Una di queste letture è descritta da Plinio ad Adriano: — Io son

persuaso negli studj, come nella vita, nulla convenga all'umanità

meglio che il mescolare il giocoso col serio, per paura che l'uno

degeneri in malinconia e l'altro in impertinenza. Per questa ragione,

dopo travagliato intorno alle più importanti cose, io passo il mio

tempo in qualche bagattella. E per far queste comparire ho pigliato

tempo e luogo proprio, onde avvezzar le persone oziose a sentirle

a mensa: scelsi però il mese di luglio, in cui ho piena vacanza; e

disposi i miei amici sopra sedie a tavole distinte. Accadde che una

mattina vennero alcuni a pregarmi di difendere una causa, allorchè

io men vi pensava: pigliai l'occasione di fare agl'invitati un

piccolo complimento, e porger insieme le mie scuse, se, dopo averli

chiamati in piccol numero per assistere alla lettura d'un'opera, io

l'interrompeva come poco importante, per correre al fôro, dove altri

amici m'invitavano. Gli assicurai ch'io osservava il medesimo ordine

ne' miei componimenti, che davo sempre la preferenza agli affari

sopra i piaceri, al sodo sopra il dilettevole, a' miei amici sopra me

stesso. Del resto l'opera, di cui ho fatta loro parte, è tutta varia

non solamente nel soggetto, ma anche nella misura dei versi. E così,

diffidente come sono del mio ingegno, soglio premunirmi contro la

noja. Recitai due giorni per soddisfare al desiderio degli uditori;

nondimeno, benchè gli altri saltino o cancellino molti passi, io niente

salto e niente cancello, e ne avverto quelli che mi ascoltano. Leggo

tutto, per essere in grado di poter tutto emendare; il che non possono

far coloro che non leggono se non alcuni squarci più forbiti. Ed in

ciò danno forse a credere agli altri d'aver meno confidenza ch'io abbia

nell'amicizia de' miei uditori. Bisogna in realtà ben amare, perchè non

si abbia tema di nojar coloro che sono amati. Oltreciò, qual obbligo

abbiamo a' nostri amici, se non vengono ad ascoltarci che per loro

divertimento? Ed io stimo ben indifferente ed anche sconoscente colui

che ama più il trovar nell'opere de' suoi amici l'ultima perfezione,

che di dargliela egli stesso. La tua amicizia per me non mi lascia

punto dubitare che tu non ami di leggere ben presto quest'opera, mentre

ch'ella è nuova. Tu la leggerai, ma ritoccata; non avendola io letta ad

altro fine che di ritoccarla. Tu ne riconoscerai già una buona parte:

quanti luoghi o sieno stati perfezionati, o, come spesse volte succede,

a forza di ripassarli sien fatti peggiori, ti sembreranno sempre nuovi.

Quando la maggior parte d'un libro è stata variata, pare insieme mutato

tutto il rimanente, benchè non sia»[305].

L'avvocato Regolo lesse composizioni famigliari, un poema Calpurnio

Pisone, elegie Passieno Paolo, poesie leggeri Sentio Augurino, Virginio

Romano una commedia, Titinio Capitone le morti d'illustri personaggi,

altri altro. Plinio si consola o duole secondo che codeste recite

sono popolose o deserte: — Quest'anno abbiam avuto poeti in buon

dato. In tutto aprile quasi non è passato giorno, in cui taluno non

abbia recitato qualche componimento. Qual piacere prendo che oggidì le

scienze sieno coltivate, e che gl'ingegni della nostra età procurino

darsi a conoscere: quantunque a stento gli uditori si raccolgano; la

maggior parte stanno in panciolle nelle piazze, e s'informano di tempo

in tempo se chi deve recitare è entrato, o se ha finita la prefazione,

o letta la maggior parte del libro; allora finalmente giù giù

vengono allo scanno assegnato; nè però vi si trattengono tanto che la

lettura si finisca, ma molto prima svignano, chi con finta cagione ed

occultamente, e chi alla libera senz'ombra di riguardo. Non fece così

Claudio cesare, il quale, secondo vien detto, un giorno mentre andava

passeggiando pel palazzo, sentendo acclamazioni, ed avendo inteso

che Novaziano recitava non so qual volume, subito ed alla sprovveduta

entrò nel circolo degli ascoltanti. Oggi ciascuno, per poche faccende

che abbia alle mani, vuol esser molto pregato; e poi o non vi va, o

andandoci, si lamenta d'aver perduto il giorno, perchè egli non l'ha

perduto. Tanto più degni di lode sono coloro che non rimangono di

scrivere per la dappocaggine o superbia di questi tali»[306].

Da gente che componeva per recitare, recitare a gente adunatasi per

ascoltare, potevasi egli attender nulla di virile e d'efficace? Nessuno

leggeva allora libri fuorchè l'aristocrazia, onde all'autore non

restava la fiducia di crearsi il proprio pubblico. Nè la scelta società

poteva, come oggi, comprare tante copie d'un libro, che l'autore ne

ritraesse compenso proporzionato al merito o alla fama. Ciascun signore

teneva servi apposta per trascrivere e legare i libri; il grosso del

popolo non ne usava se non qualcuno preparatogli dagl'imperatori nelle

biblioteche o al bagno: laonde lo scrittore, mentre insuperbivasi di

esser letto ovunque arrivassero governatori o comandanti romani, si

trovava costretto a mendicare il pane e le sportule da un patrono,

dall'economo di un mecenate, o dal distributore de' pubblici

donativi[307]. E come conseguirli altrimenti che lodando? e come lodar

dei mostri padroni o de' vigliacchi obbedienti, senza abbassarsi ad

adulare? Quando poi lo scrivere franco menava al patibolo, quando il

segnalarsi eccitava la gelosia degli imperatori, si trovò più comoda,

più utile l'adulazione, e vi s'andò a precipizio. Il poeta Stazio

blandisce non solo Domiziano, ma qualunque ricco; Valerio Massimo e

Vellejo Patercolo storici esaltano le virtù di Tiberio; Quintiliano

retore, la santità di Domiziano, e, ciò che al suo gusto dovea costare

ancor più, il talento di esso nell'eloquenza, e lo chiama massimo tra

i poeti, ringraziandolo della divina protezione che concede agli studj,

e d'avere sbandito i filosofi, arroganti al segno di credersi più savj

dell'imperatore. Marziale bacia la polvere da Domiziano calpestata, e

gli par troppo poco il collocarlo a paro coi numi; Giovenale satirico

adula; adula Tacito severo storico, come adulavano i papagalli che

ad ogni atrio d'illustre casa salutavano il sagacissimo Claudio e il

cavalleresco Caligola. Plinio giuniore non sa che adulare Trajano;

Plinio maggiore adula Vespasiano; Seneca adula Claudio, e per invitare

Nerone alla clemenza, gli accorda la podestà di uccider tutti, tutto

distruggere, mettendo in certo modo a contrasto la forza di lui

colla debolezza dell'universo, onde ispirargli la compassione per via

dell'orgoglio.

D'altra parte a cotesti stranieri, accorrenti da ogni plaga del mondo

a Roma per godere le munificenze, a cotesti liberti traforatisi nel

senato a forza di strisciare innanzi ai loro padroni, quali rimembranze

restavano di più franchi tempi, quali tradizioni repubblicane da

svegliare? Vedevano l'oggi, e bastava per divinizzare i padroni del

mondo.

Allattata da queste mammelle, come doveva dimagrare la poesia! la

quale, come le altre cose romane, sviluppatasi non per ispirazione,

ma per l'imitazione de' Greci, somigliò ad un manto maestoso, che,

gettato dapprima sopra una bella statua greca, le dà aria grande;

casca floscio e sfiaccolato quando si ravvolge a spalle scarne. Sopita

sotto i primi cesari, sotto Nerone si ridesta col furore d'una moda;

dotti e indotti, giovani e vecchi, patrizj e parasiti, tutti fanno

versi; versi ai bagni, a tavola, in letto; i ricchi s'attorniano di

una turba a cui recitarli, e ne pagano gli applausi o col patrocinio o

coi pranzi o colle sportule; a Napoli, ad Alba, in Roma sono istituiti

concorsi annui o quinquennali, e basta che i versi vadano giusti della

misura per esser trovati, o almen decantati, migliori di quei d'Orazio

e di Virgilio. Tanto si era già lontani dal sentimento delle bellezze

ingenue, eminente in questi; e l'esagerazione delle idee traeva da

quella giusta misura, di cui essi erano immortali modelli.

Stazio napoletano, non passò anno dai tredici ai diciannove, che, nelle

gare letterarie della sua patria, non fosse coronato; poi riportò

palme nemee e pitie ed istmiche[308]; laonde i grandi lo chiamarono

dalla scuola a popolare i loro pranzi, ch'e' ricambiava con versi per

tutte le occasioni. Quando vide in Roma venire alle mani i fautori di

Vitellio con quei di Vespasiano, e andare in fiamme il Campidoglio,

esultò d'occasione sì opportuna a sfoggiare poesia, e da' suoi

contemporanei fu ammirato che la rapidità della composizione di quel

suo poema eguagliasse la rapidità delle fiamme.

Il genio paterno si trasfuse nel figlio Publio Papinio (61-96). V'è

nozze? v'è bruno? morì ad uno il delizioso o la moglie[309], all'altro

il cane o il papagallo?[310] Stazio ha in pronto l'ispirazione. Un

ricco va superbo di bellissima villa; un altro, d'un albero prediletto;

l'etrusco Claudio, di magnifici bagni: Stazio descrive appuntino quella

villa, que' frutti, que' bagni: e secolari genealogie di doviziosi,

che pur jeri ascero dall'ergastolo ai palazzi. Non v'è accidente così

frivolo, per cui non scendano Dei e Dee: Citerea verrà a dar benigno

il mare ai capelli d'un eunuco che tragittano in Asia; Fauni e Najadi

terranno in cura il platano di Atedio Miliore. Corrono i Saturnali?

Stazio ridurrà in versi il catalogo di tutti i _bellarii_ che

ricambiaronsi gli amici, e di quelli che a gara profusero a Domiziano,

loro padre e dio. L'ammansato leone di Domiziano fu ucciso da una

tigre, condotta pur ora d'Africa; Abascanzio propose che il senato ne

portasse solenni condoglianze all'imperatore; e il poeta nostro ne

canta i meriti, e col popolo e col senato compiange il mondo d'aver

perduto la fiera imperiale[311]. Ecco per quali modi Stazio meritava

corone di pino nei giuochi, oro da Cesare, applausi alla recita. Non

usciva egli mai che nol seguisse un codazzo d'amici; ed era una festa

quand'esso mandava invitando a udire i suoi versi[312].

Crispino, il più caloroso de' suoi ammiratori, allestisce ogni cosa,

invita, infervora, s'abbaruffa coi tepidi, dà il segno degli applausi,

li rattizza se languiscano; mentre il poeta tira qualche fiacco suono

dalle poche corde che la tirannide lasciò sulla cetra romana.

E qual premio trarrà Stazio dal sì lodato verso? l'imperiale

aggradimento e l'alto onore di baciare il ginocchio del Giove

terrestre: ma se vorrà saziar la fame, converrà venda una sua tragedia

al comico Paride, poichè ballerini e commedianti hanno ricchezza e

potere, essi creano i cavalieri ed i poeti, e danno quel che non san

dare i ricchi. Gli applausi inebbriano Stazio a segno, che non s'appaga

delle _Selve_ de' suoi componimenti, ma vuoi compaginare un poema, anzi

due. E vi riesce, se basta l'avere in dodici libri da ottocento versi

l'uno, quanti ne conta la sua _Tebaide_, fatto l'introduzione all'altro

poema dell'_Achilleide_, ove intendeva forse presentarci compito quel

Pelìde che in Omero gli pareva solo schizzato; come chi pretendesse

sminuzzare in una serie di bassorilievi il concetto del Mosè di

Michelangelo.

A Stazio lodano qualche invenzione di stile; uscì anche talvolta

dai luoghi comuni, e seppe trovare caratteri veri, e delinearli con

semplicità e vigore: ma al sorreggerli sino al fine gli nuoce la

facilità, per la quale in due giorni compose l'epitalamio di Stella

in ducensettantotto esametri. Così svaporava la potenza d'un ingegno,

bello senza dubbio e colto, ma sacrificato ai vizj del suo tempo,

e alla sciagurata abitudine del contentarsi il pubblico di cose

improvvisate, l'autore degli applausi del pubblico.

Epigramma, come indica la voce stessa, dapprima fu l'iscrizione che

poneasi a qualche statua o monumento; e tali noi ne trovammo sulle

tombe degli Scipioni, di Ennio, di Nevio (V. l'Appendice I). Ma già fra

i Greci era passato ad esprimere pensieri lievi, arguzie, riflessioni

commoventi o esilaranti. Di tal modo ne fecero molti i Latini d'ogni

tempo; ma il più fecondo e per ogni occasione fu Marco Valerio Marziale

(40-103). Da Bilbili di Spagna venuto a Roma, si volse per pane a

Domiziano, e metà de' suoi millecinquecento Epigrammi, distribuiti in

quindici libri, sono fetide adulazioni al tonante Romano, e variate

guise di chiedergli denaro, vesti, pranzi, un rigagnolo d'acqua per

la sua villa[313]; riducendosi alla condizione di abjetto parasita,

e rinnegando sempre quella dignità morale, che sola decora i begli

ingegni. Giove è posposto a Domiziano perpetuamente, quasi l'iddio

fosse scaduto tanto di reputazione, da sembrare poco l'essergli

paragonato. Parla del ricostruito Campidoglio? lo dice così suntuoso,

che Giove stesso, mettendo all'incanto l'Olimpo ed ogni avere degli

Dei, non potrebbe raccorre il decimo del costo. Altrove esorta

Domiziano a salire tardi alla netterea bevanda; che se Giove vuol

bearsi di sua compagnia, venga al convito di lui[314].

Eppure queste e peggiori piacenterie non pare rimediassero alla povertà

di Marziale, il quale, colla veste rifinita e carico di debiti, va

accattando qualche lira e vende i regali per satollarsi di pane,

e fa versi su tutte sorta di vivande, affine d'essere invitato ad

assaggiarne alcuna[315]. E in tali angustie sostenere il peso della

fama! e trovarsi inoltre tribuno onorario, cavaliere onorario, e padre

onorario, cioè senza nè militare, nè esser censito, nè avere tre

figliuoli! Perseveri dunque a cantare, ad esaltar ogni minimo bene

che Domiziano faccia o che non faccia: poi quando questi è ucciso,

lo bestemmii, e preconizzi Nerva d'essersi conservato buono sotto un

principe ribaldo[316], e faccia Giove meravigliarsi delle disastrose

delizie e del grave lusso del re superbo[317].

Le lascivie, di cui bruttò i suoi versi[318], vengono dal medesimo

bisogno di adulare; d'adulare non un uomo solo, ma i pravi costumi

di tutta la città; e quand'anche egli volge in altrui l'arzillo

epigrammatico, il fa con libertinaggio plateale, quasi da altro

allora non potesse eccitarsi il riso, se non da vizj che dovevano far

arrossire.

Eppure costui sembra fosse capace, come Stazio, di gustare la vita

domestica, e di comprendere che la felicità non consiste nell'oro

e nello splendore. — Sai tu quali cose rendono beato? Una sostanza

acquistata senza fatica e per eredità, un campo non ingrato, il

focolare sempre acceso, nessuna lite, pochi patroni, quieta mente,

naturali forze, corpo sano, cauta semplicità, conformi amici, facile

convito, mensa senz'arte, notte non ubriaca ma scarca di pensieri,

talamo non disaggradevole eppure pudico, sonno che renda brevi le

notti, amar ciò che sei, non agognare di meglio, nè temere nè bramare

l'ultimo giorno»[319].

Questo medesimo epigramma, che pure è de' suoi migliori, quale povertà

accusa di poesia in quella enumerazione fredda senza immagini! Egli

stesso diceva de' suoi versi: — C'è del buon, del mediocre, e assai

del male»[320]; e gli encomj prodigatigli dai commentatori indicano

quanto si passioni per l'autore chi invecchiò nel trovargli meriti che

non aveva[321]. Nè in Marziale si riscontra mai sentimento profondo;

e a quel continuo frizzo o triviale o scipito o lambiccato nessun

reggerebbe, se non fosse la lingua che per lo più va corretta ed

espressiva, quanto poteasi là dove ogni spontanea ispirazione era

sbandita dalla paura di spiacere ad ombrosi regnanti, o a schizzinosi

protettori.

Pure la natura de' suoi lavori, istantanei di concetto come

d'esposizione, lo salva da uno dei difetti più usuali a' suoi coetanei,

il farsi pallidi riflessi degli scrittori del secolo d'Augusto. Nella

baldanza della sua immaginativa, inventa modi nuovi ed efficaci, e

innesta felicemente ciò che gli stranieri introducevano nello idioma

della dischiusa città; ed estendendosi alla vita reale e a tutto il

mondo romano, ci porge preziose indicazioni sui tempi, sui caratteri,

sulle usanze.

Di Spagna venne pure a Roma Marco Anneo Lucano (38-65), ed ebbe tutte

le fortune desiderabili; nipote di quei Seneca che davano il tono

alla società letteraria, allievo di que' grammatici e retori che

pervertivano la felice disposizione degl'ingegni. Seneca lo esercitava

a comporre ed amplificare senza pensieri nè sentimenti, fomentandone la

lussureggiante facilità, invece di sfrondarla, ed esponendolo a quelle

pubbliche recite, ove, recando noja, si buscavano applausi. Nerone

suo condiscepolo lo fece questore prima del tempo, legato, augure; ma

Lucano, avvezzo da fanciullo ai trionfi, osò competere coll'imperatore

e vincerlo: Nerone gli proibì di più leggere in assemblea, e il poeta

indispettito tenne mano alla congiura di Pisone. Scoperto e preso,

denunziò gli amici e la madre; ma invano colla viltà tentato conservare

la vita, la lasciò eroicamente (pag. 112).

Il trovarsi perseguitato dispensavalo dalle uffiziali codardie e

dalle accademiche fanciullaggini: chiuso nel suo gabinetto, poteva

comporre originale: e di fatto egli ritrae del suo tempo più di quegli

altri imitatori, ma non ne palesa che la depravazione del gusto, lo

sfiancamento delle credenze.

Chi attribuisce l'inferiorità della _Farsaglia_ all'avere scelto un

soggetto troppo vicino, che impediva al poeta le finzioni, essenza

della poesia, trae storte deduzioni da arbitrarj principj. Buon

soggetto d'epopea sono le guerre tra nazioni forestiere, mentre le

lotte di dinastie e le guerre civili e le interne commozioni di Stati

convengono meglio alla rappresentazione drammatica. In Lucano non ci

è presentato che il medesimo popolo, diviso in due; due protagonisti

troppo vicini e somiglianti; sicchè i fatti non han più una distinzione

abbastanza evidente. Inoltre vuolsi che l'epopea presenti una lotta

più d'entusiasmo che di calcolo, e che trovi la ragione e la sequela

nella storia universale, come quella dei Greci contro gli Asiatici,

de' Cristiani contro i Turchi, dei Portoghesi contro gl'Indiani: e

qui pure difetta Lucano, poichè la guerra fra Pompeo e Cesare, da lui

cantata, è lotta di due sistemi meramente accidentali; e vinca l'uno o

l'altro, l'umanità non v'avrà che vantaggi speculativi. Il che viepiù

risulta dacchè Lucano non seppe nei due capi personificar la parte che

ciascuno sosteneva, e darvi quell'individualità viva, per cui tutte le

azioni esterne son ricondotte al carattere interno, alla coscienza,

alla risoluzione. Egli poi frantese il soggetto fin a credere che

una battaglia avrebbe potuto ristabilire l'antica repubblica, cioè

rassodare la tirannide dei patrizj sopra la plebe. Qual eroe di

poema cotesto Pompeo, mediocre sempre, più ancora nell'ultima guerra,

ove misurava se stesso dalle adulazioni che lo avevano abbagliato?

Cesare, forse il più grande dei Romani, insignemente poetico per

l'infaticabile ardimento e per la popolarità, è da Lucano svisato; e

per rappresentarlo come un furibondo ambizioso, il quale nel dubbio

s'appiglia sempre alla via più atroce[322], ricorre a particolari

insulse quanto bugiarde: in Farsaglia fa che esamini ogni spada, per

giudicare il coraggio di ciascun guerriero dal sangue ond'è lorda;

spii chi con serenità o con mestizia trafigge; contempli i cadaveri

accumulati sul campo, e neghi ad essi i funebri onori; e imbandisca sur

un'altura per meglio godere lo spettacolo dell'umano macello. Ma può

far con questo che Cesare non appaja il protagonista dell'azione? e di

Pompeo vede altro il lettore se non le blandizie onde lo careggia il

poeta, col tono stesso onde piaggiava Nerone?

Lavorando di partito non di giudizio, impicciolisce le grandi contese

coll'arrestarsi attorno ad accidenti momentanei; come nelle gazzette,

tu vi ritrovi esaltate le piccole cose, non capite o vilipese le

maggiori, trattenuta l'attenzione su particolarità inconcludenti, e

sviata da ciò che è capitale; nè vi riconosci il cuor dell'uomo colle

mille sue rinvolture, colle infinite gradazioni fra cui ondeggia

la natura umana, ma inflessibili virtù o mostruose tirannie. Quasi

non basti l'orrore d'una guerra _più che civile_, devono vedersi le

serpi andare in frotta pei libici deserti; le piante d'una selva non

cadranno sebben recise, tanto son fitte; nelle battaglie, stranamente

micidiali, a ruscelli scorrerà il sangue, i morti resteranno in piedi

tra le file serrate, piaghe apriransi come l'antro della Pitia, il

grido dei combattenti tonerà più che il Mongibello. Al modo dei retori,

moltiplica descrizioni e digressioni di tenuissimo appiglio: e per

verità in queste soltanto si mostra poeta; ma scarso di giudizio e

di gusto, al difetto di varietà vorrebbe supplire coll'erudizione,

all'entusiasmo e alla dignità colla ostentazione di massime stoiche,

al sentimento della natura morale colle particolarità della materiale.

Spesso ancora il pensiero è appena abbozzato o incomprensibile:

uniforme il color negro, talora esercitato sopra particolarità

schifose, sopra analisi di cadaveri in decomposizione, sopra una maga

che stacca un impiccato dalla forca, snodandone la soga coi denti, e

ne fruga gl'intestini, e resta sospesa pei denti a un nervo che non

si vuol rompere[323]. Il verso, talora magnifico, più spesso va duro

e contorto: soverchie le particolarità, dalle quali se egli mai si

solleva al grande, dimentica l'arte di arrestarsi e travalica. Chi

di noi non si sentì infervorato a quel suo ardore di libertà, alla

franchezza stizzosa delle parole? ma se ti addentri, non vi trovi nulla

meglio di quel che tutti i Romani colti d'allora provavano, aborrire le

guerre civili per ignavia o spossatezza; ribramare l'antica repubblica,

non per intelligenza delle istituzioni sue, ma perchè come esercizj di

scuola i pedanti proponevano gl'innocui elogi di Bruto e di Catone ai

futuri ministri di Nerone e Domiziano.

Era frutto naturale delle costoro discipline un poema dove o si

vituperassero gli Dei imputandoli delle sventure della patria, o

s'imprecasse alle discordie cittadine, osservate nel loro aspetto più

superficiale, l'uccidersi cioè tra padri e fratelli; salvo a lodare

le intempestive virtù di Catone che a quelle tanto contribuì, e

preporre il giudizio di lui alla decisione degli Dei[324]. E agli Dei,

cui Roma più non credeva, non era possibile attribuire un'azione in

quell'epopea, laonde il poeta vi surrogò un soprannaturale del genere

più infelice: ed ora la patria, in sembianza di vecchia, tenta rimover

Cesare dal Rubicone; ora i maghi resuscitano cadaveri per cavarne

oracoli; ora indovinamenti di Sibille, o presagi naturali; e mentre

s'impugna la provvidenza[325], adorare la fatalità, che esclude e la

rassegnazione e la speranza; incensar la Fortuna, diva arbitra degli

umani avvicendamenti, al fondo de' quali non v'è che la desolazione

e il nulla. È conseguente se preconizza la morte come un bene che

dovrebbe concedersi solo ai virtuosi[326], un bene perchè assopisce

la parte intelligente dell'uomo, e lo conduce non nel beato Eliso ma

nell'oblivioso Lete[327].

Ci dicono che bisogna scusarne i difetti perchè morte gli tolse di dar

l'ultima mano. Ma la lima avrebbe potuto mutare il generale concetto?

dargli i dolci lampi d'un'immaginazione vera, d'un affetto sincero? e

pari sventura non era accaduta a Virgilio? Però la lingua epica che

Virgilio aveagli trasmessa di prima mano, fu da Lucano pervertita,

come la prosastica da Seneca; ciò che il primo avea detto con limpida

purità, egli contorce ed esagera; affoga tutto in una pomposa miseria

di voci, d'antitesi e di ampolle, dove sempre la frase è a scapito del

pensiero, l'idea è sagrificata alla immagine, il buon senso all'armonia

del verso.

Eppure di fantasia e di facoltà poetica era meglio dotato che Virgilio:

ma questo ebbe l'accorgimento di gettarsi su tradizioni non discusse e

care ugualmente a tutta la nazione; Lucano si fermò ad un fatto, su cui

discordavano opinioni e interessi. Virgilio adulò, ma più Roma ancora

che i suoi padroni; Lucano, rassegnato ad obbedire a Nerone, esaltava

uno che non era l'uom del popolo, e che al più destava simpatie

patrizie. Virgilio fece egli stesso il suo poema; il poema di Lucano

fu fatto da quelle conventicole d'amici e compagnoni, che guastano

colle censure e colla lode. Virgilio covò nel segreto l'opera propria,

e tanto ne diffidava, che morendo ordinò di darla alle fiamme: Lucano,

ebbro degli applausi riscossi ad ogni recita, assicurava se stesso

che i versi suoi, come quelli d'Omero e di Nerone, sarebbero letti in

perpetuo[328], e morendo li declamava, quasi per confermare a se stesso

che, chi gli toglieva la vita, non gliene torrebbe la gloria. Virgilio

rimarrà il poeta delle anime sensitive: Lucano sarà il precursore

di quella poesia satanica, che vantasi invenzione del secol nostro,

nudrita di sgomenti e di disperazione, di tutto ciò che spaventa

o desola, e che compiacesi di scandagliar le piaghe dell'anima,

dell'intelligenza, della società per istillarvi il veleno della beffa e

della disperazione.

E noi tanto rigore gli usiamo perchè quei difetti sono pure dell'età

nostra, e perdettero e perderanno altri eletti ingegni.

Nè più che qualche lode di stile concederemo ad altri epici, i quali,

sprovvisti del genio che sa e inventare e ordinare, sceglievano i

soggetti non per impulso di sentimento, ma per reminiscenza e per

erudizione, e sostenevansi nella mediocrità coi soliti ripieghi

dell'entusiasmo a freddo, e colle descrizioni, abilità di chi non

ha genio. Tutto ciò che è mestieri ad un poema, tu trovi negli

_Argonauti_ (111) di Cajo Valerio Flacco padovano, nulla di ciò che

vuolsi ad un poema bello; non il carattere dei tempi, non l'interesse

drammatico, non la rivelazione del grande scopo di quell'impresa,

degna al certo d'occupare una società forbita e positiva. Non lascia

sfuggire occasione di digressioni; accumula particolarità di viaggi,

d'astronomia; con erudizione mitologica portentosa sa dire appuntino

qual dio o dea presieda alle sorti di ciascuna città od uomo, quanti

leoni figurino nella storia d'Ercole, in qual grado di parentela stia

ogni eroe coi numi, e la precisa cronaca degli adulterj di questi; e

l'espone senza nè l'ingenuità de' primi tempi che fa creder tutto, nè

la critica degli avanzati che investiga il senso recondito. Anche nello

stile barcolla fra le reminiscenze de' libri e l'abbandono famigliare,

che però non lo eleva alla naturalezza. Messosi sulle orme del greco

Apollonio da Rodi, corre meglio franco ed elegante quando se ne

stacca[329].

Più accortamente Cajo Silio Italico (25-95), di Roma o d'Italica

in Ispagna, scelse a soggetto la _Guerra punica_; ma sfornito

d'immaginazione, farcisce in versi ciò che da Polibio fu narrato sì

bene, e da Livio in una prosa senza paragone più ricca di poesia che

non l'epopea di Silio. Il quale, ligio alla scuola, v'aggiunse di suo

un soprannaturale affatto sconveniente, e finzioni inverosimili che

per nulla rompono il gelo perpetuo, mal compensato dall'accuratezza

di alcune descrizioni. Conosceva a fondo i migliori; di Cicerone e di

Virgilio era tanto appassionato, che comprò due ville appartenute ad

essi, ed ogni anno solennizzava il natalizio del cantore di Enea: ma il

suo era culto di divinità morte, e sacrificava la propria intelligenza

per pigiarla in emistichj tolti ai classici, faceva nascere i pensieri

a misura delle parole, e a forza d'erudizione e di memoria riempì

la languida vanità di quell'opera[330], la quale non ha tampoco i

difetti che abbagliano ne' suoi contemporanei, e che da alcuni sono

scambiati per bellezze. Plinio Cecilio, amico e lodator suo, confessa

che _scribebat carmina majore cura quam ingenio_, e che acquistò

grazia appo Nerone facendogli da spia, ma se ne redense con una vita

virtuosa, e tornò in buona fama. Console tre volte, proconsole in Asia

sotto Vespasiano, colle mani monde di latrocinj ritirossi in Campania,

comprando libri, statue, ritratti, curiosità di cui era avidissimo:

ma preso da malattia incurabile, si lasciò morire, come allora parea

virtù.

Terenziano Mauro fece un poema sulle lettere dell'alfabeto, le sillabe,

i piedi e i metri, con tutto l'ingegno e l'eloquenza di cui sì ritrosa

materia poteva essere suscettibile; e giovò a farci conoscere la

prosodia latina, giacchè al precetto accoppiando l'esempio, usa man

mano i versi di cui parla. Lucilio giuniore, amico di Seneca, cantò

l'_Eruzione dell'Etna_. Conosciamo sol di nome i lirici Cesio Basso,

Aulo Settimio Severo, Vestrizio Spurina; e forse sono di quell'età

i distici morali (_Disticha de moribus ad filium_) di Dionisio

Catone, che nel medioevo ebbero molto corso. Le egloghe danno a

Giulio Calpurnio Siculo il secondo posto fra i bucolici latini, ma

ad immensa distanza da Virgilio; non come questo introduce pastori

ideali, sibbene veri mietitori, boscajuoli, ortolani semplici e rozzi,

cui imita fin nei modi di dire. Ha interesse storico la settima, ove

un pastore, tornato da Roma, narra i combattimenti che vi ha veduti

nell'anfiteatro.

Ma in tanti poeti cerchereste invano uno di quei passi sublimi o

patetici, che accelerano il battito del cuore, o dilatano il volo

dell'immaginazione; qualche giusta e viva pittura di caratteri e di

situazioni reali della vita e del cuore. In abbondanza, in dovizia

di sentimenti vincono talvolta quelli del secol d'oro: ma esalano

in sentenze ed immagini, anzichè tener dietro al progresso d'una

passione; pongono l'arte nel voltare e rivoltare l'idea sotto tutti

gli aspetti ond'è capace, vincere le difficoltà descrivendo ciò che

non n'ha bisogno; e dove la parola propria o qualche calzante epiteto

basterebbero, sfoggiano scienza ed anatomia, che guastano l'effetto

dell'immaginazione, e tolgono il bello col mostrare d'andarne in

caccia.

Prediletto spettacolo erano ancora il circo e la ginnastica, portati

all'eccesso; Caligola, Caracalla, perfino Adriano scesero nell'arena;

Comodo assaliva colla spada gladiatori armati di legno; si vollero

atleti che si colpissero alla cieca; Domiziano fece lottare nani e

donne; sotto Gordiano III, duemila gladiatori ricevevano stipendio

dal pubblico; nel circo offrironsi battaglie d'interi eserciti, ed

una navale da Elagabalo in canali ripieni di vino. Di mezzo a questi

sanguinosi clamori poteva prosperare l'arte drammatica? Meglio fu

favorita la pantomima, ove gl'imperatori non aveano a temere i fulmini

della parola.

Alcune tragedie, gonfie di declamazioni e vuote di quel che appunto

costituisce il dramma, cioè l'azione, la vita animata, corrono sotto

il nome di Seneca: ma sono opera d'uno o più Stoici, d'immaginazione

senza giudizio, d'ingegno senza gusto, i quali fan parlare e morire la

vergine Polissena e il fanciullo Astianatte come un Catone in Utica;

eppure vi spruzzolano le empietà di moda, proclamando che tutto finisce

colla morte[331]. Passione falsa, contraddittoria, sempre esagerata e

nel bene e nel male; preferita la dipintura del furore, i caratteri

atroci, i colori strillanti alla tranquilla armonia de' quadri e al

graduale procedere delle passioni; fin dal cominciamento lo spettatore

deve restare attonito, atterrito, nè mai trovar riposo. Le donne

medesime hanno musculatura maschile, forsennati furori, amor materiale,

tanto che Fedra invidia Pasifae, esclamando, — Almeno ella era amata!»

Destinate alle solite declamazioni non al teatro, in quelle tragedie

non sono nè concatenate le scene, nè variati i caratteri, nè

giustificate le situazioni; bensì tragicamente coloriti i racconti, e

sparsi di modi e pensieri arditi e franche sentenze, che quantunque

ivi si trovino per lo più fuor di posto, parvero degne d'imitazione

a Corneille, a Racine, ad Alfieri, a Weisse. Forse da esse venne alle

moderne tragedie quell'aria di declamazione che tanto le slontana dai

greci modelli, e quelle risposte concise ed epigrammatiche, le quali

dappoi sembrarono bellezze[332].

Non l'espressione de' sentimenti dell'anima, come nella lirica; non

la magnifica esposizione, come nell'epopea; ma un'idea generale del

bene, applicata argutamente a particolarità moderne, costituisce la

satira. Era perciò eminentemente propria de' Romani, che dietro di sè

aveano un'età, popolarmente dipinta come sobria e pudica; sicchè viepiù

risaltava il disaccordo fra la morale astratta e il mondo reale.

Ma la pericolosa abilità della satira rado giova o non mai, produce

nemici, e trae spesso a saettare ciò che maggiormente rispettar

si dovrebbe, la virtù, le profonde convinzioni, la disinteressata

attività. Solo un cuore benevolo e la evidente intenzione del

miglioramento possono acquistarle lode: or questo trovasi nei satirici

latini? Essi meritano speciale attenzione, perchè un tal genere più

d'ogni altro risente l'influsso del tempo, da cui trae la materia,

i colori, la vita. All'età di Mario, quando gran parte ancora

conservavasi dell'antica rozzezza, quantunque la digrossassero le

mode greche, e al vizio, irruente coll'allettamento della novità, si

opponeva la sdegnosa repressione delle antiche virtù, comparve Lucilio,

che con modi plebei e festività plateale e sali caustici più che

lepidi, attaccò men tosto i difetti che le persone di qualunque grado

o stirpe. Al tempo d'Orazio, la civiltà greca era prevalsa col corredo

de' vizj eleganti, e colla conseguenza delle guerre civili, delle

proscrizioni, del mutamento di repubblica in impero. Dove era riuscita

inefficace la disciplina dei censori, poteva il satirico lusingarsi di

porre un freno alle voluttà, al lusso, all'ingordigia? Orazio, il cui

fino gusto comprendeva che la cosa da evitare di più è l'inutilità,

s'accontentò di porgere verità d'esperienza, precetti parziali di

qualità casalinghe, lezioni minute che s'imparano solo coi capelli

bianchi: ma ingegnoso a scorgere i difetti, arguto a dipingerli, non si

propone di farli aborrire; vuol trovare di che ridere, anzichè condurre

altrui all'austerità; imitando Augusto nel lodare le virtù vecchie

ed abbracciare i vizj nuovi, alla corruzione fa omaggio col mostrare

d'abbandonarvisi egli stesso a capofitto. In lui trapela il sereno

d'una società che si rallieta dopo lunghi patimenti, si riposa da fiere

convulsioni, e promettesi lunga durata; e Orazio, non mordendo, ma

solleticando, mira piuttosto a smascherare quelli che si danno aria

di virtuosi, e avvezzare ad un viver tranquillo e gajo, a sprezzar

le ricchezze, la potenza, tutti que' desiderj che turbano la calma;

accontentarsi del proprio stato, e cogliere fiori in sulla via.

I tempi erano peggiorati col sistema imperiale, e alla corruttela

traboccante non poteasi opporre che il ferreo argine dello stoicismo,

irreconciliabile col vizio, armato di inflessibili sentenze. Decimo

Giunio Giovenale (42-122?), ispirato dal dispetto, non ride, ma si

corruccia; non saltella da cosa a cosa, ma fila la sua tesi a modo

dei retori, severo per proposito fin nella celia. Se però t'addentri,

sotto la generosa indignazione scopri un declamatore, onesto se vuoi,

ma che calcola sempre, non sente mai; protesta vigorosamente contro

la corruzione, ma quando sotto Trajano la franchezza non recava

pericolo; e sentenzia di pazzo chi per compiere una grande azione

mette a repentaglio la sicurezza proveniente dall'oscurità o dalla

scempiaggine: e quel suo finire una violenta declamazione con una

comparazione arguta o con una lambiccata[333], ti lascia in dubbio s'e'

parli da senno o da beffa.

Nelle sedici sue _Satire_ intende abbracciare tutto quel che gli uomini

pensano, fanno, patiscono[334]. Nella prima rimpiange l'antica libertà

della parola; ond'egli, per cansar pericolo, l'accoccherà solo a morti.

La seconda rimorde i filosofi, severi all'esterno, corrotti dentro;

e i grandi, modelli di depravazione. Delle più vive è la terza, ove

ritrae gl'impacci di Roma e gli scomodi d'una metropoli. Una mette in

canzonella i senatori, gravemente convocati da Domiziano per decidere

sul migliore condimento d'un pesce: una le donne vane, imperiose,

dissimulate, libertine, avide, superstiziose: una chi ripone la nobiltà

nei natali, non nel merito. Or invitando un amico a cena, gli porge

la distinta dei cibi, per elogio della frugalità e rimprovero del

lusso; or festeggia un amico scampato dal naufragio, e perchè non si

creda interessata la gioja, assicura che quello ha figli, donde si fa

passaggio a ritrarre gli artifizj con cui si uccellava alle eredità de'

celibi[335].

Egli ci mostra Roma piena di Greci, che, capitati con un carico

di fichi e prugne, si posero ad ogni mestiero; grammatici, retori,

geometri, pittori, medici, auguri, saltambanchi, maghi, adulatori

che lodano i talenti d'uno scemo, pareggiano ad Ercole uno sciancato,

encomiano vilmente e son creduti, e si vendicano della vinta patria col

corrompere la vincitrice. Al cliente, coricato al desco col patrono,

tocca la continua umiliazione di vedere a questo il pan buffetto e il

vin pretto o l'acqua limpida; a sè una focaccia di farina muffa, acqua

fangosa, e il profumo dei frutti e delle delicature, e le celie del

signore, per corteggiare il quale egli innanzi l'alba lasciò moglie

e figli, e venne a batter la borra sul freddo lastrico del palazzo.

Il ricco ammira il poeta, gli presta la sala per leggere i versi, e i

liberti per applaudirlo, ma poi lo rimanda a dente secco: lo storico

riceve poco più d'uno scrivano: al grammatico è decimato il salario

dall'ajo o dall'economo. È di moda l'avvocato che si fece fare il busto

e la statua, che ha otto portinaj e non so quanti anelli, e la lettiga

dietro e un codazzo d'amici: mentre l'altro, il quale non è che onesto,

riceve in premio delle sue fatiche un prosciutto secco, cattivi pesci,

e vino colla punta; o se tocca una moneta, dee dividerla coi mediatori

che gli procurarono l'avventore.

Tutto ciò espone Giovenale in tono di predica e febbricitando

d'indignazione, con amara beffa e stizzoso flagello. Ingegno nello

scegliere le circostanze, robustezza nel colorire non gli mancano;

nelle composizioni d'età matura va più pacato, e lascia prevalere

il riso allo sdegno; adopera linguaggio dotto, copioso, non mai

vulgare. Chi però volesse da lui desumere la vita privata de' Romani,

per riscontro alla pubblica dipinta da Tacito, resterebbe illuso da

quest'onesto mentitore, che vede da falso punto, ed espone iperbolico

e declamatorio. I tempi chiedeano ben altro che il riso d'un poeta:

nè riformarli poteva uno, che, mentre si querela della negletta

religione, la toglie in beffe[336]; che a turpissimi vizj oppone

aforismi cattedratici d'una virtù assoluta, generica, vaga[337]; che

per consolazione ai patimenti non sa suggerire se non il forte animo e

il disprezzo della morte. Messe a nudo le miserie del povero, proprie

di tutte le età o speciali di quella, qual voto fa egli? che tutti i

poveri antichi si fossero da sè esigliati da Roma[338]. Non ne potevano

dunque restar giovati i coetanei suoi: quanto ai posteri, leggendo

si consolano d'esser fatti tanto migliori, ma tornano ad Orazio,

de' cui mezzi caratteri trovano spesso il riscontro ne' mezzi uomini

contemporanei.

Dopo che Orazio diede un esempio inarrivabile di scrivere la satira con

modi piani e popolari (_sermones per humum repentes_), ai successivi

fu rituale uno stile rotto e manierato: ma Giovenale nel verso, nelle

frasi, nelle parole stesse sorpassa tutti per originale rigidezza,

acquisita con assiduo studio; non voce, non passaggio inutile, non

verbo che non cresca vigore, non imitazione che sacrifichi il pensiero

alla frase; nulla di semplice, di affabile; non lingua appresa dal

popolo, ma decretata dai grammatici e dai retori.

Nato ad Aquino, educato nelle solite scuole di declamatori, fin a

quarant'anni attese ai tribunali: avendo poi recitato ad alcuni amici

una satira contro di Domiziano e di un poeta a lui ligio, gli applausi

che ne riscosse lo drizzarono a questo genere. Adriano, credendosi

preso di mira in alcuni frizzi di lui, lo mandò in Egitto già

ottagenario, dandogli per celia il comando d'una coorte. Ivi morì di

noja e di rammarico.

Aulo Persio Flacco (34-62), orfano di famiglia equestre volterrana, a

dodici anni venne a Roma sotto i soliti sciupateste; ma a ventott'anni

morì. Anneo Cornuto suo maestro ne pubblicò le satire, sopprimendo ciò

che credette cattivo o pericoloso; ed eccitarono viva ammirazione,

forse per quel sentimento che tante speranze fa sorridere dalla

tomba d'un giovane. Ma l'esperienza e le correzioni avrebbero potuto

togliervi l'affettata pienezza, o dargli l'immaginazione, senza cui

poesia non è?

Sarebber esse a dire un sermone solo, trinciato poi dal suo

raffazzonatore in sei prediche sopra soggetti morali, oltre una

prefazioncella. Nella prima, egli burla il ticchio di far versi

e il mal gusto in giudicare: nella seconda, dardeggia la frivola

incoerenza de' voti onde i mortali sollecitano gli Dei: nella terza,

i molli giovani aborrenti da ogni seria occupazione: la quarta morde

la presunzione onde tutti credonsi capaci di tutto e principalmente

di governar gli Stati: nella quinta esamina qual uomo sia veramente

libero, e conchiude il savio: l'ultima punge gli avari, che negandosi

il necessario, accumulano per eredi scialacquatori.

Come Orazio, Giovenale avea dedotto le sue satire dall'osservazione

propria, dalla conoscenza della vita: Persio invece soltanto dalle

scuole. Guasto nel midollo dallo stoicismo di queste, sprezza non

solo il superfluo, ma il necessario[339]; fa colpa del più innocente

atto, se la ragione non vi assenta[340]; all'uomo intima non esser lui

libero, perchè ha passioni; condanna i raffinamenti della civiltà, il

vestir bene e l'usare profumi.

Ah! ben altri vizj deturpavano il suo tempo; infamia di delatori,

avvilimento del senato, insolenza di liberti, stravizzo e bassezza

di tutti. Ma Persio non sapeva nulla di ciò, perchè nulla gliene

avevano detto nella scuola; solo udito in generale che il secolo era

corrotto, si prefigge di manifestare il suo ribrezzo con aerea e filata

discussione da gabinetto, sovra argomenti prestabiliti, non su quelli

che, cadendogli sott'occhio, lo stizzissero od ispirassero. Con quella

superba generosità vede e parla esagerato; insiste sulla medesima tesi,

comunque simuli arditi passaggi e dure inversioni; cerca minuzie e

sottilità e figure retoriche e tropi, anche quando sembra passionato.

Orazio, uom di mondo, urtante e riurtato dagli uomini, è sempre

l'autore del momento, nè diresti avesse già pensato jeri a quel che

getta sulla carta allorchè il vizioso o il malaccorto gli dà tra'

piedi; ti porta sul luogo; al vizio attribuisce persona e nome, sicchè

tu lo conosci, e le particolarità sfuggono meno alla mutata posterità.

Persio invece sta sulle generali, con pitture vaghe e costumi e scene e

personaggi indeterminati; argomenta scolasticamente ove gli altri due

discorrono saltuariamente; e le poche volte che cerca il drammatico

andamento di Flacco, diventa oscuro ancor più dell'usato; talchè

l'attribuire le botte e le risposte a quest'interlocutore piuttosto che

a quello, è laborioso indovinamento de' commentatori. Ai quali pure diè

fatica quel suo stile ambizioso, ove mancando sempre d'immagini, e non

sapendo vestire i concetti filosofici reconditi, la sterilità delle

idee dissimula sotto una lingua bizzarra, congegnata di parole piene

pinze. Il suo verso è sonoro, ma spesso ambiguo: e se Lucilio imitò i

Greci, e Orazio imitò Lucilio, Persio imita Orazio, catena nella quale

egli rimane troppo dissotto; perocchè in Orazio troviam sempre begli

argomenti, trattati con arte squisita, varietà somma, digressioni

felici, e l'arte di coprir l'arte. Quindi egli è sempre venusto,

Giovenale austero, Persio arcigno; egli pien di lepidezze, Giovenale

di sarcasmo, Persio d'ira; l'uno persuade, l'altro scarifica, il terzo

filosofeggia: sicchè amiamo il primo, temiamo il secondo, il terzo

compassioniamo.

Oltre queste satire, e quella che Sulpicia moglie di Galeno scrisse _de

corrupto reipublicæ statu_ quando Domiziano cacciò d'Italia i filosofi,

ne correano in Roma altre democratiche, libera espressione di sdegno le

più volte, d'applauso talora, progenitrici delle odierne pasquinate,

e i cui autori restavano incogniti, ma più nazionali che le poesie

letterarie[341].

Altri colori a dipinger la vita domestica de' Romani somministra

Petronio Arbitro marsigliese nel _Satyricon_ (66), misto di prosa e

di versi (pag. 137). Suppongono costui fosse ministro delle voluttà

di Nerone, e le descrivesse; ma pare che, più d'un secolo dopo,

qualche curioso ne trascrivesse i passi che più gli piacevano e che

soli a noi arrivarono, sconnessi, oscuri, aggrovigliati, donde non

trapela altra intenzione se non di abburattare libertinamente il

libertinaggio del suo tempo, corrompendo con aria di riprovar la

corruzione, ed ubriacandosi nell'orgia comune. Trimalcione, uom di

dovizie splendidissime, tronfio quanto baggeo, in cui altri crede

adombrato Claudio, altri il successore di esso, noi più volentieri

l'ideale dei tanti ricchi lussurianti nella Roma d'allora, v'è

circondato da parasiti, da filosofi, da poeti, dall'infame voluttà

dei grandi. Eumolpo, tolto a mostrare ai convitati qual deva essere

il poeta vero, insegna non bastare a ciò il tessere belle parole in

versi armoniosi, ma volersi generosi spiriti, evitare ogni bassezza

d'espressione, dar rilievo alle sentenze; e propone ad esempio un suo

componimento sopra le cause della guerra civile, forse per appuntare

Lucano che non le accenna, e con gravi parole tassa il deterioramento

dei costumi. — Già il Romano teneva soggiogato tutto il mondo, nè però

era satollo; ricercando scorrevansi i seni più reconditi; e se alcuna

terra vi fosse che mandasse oro, aveasi per nemica. Non piacevano

i gaudj noti al vulgo, o la voluttà comune colla plebe; traevansi

dall'Assiria l'ostro, dalla Numidia i marmi, le sete dai Seri, dagli

Arabi i profumi; nelle selve dei Mauri cercavansi le fiere; correvasi

fin nell'Ammone, estremo dell'Africa, per averne l'avorio; e le tigri

caricavano la nave per bevere umano sangue fra gli applausi del popolo

a modo dei Persiani. Deh vergogna! si recide agli adolescenti la

pubertà, acciocchè sia prolungata la fuga de' celeri anni; ma piaciono

le bagasce, e il rotto portamento del corpo snervato, e i cascanti

capelli, e i nuovi nomi delle vesti disdicevoli ad uomo. Una mensa

di cedro svelto dalle terre africane, e turme di schiave, e splendido

ostro si pone; e vuolsi ornare l'oro istesso. Ingegnosa è la gola; lo

scaro si reca vivo sulla mensa, immerso nel mar Siculo, e conchiglie

svelte dai lidi Lucrini: già l'onda del Fasi è deserta d'augelli, e

nel muto lido le sole arie mormorano fra i deserti rami. Nè minore è

la rabbia in campo, ed i compri Quiriti volgono a guadagno i suffragi;

venale è il popolo, venale la curia dei padri, pagasi il favore; anche

ai vecchi cadde la libera virtù, e il potere e la maestà giaciono

corrotti dalle ricchezze: talchè Roma ruinata è merce di se stessa, e

preda senza riscatto». Allora trae fuori un macchinamento della fortuna

e dell'inferno che predicono i mali avvenire, e della discordia che

abbaruffa Cesare e Pompeo.

Il _Satyricon_ è il primo romanzo latino che conosciamo: maggior fama

levò quello di Lucio Apulejo, la cui vita stessa è un romanzo. Nato

bene a Medaura colonia romana in Africa, al tempo degli Antonini,

studiò a Cartagine, in Grecia, a Roma[342]; viaggiò, aggregandosi a

varie fraternite religiose[343], e recitando dappertutto arringhe,

secondo l'andazzo d'allora. Alcune di queste (_Floride_) ci arrivarono,

copiose d'erudizione quanto tapine di critica e credule all'eccesso;

eppure gran nome gli acquistarono, e perfino statue.

A forza di spendere, non avanzò di che farsi consacrare al servizio

d'Osiride. Riguadagnò col piatir cause, e meglio collo sposare

Pedentilla, vedova di quarant'anni e di quattro milioni di sesterzj. I

parenti di questa gli posero accusa d'averla innamorata con sortilegi;

ma citato davanti al proconsole d'Africa, si scolpò con un'apologia,

che ci rimane bizzarro testimonio dei pregiudizj correnti. Magie e

siffatte superstizioni più tardi egli derise, ma senza deporle; e

sebbene nella _Metamorfosi_ o l'_Asino d'oro_ ne faccia la satira,

credeva che i demonj potessero immediatamente sull'uomo e sulla natura.

Il concetto dell'_Asino d'oro_ è derivato da Luciano, ch'esso pure lo

dedusse da Lucio di Patrasso: ma il nuovo episodio d'Amore e Psiche

è degno di stare fra quanto ci lasciò di più squisito l'antichità.

Appunto perchè oscuro, quel romanzo fu interpretato in mille guise: i

Pagani fecero d'Apulejo un semidio miracoloso da opporre a Cristo: nel

medioevo s'andò a cercarvi il segreto della pietra filosofale: indi i

metafisici vi trovarono indicato l'avvilimento dell'anima pel peccato,

finchè la Grazia non la sollevi: molti vi attribuiscono l'intenzione

di rialzare i misteri, caduti in discredito; eppure ne rivela le

abominazioni, quantunque per verità l'XI libro esponga nella loro

bellezza quelli d'Iside e Osiride, dandocene informazioni preziose.

Ricco di cognizioni storiche, non raggiunge a gran pezza Luciano per

fecondità di genio o acume nel cogliere il senso de' sistemi filosofici

e trovarne il lato ridicolo; tanto meno poi nell'accuratezza dello

stile: anzi in uno scrivere prolisso, oscuro, pretensivo, vacillante

tra parole arcaiche e nuove, lascia sentire quanto fosse imbarbarita la

romana lingua.

Le opere non solo più importanti ma anche migliori di quest'età sono

le storiche. Cornelio Tacito (54-134?), nato a Terni nell'Umbria di

famiglia plebea, entrò nella milizia, poi si fece avvocato, e scrisse

molte arringhe; sostenne la questura e la pretura sotto Domiziano, vide

la Germania e la Bretagna, fu anche console, e menò lunga vita, più

tranquilla che non parrebbe dalla severa scontentezza de' suoi scritti.

In mezzo a quei vivi contrapposti di buoni e cattivi signori,

all'agonia del bene e del male, egli contemplava in silenzio una

lotta senza vigore; e prima d'esporsi al pubblico sguardo, aspettò

la maturanza degli anni. Passava i quaranta allorchè per gratitudine

scrisse la vita d'Agricola suo suocero, sollevando la biografia alla

dignità di storia, coll'introdurvi gli eventi d'un popolo nuovo, cioè

il britannico, del quale sa cogliere le particolarità più significanti.

Vi mandò dietro la descrizione della Germania, quasi volesse mettere

in vista quelle genti rozze ma integre, che sovrastavano minacciose

alla depravata civiltà dell'impero. Poche pagine, eppure è uno

dei lavori più importanti dell'antichità, ed incomparabile modello

dell'arte di dir molto in breve. Le cose vide egli stesso o le udì da

suo padre; e vuole opporre alla viziosa decrepitezza del suo secolo

la vigorosa integrità di genti nuove. Ignaro della lingua teutonica,

dovette frantendere troppe cose; riscontrò gli Dei di Grecia e di

Roma ne' germanici; le imperfette cognizioni che ne acquistò, tradusse

cogl'inesatti equivalenti d'una civiltà affatto diversa. La studiata

brevità poi non basta a gran pezza a significare ciò che lo storico

concepisce, o converte la parola ad uso diverso dal comune. Ciò scema,

non toglie a Tacito il merito di offrir le prime pagine della storia

moderna.

Sperimentate le sue forze, diede mano alla storia di Roma in trenta

libri da Galba a Nerva, il regno del quale e di Trajano, come tema più

ricco e più sicuro, serbava per istudio di sua vecchiezza. Ma poi trovò

più conforme al suo genio di descrivere in forma di annali le atrocità

o le follie dei primi quattro successori d'Augusto (pag. 119). Gran

parte del lavoro andò perduta; nè delle _Storie_ ci restano che quattro

libri e il principio del quinto, in cui è abbracciato poco più che

l'anno 69: degli _Annali_ ne avanzano dodici con molte lacune; perito

quanto si riferiva al restante regno di Tiberio, a quel di Caligola e

gran parte di Nerone; poi ci vien meno affatto quando gli avrebbe dato

tanta importanza il mostrare il cambiamento di dinastia.

Nessuno seppe meglio rendere drammatico il racconto, ove

minutissimamente espone la vita politica, e le relazioni de' principi

col popolo romano. Storico filosofo, gran conoscitore del cuore,

e dipintore inarrivabile de' caratteri, la grave moralità lo rende

indignato col suo tempo, che egli anatomizza senza remissione come un

cadavere; e se tra l'indagine gli casca sotto al coltello una parte

ancor vitale, la manda al taglio medesimo; e il supplizio dei Cristiani

descrive come quello di tant'altre vittime, spettacolo al tiranno o al

popolo. Di religione non si briga, pur riferendo tante superstizioni;

ma ammette una potenza superna, moderatrice delle cose e delle azioni

umane, non senza dubbj però[344]: come tutti i pensatori, predilige

la forma repubblicana d'una volta, ma riconosce la necessità del

principato, poco sperando fin ne' governi temperati[345]: protestando

contro il suo secolo anche collo scrivere, sbandisce ogni modo

naturale e semplice di concepire e di esporre, e si forma uno stile

artifiziato, tutto suo, ora di vivace rapidità, ora di calma maestosa,

semplice nella grandezza, qualche volta sublime, originale sempre, da

non permettersi una parola di più, nè un fior d'espressione, nè lusso

d'immagini, nè cadenza e periodo, come chi non ambisce di piacere,

ma vuol che si pensi, che ogni frase istruisca, ogni parola porti un

senso, e a tal fine sia precisa per l'oggetto e vaga per l'estensione.

Senza modello, rimase senza imitatori. Gli toccò la fortuna di godere

della propria gloria, sebbene forse la dovesse piuttosto ai versi e

alle orazioni, che andarono perdute, al par di una sua raccolta di

facezie. Tra i posteri fu caro a chiunque legge meditando, a chiunque

in pubbliche calamità ha bisogno di fremere e rinvigorir la coscienza

contro i terrori e la seduzione.

Cajo Svetonio Tranquillo (70-121?), oltre le vite dei Dodici Cesari, di

cui già parlammo (pag. 118), scrisse quelle de' retori, de' grammatici

e forse de' poeti, e sui giuochi dei Greci, sulle parole ingiuriose e

sul vestire dei Romani, sempre con istile corretto, senza fronzoli nè

affettazione.

Vellejo Patercolo (m. 31?), campano, narrò la storia universale

dall'origine di Roma fino al suo tempo; ma ci rimane quel solo che

concerne la Grecia e Roma, dalla rotta di Perseo al decimosesto anno

del regno di Tiberio. Caldo di patriotismo, attento alle persone più

che alle cose, devoto a Tiberio come un soldato al suo generale, fino

ad alterare e sopprimere i fatti. Germanico per lui è un infingardo, un

eroe Sejano; nella cui disgrazia dicono che Vellejo andasse ravvolto,

non come complice, ma come amico[346].

In generale gli storici latini mostransi più parziali quanto più

dominati dallo spirito romano: ma procedendo l'impero, crescono in

umana giustizia. Tacito da un capitano barbaro fa dipinger al vivo

l'ambizione romana[347], sebbene poi egli stesso si diletti alla strage

de' Brutteri[348]: Vellejo è il primo a confessare che Roma distrusse

Cartagine per odio, e mostra compassione pei vinti Italiani[349].

Purgato nello scrivere, ma oratorio, è in tentenno, vuol conchiudere

ogni fatto con sentenze concettose, sfoggiare colori poetici, antitesi,

voltar e rivoltare il medesimo pensiero: poi, lodi o biasimi, è

declamatore, e dopo narrata la morte di Cicerone, esce contro Antonio

in un'invettiva, che a forza d'esser veemente riesce ridicola.

Dalla caduta di Sejano cominciò Valerio Massimo una raccolta di _Fatti

e detti memorabili_ in nove libri, senza giudizio raccolti, senza

critica disposti, senza gusto narrati. Predilige gli esempj che tengono

del prodigio, e le circostanze che più sentono di strano; ne scapitino

pure il vero e la semplicità storica. Perciò piacque ne' mezzi tempi,

e fu ricopiato assai volte e carico di glosse. La bassa lega del suo

stile, quella declamazione inalterabilmente fredda e severa, fecero

ad alcuno supporre che l'opera qual oggi l'abbiamo sia un compendio, o

piuttosto un estratto fattone da non so quale Giulio Paride. Il prologo

a Tiberio nausea per adulazione.

Giustino diresse a Marc'Aurelio[350] un compendio delle _Storie_ di

Trogo Pompeo, dette _Filippiche_ perchè dal settimo libro innanzi

trattavano dell'impero macedone. Daremo colpa agli abbreviatori d'aver

fatto perdere gli originali, o merito d'averne almen parte conservato?

Per verità mal possiamo chiamare compendio questo di Giustino, pieno

di digressioni, e sempre largo nel raccontare; se non che ommette ciò

che non gli sappia di curioso o d'istruttivo, confonde la cronologia,

non sa connettere le parti, e beve in grosso; colpa forse del suo

originale, di cui potrebbe esser merito il bello stile.

Di Lucio Anneo Floro, probabilmente spagnuolo, i quattro libri della

_Storia romana_ dalla fondazione della città fin quando Augusto chiuse

il tempio di Giano, son piuttosto un panegirico in istile poetico, ove

trascura la cronologia, esagera i colori, tutto rinforza coll'enfasi

e coll'interrogazione che comanda d'ammirare. Ingegnosi sono molti

de' suoi pensieri, ed espressi sovente con forza e precisione; ma

l'eccesso di sentenze e i tumori poetici rendono freddo e stucchevole

il racconto. I Galli, dopo distrutta Roma, sono assaliti alle spalle da

Camillo, e uccisi in tal numero che «coll'inondazione del loro sangue

vien cancellato ogni vestigio degl'incendj». Le navi di Antonio erano

sì vaste, che «non senza fatica e gemito il mar le portava». L'Oceano

pare si faccia tranquillo e propizio allorchè la flotta reca le prede

a Roma, «quasi confessandosi inferiore»: e invece sembra aver fatto

accordo con Lucullo per debellare Mitradate. Fabio Massimo, occupate

le alture, di là scaglia armi sui nemici; «e fu bello il vedere quasi

dal cielo e dalle nubi avventati fulmini sugli abitatori della terra».

Bruto spira sopra l'ucciso Arunte, «come volesse l'adultero perseguire

sin nell'inferno». Le guerre dei Galli servivano ai Romani di cote,

onde affilar il ferro del loro valore. Narra la spedizione di Decimo

Bruto lungo la costa Celtica? v'assicura che non arrestò il vittorioso

cammino finchè non vide il sole calar proprio nell'oceano, anzi udi il

friggere del suo disco al toccar delle acque.

Vuolsi però che alcune delle sue gonfiezze sieno interpolate.

Certamente ha l'arte, così importante ne' compendj, di cogliere i punti

principali, e lasciar da banda le particolarità inconcludenti, benchè

spesso non offra che i contorni: credulo poi e superstizioso, accetta

prodigi assurdi e piglia grossolani errori di fisica e di geografia. Da

Livio si scosta spesso; e introduce una idea che s'avvicina a ciò che

ora chiamiamo filosofia della storia, attribuendo all'impero romano tre

età, d'infanzia, adolescenza, giovinezza; questa suddividendo in due

secoli, a cui aggiunse come corona l'età d'Augusto.

A questi tempi vien collocato da alcuni Quinto Curzio Rufo, da altri

con Costantino; e poichè nessun antico ne fa menzione, v'ha chi lo

crede un frate moderno: tanto manca di carattere proprio. Chi l'accetti

come un romanzo, e non s'offenda della gonfiezza e dell'indefesso

sentenziare, lo troverà limpido narratore e descrittor fiorito. Anzichè

i migliori biografi d'Alessandro, ormò i più creduli e favolosi; della

cronologia o di conciliare i fatti contraddittorj che raccoglie, nè di

indagare se alcun vero poteva sotto le favole celarsi, non si briga.

Poco seppe di greco, pochissimo d'arte militare, nulla di geografia

e d'astronomia: il monte Tauro confonde col Caucaso, lo Jassarte col

Tanai, mentre distingue il mar Caspio dall'Ircano; fa eclissar la luna

quand'è nuova[351]. Nelle parlate vuol far pompa di belle parole e

sentenze, convengano o no; e gli Sciti sfoggiano teoremi del Portico

greco, e gli eroi spavalderie da scena. Detto a quali indegnità

Alessandro adoperasse l'eunuco Bagoa, soggiunge che le voluttà del

Macedone furon sempre lecite e naturali.

Altri storici sono ricordati: Lucio Fenestella; Servilio Noniano;

Fabio Rustico, spesso citato da Tacito: la greca Pamfila sotto Nerone

fece una storia universale in trentatre libri: Svetonio Paolino, un

de' migliori generali di Nerone, descrisse la sua spedizione di là

dall'Atlante nell'anno 41, adoprata spesso da Plinio maggiore; il quale

per le cose d'Oriente appoggiasi a Licinio Muciano, che raccolse ancora

i discorsi, gli atti e le lettere degli antichi Romani, e che portava

indosso una mosca viva, come preservativo della vista[352]. Sono

interlocutori nel dialogo _Della corrotta eloquenza_ Giulio Secondo che

narrò la vita di non so quale Giuliano Asiatico, e Vipsanio Messala

che descrisse la guerra tra Vespasiano e Vitellio ed altri fatti.

La vita di Nerone e le guerre civili che precedettero il regno di

Vespasiano espose Cluvio Rufo, che andò perduto, ma servì di fondamento

ai successivi. Vivendo in tempi che l'amministrazione era ridotta

nei misteri dei gabinetti, dovettero starsi alle pubbliche dicerie, e

tacere ciò che potesse sgradire ai tiranni.

Gli autori della _Storia Augusta_, vissuti sotto Diocleziano o poco

dopo, biografi meglio che storici, sul modello di Svetonio, c'informano

dei vizj e delle virtù degl'imperatori, dell'educazione, del vitto,

del vestire, anzichè sulle grandi rivoluzioni che allora si compivano:

poveri anche di stile e d'ordine, ti pare nei loro racconti si riveli

la confusione che cresceva sempre più nel romano impero. Forse il solo

Flavio Vopisco fu testimonio oculare; gli altri narrano per udita o

per lettura, variando stile e pensare secondo le fonti; imbeccati da

un autore, passano all'altro e ne ricavano i fatti medesimi, senza dar

segno d'accorgersi della ripetizione, che talvolta è fin tripla. Qual

fiducia avervi? Eppure da essi soltanto teniamo moltissimi fatti e

particolarità di costumi pei censettantott'anni abbracciati da quelle

trentaquattro biografie, le quali pare siano state trascelte da alcuno,

al tempo di Costantino, fra le molte che esistevano[353].

A Roma concorreano per trovar pane e onori, o per istudiare uomini

e cose, i sapienti e i letterati d'ogni paese; e i Greci benchè non

avessero cessato di disprezzare la lingua e la letteratura di Roma,

benchè pochissimi di loro degnassero adoprarne la lingua, quali

Fedro, Ammiano, Macrobio, pure trovavano degno tema la politica e gli

eroi di essa. Il più famoso retore greco Dione Crisostomo dissuase

Vespasiano dall'accettar l'impero, osò dire la verità a Domiziano; e

Trajano, quando entrava trionfante in Roma, vistolo tra la folla, il

fece montar seco sul carro. Vespasiano e Tito protessero specialmente

Giuseppe, ebreo di Gerusalemme, perciò intitolato Flavio, il quale nei

sette libri delle _Guerre giudaiche_ celebrò le loro vittorie sopra

la sua patria. Appiano alessandrino era stato colpito di meraviglia

nel veder venire ambasciadori per offrire nazioni nuove a Roma, e

questa ricusarle, desiderosa ornai di conservarsi, non di crescere;

onde scrisse una storia, dove non restringe lo sguardo a sola Roma.

Del suo lavoro ci rimangono le guerre puniche, quelle di Mitradate,

dell'Illiria, cinque libri della civile, e alcun che delle celtiche,

prezioso monumento. Conobbe gli artifizj della guerra, e narrò col

modo schietto che s'addice alla verità, sebbene siasi valso fin delle

parole, non che dei sentimenti degli autori a cui si appoggiava.

Erodiano ci lasciò otto libri della storia degli imperatori, dalla

morte di Marc'Aurelio a quella di Massimo e Balbino, assicurando di

riferire ciò solo di cui fu testimonio oculare. Negligendo geografia

e cronologia, con felice brevità e buon giudizio sceglie i fatti che

più servono a rivelare un'età infelice, ove la politica non poteva che

obbedire alle circostanze, e la pazienza dei Romani infondeva baldanza

ai soprusi dei loro padroni.

Di ben altra levatura è Cassio Coccejo Dione, bitinio di Nicea, da

Comodo e dai successivi imperadori cresciuto d'onorificenze. Per

ordine ricevuto in sogno, ridusse in otto decadi la storia di Roma,

cominciando da Enea, molto particolareggiato sino alla morte di

Elagabalo, poi affatto compendioso fino ad Alessandro. Esatto nelle

cose che egli stesso vide, nel resto compila, rinzeppa il racconto

di miracoli e sogni: vi sa dire che il sole apparve or più grande or

più piccolo avanti la giornata di Filippi; Vespasiano guarì un cieco

colla saliva; una fenice volò per l'Egitto nel 790 di Roma. Malmena

Cicerone, Bruto, Cassio, Seneca, altri grandi perchè repubblicani; e

quasi unico fra gli antichi, parteggia per Cesare ed Antonio, e adopra

a legittimare il dominio degl'imperatori. Espone accuratamente l'ordine

dei comizj, lo stabilimento dei magistrati, e le vicende del diritto

pubblico: onde è dolore che tanta parte ne sia perduta, come pure la

sua storia dei Persiani e de' Goti.

Plutarco da Cheronea in Beozia (n. 48), il più divulgato fra gli

scrittori antichi, nelle _Vite parallele degli uomini illustri_

pone a confronto un Greco con un Romano. Ignorava le lingue, e

perfino la latina, sebbene fosse vissuto in Roma; onde s'espose a

falli grossolani. I ducencinquanta autori che cita non assimilò,

ma continuamente citandoli trabalza di asserzioni in asserzioni

contraddittorie e non risolute; non ordinando per tempo gli

avvenimenti, lascia confusione, cresciuta dalle allusioni frequenti ed

oscure, e da viziose digressioni morali. Senza sentimento del passato,

dipinse tutti gli eroi col colore medesimo, di qual età, patria,

condizione si fossero, senza le gradazioni e misture che offrono la

vera fisionomia d'un uomo; non vedendo man mano che il suo personaggio,

non gl'importa di contraddirsi nella vita d'un altro; lo segue

dappertutto, al campo, sul trono, in casa, tra gli affari, accogliendo

aneddoti senza scelta nè temperanza: eppure è ben lontano dal

presentarceli interi; Cesare e Pompeo ci delinea tutt'altri che nella

storia; di Cicerone narra i sogni, le lepidezze, non i fatti pubblici,

nè tampoco ne lesse le orazioni.

Egli, che qualificano di _giudizioso_, crede all'oroscopo di Pirro, ai

sogni di Silla, ai corvi che cascano per il fragore degli applausi, a

teste di bovi sacrificati che sporgono la lingua e lambono il proprio

sangue. Tu aspetti che ti spieghi le cause d'un gran fatto; ed uscirà

a narrarti o di serpenti che si annidano nei talami, o d'uccelli che

volano in sinistro, o di portenti paurosi, e tutto con una schiettezza

o dabbenaggine, che mostra quanto l'uomo rimpicciolisca nelle ubbie al

mancare della religione.

Ne' paralleli, più ingegnosi che solidi, ben discosto dalla grandezza,

dall'industria, dalla profondità di Tacito, s'arresta a somiglianze

superficiali; propende pei Greci, onde mostrare che non sempre furono

sì abjetti come al suo tempo. Senza concetto determinato e fecondo, si

anima delle passioni de' contemporanei o degli autori da cui attinge,

presenta come eroismo l'oblìo dei sentimenti naturali, levando a cielo

Timoleone e Bruto che uccidono fratelli e figli, esaltando in Catone

quel che ogni onest'uomo deve riprovare. Eppure si concilia i lettori,

persuadendoli che dice loro quel che veramente pensa; non mira ad

ingannarli anche quando s'inganna egli stesso; non pretende dettar

dalla cattedra: la stessa semplicità de' suoi riflessi, non gravidi di

pensieri come quei di Tacito, ma consentanei al buon senso generale,

alletta i leggitori, contenti che anche alla mente loro già si fosse

presentato ciò che lo storico suggerisce.

Dovendo noi ricordarne ciò solo che concerne la storia italica,

nomineremo le sue _Quistioni romane_, ove cerca l'origine d'alcuni

usi di quel popolo: perchè nelle nozze dicesi alla sposa di toccar

l'acqua e il fuoco, e s'accendono cinque ceri nè più nè meno? perchè

i viaggiatori creduti morti, tornando a casa, non devono entrar per la

porta, ma calarvisi dal tetto? perchè si copre il capo nell'adorar gli

Dei? perchè l'anno comincia in gennajo, e le tre parti del mese non

si compongono dell'ugual numero di giorni? perchè non s'intraprende

viaggio il giorno delle calende, delle none e degli idi? perchè le

donne baciano i parenti in bocca? perchè proibite le donazioni fra

marito e moglie? Le risposte, se spesso scipite, talvolta illustrano

i costumi. Pose anche a parallelo avvenimenti greci con romani, per

provare che quelli mal si reputano favolosi se trovano riscontro nella

storia vera; assunto eccessivo e mal sostenuto. Trattando _Della

fortuna dei Romani e di quella d'Alessandro_, fa opera da sofista

onde dimostrare che i primi dovettero tutto alla fortuna, l'altro alla

propria virtù.

Mentre questi componevano, altri autori criticavano o raccoglievano,

non già per divulgare l'istruzione fra la classe che n'ha bisogno,

bensì per risparmiare fatica a quella gioventù ben nata, che per

condizione doveva saper molte cose, e non avea voglia di studiare.

Grammatici e filologi acquistarono in ciò importanza; e alla mediocrità

fu dato immortalar il nome di alcuni genj, che altrimenti sarebbero

periti. Trista considerazione!

Un Aulo Gellio, o Agellio (chè neppur il nome se n'accerta), vivente

sotto Marc'Aurelio, nelle _Notti attiche_ compilò ad uso de' suoi

figli quanto udì o lesse di meglio; e sebbene insacchi senza gusto nè

discernimento, ci ha conservato rilevantissime notizie e documenti

antichi, simile a' musei che si formano coi frammenti ricavati da

città che più non esistono. Specialmente importa il libro vigesimo,

ove digredisce sulle XII Tavole. Secondo gli autori da cui ritrae,

varia di stile; robusto talora, talora anche bello, ma già vi si sente

il trasformarsi, della latina favella, l'affettazione dell'arcaismo,

deplorabile segno di decadenza, come il rimbambire de' vecchi. Racconta

egli che, eletto dai pretori a decidere d'alcune minute differenze

fra privati, gli si presentò uno, asserendo aver prestato una somma

a un altro che negava. Non v'avea testimonj, non scritta; ma l'attore

godeva onesta fama, sinistra il convenuto. Gellio trovavasi impacciato

nel caso; i compagni suoi sostenevano non potersi condannar uno senza

prove; Favorino gli citò Catone che, in un'evenienza somigliante,

diceva doversi far ragione della virtù dei due contendenti: ma Gellio

non seppe prender partito in un caso, a parer suo, tanto intralciato.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 14 / 23 题