CAPITOLO XLI.

Coltura de' Romani. Età d'argento della loro letteratura.

Da Vespasiano a Marc'Aurelio diedero una nuova fioritura gl'ingegni;

le lettere riprosperarono sotto i Flavj, le arti sotto Adriano, la

filosofia sotto gli Antonini.

Dopo Augusto, piuttosto che scaduta, sarebbe a dire annichilata la

letteratura, giacchè, se tu ne levi Fedro di sospetta autenticità (pag.

46), per mezzo secolo non appare scrittore romano. Eppure protezione

ed ajuti non mancavano. Fu oggetto di lusso l'adunare biblioteche;

ed oltre quelle d'Augusto aggiunte all'Apollo Palatino ed al portico

d'Ottavia, Tiberio ne pose una in Campidoglio che non dovette perire

nell'incendio di Nerone, come sembra perisse la Palatina, e come sotto

Comodo fu dal fulmine consumata un'altra in Campidoglio[258], forse

istituita da Silla. Nel tempio della Pace, insieme con monumenti d'arti

e di scienze, Vespasiano collocò una libreria, cui Domiziano arricchì

tenendo continuamente copisti ad Alessandria. L'Elpia di Trajano fu poi

trasferita nelle terme di Diocleziano. Altre si ricordano fino a quella

di sessantaduemila volumi, che l'imperatore Gordiano III ricevè per

testamento da Sereno Sammonico già suo maestro.

Alcuni imperatori promossero la coltura, sull'esempio di Cesare che

conferì la cittadinanza ai medici ed ai professori d'arti liberali.

Vespasiano pel primo assegnò sul tesoro ventimila lire l'anno a

retori greci e latini, mentre se ne davano quarantamila a un sonatore

e ottantamila a un attore tragico. Adriano protesse scienziati,

letterati, artisti, astrologi; i professori incapaci metteva in riposo

col soldo; e fondò l'Ateneo, che riuniva lettere e scienze. Antonino

e Marc'Aurelio propagarono l'insegnamento anche nelle provincie,

istituendovi scuole pubbliche di filosofia e d'eloquenza. La condizione

dei maestri variò secondo la bontà e generosità degli imperatori: ma

questi per lo più ne lasciarono la scelta e l'esame ai loro pari; ed

è probabile che allora dovessero dar lezioni con regola e con seguito

maggiore.

Se non che la pace non basta a rifiorir le lettere; anzi

nell'uniformità del governo imperiale parvero addormentarsi gl'ingegni,

come si spegneva lo spirito militare. Diffondeasi, è vero, l'amor

del sapere; e non che la Gallia, la Germania e la divisa Bretagna

conoscevano i capolavori, e contribuirono talvolta bei nomi alla

letteratura: ma l'originalità non si svolge per favore de' principi

o largizione de' privati. I filosofi si trascinavano sui passi

dei vecchi, rimpastandoli in quell'eclettismo che è rivelazione

d'impotenza; i letterati o imitavano servilmente, o, se volessero

uscire dalle orme altrui, deliravano, avendo perduta la nazionale

civiltà senz'essersi identificati colla nuova: i ricchi stendevano

appena la mano a qualche satira o libricciuolo galante: dei giovani

che a Roma affollavansi a studio, i più lo facevano per sollazzo

o libidine, tanto che per decreto più volte furono rimandati in

patria: col titolo di filosofi e matematici v'affluivano astrologi e

ciurmadori.

La filosofia non cessò i suoi esercizj, ma coi caratteri della

decadenza, quali sono le controversie di parole e l'esitanza. Le

dottrine italiche di Pitagora presero aspetto mistico ed ascetico,

secondando la sensualità vulgare con apparato di miracoli e d'arcani,

frequenza di sacrifizj, stupidità di magìa. Fioriva allora la scuola

eclettica d'Alessandria, intenta a conciliar le varie, pretendendo

supplire all'arte di Platone colla scienza d'Aristotele, all'inventiva

coll'argomentazione, al raziocinio coll'erudizione, all'esperienza

colla rivelazione. Quando poi sorsero i Cristiani a mostrare che

i dubbj delle filosofie non reggono alle affermazioni del Vangelo,

e l'una abbatte l'altra, e nessuna ve n'ha che sia efficace sulla

morale, le scuole etniche parvero accordarsi nel vagliare da tutti i

sistemi ciò che avessero di meglio, interpretando come fatti naturali i

mitologici, come simboli le assurdità immorali: sterile elaborazione,

nella quale, riconosciuta la impotenza della ragione, molte volte

ricorreasi ad una superiore facoltà intuitiva, supponendo dirette

comunicazioni cogli Dei, e dell'estasi facendosi via alla vera scienza.

Pochi filosofi teorici produsse l'Italia. Il pitagorico Sestio, al

tempo d'Augusto, ricusò la dignità di senatore, e fu capo di una setta,

che piena di romana vigoria è detta da Seneca, il quale ci conservò di

lui questa bella immagine: — Come un esercito minacciato d'ogni banda

s'ordina in battaglione quadrato, così al savio conviene circondarsi

i lati di virtù, quasi sentinelle, per essere pronte ovunque pericolo

accada, e far che tutte obbediscano senza tumulto agli ordini dei

capi».

Uno stoico meritevole di più rinomanza che non ne goda, ci pare Cajo

Musonio Rufo di Bolsena, cavalier romano, involto nella congiura di

Pisone, sbandito più volte, occupato a stornare ambiziosi dal cercar

l'impero, e ad acchetare le guerre civili; lodato da Filostrato e da

Giuliano imperatore come un modello di quelle virtù ch'essi pretendeano

indipendenti dal cristianesimo, ma anche dai padri della Chiesa

collocato a pari con Socrate. Non affettando una saviezza impossibile,

un orgoglio repellente, vuole che il filosofo sia ammogliato; mentre

Epitteto non osa interdire la dissolutezza, egli riprova ogni atto

carnale che non abbia la sanzione del matrimonio e il fine di aumentar

le famiglie; mentre Marc'Aurelio permette il suicidio, egli a Trasea

che gli dice, — Amo meglio la morte oggi che l'esiglio domani»

risponde: — Se tu guardi la morte come un mal maggiore, il tuo voto è

da insensato; se come minore, chi t'ha dato il diritto di scegliere?»

Con sapienza che risente del Vangelo dicea pure: — Evitate le parole

oscene, perchè conducono ad osceni atti. Abbiate un abito solo. Se

non volete far male, considerate ogni giorno siccome fosse l'ultimo

di vostra vita. Dopo una buona azione, la fatica ch'essa ci costò è

finita, e ci rimane il piacere d'averla fatta: dopo una cattiva, il

piacere è passato, e resta la vergogna»[259].

Già ci son conti i dogmi di Marc'Aurelio e di Seneca. Di questo

abbiamo tre libri _Dell'ira_, che possono raffrontarsi con quel

di Plutarco sul soggetto medesimo; una _Consolazione_ ad Elvia

madre sua mentr'egli esulava in Corsica, un'altra a Polibio, una a

Marcia per la morte d'un figlio, i più antichi modelli di lettere

consolatorie. Trattò del _perchè male avvenga ai buoni, essendovi la

Provvidenza_, e conchiuse al suicidio. Ad Anneo Severo, coll'opuscolo

_Della serenità dell'animo_, suggerì di rimediare alle irrequietudini

coll'applicarsi alle pubbliche cure; dalle quali poi, con una delle

frequenti sue contraddizioni, distorna Paolino nella _Brevità della

vita_. Arieggia ai paradossi stoici il trattato _Della costanza del

savio_, ove contende che questo non può rimaner tocco da ingiurie.

Parlando a suo fratello Gallione della _vita beata_, si scusa delle

ricchezze imputategli, e difende dagli Epicurei le opinioni stoiche

sulla beatitudine. I tre libri a Nerone _Della clemenza_, di stile più

nobilmente semplice, offrono esempj e precetti di quella che è dovere

in tutti, e ne' principi lodasi come virtù perchè rara. Meriterebbe

d'esser rifatto il suo discorso _Dei benefizj,_ tanto aggiungendo

ed applicando a ciò ch'egli dice intorno al modo di fare il bene,

di riceverlo, di ricambiarlo. Le cenventiquattro _Lettere_ sono

altrettante dissertazioni su punti morali.

Seneca è pure contato fra gli scienziati; e sebbene le sue _Quistioni

naturali_ sieno un'indigesta accozzaglia e una verbosa esposizione di

cognizioni empiriche sgranate, senza puntello di scienze esatte nè di

proprie esperienze sistematiche, sono però l'unico libro che ci attesti

avere i Romani posto mente alla fisica, e segna l'ultimo punto cui gli

antichi l'abbiano spinta: sicchè molti secoli egli restò in Europa quel

che Aristotele fra i Greci, il repertorio delle fisiche cognizioni.

I Romani, affatto positivi, voleano applicare immediatamente le

teoriche; dal che restò pregiudicata la ricerca indipendente, nè verun

grande pensiero scientifico fu da essi conquistato, nè per l'esperienza

nè per la riflessione. Intesi alla pratica, la natura considerarono

soltanto come oggetto dell'attività umana, onde non ne indagarono

l'essenza e le armonie, e di ben poco avanzarono la cognizione di essa.

Con un dominio sì esteso avrebbero potuto strarricchire la scienza

naturale: negli archivj palatini stavano preziose relazioni geografiche

de' generali: troviamo accennate altre collezioni, ma nè diligenti nè

dirette a scientifico intento.

La _Storia della natura_, sola arrivataci fra tante opere di Cajo

Plinio Secondo (23-70), è un repertorio delle scoperte, delle arti,

degli errori dello spirito umano, raccolte all'occasione di descrivere

i corpi. Esibito nel primo dei trentasette libri uno specchietto delle

materie e degli autori, nel secondo tratta del mondo, degli elementi

e delle meteore; seguono quattro di geografia, poi il settimo delle

varie razze umane e dei trovati principali; i quattro seguenti versano

sugli animali, classificati giusta la grossezza e l'uso, e ragionando

dei costumi loro, delle qualità buone o nocevoli, e delle men comuni

loro proprietà. Ben dieci libri sono consacrati a descrivere le piante,

la loro coltura e le applicazioni all'economia domestica e alle arti;

poi cinque ai rimedj tratti dagli animali; altrettanti ai metalli, col

modo di cavarli e di convertirli pei bisogni e pel lusso. A proposito

di questo parla della scoltura, della pittura, e dei primarj artisti,

come delle insigni statue di bronzo ragiona in occasione del rame,

e le materie coloranti il recano a dire de' quadri, della plastica

le stoviglie: distribuzione capricciosa e mal digesta, ove sempre il

pensiero è sottoposto alla materia.

Ma Plinio non è un naturalista che raccolga, osservi, sperimenti,

aggiunga al tesoro delle cognizioni precedenti; sibbene un erudito,

che alle occupazioni della guerra e della magistratura sottrae qualche

ora onde sfogliare libri: mentre pranza, ha schiavi che leggono; n'ha

mentre viaggia; altri estraggono tutto quel che egli appunta, e gli

tennero mano a compilare un lavoro, che risparmiava tante letture,

allora difficoltosissime. Così raccozzando senza genio nè critica,

non distingue la diversità delle misure di lunghezza, mescola fatti

contraddittorj, barcolla fra sistemi disparati, anzi opposti; non

intende i passi, riferiti all'abborracciata, nè si cura di confrontarli

colla realtà, onde descrivendo cose non vedute, riesce spesso

inintelligibile; non si briga di riuscire compiuto e di non ripetersi;

e attento a solleticare la curiosità più che a scoprire il vero, alla

retorica più che alla precisione, sceglie ciò che ha del singolare e

del bizzarro, beve assurdità già confutate dallo Stagirita. Nè sempre

alle migliori fonti ricorre; e sopra le origini italiche ormeggia

Giulio Igino, autore senza critica, mentre neglige i venti libri di

storia etrusca, che sappiamo aveva stesi l'imperatore Claudio.

Pure l'essersi perduta la più parte delle duemila opere da esso

spogliate il rende prezioso; e senza la sua farragine, quanta parte

dell'antichità ci rimarrebbe arcana! quanto minor tesoro possederemmo

della lingua latina![260]

Gagliardo e preciso nel dire, ma lontano dal semplice e corretto de'

contemporanei di Cesare, casca nell'affettato e nell'oscuro. Lo spirito

dell'antica repubblica animava lui pure, siccome Trasea, Elvidio,

Tacito e gli altri migliori, e di là attinge spesso calore e fin

eloquenza: ma il gusto peggiorato e la gonfiezza delle parole fuorviano

l'energica elevatezza del suo ingegno; giudica e spiega i fatti a

seconda delle personali prevenzioni e di una filosofia atrabiliare,

che assiduamente accusa l'uomo, la natura, gli Dei, colla retorica

aggravando la miseria umana, col raziocinio scoprendo i disordini di

questo mondo, senza elevarsi alle armonie di un altro, l'indagare

il quale egli non trova di verun interesse; nega affatto Iddio, e

lo fa tutt'uno colla materia; e s'avvoltola nello scetticismo fin

a considerare l'uomo come l'essere più infelice e più orgoglioso, e

insultare la divinità che «nè può concedere all'uomo l'immortalità, nè

togliere a se stessa la vita, la quale facoltà è il dono più bello che

essa abbia a noi lasciato»[261].

Mentre sbraveggia le religioni e la Provvidenza, indulge a

superstizioni (pag. 180), crede come fatti incontestati (_confessa,

constat_) a ermafroditi, a maschi cambiati in femmine, a fanciulli

nati coi denti o rientrati nell'alvo materno, alla longevità di chi

ha un dente di più, alla disgrazia di chi nasce pei piedi, a cavalle

fecondate dal vento, a donne che partorirono elefanti. Egli vi dirà

d'una pietra, la quale, posta sotto il capezzale, produce sogni

veritieri; che al morso di serpenti rimedia la saliva d'uom digiuno;

che sputando nella mano si guarisce l'uomo involontariamente feritosi:

un abito portato ai funerali mai non è intaccato dalle tarme; un

uomo morsicato da un serpente più non ha a temere di api o di vespe;

le morsicature d'un animale si esacerbano alla presenza di persona

morsicata da un animale della specie medesima. Nè è stupore che v'abbia

mostri così strani in Etiopia, avendoli formati Vulcano, abilissimo

modellatore, giovato da quel gran caldo[262].

L'attrazione verso il centro della terra era stata asserita da

Aristotele, accettavasi come una verità comune dai Romani, e Cicerone

la esprimeva con esattissima felicità[263]. Plinio invece vi dirà

che i gravi tendono al basso, i corpi leggeri all'alto; s'incontrano

e per la mutua resistenza si sostengono: così la terra è sorretta

dall'atmosfera, se no lascerebbe il suo posto e precipiterebbe al

basso. Non solo rifiuta il sistema mondiale pitagorico, ma trova pazzia

il supporre altre Terre ed altri Soli di là dal nostro, misurare la

distanza degli astri, seminare d'infiniti mondi lo spazio[264].

Chi volesse (nè ammannirebbe impresa difficile) riscontrare l'età che

descriviamo col secolo precedente al nostro, troverebbe somiglianza

fra Plinio e gli Enciclopedisti in quel copertojo scientifico dato

all'ignoranza e alla credulità, in quell'armeggio di sapere o mostrar

di sapere, in quel ripudiare la luce che viene dalla vera fonte e che

pure gli illumina, in quel professarsi materialista, e tuttavia per

buon cuore giungere a conclusioni benevole. Come gli Enciclopedisti,

Plinio declama contro chi inventò la moneta; benedetti i secoli,

ove altro commercio non si conosceva che di cambio; è un delitto la

navigazione, la quale, non paga che l'uomo morisse sulla terra, volle

mancasse perfino di sepoltura[265]. Eppure intravede la perfettibilità,

e «quante cose non erano considerate impossibili prima che si

facessero! confidiamo che i secoli avvenire si perfezionino sempre

meglio»[266]. Tuttochè materialista, al nome di Barbari sostituisce

quello d'uomini; rinfaccia a Cesare il sangue versato; loda Tiberio

d'aver tolte di mezzo certe disumane superstizioni in Africa e in

Germania; bofonchia contro quelli che il ferro ridussero in armi,

pure della guerra riconosce i vantaggi, professando che l'Italia fu

scelta dagli Dei per riunire gl'imperj dispersi, addolcire i costumi,

ravvicinare in comunanza di linguaggio gl'idiomi discordi e barbari di

tanti popoli, dare agli uomini la facoltà d'intendersi, incivilirli,

divenire insomma la patria unica di tutte le nazioni del mondo[267].

Di queste idee avanzate, di questa filosofia tollerante e cosmopolita,

egli non conosceva o rinnegava la sorgente.

Plinio era di Como; militò in Germania, fu procuratore di Nerone nella

Spagna, da Vespasiano ebbe il comando della flotta navale al Miseno:

ma mentre colà dimorava, il Vesuvio eruttò fiamme per la prima volta;

ed egli accorso sia per curiosità del fenomeno, sia per sovvenire ai

pericolanti, fu preso da una sua ricorrente debolezza di stomaco, e

caduto, restò soffogato. Lasciò centottanta volumi in minutissimo

carattere, fra cui tre libri di arte oratoria, trentuno di storia

contemporanea, trenta delle guerre de' Romani in Germania, altri del

lanciar dardi, e perfino di grammatica, scritti «quando la tirannia di

Nerone rendeva pericoloso ogni studio più elevato».

Giulio Solino, vissuto non si sa quando, ma forse due secoli più tardi,

beccò da Plinio senza criterio, ed espose in istile ricercato notizie

varie, massime di geografia, e il suo _Polistore_ ebbe gran corso

nel medio evo. Le conquiste e il commercio dilatarono la cognizione

del mondo: pure vedemmo come Greci fossero quelli, di cui Augusto si

valse per misurare e descrivere l'impero. E dalla Grecia vennero, nel

tempo che discorriamo, i due maggiori geografi Strabone e Tolomeo. Il

primo, dopo lunghi viaggi nell'Asia Minore, nella Siria, nella Fenicia,

nell'Egitto fin alle caterrate, poi in Grecia, Macedonia, Italia,

eccetto la Gallia Cisalpina e la Liguria, in diciassette libri diede la

storia della sua scienza da Omero ad Augusto; e trattando delle origini

e migrazioni dei popoli, della fondazione delle città e degli Stati,

dei personaggi più celebri, sa portarvi la critica. L'altro descrisse

l'universo in modo d'acquistare il nome di Tolomaico al sistema

che, in opposizione coi Pitagorici e coi moderni, pone la terra per

centro ai cieli; e creò la geografia scientifica, disponendo i paesi

matematicamente per longitudine e latitudine[268].

L'unico che in latino trattò di geografia, è Pomponio Mela spagnuolo

(_De situ orbis_), in prosa concisa ed elegante compendiando il sistema

d'Eratostene; all'aridità d'una nomenclatura provvede coll'intarsiare

graziose descrizioni e dipinture fisiche o storiche ricordanze: ma

non vide cogli occhi proprj, dà come sussistenti cose da gran lunga

perdute, mentre non nomina Canne, Munda, Farsaglia, Leutra, Mantinea,

famose per battaglie; nè Ecbatana, Persepoli, Gerusalemme, capitali

importanti; nè Stagira patria d'Aristotele.

Carte geografiche sappiamo si usavano anticamente[269]; in un tempio

della Terra n'era dipinta una dell'Italia[270]; una di tutto il mondo

in un portico di Roma[271]; d'altre ci parlano Frontino e Vegezio; ed

entrante il III secolo, Giuliano Taziano aveva stesa una descrizione di

tutto l'impero, che andò perduta. D'un'altra, ordinata dall'imperatore

Teodosio, abbiamo una copia o un'imitazione nella Tavola Peutingeriana,

carta stradale in sola lunghezza, e molto inesatta.

I Romani tennero sempre in lieve conto le matematiche, nella loro

albagia giudicando abjetta una scienza che prestava servizio alle

arti meccaniche, misurava il guadagno, teneva i registri. Allo studio

di essa Orazio imputa la depravazione del gusto; Seneca la ripudia

come avvilente; nè sino a Boezio non si tradussero Euclide, Tolomeo,

Archimede. Tanto scarsamente seppero di geometria, che i giureconsulti

romani supposero la superficie del triangolo equilatero eguale alla

metà del quadrato eretto sopra uno dei lati[272]; e fu tenuto un

portento Sulpicio Gallo che prediceva gli eclissi.

Di matematiche applicate scrisse Sesto Giulio Frontino, che sotto

Vespasiano capitanò in Bretagna prima d'Agricola, poi fu console,

augure, amico di Plinio, lodato da Marziale; e sul morire dispose non

gli si ergesse monumento, dicendo: — Abbastanza sarò ricordato se la

vita mia lo meriti»[273]. Soprantendente agli acquedotti, diede la

storia di queste memorabili costruzioni, veramente italiane. Lasciò

inoltre quattro libri di _Stratagemmi_, compilazione fra militare e

storica, povera di critica e d'eleganza, ma colla facilità sicura di

chi sa quel che n'è.

La medicina, fin ai tempi di Plinio, da verun Romano era stata

coltivata; i medici erano la più parte schiavi o stranieri, e Giulio

Cesare pel primo comunicò ad essi la cittadinanza. In bottega pubblica

(_jatreon_) faceano salassi, strappavano denti, ed altre operazioni,

fra i chiacchericci e le cronache. Altri s'applicavano a studiarla, e

sopra gl'infelici clienti sperimentavano singolari novità e bizzarre

teoriche, colla sicurezza che alletta le malate fantasie, e dà

reputazione e denaro. Una delle loro scuole era chiamata _medicina

contraria_, perchè nelle febbri lente ed ostinate il professore ad

un tratto abbandonava i rimedj fin allora esperiti onde applicare i

precisi opposti. Augusto malato a morte era curato con calefacienti,

e Antonio Musa suo liberto lo guarì sostituendovi di balzo i bagni

freddi. Era il caso di dire con Celso: _Quos ratio non restituit,

temeritas adjuvat._ Un'altra volta sanò l'imperatore colle lattuche;

onde questi gli concesse l'anello, e, per amore di lui, immunità a

tutti quei della sua professione.

Asclepiade di Prusa in Bitinia, venuto ad esercitar questa a Roma un

secolo prima dell'êra vulgare, le differenti malattie deduceva da

viziosa dilatazione o stringimento de' pori, e la pratica riduceva

a rimedj che producessero l'effetto contrario. _Pronta, sicura,

piacevole_ doveva essere ogni cura, limitandosi a dieta, ginnastica,

fregagioni, vino, sbandendo ogni farmaco violento e interno, e

frequentando i semplici. Colla quale blanda pratica riconciliò alla

medicina i Romani, che n'erano disgustati dalla sanguinaria del

chirurgo Arcagato, cui il soprannome di vulnerario fu mutato in quel di

carnefice, e forse per questo aveva attirato alla sua arte le esagerate

invettive dell'antico Catone[274].

Alcuno volle ascrivere all'età d'Augusto Aurelio Cornelio Celso[275],

del quale s'ignorano la patria e i casi, e della cui Enciclopedia

(_Artium_) non ci rimasero che otto libri intorno alla medicina,

i quali forse sono mere traduzioni dal greco. Ippocratico, cioè

osservatore, pur ricorrendo all'induzione, non crede importante nella

medicina se non ciò che tende a risanare. Raccomanda di non prendere

abitudini, nè ledere la temperanza; poi raccoglie quanto dissero i

precedenti, giudicandone con buon senso ed esponendolo con eleganza

spigliata. Non disapprova l'uso di qualche medico d'allora, di sparare

_gli uomini vivi_, ma non lo trova necessario, potendo le ferite de'

gladiatori, de' guerrieri e degli assassinati offrir campo a studiare

le parti interne per rimedio e pietà, non per barbarie.

Molti medici vanta la Sicilia, e a lor capo il famoso Empedocle,

introduttore della dottrina degli elementi. Acrone, di Agrigento

come lui, giovò assai agli Ateniesi nella peste che proruppe durante

la guerra Peloponnesiaca, e fondò la scuola empirica. Menecrate,

contemporaneo di Filippo il Macedone, intitolavasi Giove, menavasi

dietro come corteo i suoi guariti, principalmente gli epilettici;

ma colla sua vanità buscò beffe. Erodico da Leonzio inventò la

medicina ginnastica, curando con violenti esercizj, susseguiti dal

bagno; ma Ippocrate lo accusava di uccidere i malati col soverchio di

passeggiate, di lotte, di fomenti. Scribonio Largo Designaziano, siculo

o rodio del tempo di Claudio, cercò combinare le dottrine metodiche

coll'empirismo, ed è notevole per aver insegnato a non isradicare il

dente leso, ma levarne solo la parte guasta; e ancor più per avere

applicato l'elettricità al mal di capo, suggerendo di tenervi una

torpedine viva: rimedio adottato anche da Dioscoride.

Altri medici greci, illustri a Roma e fondatori di varj sistemi,

preteriremo, ma non Claudio Galeno da Pergamo, che con ingegno vasto

quanto Aristotele, altrettante erudizione e maggior libertà, abbracciò

tutte le scienze; e non pago dei sistemi dominanti e dell'autorità,

applicavasi alle indagini della natura e all'anatomia. A Roma acquistò

credito, malgrado gl'intrighi dei suoi colleghi, i quali all'ignoranza

univano l'invidia, fin al segno d'avvelenare alcuni suoi ajutanti.

Curò Marco Aurelio, e piace trovare dal medico filosofo descritte

alcune malattie del filosofo imperante. Sotto al coltello anatomico

riconosceva i misteri della vita e la scienza divina; eppure non seppe

salvarsi dall'andazzo del suo secolo: Esculapio in sogno gli suggerì un

salasso, e lo stornò dal seguire gl'imperatori nella spedizione; alle

incantagioni avea fede, e combatteva il cristianesimo come assurdo.

Dopo di lui, gravi guasti portò nella medicina la teosofia, pretendendo

spiegare le malattie coi démoni e colle potenze segrete, medicarle con

incanti, e col recare indosso pietre efesie iscritte colle misteriose

parole che si leggevano sull'effigie di Diana, o le gemme abraxe

con figure egizie, o simboli desunti dal culto di Zoroastro o dalla

Cabala giudaica. Sereno Sammonico, maestro del giovane Gordiano, ci

lasciò un poema sulla medicina, ove per la febbre emitrea suggerisce

l'abracadabra[276]. Sesto Placito Papiriense scrisse un indigesto

ricettario di medicamenti tratti dagli animali, anzi dalle parti

più schife: insegna a guarir la quartana portando addosso un cuor di

lepre; prevenire le coliche col mangiare lesso un cane appena nato; o

quando prendono, sedersi sopra una seggiola dicendo, _Per te diacholon,

diacholon, diacholon_. Marcello Empirico, medico di Teodosio, raccolse

le ricette _fisiche e filateriche_, perchè i suoi figli potessero farne

carità: ma l'ottima intenzione non pallia l'assurdità dell'opera. A

chi entrò nell'occhio un corpo straniero, bisogna toccarlo ripetendo

tre volte: _Tetune resonco bregan gresso,_ e ad ogni volta sputare;

oppure: _In mondercomarcos axatison_. Per l'orzajuolo sull'occhio

destro, tocchisi con tre dita della mano sinistra, sputando e dicendo

tre volte: _Nec mula parit, nec lapis lanam fert, nec huic morbo caput

crescat, aut si creverit tabescat_. Pel panereccio si tocchi tre volte

il muro dicendo: _Pu pu pu; numquam ego te videam per parietem repere_.

Per la colica si ripeta tre volte: _Stolpus a cœlo cecidit; hunc morbum

pastores invenerunt, sine manibus collegerunt, sine igne coxerunt,

sine dentibus comederunt._ Prescrive i giorni appunto in cui preparare

i farmachi, le preghiere da dirsi al Capodanno e al primo cantar

delle rondini, e come usare il _rhamnus spina Christi_, di miracolose

proprietà, perchè fu stromento alla passione del Redentore.

Il napoletano Pantoro, esaminati gli stromenti chirurgici trovati a

Pompej, asserì che già conosceansi allora di quelli che si credono

invenzione recente. All'Accademia di medicina a Parigi furono da

Scoutetten presentati i seguenti stromenti, disotterrati a Pompej ed

Ercolano: una sonda curva, una dritta, pei due sessi e per bambino; la

lima per togliere le asprezze ossee; lo specillo dell'ano e dell'utero

a tre branche; tre modelli di aghi da passar corde o setoni; la

lancetta ed il cucchiajo, di cui i medici si servivano costantemente

per esaminare la natura del sangue dopo il salasso; uncini ricurvi di

varia lunghezza, destinati a sollevar le vene nella recisione delle

varici; una cucchiaja (_curette_) terminata al lato opposto da un

rigonfiamento a oliva, all'uopo di cauterizzare; tre ventose di forma e

grandezza diversa; la sonda terminata da una lamina metallica piatta e

fessa, per sollevare la lingua nel taglio del frenulo; molti modelli di

spatule; scalpelli a doccia piccolissimi per segare le ossa; coltelli

dritti e convessi; il cauterio nummolare; il trequarti; la fiamma

dei veterinarj per salassare i cavalli; l'elevatore pel trapanamento;

una scatola da chirurgo per contenere trocisci e diversi medicamenti;

pinzette depilatorie, pinzette mordenti a dente di sorcio, una a becco

di grua, una che forma cucchiajo colla riunione delle branche; molti

modelli di martelli taglienti da un lato; tubi conduttori per dirigere

gli stromenti cauterizzanti.

Lautissima professione il medico. Manlio Cornuto promise ducentomila

sesterzj a chi lo guarisse dal lichene, malattia della faccia,

introdottasi sotto Tiberio: Carmi fecesi pagare altrettanto un viaggio

in provincia: in pochi anni Alcmeone ammassò dieci milioni di sesterzj.

Quinto Stertinio lodavasi agli imperatori di esiger da essi non più

di cinquecentomila sesterzj, mentre la sua clientela in Roma gliene

produceva seicentomila; l'ugual salario ricevette suo fratello da

Claudio, sicchè essi poterono abbellir molto Napoli, e in eredità

lasciarono trenta milioni di sesterzj: dieci milioni ne lasciò Crina

marsigliese, dopo spesone altrettanti a rialzar le mura della sua

patria[277].

Più volte avvertimmo che la coltura fra i Romani non ebbe nulla di

spontaneo, nè derivò da slancio o da amor del bello, ma da imitazione,

da ostentazione. Dei grammatici nominati da Svetonio, due terzi sono

stranieri: fra tanti architetti che si richiesero per mutar Roma da

laterizia in marmorea, due soli romani cita Vitruvio: i macchinisti

erano alessandrini: greci i mimi, i commedianti, i pedagoghi. Come

gli Scipj s'aveano empita la casa di Greci, così al tempo imperiale

ognuno volle, tra i servidori, avere anche il pedante greco, esposto

ai vilipendj, di cui anche in tempi a noi più vicini si trovavano

bersaglio l'abate o il maestro. Luciano, nella _Vita de' cortigiani_,

ci dipinge un di costoro, per quanto in caricatura:

— Per pochi oboli, nell'età in cui, se tu fossi nato schiavo, era tempo

di pensare alla libertà, ti sei, con tutta la tua virtù e sapienza, da

te stesso venduto, ponendo in non cale quei molti discorsi che il bel

Platone e Crisippo e Aristotele hanno composto in lode della libertà

e dispregio della servitù. Nè vergogni di startene fra i piaggiatori,

i barattieri, i buffoni, ed in tanta moltitudine di Romani trovarti

solo col mantello greco, e parlare malamente e con barbarismi la loro

favella, e cenare a tavole tumultuose e piene di gente diversa e la

maggior parte cattiva; ed in questi conviti lodare importunamente, e

bere fuor misura; e la mattina levandoti a suon di campanello, perduto

il sonno più dolce, correre insieme cogli altri di su di giù, portando

ancor sulle gambe le zacchere del giorno innanzi? Cotanta carestia

avevi tu dunque di lupini e di cipolle campestri? mancavanti fontane

d'acqua fresca e corrente, che caduto sei in tanta disperazione?

«Perchè tieni lunga barba e non so che di venerevole nell'aspetto,

e ti cingi in cappamagna alla greca, e sei conosciuto da tutti per

professore di lettere, oratore o filosofo, al signore par bello

di mescolare uno di tal genìa a quei che uscendo fannogli corte,

e sembrar così amante della disciplina e delle lettere greche, ed

apprezzatore dei dotti. Talchè tu, o valent'uomo, corri rischio di

avere appigionato, in luogo de' tuoi magnali discorsi, il mantello o

la barba. Se sopragiunge altri più nuovo, sei rimandato indietro, e

vi rimani relegato in un dispregiatissimo cantone, testimonio di ciò

che si porta e si toglie di tavola; e se pure i piatti giungono fino

a te, roderai le ossa come i cani, e dolcemente per fame ti succierai

una foglia secca di malva, avanzata ad un ripieno. Non ti mancheranno

altri obbrobrj: nè solamente non avrai le ova, non essendo necessario

che abbi sempre ad essere trattato come un forestiero, e sarebbe in

te impudenza il pretenderlo; ma non devi avere tampoco un pollo simile

agli altri; e mentre al ricco si serve grasso e polputo, a te si dà un

mezzo pulcino o un colombo vecchio da razza, per segno di spregio. Per

caso un convitato sopraviene improvvisamente? il famiglio, susurrandoti

all'orecchio _Tu sei di casa_, ti toglie quanto hai dinanzi por

servirne l'arrivato. Si trincia in tavola o un cervo o un porcellino da

latte? ti bisogna aver propizio lo scalco, o contentarti della parte

di Prometeo, le ossa cioè col midollo. Non ho detto che, bevendo gli

altri un vecchio e soavissimo vino, tu buschi soltanto del cercone; e

n'avessi almanco a sazietà, chè domandandone, molte volte fingerà il

ragazzo di non udire. Se alcun servo ciarliero riferirà che non hai

lodato il fanciullo della padrona mentre ballava o sonava la chitarra,

passerai rischio non piccolo: per la qual cosa t'è giocoforza gracidare

come un ranocchio assetato per essere distinto tra quei che applaudono,

e far da capocoro a' più fervorosi, e molte volte, standosi gli altri

in silenzio, ripetere qualche encomio meditato, che senta a dieci

miglia di adulazione. Ti convien poi tenerti col volto basso come nei

conviti persiani, sul timore che qualche eunuco non ti veda adocchiare

alcuna concubina.

«Questa è la vita ordinaria della città. Che ti avverrebbe viaggiando?

Sovente piovendo, e giungendo tu per ultimo al posto che t'ha destinato

la sorte, non essendoci più vetture, ti caricano su col cuoco e col

parrucchiere della padrona sopra un baroccio, senza pur metterti paglia

che basti.

«E se tu non lodi, passerai per malevolo ed insidiatore alle latomie

di Dionisio. Conviene che i padroni sieno sapienti ed oratori; cadano

pure in solecismi, i loro discorsi devono saper sempre d'Imetto e

dell'Attica, e far testo di lingua per l'avvenire. Ma passi ancora

per ciò che fanno gli uomini: le donne (perocchè anche le donne ora

affettano d'avere al loro soldo ed al seguito della loro lettiga

alcun famigliare dotto) alcuna fiata gli ascoltano mentre si adornano

e si arricciano i capelli; ed assai volte, mentre il filosofo fa le

dimostrazioni, ne viene la cameriera, e reca i viglietti del drudo.

Egli allora per prudenza sospende i discorsi, ed aspetta che essa

ritorni ad ascoltarlo, dopo risposto al bertone.

«Alla fine, ricorrendo i Saturnali e le Panatenee, ti si manda un

mantellaccio o una tonaca logora, e devi allora farne gran pompa.

Il primo che ha subodorato tal pensiero del padrone, corre ad

annunziartelo, e vuole non piccola mancia. La mattina tel vengono a

portare in tredici, de' quali ciascuno decanta le parole che ha detto

di te, e come, avutone l'incombenza, ha cercato scegliere il meglio, e

partonsi tutti regalati da te, e brontolando che non abbi dato di più.

Il salario ti si paga a sospiri, e a due e a quattro oboli; se domandi,

passi per nojoso ed impronto: laonde per averlo ti bisogna supplicare

e piaggiare e leccare il maestro di casa, con modi di cortigianeria

i più variati. Nè è da trascurarsi anche il consigliero e l'amico; ed

intanto di ciò che ricevi già ne vai debitore al sarto, al medico, al

calzolajo; sicchè non restandotene nulla, quei doni non sono per te

doni. Altre volte vieni accusato o di aver tentato il fanciullo, o,

malgrado la tua vecchiezza, violentata una cameriera della signora,

o altra corbelleria. E così di notte imbacuccato entro il mantello,

sei pel collo trascinato fuor di casa, miserabile ed abbandonato da

tutti, non restandoti per compagna della vecchiezza che la podagra,

avendo dimenticato dopo tanto tempo ciò che sapevi, grullo e col ventre

maggiore della borsa, tormentato di non potere nè riempirlo nè fargli

intender ragione».

Commessa a così fatti, qual doveva riuscire l'educazione? Questa

erasi conformata ai nuovi ordinamenti; e mentre i fanciulli in prima

si affidavano a qualche onesta matrona che ne coltivasse l'ingegno e

il cuore, allora si lasciavano fin ai sette anni a schiavi o greche

fantesche, poi si mettevano al greco, indi al latino sotto i grammatici

su descritti, i quali, oltre legger e scrivere, gl'istruivano a capire

i poeti, e gli esercitavano in composizioncelle. Che se è sempre

infelice cosa un maestro di mestiere, infelicissima erano coloro,

la cui cura principale consisteva in affinare gli allievi nella

mitologia, e nel sapere come avesser nome i cavalli d'Achille, quale

la madre d'Ecuba, di che colore i capelli di Venere. Intanto altri

maestri gli addestravano al ballo, alla musica, alla geometria, in

quanto ritenevansi necessarie alla retorica, che vedemmo essere stata

sempre arte principalissima fra i Romani, gran parte della vita loro,

loro gloria e guasto. Valendosi d'una lingua fatta per comandare,

non fermandosi alla soavità dell'atticismo greco, ma lanciandosi alle

procelle popolari, aveano anche in ciò espresso la maestà patria; e

l'eloquenza fu detta una delle maggiori virtù[278], e l'uomo eloquente

un dio rivestito di corpo mortale. Allora poteva la grammatica esser

considerata la più sincera delle scienze, la dolce compagna del

ritiro, la ricreazione dei vecchi[279], insegnando essa a render

corretto, chiaro, ornato il discorso. Allora da insigni oratori,

Cicerone, Antonio, Ortensio, erano coltivati i giovani men coi precetti

che coll'esempio, e col farsi vedere invocati dai cittadini, dalle

provincie, dai re, come tutela e scampo, levati a cielo dal popolo

sovrano. Allora l'eloquenza studiavasi non come scienza distinta; ma

con la guerra, il culto, la giurisprudenza facea parte dell'educazione

necessaria alla vita; dovendo ogni famiglia, per patrocinare i proprj

clienti, avere un valente oratore, di favellare occorrendo in tutte

le magistrature, occorrendo alla guerra. Ma dacchè l'eguaglianza aprì

a ciascuno gl'impieghi e i comandi, fu impossibile che lo stesso

uomo attendesse a tutto. Uno abbondava di coraggio? dibattuta la

prima causa in tribunale, cingeasi la spada. Un altro avea facile la

parola? travagliavasi alle battaglie forensi, appena congedato dalle

campali. V'era cui non bastasse l'animo d'affrontar le une nè le altre?

sospendeva un lauro alla porta, e dava consulti; diventando così tre

vie distinte l'esercito, la giurisperizia, l'eloquenza.

Ma un popolo senza emulazione, un senato senz'autorità, una gioventù

senza libertà nè speranze, che altro cercavano nell'eloquenza se non

un nuovo spettacolo? Equato il diritto, concentrata nell'imperatore

la cosa pubblica, non potendo i giudici scostarsi dai consulti _dei

prudenti_, più non restava nè a sottigliare sull'interpretazion

della legge, nè a patrocinare provincie o regni o la patria; sicchè

i rostri ammutolirono, la curia consumavasi in complimenti, il fôro

si esinaniva in anguste applicazioni degli editti. I rétori, gente

digiuna della filosofia, delle leggi, della società, si proponeano

d'annestare al pesante ed anfanato ingegno de' Romani l'infantile

e parolajo de' Greci, smaniosi di arringare, d'improvvisare, di

disputare, di avviluppare con argomenti capziosi; sofisticavano i

classici sulla erudizione o sulla verità; della filologia faceano un

giuoco di sottigliezze; della storia un'accozzaglia di particolarità,

entro cui soffocavano quel vero che avrebbe dato ombra ai tiranni;

della logica una schermaglia d'argomentazioni onde mutare il falso

in vero; della morale una ostentazione di virtù esagerate. Sbalzata

fuor della pubblicità che è suo elemento, trastullavano l'eloquenza in

esercitazioni vane e stravaganti, e a spese dell'erario avvezzavano

i figliuoli dei grandi all'enfasi senza scopo, alla declamazione a

vuoto, a concinnare ben sonanti blandizie ai Cesari qualvolta questi si

degnassero consultare il senato sopra ciò che avevano già deliberato.

Per tali scuole di declamazione s'inventò un interminabile codice di

convenevoli. Allorchè (così insegnavasi) l'oratore si presenta alla

tribuna, potrà fregarsi la fronte, guardarsi alle mani, schioccar le

dita, e coi sospiri mostrare l'ansietà del suo spirito. Tengasi ritto

della persona, col piede sinistro alquanto innanzi, le braccia alcun

che disgiunte dal torso; ed esordendo, sporga un poco la destra mano

dal seno, però senza arroganza. Infervorato nell'arringa, pronunzii

con artifiziosa negligenza i periodi più elaborati, mostri esitanza

laddove sentesi più sicuro della sua memoria. Non ricolga il fiato a

mezzo della proposizione, non muti gesto che ogni tre parole, non cacci

le dita nel naso, tossisca o sputi il men possibile, eviti di dondolare

per non parere in barca, non caschi in braccio ai clienti, se pure non

sia per reale sfinimento; nè si soffermi dopo pronunziato una frase

efficace, chè non sembri attendere i battimani. Verso il fine poi si

lasci cadere scompigliata la toga, gran segno di passione.

Plozio e Nigidio, Quintiliano e Plinio discordano fra loro se o no

convenga tergere il sudore e scarmigliarsi. Essi vi diranno come

convenga vestire per essere uomo eloquente: la tunica dia poc'oltre il

ginocchio davanti, e dietro fino al garetto; che più lunga sarebbe da

donna, più breve da soldato: l'avviluppar di lana e fasce il capo e le

gambe, è da infermo; da furioso l'avvolgere la toga al braccio manco;

da affettato il gettarne il lembo sulla spalla diritta; da zerbino il

declamare colle dita cariche di anelli. Della voce poi sanno denominare

appuntino ogni gradazione[280], e qual s'addica a ciascun sentimento.

Di quest'erba trastulla si pascolava la gioventù romana per emulare

Gracco e Cicerone! Talmente è antico stile nei cattivi governi,

non d'abolire il sapere, ma di soffocarlo tra futilità e regole

indeclinabili! Quintiliano stesso racconta di Porcio Latrone, insigne

professore, che chiamato ad arringare ad un'assemblea vera in piena

aria, restò sbigottito, e implorò che l'udienza si trasportasse in un

palazzo vicino, non potendo sopportare il cielo, egli abituato alla

soffitta. Ben dunque, allorchè un imperatore lagnavasi che tante sue

cure non ritardassero il deperimento dell'eloquenza, un sincero gli

rispose: — Chiudete le scuole, ed aprite il senato».

Nè le cose erano meglio delle forme. Tolti alla realtà e al

supremo giudizio del pubblico, ridotti a finger cause ed occasioni

d'arringhe, i retori proponevano temi bizzarri e stravaganti, privi

di convincimento e di moralità. Le _suasorie_ volgeansi sul lodare

la virtù, l'amicizia, le leggi, e sopra simili argomenti di facile

prova, o talora di sofistica finezza: le _controversie _discuteano di

varj punti, per lo più giudiziali; e suddividevansi in _trattate_,

ove il retore dava soggetto e traccia, e _colorate_, dove l'alunno

da sè trovava e l'orditura e la materia, poi compostele e dal maestro

corrette, se le metteva a mente e le recitava alle pazienti assemblee.

Distogliere Catone dall'uccidersi, esortare Silla a smettere la

dittatura[281], Annibale a non impigrirsi in Capua, Cesare a stender

la mano a Pompeo acciocchè Roma opponga ai Barbari i due più grandi

generali; se Cicerone deva chiedere scusa a Marc'Antonio; se dar

al fuoco i suoi scritti qualora questi gli lasci la vita a tal

condizione... erano i temi proposti; poi si fa tragitto a quistioni

più attuali, ed ove dalla giurisperizia sia puntellata l'eloquenza.

Una incestuosa precipitata dalla rupe Tarpea, raccomandandosi a Vesta,

campa la vita: le sarà ritolta? — Marito e moglie giurarono di non

sopravivere l'un all'altro; egli, sazio della donna, parte e le fa

credere d'esser morto; ond'ella balza dalla finestra; ma guarita e

scoperto l'inganno, il padre di lei dimanda il divorzio; essa non

vuole: uno patrocini il padre, l'altro la moglie. — Tizio raccoglie

fanciulli esposti, li mantiene, ad uno rompe il braccio, all'altro

una gamba, e gli invia a mendicare, e s'arricchisce: accusatelo e

difendetelo. — Uno che in battaglia perdè le braccia, sorprendendo la

moglie in adulterio, ordina al figlio d'uccidere il complice; quegli

non obbedisce e fugge; il padre avrà diritto di diseredarlo? — Uno

sale ad una rôcca per guadagnare il premio proposto a chi uccide

il tiranno; e nol trovando, ammazza il figlio di esso, e gli lascia

in petto la spada; il tiranno, tornato e visto il caso, cacciasi in

seno la spada stessa: l'uccisore del figliuolo domanda il premio come

tirannicida. — Essendo sfidati dai medici due gemelli, fu chi promise

guarir l'uno se potesse esaminare gli organi vitali dell'altro; il

padre consente; uno è sventrato, l'altro guarito; ma la madre accusa

il consorte d'infanticidio; gravarlo e difenderlo. — Un padre perdè

gli occhi nel piangere due figliuoli, e sogna che ricupererà la vista

se anche il terzo figlio morrà; palesò il sogno alla moglie, questa

al figliuolo, che appiccossi: il padre riebbe gli occhi, ripudiò la

moglie, la quale si appella d'ingiusto ripudio. — Uno invaghito della

propria figlia, la dà a custodire ad un amico, pregandolo non la

restituisca per quanto gliela chieda; dopo alcun tempo gliela chiede,

e, avutone rifiuto, s'appicca: vien denunziato l'amico come causa di

tal morte. — Uno accusato di parricidio, fu assolto; ma impazzito,

comincia ad esclamare: «O padre, t'ho ucciso», il magistrato lo manda

al supplizio come confesso: ma è accusato d'omicidio. — Un povero

ed un ricco erano amici; muore il ricco, chiamando erede universale

un altro, coll'ordine di dare al povero altrettanto quanto questo a

lui avea lasciato in testamento; s'apre il testamento del povero, e

si trova lo avea costituito erede di tutti i suoi beni; onde questo

domanda tutta l'eredità; l'erede scritto non vuol dare se non tanto

quant'è il possesso del povero. — È legge (inventata da questi pedanti)

che a chi batte il padre, si tronchino le mani: un tiranno ordina a

due figliuoli di maltrattare il padre; il primo, per non farlo, si

precipita dalla rôcca; l'altro, spinto dalla necessità, oltraggia il

genitore ed incorre nella pena decretata; però chiamato in giudizio

perchè gli siano mozze le mani, il padre stesso lo difende: arringate

per lui e contro di lui. — Un'altra legge del codice stesso lascia alla

fanciulla violentata la scelta fra voler morto il rapitore, o sposarlo

senza recargli dote; qualcuno ne rapì due, e l'una vuole ch'egli muoja,

l'altra che la sposi: quistionate per le due parti. — Un'altra legge

infligge al calunniatore la pena sofferta dal calunniato; un ricco e un

povero, nemici capitali, aveano tre figli; ed essendo il ricco eletto

generale, il povero l'accusò di tradimento, di che infuriato il popolo

ne lapidò i figliuoli; il ricco tornato, chiede si uccidano i figli del

povero; questo esibisce sè solo alla pena: per chi sentenziate?

In tali bizzarrie[282] pervertivasi il gusto e si forviava

l'immaginazione dei giovinetti romani, distaccandoli dalla vita comune

e dall'abituale forza delle umane passioni, per avvezzarli al cavillo e

all'esorbitanza. A dritto dunque esclamava Petronio che «nelle scuole

i garzoni si rendono affatto sciocchi, perocchè non vedono, non odono

nulla di ciò che comunemente suol accadere, ma solo corsali che stanno

incatenati sul lido, tiranni che comandano ai figli di troncare il capo

ai genitori, oracoli che in tempo di peste ordinano d'immolare tre o

più vergini»[283].

Così all'eloquenza politica era succeduta la scolastica; e se non

bastava il viluppo della quistione, si aggiungeano difficoltà d'arte,

prefiggendo, per esempio, il vocabolo con cui cominciare o finire

il periodo; poi tutto si dovea sorreggere per figure di parole e di

concetti, per luoghi comuni, ed altre abbaglianti nullità.

Formato per tal guisa un oratore, suprema aspirazione di lui era il

vedersi prescelto a stendere un panegirico all'imperatore; se pure

non si mettesse a quella _lucrosa e sanguinolenta eloquenza_, che,

conservando l'antico costume quando tutto era così mutato, ordiva

invettive sul tono con cui Tullio investiva Catilina e Marc'Antonio,

esagerava gli orrori dell'alto tradimento, tirava alla peggiore

interpretazione i fatti e i detti più semplici, e facea condannare

Cremuzio, Trasea, Elvidio, per ingrazianirsi Tiberio, Nerone,

Vespasiano.

Appena si potesse trar fiato, i buoni s'accordavano a far guerra

a questa eloquenza, ancella della calunnia: Plinio tonò contro

i delatori; Giovenale flagellava i retori; Tacito, fra le cause

dell'eloquenza corrotta, adombrava anche questa; e la combattè pure

Marco Fabio Quintiliano (42-120?), il primo che desse lezioni a

pubbliche spese. Spagnuolo allevato a Roma, l'imperatore Domiziano

gli confidò l'educazione de' suoi nipoti, destinati a succedergli;

e sotto gli auspizj di questo dio, come esso lo chiama, scrisse le

_Istituzioni_, dirette a formare un oratore. Piace, al petulante

greculo o al venale grammatico opporre l'immagine d'un maestro che

conosce quanto sacro uffizio sia, nel momento che la gioventù sceglie

fra il piacere e il dovere, l'avviarla co' migliori precetti, coi più

belli esempj, e questi poter tutti dedurre dalla storia nazionale; e

alle sante credenze, alle gloriose idee, alle coraggiose imprese, alla

lotta contro le basse passioni, allo sprezzo del dolore e del guadagno,

all'amor della gloria, al frugale disinteresse poter soggiungere i

nomi degli Scipioni, dei Fabj, degli Scevola, dei Catoni, _patres

nostri_. Vide Quintiliano a quale infelicità fossero ridotte le lettere

dagli esempj massimamente di Seneca, il quale, essendo in favore come

maestro del principe, avea messo in disistima lo stile sincero degli

antichi per accreditare quel suo, tutto fronzoli ed arguzie, senza

riposo, con cui a forza d'abilità corruppe l'eloquenza, a forza d'arte

guastò il gusto de' Romani. — Seneca (così egli) era allora il solo

autore che fosse in mano de' giovani, ed io non poteva soffrire ch'e'

fosse anteposto ai migliori, cui egli non cessava di biasimare, perchè

disperava di piacere a coloro a cui quelli piacessero. I giovani lo

amavano solamente pe' suoi difetti, e ognuno insegnavasi di ritrarne

quelli che gli era possibile; e vantandosi di parlare come Seneca,

veniva con ciò ad infamarlo. Per verità egli fu uomo di molte e

grandi virtù, d'ingegno facile e copioso, di continuo studio e di gran

cognizioni, benchè alcuna volta sia stato ingannato da quelli a cui

commetteva la ricerca; molti ottimi sentimenti vi si trovano, e assai

moralità: ma lo stile n'è comunemente guasto, e più pericoloso perchè i

difetti ne sono piacevoli. Se di alcune cose egli non si fosse curato,

se non fosse stato troppo cupido di gloria, se troppo non avesse amato

ogni cosa propria, nè co' raffinati concetti snervato i gravi e nobili

sentimenti, avrebbe l'universale consenso dei dotti, anzichè l'amor de'

ragazzi. Un ingegno tale, potente a qualunque cosa volesse, degno era

certo di voler sempre il meglio»[284].

Accorciammo questo giudizio, in cui Quintiliano non dà ferita senza

medicamento, al modo de' giudizj officiosi; e spinge la cautela fino

a non lasciarti ben comprendere s'e' lodi o biasimi. Fatto sta che

egli affaticossi di richiamare verso i classici, e far preferire

la nuda forza alla sdulcinata leggiadria, il naturale al parlar per

figure[285]. Pure, nel concetto di lui, eloquente significava poc'altro

che buon declamatore: diresti non s'accorga mai di ciò che è mancato

a Roma dopo i suoi grandi oratori, il fôro e la libertà; la sublime

destinazione dell'eloquenza o non ravvisa o paventa, e si trastulla

in guardarla siccome un'arte ingegnosa e difficile, che s'acquista

coll'unire alla naturale disposizione lo studio e la probità, e saper

lodare anche i tempi infelicissimi.

E d'adulazioni egli fu prodigo: poi, sebbene cercasse uno stile

ricco, delicato, vigoroso, ed evitare la negligenza e l'affettazione

che guastano il dritto ragionamento[286], all'opera sua occupò poco

meglio di due anni, e questi nella ricerca delle cose e nella lettura

d'infiniti autori, anzichè a forbire lo stile: intendeva poi rifarvisi

sopra dopo raffreddato il primo ardore della composizione[287], ma le

reiterate istanze del librajo lo distolsero dal prudente proposito.

Questa confessione, colla quale tanti altri dopo d'allora intesero

palliare la propria negligenza, temperi certi eccessivi ammiratori,

i quali non solo in Quintiliano vedono tutt'oro, ma pretendono

infallibili canoni di gusto quei ch'egli medesimo confessa non

abbastanza meditati.

Arringò anche, e le sue dicerie erano ricopiate per venderle

lontano[288]: ma come egli stesso si fosse lasciato guastare da

quei temi artifiziosi, dove il sentimento si esagerava, e badavasi

all'effetto e all'arte, non all'espressione più sincera dell'affetto,

appare fin nel passo più eloquente del suo libro, quello ove

deplora la morte della moglie diciannovenne e di due figliuoli già

grandicelli[289].

Eppure egli era dei migliori maestri; riprovava questo esercitarsi

sopra tesi simulate; con opportuna censura reprimeva il giovanile

rigoglio, e col leggere i migliori autori, cosa omai disusata, e col

moderare l'idolatria pei classici, avvertendo che «non s'ha a reputare

perfetto quanto uscì loro di bocca, giacchè sdrucciolano talora, o

soccombono al peso, o s'abbandonano al proprio talento, o si trovano

stanchi; sommi ma uomini». Sopratutto insiste sulla necessità d'essere

probo uomo chi voglia essere buon oratore: il che, se in un trattato

de' nostri giorni sarebbe nulla meglio che un'esercitazione di moralità

triviale, veniva a grande uopo allora, quando spie ed accusatori

valevansi dell'eloquenza per sollecitare o giustificare la crudeltà dei

regnanti; onde si vuole sapergli grado d'aver conosciuto il nesso fra

la controversia nella scuola e il litigio nel fôro, ed accennato almen

quel tanto che poteva, egli stipendiato da un brutale imperatore.

Ci venne purdianzi alla penna Marco Cornelio Frontone numida, giudicato

da alcuni neppur secondo a Cicerone[290], e superiore a tutti gli

antichi per gravità d'espressione, ma che per reggersi in credito

avea bisogno che un erudito non venisse a disotterrarne i frammenti.

Sostenne magistrature primarie, e se vogliam credere al ritratto

ch'egli fa di se stesso in una di quelle congiunture in cui pare che

l'affetto non sopporti la menzogna, meritò veramente colle sue virtù

di diventare maestro di Marc'Aurelio[291], e di conservarsegli amico

anche dopo imperatore. Dalle loro lettere, lasciando che altri vi

cerchi pedagogici avvertimenti, noi caveremo particolarità sull'Italia

nostra. — Visitammo (scrive in una) Anagni; poca cosa oggi, ma contiene

gran numero d'anticaglie, principalmente monumenti sacri e ricordi

religiosi. Non v'è angolo che non abbia un santuario, una cappella,

un tempio; v'ha libri lintei di materie sacre. Uscendo, leggemmo sui

due lati della porta, _Flamine, prendi il samento_. Chiesi a un natìo

che volesse dire questa parola; e mi rispose che in lingua ernica

dinota un pezzo di pelle della vittima, che il flamine si mette sul

berretto quando entra in città». E altrove: — Siamo a Napoli: cielo

delizioso, ma estremamente variabile; ad ogni istante più freddo, o

più caldo, o procelloso. La prima metà della notte è dolce, come una

notte a Laurento; al cantar del gallo senti la frescura di Lanuvio;

verso l'alba ti pare algido; più tardi il cielo si scalda come a

Tuscolo; a mezzodì fa la caldera di Pozzuoli; poi come il sole declina

nell'oceano, il cielo s'addolcisce e si respira come a Tivoli: questa

temperatura si sostiene la sera e le prime ore mentre la notte si

precipita dai cieli».

Frontone, vecchio e scarco dalle magistrature, soffrente di gotta,

apriva sua casa ai letterati, che egli adopravasi di revocare dalle

ampolle e dal neologismo verso la semplicità anteriore a Tullio. Opera

difficilissima giudicava il riuscir eloquente; biasimava coloro che

credono bellezza il rivoltare in diversi modi il concetto medesimo,

come Seneca, come Lucano che i sette primi versi trascina in dire

di voler cantare _le più che civili guerre_; domanda che l'autore

sia ardito senza eccesso, e scelga bene le parole. Ma in queste

raccomandava di cercar le meno aspettate e le meravigliose, cura che

di necessità deve condurre all'affettazione[292]. Troppo anch'egli

seconda il suo secolo allorquando suggerisce di dire e fare secondo al

popolo piace, metodo che torrebbe ogni orma certa al gusto[293]. Forse

per indulgenza a questo piacevasi tanto nel rintracciare immagini, e

le raccomandava a Marc'Aurelio, che gli scriveva come lieta notizia

d'esser riuscito a trovarne dieci[294]. Ma allorchè questi diceva,

— Quando parlai ingegnosamente, mi compiaccio di me stesso», e' gli

replicava: — Più parlerai da galantuomo, più parlerai da cesare».

Il letterato più degno d'attenzione in quel tempo è Cajo Plinio Cecilio

comasco (61-115), nipote di Plinio naturalista, del quale ereditò

le sostanze e la passione per gli studj. Giovinetto fu educato da

Virginio Rufo, insigne romano che preferì all'impero del mondo la

quiete decorosa. Cresciuto da lui con precetti ed esempj di virtù,

nella scuola di Quintiliano si fece all'eloquenza; e di quindici anni

patrocinò, poi sempre trattò cause gratuitamente, talvolta discorrendo

fin sette ore di seguito, senza che la folla si diradasse. Eucrate

filosofo platonico, elegante e sottile nella disputa, calmo di volto,

austero di costumi come di parola, ostile ai vizj non all'umanità,

incontrato da Plinio nella Siria, l'innamorò della filosofia, e

gl'insegnò che il più nobile scopo di questa è far regnare tra gli

uomini la pace e la giustizia.

Quando il gusto del bello, del giusto, del generoso, del patriotico

più sembrava dileguarsi, consola l'imbattersi in quest'uomo,

appassionatissimo per la gloria e devoto alla virtù. Immacolato

sotto pessimi imperatori, talvolta levossi ad accusare i ministri

e consigliatori di loro iniquità; maneggiò la giustizia col nobile

orgoglio del galantuomo, eppure ottenne cariche e rispetto; e non

si trovò impreparato quando sorsero tempi migliori. Al cessare del

regno delle spie e de' carnefici, fu invitato ad onorare e guidare la

rigenerantesi società; e gli troviamo le cariche di augure, questore

di Cesare, legato d'un proconsole, decemviro a giudicar le liti,

tribuno della plebe, pretore, flamine di Tito, seviro de' cavalieri,

curatore del Tevere e della via Emilia, prefetto all'erario di

Saturno e al militare, governatore della Bitinia e del Ponto. Eletto

console l'anno 100, recitò il _panegirico_ a Trajano imperatore,

ossia un ringraziamento. Questa lunga sua fatica aveva egli, come

solea sempre, letta a diversi amici, che lodavano più le parti ove

minore studio aveva adoperato: di ciò stupivasi egli, senza arrivar a

comprendere quanto bisogno avesse di naturalezza. E davvero quel suo

discorso, tronfio di parole e frasi studiate, forbite, compassate, è

un perpetuo scostarsi dalla maniera semplice di pensare e d'esprimere,

per sorreggersi in una forzata elevatezza, con pompa d'acuto ingegno,

con pretensione di novità, e antitesi e raffronti inaspettati. Agli

inesperti sembra conciso pel suo periodare frantumato, mentre in

realtà, al pari di Seneca, gira rapidamente intorno alle idee, ma a

lungo intorno alla stessa.

Il nostro secolo, che non sa più ammirare, si stomaca di lodi buttate

in faccia a un vivo e potente: ma anche senza di ciò Trajano era tal

imperatore da potersi lodare meglio che con vuote generalità; e un

console, un augure davanti al popolo poteva usare altro che adulazioni,

quali converrebbero a schiavo verso un tiranno. Trajano serbò amicizia

per Plinio, anche giunto al fastigio della fortuna; e le lettere che

gli diresse mentre governava la Bitinia sono un'importante rivelazione

de' migliori tempi del concentramento imperiale. E lettere moltissime

conserviamo di Plinio stesso[295]: a troppo gran pezza dalla cara

ingenuità delle ciceroniane, mostransi destinate al pubblico ed alla

posterità; ma anche in quel loro tono accademico e declamatorio ci

rivelano un eccellente naturale, e c'introducono nella vita, massime

letteraria, d'allora.

Plinio era legato con quanto allora vivea di meglio; e con lui

amiamo incontrare Italiani, ben differenti da quelli con cui ci

famigliarizzarono Tacito e i satirici; un Caninio comasco, che donò

una somma per imbandire un annuo convito al popolo; Calpurnio Fabato,

onorato di somme dignità, che la patria Como abbellì di un portico,

e diè denaro per ornarne le porte; Pompeo Saturnino, uom giusto,

bel parlatore, poeta da emulare Catullo, che a Como stessa lasciò un

quarto della propria eredità; Virginio Rufo, che quattro volte console,

generale dell'armi romane, vincitore di Giulio Vindice, ricusò l'impero

del mondo, preferendo la quiete della sua villa d'Alsio nel Milanese.

In Aristone suo tutore Plinio ammirava la frugalità, la prudenza, la

sincerità, lo zelo nel patrocinare altri. Sua moglie Calpurnia alle

doti del cuore univa quelle dello spirito, leggeva avidamente i libri

del marito, ne riponeva in mente i versi e vi adattava le armonie,

andava ascoltarlo quando parlasse in pubblico. Gloriavasi che la

posterità saprebbe che fu amico di Tacito: — Come l'avvenire dirà che

noi ci amammo, che ci siamo compresi! Aveano l'età stessa, egual grado,

egual rinomanza, dirassi, e a tante cause d'emulazione la loro amicizia

resistette. E come già ci collocano l'un presso all'altro! già siamo

inseparabili nella pubblica opinione: chi preferisce te a me, chi me a

te: ma venire dopo te è per me una preminenza»[296].

Da Spurina Plinio imparò non solo la giurisprudenza, ma l'ordine e

la compostezza; nella casa di questo buon vecchio ammirando quella

regolare occupazione, quella serenità d'uomo che si accosta al

sepolcro. A sette ore svegliavasi, e subito ripassava i casi di jeri:

alle otto era levato, e faceva una corsa a piedi: dopo l'asciolvere,

ritiravasi nel gabinetto a comporre in greco o in latino poesie piene

di gusto e brio. Fra giorno discorreva, leggeva, faceasi leggere,

raccontava i fatti di cui era stato testimonio. Alle due prende il

bagno, poi passeggia al sole: quindi giuoca alla palla, per un pezzo

combattendo così la vecchiaja: gettasi poi s'un lettuccio, ed accoglie

gli amici. Ha tavola ricca e frugale, con argenterie massiccie che

rammentano i vecchi tempi. Durante il pasto discorre e legge, spesso

si fa venire buffoni, commedianti, ballerine, sonatrici inghirlandate

d'amaranto. Così dopo le fatiche del fôro, del sonato, del campo,

il nobile vecchio a settantasette anni conservava ancora la vista,

l'udito, la vivacità, la facile parola.

Protetto dai grandi, Plinio proteggeva amici ed inferiori; molti

giovani, la cui principale passione era quella dell'istruirsi,

esercitava nell'eloquenza, e ajutava ne' primi passi verso gl'impieghi;

dotò la figlia di Quintiliano per gratitudine di scolaro, e quella

di Rustico Aruleno che «coll'anticipargli elogi aveagli insegnato a

meritarli in avvenire»; fornì lautamente Marziale, reduce nella Spagna;

alla nutrice diede un terreno che valeva centomila sesterzj, e gliel

faceva amministrare da Vero, suo amico, scrivendogli: — Ricordatevi

che non sono gli alberi e la terra che vi raccomando, ma il bene di

quella che da me li tiene». Corellio avea sollecitato i primi impieghi

per Plinio, e raccomandatolo a Nerva, e morendo diceva a sua figlia: —

Spero avervi fatto degli amici; contate sopra di essi, ma più di tutti

su Plinio»; e Plinio ne prese la difesa in una causa. Sottentrò a tutti

i debiti del filosofo Artemidoro, affinchè tranquillo partisse da Roma

quando Domiziano proscrisse i filosofi[297]. Molti servi affrancò, agli

altri permise di far testamento; per gli abitanti di Tiferno, ove sua

madre possedeva e che lo avevano adottato, eresse un tempio; largheggiò

cogli Etruschi. Governando la Bitinia, lasciò dappertutto tracce di sua

munificenza; mutò in città il villaggio di Calcedonia, riparò Crisopoli

(Scutari), a Libina rialzò la tomba d'Annibale: in Nicomedia guasta

da incendio fece ricostruire il palazzo civico e il tempio d'Iside,

ed aprire una piazza, un acquedotto, un canale, e pensava riunir quel

lago al mare: riparò i bagni di Nicea, e vi pose ginnasio e teatro;

un acquedotto a Sinope, uno a Bitinio, bagni a Tio: a Como mandò pel

tempio di Giove una preziosa statua antica; vi istituì scuole pei

garzoni, contribuendo il terzo della spesa; assegnò cinquecentomila

sesterzj per mantenere fanciulli ingenui, venuti al meno; fondò una

biblioteca presso le terme; ed altri benefizj, la cui lode sarebbe

anche maggiore, s'egli medesimo non si fosse troppo compiaciuto di

narrarceli. Ma sarem noi così rigorosi a tal vanità? — Se non meritiamo

che di noi si parli (diceva egli stesso), siamo rimproverati; se

meritammo, non ci si perdona di parlarne noi stessi»[298].

Ma non soltanto lodi sapeva tesser Plinio, e' s'infervorò contro

i delatori, appena il costoro regno crollò. Aquilio Regolo, già

sollecitatore di testamenti, che poi in una sola denunzia guadagnò

tre milioni di sesterzj e gli ornamenti consolari, e che avea causato

la morte di Elvidio, si vide da lui ridotto a perdere non solo la

reputazione, ma metà dell'oro, passione sua. Allora Plinio badò meno

all'eleganza che alla forza: ma nello stendere quell'accusa rileggeva

di continuo l'arringa di Demostene contro Midia[299]: eppure, potenza

del denaro, poco poi avendo Regolo perduto un figlio, ecco tutta

Roma accorrere a portargli condoglianze in Transtevere, nella casa

improntata d'infamia dall'avarizia e dalla ricchezza del sordido

vecchio. Avea dunque ragione Giunio Maurico allorchè, alla tavola di

Nerva rammentandosi un Catulo Messalino, spia e provocatore del regno

precedente, e domandando l'imperatore che ne sarebbe se fosse ancor

vivo, con franchezza soldatesca rispose: — Perdio, sarebbe qui a cena

con noi».

Gli antichi ebbero scarso il sentimento delle bellezze della natura;

il paesaggio tra essi non fu meglio che decorazione; i più gentili

quadri di Virgilio traggono vita dalle figure onde sono popolati. Ma

Plinio mostrasi compreso dalle vaghezze del suo lago e della villa

che v'aveva, e con esso ci dilettiamo ancora cercare quei platani

opachi, quell'insensibile pendìo che guidava alla sua campagna, quel

canale protetto d'ombre ospitali, dov'esso veniva a cercar riposo

dall'assordante operosità di Roma. Là pesca, là caccia ne' boschi

popolati di cervi e di damme; là comprendeva che non solo Diana, ma

anche Minerva ama le foreste. Arricchito, volle avere più ville su

quel lago, ed una intitolò Commedia perchè dimessamente situata,

quali gli attori comici sul socco, mentre l'altra elevavasi come

i tragici sul coturno, onde la nominò Tragedia: e quella è lambita

dalle acque, questa le domina. Ivi erano appartamenti per l'inverno e

per l'estate, pel giorno e per la notte; ivi bagni; ivi una fontana

intermittente[300], che cascava romoreggiando in una sala decorata

di statue, e perdeasi nel lago, sul quale vogando, suo padre gli

raccontava le storielle de' luoghi, e gli mostrava il terrazzo da

cui una donna, avendo il marito ammalato di incurabile ulcera, volle

mostrargli come si possa sottrarsi ai dolori, precipitandosi essa nelle

onde e seco traendolo. E questa miserevole disperazione al filosofo

parea degna di monumento quanto la costanza di Arria moglie di Trasea

Peto[301].

Viepiù comoda eragli la villa di Laurento a diciassette miglia da

Roma, fra pascoli di pecore, di bovi, di cavalli, in clima d'eterna

primavera e di calma ridente, ove il sole non si mostra in estate che

a mezzo il dì. Spazioso portico a vetriate, riparo contro la cattiva

stagione, introduce all'abitazione, e attorno praterie sempre verdi,

boschi fantastici, impenetrabili dai raggi solari. La sala da pranzo si

sporge sul mare, e lo prospetta da tre lati, mentre apre s'un verziere,

arricchito di mori, di fichi pompejani, di rose tarantine, di legumi

d'Aricia, d'erbe per la cucina: a mezzo della galleria trovasi la

camera da letto, vicino all'incessante mormorio d'una fontana: poco

lungi è lo studio, al gran sole, rivestito di marmo e colle lucide

pareti adorne d'uccelli, fiori, fronde, e coi libri che mai troppo

non si leggono e rileggono. La sala è ricreata da una nappa d'acqua,

e l'inverno da un tepidario nascosto ne' muri. Una scala conduce nel

bagno a sole aperto, un'altra all'ombreggiato. Nè vi mancano il giuoco

della palla, la cavallerizza, una galleria sotterranea dove ripararsi

dalla canicola, una esposta che conduce ad una fuga di camere sì ben

collocate da evitare il sole dall'una all'altra[302]. E le cerchiate

di platani connessi dall'edera e dal flessibile acanto, e i viali

orlati di bosso o di rosmarino, e i sedili di marmo caristio, e gli

zampilli d'acqua riuscenti in vasca di bronzo, e il labirinto verde, e

il tempietto di marmo, e le statue, i mobili, i libri, i cavalli, gli

argenti, gli schiavi, ci fanno meravigliare come tanto potesse avere

un privato, che non era de' più ricchi, e che pur possedeva una casina

a Tusculo, una a Tivoli e a Preneste in commemorazione di Tullio e

d'Orazio.

Compose anche versi; e tuttochè onest'uomo e di spirito grave e

dignitoso, scrisse endecasillabi lascivi, dei quali si scusa con troppi

esempj. Forse egli, come molti oratori, credeva necessario l'esercizio

poetico per formarsi alla prosa; ma Quintiliano diceva: — La poesia

è nata per l'ostentazione, l'eloquenza per l'utilità. Noi oratori

siam soldati sotto le armi, e non ballerini di corda; combattiamo per

interessi rilevanti, per vittorie serie. L'armi nostre devono brillare

e colpire al tempo stesso; avere il lustro terribile dell'acciajo,

non la brunitura dell'oro e dell'argento. Via quell'abbondanza lattea,

che annunzia uno stile infermiccio; parlate con sanità». E nitidezza

avea sempre Plinio, non sempre forza. Giornalista officioso della

letteratura di quel tempo, egli c'informa della futilità di quelle

consorterie, che invitate come si trattasse d'aprire un testamento,

si raccoglievano per applaudire non per consigliare, per divertir sè,

non per giovare al poeta. Claudio, Nerone, Domiziano vi assisteano

non solo, ma vi leggeano tra obbligati applausi. Un codice nuovo

erasi combinato per codeste letture, dove s'insegnava: — Il lettore

dapprincipio appaja modesto, gli uditori indulgenti. A che con

letterarie sofisterie farsi nemico quello, cui veniste a prestar le

orecchie benigne? Più o meno meritevole ch'e' sia, lodate sempre. Il

leggente presentisi con diffidenza rispettosa, qual l'uso impone; abbia

disposto un complimento, una scusa: — Sta mane fui pregato di arringare

in una causa: non vogliate imputarmi a dispregio questa mescolanza

degli affari colla poesia, giacchè io soglio preferire gli affari ai

piaceri, gli amici a me stesso»[303].

L'autore è di sgraziata voce? affida la recita ad uno schiavo[304].

Declama egli stesso? è tutt'occhi all'impressione che produce sugli

uditori, e tratto tratto fermasi, palesando timore d'averli nojati,

e aspettando che il preghino di proseguire. Ai passi belli, e ancor

più alla fine sorgono gli applausi, divisi anche questi artatamente in

categorie. Nell'una il triviale _Bene! benissimo! stupendo!_ nell'altra

si battono le mani; nella terza balzasi dal sedile, percotendo del

piede la terra; nella quarta si agita la toga; e così via crescendo.

Gli uditori appariglieranno il leggitore ai sommi; il poeta non

dimenticherà un complimento pel giornalista, e dirà _Unus Plinius est

mihi_; e Plinio giornalista domani pubblicherà: Mai non ho sentita

meglio l'eccellenza de' tuoi versi».

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 13 / 23 题