggiante. Alla stazione Brignole; l’aria aperta e daccapo il
sereno, il mare, il cielo scintillante, il porto illuminato, le strida
de’ piroscafi manovranti, il faro della vecchia lanterna dagli sprazzi
di luce intermittenti, inutile guida ai naviganti, in quella notte
luminosa.
I pensieri di Giuliano si facevano ridenti, pure parve pentito di aver
spedito il telegramma.
— Quale necessità, pensava, di telegrafare proprio a lui! L’avrei
egualmente riveduto alla Camera, ritardando la paternale che mi farà
certamente per il mio programma ministeriale. Ormai non c’è rimedio!
E si riavvoltolò fra gli scialli, per cadere in letargo, che non era
sonno, dormiveglia rassomigliante al sopore prodotto dall’_hascis_, una
specie di sonnambulismo, colla percezione vaga della realtà.
Dormiva, sognava avendo coscienza del suo essere.
Sognava le cose più bizzarre: lui ritto al suo banco di deputato,
difendendo eloquentemente la propria elezione contestata, e il
presidente che imponevagli silenzio, scotendo un’enorme campana
che rintoccava a morto. L’aula gremita di colleghi rumoreggianti,
spaventosamente sfigurati... come l’Uomo che ride di Vittor Hugo.
Un incubo orribile! I due ritratti marmorei di re, sovrapposti al
banco presidenziale, movevano il capo a guisa di figurine chinesi,
e Giuliano non comprendeva, se per assentire o diniegare. E su, su,
presso la tettoja, fra le nuvole, come Madonna aerante in un quadro
rappresentante il martirio di un santo, la visione della sua Adele,
però, non benedicente e promettente la beatitudine nella eternità,
le gioje del paradiso, come le Madonne dei quadri sacri; pallida,
corrucciata, era la più commovente e squisita imagine del dolore.
Con uno sforzo di volontà, Giuliano si sottrasse all’incubo opprimente
rizzandosi in piedi. Riavendosi, infinita la gioja al pensiero che non
era stato che un sogno.
Abbassato il cristallo, si riaffacciò allo sportello respirando a pieni
polmoni la brezza notturna.
La vaporiera correva a precipizio sulle alture dominanti il golfo
della Spezia. Il mare era fosforescente come il cielo tutto azzurro e
argento.
— È il caffè preso a Genova che mi ha dato l’incubo, pensò, tentando
dissipare il malessere morale lasciatogli dal sogno.
Preferiva farne colpa al caffè, per non convenire dello stato d’animo
suo, ingombro di incertezze e di tetri presentimenti.
La successione continua, importuna di buje e fumose gallerie, lo
costrinse a ritirarsi rialzando il cristallo; ma, temendo nuovi sogni,
tolse il paralume alla lampada disponendosi a leggere i giornali
comperati alla stazione di Genova.
Il _Parlamentare_ di Roma intonava inni entusiastici di vittoria per
conto del Governo, riuscito trionfante nella prova elettorale; fra
le elezioni governative, citata quella di Miralto, e l’eletto, conte
Giuliano Sicuri, dal giornale era già ascritto al gruppo dell’Estrema
dissenziente, con molti altri nomi di noti democratici.
— Aveva ragione il sottoprefetto, pensò Giuliano, il solo gruppo che
mi conveniva era il dissenziente legalitario. Il nostro programma
è democratico quanto quello degli intransigenti, non fa una grinza,
una sola divergenza; noi voteremo per il Governo ed essi voteranno
contro; del resto, egualmente liberali, egualmente democratici, non
abbiamo differenza che di metodo. Come mai Ruggeri potrà accusarmi di
incoerenza se con me vi sono tanti tribuni celebrati fra i più strenui
difensori dei diritti del popolo?
«Incoerenti gli altri, i quali sedendo in un Parlamento monarchico,
combattono le istituzioni, in virtù delle quali sono investiti
dell’altissimo mandato e le instituzioni giurarono osservare,
difendere.
Tranquillata la coscienza coi sofismi del commendatore Cerasi, passò
all’altro grande giornale romano. L’_Ordine_ recava fra le _ultime
notizie_ un telegramma da Miralto, col quale _molti elettori_ non
firmati protestavano indignati contro le mene del candidato battuto,
ex deputato Bertasi, «il quale va raccogliendo, anzi estorcendo, nel
collegio firme di protesta contro le pretese ingerenze governative in
favore dell’elezione del conte Sicuri.»
Il telegramma soggiungeva:
«Nessuna elezione fu più spontanea e meglio accolta di questa. Lo
provano i sinceri, quasi unanimi entusiasmi salutanti la vittoria del
nostro deputato, il quale rappresenta per davvero tutta la parte sana
della popolazione del collegio.
«Se la prevalenza dei voti non fu grande, lo si deve al partito del
disordine, che estorse voti colle minaccie nelle campagne terrorizzate,
come oggi le firme a protesta contro il risultato dell’elezione.»
Giuliano raggiò di gioja alla lettura, come se non avesse già prima
conosciuto, colle origini, il testo del dispaccio. Ma il giornale
avrebbe potuto rifiutarsi alla pubblicazione; ormai era impegnato
ed era da credere lo avrebbe sostenuto anche davanti la giunta delle
elezioni.
— L’_Ordine_, gli aveva detto il sottoprefetto, è un alleato
indispensabile, onnipotente: fa la pioggia ed il bel tempo. Nulla
avviene contro e senza di lui... E poi, con chi sa essere generoso,
aveva soggiunto il lungo funzionario, sottolineando con un cinico
sorriso la raccomandazione, è anche fedele. Bisogna però avere la cura
di non lasciarsi sorpassare da altri in generosità. Il _Parlamentare_,
invece, è temibile per il male che può fare, troppo eclettico, non ha
influenza seria; non ha amici, perchè ha tradito tutti, ma non è per
questo più facilmente abbordabile alle piccole borse. Sull’amico non
potendo contare, bisognerà cercare di non averlo nemico... questione di
quattrini...
— All’_Ordine_ mi recherò domani, pensò Giuliano, al _Parlamentare_
porterò una carta da visita, come agli altri giornali tutti. Poi,
vedremo! Ah! se Ruggeri volesse ajutarmi. Mi accuserà di apostasia e se
ne laverà le mani. Lo conosco, il testardo!
Fantasticando sottosegretariati e portafogli, si riaddormentò per non
svegliarsi che ai primi crepuscoli dell’alba, i quali illuminavano il
deserto preannunziante la capitale.
Il deserto da Grosseto a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma.
Pure quale spettacolo ai bagliori dell’aurora, la sterile, monotona
pianura!
Nella interminata distesa, che col mare si confonde, le ondulazioni
del terreno vi sembrano marosi pietrificati dal tempo, forse
dalla maledizione delle divinità bandite. La malaria sovrana e la
desolazione. Alla spiaggia, sentinelle di pietra rovinanti, le torri
medioevali poste in vedetta contro le scorrerie dei defunti Saracini...
Un turrito castello e poi nulla... pochi alberi e l’orizzonte infinito.
Nessuna traccia della operosità umana. Solo segno di vita, rare mandre
di cavalli, di bovini guardate dal buttero dal brigantesco cappello
acuminato, dalla lunga lancia; immobile, quasi statua equestre di un
leggendario Gasparone.
Branchi di pecore, che brucando marciano lentamente, compiendo il
loro annuo pellegrinaggio dalla montagna arida e brulla alla sterile
pianura, e null’altro.
La vaporiera corre rapida, senza soffermarsi alle rare stazioni,
nel deserto perdute, come oasi avvertite dal verde fogliame di pochi
eucalipti malinconici; corre a precipizio salutata dai latrati dei
cani, guardiani di greggi, dai febbricitanti cantonieri che con
mano tremante reggono i guidoni d’avviso, accompagnata dallo sguardo
attonito del bove dalle lunghe corna, filosoficamente ruminante.
Contrasto, un cielo cristallino, tutto azzurro, il mare scintillante
come d’acciajo brunito e il sole roseo splendente dalle vette del
lontano Appennino, festa di luce e di colori, sul cimitero desolato di
ville e città, di portentosi ricordi.
Chi mai colla imaginazione potrebbe ricostruire ciò che fu quel
deserto? Ove bruca la capra e nitriscono i puledri selvaggi, fra
città monumentali, ferveva la vita degli accampamenti romani, là si
addestravano le legioni, sorte al percotere del piede del consolo; là
si apprestavano le spedizioni alla conquista del mondo.
E le spiaggie, ora inabitate, brulicanti, eran tutto un cantiere; da
quelle spiaggie si sposavano al mare le galere rostrate vincitrici
di Cartagine! Oggi neppur le rovine, che dico? neppur la leggenda
di tanta grandezza. Da Civitavecchia al Tevere, neppure un rudero
richiama l’attenzione del viaggiatore. Anche la leggenda esulò,
colle popolazioni fuggenti la vendetta dei barbari. La leggenda si
è spenta... Il pastore vi canta su ritmi orientali la _Gerusalemme
Liberata_; i nomi soltanto delle località rammemorano qualche volta
le grandezze antiche, non dal popolo ricordate, esumate pazientemente
dall’archeologo.
La locomotiva al ponte mobile di San Paolo rallentò ululando con
furore, onde preavvisare l’arrivo del treno, chiedere la via e
provocare il segnale.
Il Tevere, Roma!
Giuliano ancor memore de’ studî classici, delle impressioni della
sua prima visita _en touriste_ nella Città Eterna, ebbe un palpito
d’entusiasmo scorgendo da lungi, illuminate dal sole nascente, le mura
dirute, le rovine sparse per la campagna, le lunghe file di archi dei
ciclopici acquedotti, ossami della grande defunta; rottami dell’immenso
naufragio, rigalleggianti dopo tanti secoli, protesta della morta
contro il succedersi di nuove Rome, ricostrutta sulle e colle macerie
de’ monumenti, dei templi, dai secoli, dal ferro dei barbari, dalle
nuove divinità distrutti. Varcato il ponte in ferro, provvisorio
da tanti anni, rovina anch’esso, il treno girò intorno alle antiche
mura, e attraversata la via Appia, necropoli grandiosa, dominata dalla
tomba di una donna, fortezza merlata, quasi a guardia delle tombe de’
Scipioni, il treno entrava trionfante in stazione.