CAPITOLO XLII.

Belle arti. Edilizia.

Dall'arte espressa colla parola è ovvio il passaggio all'arte espressa

coi colori e colle forme materiali. Nella quale non è costume vantare

i Romani, avendo essi trovato forse più dignitoso, certo più comodo

l'arricchirsi colle spoglie altrui. Anticamente è menzionato un Fabio

Pittore: ma pochissimi artisti romani accenna Plinio; Cicerone affetta

di dimenticare fin il nome di Policleto[354], e quasi si scusa d'avere,

tra le indagini d'avvocato, risaputo il nome di Prassitele[355], e

protesta di non intendersene punto, d'esser ignorante come gli altri

Romani sopra materie cui i Greci attaccano tanta importanza; nè la

boria nazionale rattiene Virgilio dal cedere agli stranieri la gloria

del ben dipingere, scolpire, arringare[356], purchè si serbi a Roma il

vanto di domare i popoli e di dar leggi.

Da principio ogni lavoro d'arte era etrusco, o fatto da Etruschi, pel

cui mezzo soltanto forse i Romani conobbero quelle particolarità che

noi chiamiamo greche, com'è il triglifo dorico sormontato da dentelli

jonici al sepolcro di Scipione Barbato, del 456 di Roma. L'acquedotto

della via Appia, costruito nel 310, non porge forme architettoniche,

andando sotterraneo; ma di quel tempo attorno al fôro si fecero portici

per gli argentieri e banchieri.

Una seconda età comincia quando, conosciuta la coltura greca, si

cercarono arti da Siracusa, da Capua, dal vinto Oriente. Il tempio

dell'Onore e della Virtù, dedicato nel 205, fu il primo che si ornasse

di fregi greci, tolti a Siracusa; e fu alzato da Cajo Muzio, secondo un

pensiero di Marcello, che li volle attigui in modo, che non si entrasse

al primo se non passando per l'altro: concetto simbolico. Allora al

rozzo tufo vulcanico, detto peperino (_lapis albanus_), si vennero

surrogando il travertino e il marmo: il fôro fu decorato suntuosamente:

nel 147 colle spoglie macedoniche, portate da Metello, si eressero

il magnifico tempio di Giove Statore periptero, opera di Ermodoro da

Salamina; e quel di Giunone, prostilo, cinto da gran cortile a colonne.

Durante la seconda guerra punica venne innalzato un tempio a Giunone

Ericina, uno alla Concordia; poi quello dell'Onore fuori porta Capena;

indi quelli di Giunone Sòspita, di Fauno, della Fortuna Primigenia;

poco stante due altri a Giove in Campidoglio, e quello alla dea Madre

ed alla Giovinezza; posteriormente il tempio a Venere Ericina, e uno

alla Pietà nel circo Massimo.

Il Tabulario, archivio e tesoro, eretto 78 anni avanti Cristo sul

clivo del Campidoglio, è a grandi portici, i cui archi esternamente si

aprono tra mezze colonne doriche; alle quali probabilmente sovrastava

un ordine di corintie. Il tempio della Fortuna Virile, ora Santa Maria

Egiziaca, prostilo pseudoperiptero jonico, mostra forme vigorose,

come il tempietto funerario di Publicio Bibulo sul clivo orientale del

Campidoglio. Superò ogni anteriore magnificenza il tempio della Fortuna

a Preneste eretto da Silla, e de' cui rottami si fabbricò Palestrina.

Vi si ascendeva per sette vasti ripiani, il primo e l'ultimo de' quali

erano ricreati da serbatoj di acqua: al quarto serviva di pavimento il

musaico che ora fa il vanto del palazzo Barberini a Roma, e che Plinio

dice il primo lavorato in Italia.

Silla stesso fece rinnovare il Giove Capitolino, Mario il tempio

dell'Onore, Pompeo quel di Venere Genitrice. Il Panteon, fatto

costruire da Vipsanio Agrippa 26 anni avanti Cristo, è una rotonda,

illuminata soltanto dall'apertura della cupola, la quale ha l'altezza

e il diametro di quarantatre metri, ed è ammirata singolarmente pel

pronao di sedici colonne corintie, di trentasette piedi in altezza

sopra cinque di diametro, ciascuna d'un pezzo solo di marmo; e tanti

secoli non le smossero[357].

Sotto Augusto, fu circondato di portici il suntuoso circo Flaminio,

e sorsero il portico d'Ottavia, la piramide di Cestio, il teatro di

Marcello, il tempio di Giove Tonante. Il mausoleo d'Augusto nel Campo

Marzio innalzavasi a varj piani, verdeggianti d'alberi; in sulla cima

la statua dell'imperatore; davanti alla porta terrena due obelischi

egizj, e all'intorno boschetti e viali, serpeggianti fra il Tevere,

la via Flaminia e porta Popolo. Dappoi la magnificenza degl'imperatori

e dei ricchi moltiplicò occasioni agli artisti, che crearono un nuovo

stile grandioso e caratteristico, improntato della romana magnificenza,

benchè essi fossero greci tutti o i più.

De' quali alcuni furono portati schiavi a Roma; qualche altro vi venne

libero, come Arcesilao, Zopiro, un Prassitele che scrisse su tutti i

lavori di belle arti allora conosciuti; una Lala di Cizico, ritrattista

nella galleria di Varrone; Valerio d'Ostia, che inventò di coprire gli

anfiteatri. Le monete romane, grossiere dapprima, dopo il 700 di Roma

emulano quelle di Pirro e d'Agatocle; ma gli incisori erano nostrali?

Che se Antioco Epifane chiamò in Atene l'architetto romano Cossazio pel

tempio di Giove Olimpico, ed Ariobarzane re di Cappadocia si valse dei

due fratelli romani Cajo e Marco Stallio per rifabbricare l'Odeone di

Atene, rovinato nell'assedio di Silla, chi ci assicura che in queste

commissioni non avessero parte l'adulazione o la raccomandazione de'

potenti? Degli altri architetti romani perirono fino i nomi; e così i

libri di Fusisio, di Varrone, di Settimio.

Anche nell'età più splendida si ricorreva ad artisti greci; greci

furono gli architetti, mediante i quali Augusto, secondato da Agrippa,

mutò il Campo Marzio in città marmorea; nella Grecia Pomponio Attico

fece lavorare gli ermi pel suo Tusculano[358], e comperò statue per

le ville di Cicerone; Verre fece fondere molti vasi di tutto oro a

Siracusa.

Il costui nome rammenta il modo più consueto onde i Romani acquistavano

capidarte, rapendoli ai vinti o ai sudditi. Lucio Scipione recò in vasi

mille quattrocenventiquattro libbre d'argento, e mille ventiquattro in

oro: ducentottanta statue di bronzo e ducentrenta di marmo abbellirono

il trionfo di Marco Fulvio sopra gli Etolj: Silla ridusse Atene a uno

scheletro, espilò i tre più ricchi tempj d'Apollo in Delfo, d'Esculapio

in Epidauro, di Giove in Elide, del quale portò a Roma fin le colonne

e la soglia di bronzo della porta: Fulvio Flacco scoperchiò il tempio

di Giove Lacinie presso Crotone per collocarne i tegoli di marmo

sul tempio della Fortuna Equestre: Varrone e Murena fecero a Sparta

tagliar le pareti per trasportare degli affreschi[359]: le sfingi e gli

obelischi d'Egitto, le statue di Grecia, i soli di Babilonia venivano

ad abbellire Roma: Agrippa pagò un milione ducentomila sesterzj

due tavole d'un artista greco per ornare i suoi bagni: Lucullo fece

trasferire da Apollonia in Campidoglio un Apollo alto trenta cubiti,

ch'era costato cencinquanta talenti: Lentulo vi collocò due busti:

Ortensio fabbricò un tempio sol per riporvi gli Argonauti di Fidia,

comprati cenquarantaquattromila sesterzj: Augusto comprò statue da

disporre sulle piazze e nelle vie, pose nel fôro due quadri della

guerra e del trionfo; nel tempio di Cesare un Castore e Polluce e

una Vittoria, opere di Apelle; nella curia due freschi di Nicia e di

Filocare[360]; raccolse anche musei di varie rarità, de' quali uno era

stato già unito da Scauro figliastro di Silla, sei da Cesare, uno da

Marcello di Ottavia.

Quando si pensi che questo arricchirsi della patria nostra faceasi a

desolazione dell'altrui, possiamo congratularcene noi Italiani? Viene

alle nazioni come agli individui l'ora del compenso, e noi ripagammo e

ripaghiamo le violenze esercitate dai nostri padri.

Tanti tempj sono ricordati nella sola città; ma niuno ne paragoni

la mole al San Pietro di Vaticano e ai nostri duomi[361]: e quanto

fossero piccoli lo attestano i ruderi della Sibilla Tiburina, del

Giove Clitunno nella campagna di Roma; quelli di Vesta e della Fortuna

Virile sono ben minori del Panteon, il quale ognun sa che fu sollevato

per cupola a San Pietro; in Campidoglio, sovra spazio minore di quel

che oggi occupi il Vaticano, ergevansi sessanta tempj; moltissimi

attorniavano il fôro; e se crediamo a Plinio, il Giove Feretrio non

era lungo più di quindici piedi. Nè di vasti recinti era mestieri là

dove il popolo non veniva ammesso a vedere le funzioni sacre, serbate a

sacerdoti o a matrone; bastando che alla soglia deponesse le ghirlande

o i donativi.

Sparsi per la città e sui fondi privati v'avea pure sacelli ad Ercole,

a Nenia, alla Pudicizia, agli Dei Lari, con un'ara e talvolta la statua

della divinità. I serapei forse servivano anche a cure salutari, come

quello di Pozzuoli, parallelogrammo di sessantacinque su cinquantadue

metri all'esterno, ove molte cellette sono simmetricamente disposte

attorno a un cortiletto porticato, in mezzo al quale sorgeva una

rotonda aperta sovra colonne; e sembra destinata alla purificazione per

acqua. La schiera di sedie forate nelle due camere agli angoli, forse

serviva ai bagni a vapore.

Entro quei tempj erano altari ed are[362] stabili e ornati, e foculi

mobili. Si ornavano di emblemi e delle frondi sacre al Dio, come il

pino per Pane, l'ulivo per Minerva, il pioppo e le mazze per Ercole,

mirto e colombe per Venere, aquile e quercia per Giove, pampani e tirsi

per Bacco. Variava pure il sagrifizio che agli Dei si faceva; buoi

a Giove, tori a Nettuno, vacche a Latona, cinghiali a Bacco, troje

a Cerere; e in generale vittime bianche agli Dei celesti, nere agli

infernali; e quelle col capo alzato e ferendole dall'alto in basso,

queste col capo chino e colpite da sotto in su, per modo che il sangue

sgorgasse non sull'altare ma in una fossa. Ne' tempj si sospendeano i

voti, come dai naufraghi vesti e tavolette a Nettuno, dai guerrieri

armi a Marte, dai gladiatori spade ad Ercole, dai poeti ciocche di

capelli ad Apollo.

Nel teatro di Emilio Scauro, preparato nel 694, tre ordini di colonne

sovrastavano uno l'altro; dietro di esse, pareti di marmo al primo

piano, di vetro al secondo, al terzo di tavolette dorate; tremila

statue di bronzo compivano l'addobbo, più ricco che di buon gusto, e

che dovea durare il solo tempo che Scauro rimaneva edile. Perocchè un

senatoconsulto del 597 vietava i teatri permanenti, e primo Pompeo nel

697 ne fece uno di pietra, capace di quarantamila spettatori. Cesare,

che abbellì il Campidoglio e fabbricò un fôro ricchissimo, costruì la

prima arena pei conflitti navali (naumachia); ed Augusto una maggiore,

avente seicento metri di lungo sopra quattrocento di largo; una terza

Trajano. Statilio Tauro eresse in Campo Marzio il primo anfiteatro

di pietra. Il circo, equivalente allo stadio e all'ippodromo greco,

era traversato per lo lungo da una spina, ornata di statue, colonne,

obelischi, attorno alla quale volgeansi le corse de' cavalli e de'

cocchi, finchè toccassero le mete, colonnette finite in cono. Il circo

Massimo, che risaliva all'età dei re, fu ampliato da Cesare, poi da

Trajano: di quel di Caracalla rimangono gigantesche rovine, ampio

trecensettanta metri sopra sessantuno.

Quantunque della vôlta si trovi vestigio in edifizj non solo della

Grecia e dell'Italia prisca, ma fin dell'Indie e dell'Egitto, pure

nemmeno i Greci ne' bei tempi seppero trarne gran profitto; di modo che

le fabbriche non erano più grandi di quanto il comportavano i tetti

piani di pietra; e le colonne, parte principale e caratteristica,

distando appena la lunghezza d'un'imposta di marmo o d'una trave, non

era possibile avventurarsi a vasti edifizj, nè variare le forme.

Roma sin dal nascere imparò dagli artisti nazionali la vôlta, che fa

già buon uffizio nelle nostre città pelasgiche, e che curvossi sopra ai

meravigliosi acquedotti e alle cloache, bastanti a mostrare tutt'altro

che bambina la città de' Tarquinj. E l'arco diventò distintivo

dell'architettura romana; progresso importante, giacchè con esso

possono concatenarsi piloni e pareti ben più distanti, coprire vaste

aree con tetti solidi quanto facili, ottenere variato movimento di

linee allo interno ed all'esterno. Archi posero dovunque fabbricarono

i Romani: or al fondo d'una piazza quadrata o attorno ad una circolare

aprirono emicicli, coperti da mezze cupole; ora di intere ne formarono

con archi concentrici; ora a varj piccoli archi ne circoscrissero

uno maggiore, o gl'incrociarono in direzioni differenti; voltarono

la cupola sopra spazj rotondi od ottagoni; fecero aperture sopra

aperture. E l'architettura romana appunto trae un carattere proprio,

forte e potente, dall'accoppiare la volta italica al colonnato greco.

Anche quando, alla greca, sostennero i portici con colonne, dall'una

all'altra gettarono l'arco, mascherandolo con un finto architrave.

Pertanto al colonnato non diedero perfezione intrinseca, nè seppero

unificarlo colla volta; mentre il rispetto agli esempj greci toglieva

di fare che tutte le linee si volgessero in alto, armonizzandosi

meglio, come poi si fece nell'architettura gotica.

Gli architetti, sebbene venuti di Grecia, secondarono l'indole romana,

così da uscirne un'arte originale, dove le parti dedotte dalla greca

da essenziali riducevansi ornamentali. Colonne e fregi acquistavano le

vittorie? commettevasi agli architetti d'accordare queste parti antiche

col concetto di nuovi edifizj. L'architrave mal s'affaceva coll'arco,

nè il tetto angoloso colla convessità della cupola: i triglifi e i

dentelli perdevano significato, dacchè entro non v'avea le travi, di

cui figurassero la sporgenza. Il frontone, che tra i Greci seguitava

continuo, presentando la retta e il pinacolo formato dalle pendenze del

tetto, qui cambia destinazione, e talvolta appare sotto al cornicione,

o sovrasta ad una porta, a una finestra, a una nicchia; invece di un

grandioso facendosene molti piccoli, talora spezzati, o rotondi, o

soverchiati da più grandi. La colonna, che ne' Greci era il canone non

solo per misurare l'edifizio, ma per caratterizzarlo, non restò più

che un ornamento, destinato ad interrompere la continuità del muro

che dovea sostenere il peso perpendicolare e insieme la pressione

obliqua della volta. Potè dunque alzarsi sopra un piedestallo, talora

altissimo, come negli archi di trionfo, sminuendo di figura come

d'importanza: nel Panteon la troviamo posta nell'interno d'un arco,

indipendente da esso, sicchè non sostiene che un cornicione il quale

non sostiene nulla. Talora si attaccò e si affondò nei pilastri,

adoprati non solo come teste al modo greco, ma tutt'al lungo della

parete: o, come vedesi a Pompej, le colonne erano mutate da un ordine

all'altro col rivestirle di stucco, senza curarsi dell'alteramento

delle proporzioni.

E poichè l'ordine dorico era troppo severo da piegarsi al capriccio

o al bisogno, di rado i Romani lo adoperarono, attribuendo questo

nome ad uno cui ne aveano tolto i tratti caratteristici: al capitello

jonico levarono la diversità tra la fronte e i lati della voluta: ai

due terzi inferiori del capitello corintio sovrapponendo il capitello

jonico, formarono il composito: l'ovolo fu tronco in alto, e i dentelli

schiacciati al basso: i capitelli vennero ornati con varietà; or

alle volute e ai caulicoli sostituendo aquile ed encarpi, come in uno

della villa Mattei; ora sulle pieghe delle foglie facendo posare dei

grifi, come in uno a San Giovanni Laterano; o riempiendolo di frutti,

come in uno a San Clemente; o di trofei e vittorie, come in uno a San

Lorenzo; o facendo da genietti alati sorreggere un festone sormontato

dall'aquila, come in uno del palazzo Massimi. Gli ordini stessi si

mescolarono, e nel teatro di Marcello il cornicione jonico imposta su

colonna dorica; nel Coliseo i tre ordini sormontano l'uno all'altro.

Venne ad estendersi l'ordine toscano, che, spoglio di scolture e

di fregi, con capitello e base semplicissimi, cede in ricchezza ed

eleganza ai greci quanto li vince in solidità. D'altra parte si formò

l'ordine composito o trionfale, ricchissimo, che alle leggere volute

alzantisi dal fogliame del corintio surroga le robuste dello jonico,

allunga la colonna fino a sei diametri, ed orna la cornice di dentelli;

le membrature della trabeazione richiede più varie ed ornate, con

mensole e modiglioni, sporgenti per sostenere il fastigio. Il tempio

di Milasso nella Caria, ad onore d'Augusto e della dea Roma, è per

avventura il primo esempio d'ordine composito e delle decorazioni

eccessive, di cui quell'età cominciò a compiacersi: del qual genere

serbiamo il tempietto di Vesta a Tivoli.

Vitruvio muove lamento che, mentre i Greci non si scostavano mai dal

possibile e dal concetto originario della capanna di legno, accademica

origine delle costruzioni, i Romani non volessero brigarsi di queste

minute convenienze, e nelle cornici inclinate de' loro frontoni

mettessero i dentelli sotto ai modiglioni, il piacevole preferendo

al sistematico. E da Vitruvio impararono i pedanti a chiamar difetto

ogni deviazione da regole prestabilite: ma l'arte romana vaneggiò

assai più che non la greca colle linee rette, le superficie piane

e le forme angolose; anche imitando v'improntò il genio proprio,

sia coll'ingrandire, sia coll'atteggiarle a potenza e solidità. Di

rimpatto vi mancano la perfezione delle linee, le delicate relazioni

delle parti, l'armoniosa simmetria del tutt'insieme: e fin nel

Panteon, ch'è de' più corretti, all'angolo del frontone si desidera la

dolcezza con cui i Greci sapevano unire le due linee superficiali del

triangolo[363].

Non si tardò a traviare; e già l'arco che Tiberio ergeva al suo

antecessore è sregolatamente largo, sostenuto da piloni di muro, con

due magre colonne, e dall'una all'altra un frontone mal impostato:

quel di Trajano ad Ancona pecca dell'eccesso contrario, pigiato fra i

pilieri, oltrechè gli altissimi basamenti si straccaricarono di inette

modanature; in quel di Tito le colonne alzansi fin a nove diametri

e mezzo. Ben presto vi si sbizzarrì di mescolanze, s'allungarono le

colonne fino al doppio, s'introdussero ornati stravaganti, si profusero

colori luccicanti, che non devono più parere un imbarbarimento dopo

che si trovarono ne' monumenti migliori di Grecia. Ludio le pareti

delle case caricava di paesaggi e vendemmie e scene campestri,

unendovi ghiribizzi architettonici; del che restano esempj nei bagni

di Tito, e in molte pareti di Pompej. Il gusto degli imperatori

dovette pregiudicare alle arti: Tiberio piacevasi di oscenità;

Caligola abbatteva le teste degli Dei per sostituire la propria, e

fece ritagliare da due quadri la faccia di Giove per inserirvi quella

d'Augusto; Nerone dorava le opere di Lisippo e i proprj palazzi. Pure

conservasi una testa di lui e di Poppea, carissime di pensamento e

di condotta: e il busto di Seneca del museo Borbonico, probabilmente

contemporaneo dell'originale e fatto a Roma, ove abitualmente quel

filosofo visse, è una delle più belle fusioni.

Augusto, nel tempio da Giulio Cesare eretto in Campidoglio, collocò

la Venere Anadiomena di Apelle, trasferita da Coo, e stimata cento

talenti, modello della bellezza perfetta. Il Palazzo d'oro di

Nerone (pag. 111) abbracciava parte del colle Palatino, del Celio

e dell'Esquilino: cominciava da un vestibolo, cinto da tre lati di

portici d'un miglio ciascuno, che chiudevano prati, vigne, foreste:

dappertutto oro, pietre, perle: alle sale da mangiare faceano soffitta

tavole d'avorio mobili e versatili, per poterne far piovere fiori ed

acque odorose; e la più grande e rotonda girava dì e notte come il

mondo: cinquecento statue di bronzo vi furono portate dal solo tempio

di Delfo[364], tra le quali forse apparivano le famose dell'Apollo

di Belvedere e del Gladiatore Borghese: il colosso dell'imperatore

era opera d'Atenodoro. Vespasiano trasse molte statue di Grecia, e i

magnifici ornamenti del tempio di Gerusalemme per arricchire quello

della Pace.

Affinchè il popolo non vi oziasse, nei teatri dapprima non si faceano

gradini da sedere: ma Pompeo li fece tollerare col mettervi in cima

un tempio di Venere, sicchè il popolo avea l'aria di sedere sulle

scalee di questo. Più nazionali erano gli anfiteatri; e il Coliseo o

Colosseo, fabbricato forse dagli Ebrei che Tito menò schiavi, forma

un'elissi, svolgentesi nell'interno per ducentrentanove metri, col

ricinto esterno appoggiato sopra ottanta archi, che in quattro ordini

architettonici sovrapposti elevansi fino a quarantanove metri; tutto

marmo e statue. Dentro girano quaranta file di sedili, pure marmorei,

da capirvi quasi novantamila spettatori: sessantaquattro vomitorj danno

sfogo alla moltitudine: corridoj e scale erano distribuiti di maniera

che ognuno potesse, giusta il proprio grado, arrivare agevolmente

ai posti assegnati. Un velario proteggeva all'uopo dal sole e dalla

pioggia: zampilli di fontane rinfrescavano, e spesso profumavano

l'aria: altr'acqua era guidata nell'arena in rigagnoli imitanti la

delizia dei giardini, o dilagavasi per opportunità di conflitti navali:

di sotto, per serbare le fiere, s'aprivano vasti sotterranei, che ai

dì nostri furono scoverti, ma tosto richiusi per le fetide esalazioni

dell'acqua stagnante. Roberto Guiscardo, mille anni più tardi, temendo

non divenisse cittadella contro di lui, demolì la metà del Coliseo; il

resto servì di petraja per successivi edifizj, e massime pei palazzi

Farnese, di Venezia e della Cancelleria: eppure quelle sublimi ruine

ancora rendono attoniti[365].

La colonna coclite di Trajano, la cui altezza di quarantaquattro metri

indica di quanti il monte Quirinale si fosse spianato per formare il

fôro circostante, è la prima di tal genere che si conosca, imitata

da tutte le seguenti, e basterebbe a rendere famoso quel periodo

dell'arte. Dorica, del diametro di metri 3. 63, è in trentaquattro

rôcchi di marmo lumachella, fissati con arpioni di bronzo: al terrazzo,

che sulla sommità circonda la statua dell'imperatore, si ascende per

centottantadue scalini a chiocciola ricavati nel vivo, e rischiarati

da quarantatre finestruole. La grossezza dei massi e la solidità de'

gradini mostrano come si ebbe riguardo alla durata; e il tempo ne fece

ragione. La fasciano ventitre spire d'un bassorilievo, su cui contarono

duemila cinquecento figure, alte due piedi, che, con pensiero unico,

raffigurano le due spedizioni di quell'imperatore contro i Daci, e

illustrano i costumi di Roma e de' suoi alleati e nemici: capolavoro

di composizione, ove sono espresse all'occhio le operazioni militari

più importanti, come marcie, accampamenti, battaglie, oppugnazioni; in

tanta moltiplicità e piccolezza facendo variatissime le fisionomie,

e ciascun popolo distinto per vestire ed armi particolari, oltre

all'espressione di trionfo o di sconfitta. Il piedestallo è adorno di

trofei, aquile ed altri fregi, tutto così naturale e fino, e con tale

armonia delle particolarità, che formò la meraviglia e lo studio di

Rafael Sanzio, di Giulio Romano, di Polidoro da Caravaggio[366].

La piazza era attorniata da fabbricati insigni, fra cui un arco di

trionfo, e la basilica Ulpia. A questa, dopo cinque gradini di giallo

antico, si entrava da mezzodì per tre porte, ciascuna con portico:

quattro file di colonne la divideano in cinque navi: il pavimento di

marmo giallo e violetto; le pareti incrostate pur di marmo bianco;

la soffitta di bronzo, e attorno statue. Architettolla Apollodoro

di Damasco, al quale pure attribuiscono l'arco di Ancona portante la

statua equestre dell'imperatore, e il ponte sul Danubio da noi altrove

lodato.

Adriano, passionato per le arti, in cui egli medesimo esercitavasi,

trasportava o faceva copiare quanto vedeva negl'incessanti suoi giri;

di molti edifizj abbellì Roma e la Grecia, e d'un anfiteatro Capua. La

Mole Adriana, ora Castel Sant'Angelo, unita al ponte Elio, era vestita

di rame, con quarantadue colonne, ciascuna delle quali sosteneva una

statua, e sulla sommità una quadriga coll'effigie dell'imperatore, di

tali dimensioni, che un uomo entrava nel cavo dell'occhio d'un cavallo.

Aggiungono fosse d'un pezzo solo; il che però è a mettere a fascio col

miracolo di Detriano architetto suo, che dicono trasportasse da luogo a

luogo il tempio della dea Bona e il colosso di Nerone, ritto in piedi e

sospeso, per forza di ventiquattro elefanti. Singolarmente si piacque

Adriano di abbellire la villa di Tivoli, che copriva un giro di dieci

miglia, con due teatri; il marmo v'era profuso, formandone persino

letto al lago, nel quale rappresentavansi navali conflitti: simbolo

materiale dell'eclettismo d'allora, v'erano copiate le situazioni

meglio gradevoli e i più grandiosi edifizj di Grecia, oltre un'immagine

degli Elisi; statue d'ogni paese, divinità babiloniche, sfingi

egiziane, numi greci, idoli etruschi, vasi corintj; chi sa se anche

bassorilievi indiani e porcellane della Cina?

Sull'esempio di questi imperatori, privati e città s'abbellirono

di edifizj: e i più degli insigni che onorano quasi ogni città

provinciale, vanno ascritti a quell'età; come gli anfiteatri di

Otricoli, Cagliari, Agrigento, Alba, Verona, Capua, Pola d'Istria; i

tempj di Assisi, di Todi, di Foligno, di Padova, di Rimini, e quello

scoperto poc'anzi a Brescia; l'acquedotto di Spoleto, il ponte di

Narni. Buoni monumenti di allora sono il Marc'Aurelio a cavallo,

posto sulla piazza del Campidoglio, e la colonna Antonina, quantunque

scapiti da quella di Trajano per la distribuzione dei gruppi e per

l'esecuzione delle figure, mal compensate da alcuni concetti felici,

com'è la Fama che, scrivendo le geste sopra uno scudo, separa le guerre

germaniche dalle marcomanne. Per imitazione si eseguirono statue di

stile greco antico, altre di granito rosso all'egiziana: ma che si

sapesse disegnare egregiamente bastano a provarlo le due statue di

Antinoo, oltre quella del Belvedere, cui forse a torto il costui nome

si attribuisce. Piene di vita e nobiltà sono le teste nelle monete de'

Giulj e de' Flavj, e ingegnosi e ben eseguiti i rovesci.

Dopo quel momentaneo lustro ricaddero le belle arti. Gli Antonini le

neglessero per la filosofia: però il Pio dispose a Lanuvio una villa,

della cui splendidezza ci dà saggio una chiave d'argento per l'acqua

dei bagni, pesante quaranta libbre. Alessandro Severo s'ingegnò di

rifiorire le arti, cinse di statue il fôro Trajano, eresse molte

fabbriche e le terme, dipingeva egli stesso, e inventò l'intarsiare

marmi di vario genere[367].

Degli archi trionfali, genere ignoto ai Greci, il primo fu eretto a

onore di Fabio, vincitore degli Allobrogi e degli Arverni, 139 anni

avanti Cristo: dappoi per vittorie, per benefizj, per adulazione si

moltiplicarono; quali ad una sola apertura, come quel di Tito a Roma,

e di Trajano ad Ancona; quali a due o a tre, come quelli di Costantino

e di Settimio Severo. Mirabile semplicità mostra quello di Susa per

Augusto; e forse n'è contemporaneo quel di Pola, probabilmente funebre.

Altri ne sono sparsi per Italia[368]. I bassorilievi del Settizonio di

Settimio Severo sono mal condotti, sebbene lodevolissima la sua statua

di bronzo, ora nel palazzo Barberini.

I ritratti romani, dapprima a foggia di erme colla sola testa, dappoi

talvolta sono busti armati con corazze a trofei, vittorie, leoni,

quali il Lucio Vero del Vaticano e uno della villa Albani; talaltra

togati, come il Claudio nel braccio nuovo del Vaticano, l'Augusto negli

Uffizj di Firenze, il Genio d'Augusto nella rotonda del Vaticano, e il

Caligola della villa Borghese, han la toga sul capo. Ve n'ha a cavallo;

ve n'ha in trono, come la statua di Cervetri e il Tiberio del museo

Chiaramonti; ve n'ha di foggiati da eroi e semidei, nudi e stanti,

come il bellissimo Pompeo del palazzo Spada, al cui piede vuolsi

fosse trafitto Cesare, il Marco Agrippa dei Grimani a Venezia. Al

dechino delle arti prevalsero i busti colle spalle e parte del torace,

alcuno anche colla mano e qualche panneggiamento, e finiti in linea

circolare. Peccano di gonfiezza, massime quelli delle imperatrici: han

barba e capelli inanellati col trapano, e alcuna volta con marmo di

vario colore, come anche le vesti, e con occhi riportati, ed accessorj

studiati con affettazione, mentre l'espressione del viso casca nel

triviale. Eppure i ritratti sono quel che di meglio ci tramandò la

scoltura romana, conservando l'individualità.

Le stesse medaglie, che al principio di quest'età erano migliori delle

greche, riduconsi rozze e grossolane: pure ne restano di bellissime,

massime di Gallieno e di Postumo, e un medaglione di Triboniano Gallo.

Avendo sott'occhio tanti eccellenti modelli, poteva quando a quando

taluno porre studio in quelli per modo d'emularli; fatto isolato, e che

nella storia dell'arte convien distinguere bene dal vero progresso.

Insomma se la Grecia nocque a Roma per la filosofia e pei costumi,

giovò per le arti. Mentre la scoltura romana è pesante, fredda, secca,

copiaronsi con felicità gli originali greci; e v'ha chi crede che i

capolavori tramandatici dall'antichità, salvo i modernamente scoperti,

sieno copie eseguite a Roma, e che colla perfezione dell'originale vi

si senta l'inferiorità del copista. Non conservavasi nè la grandezza a

Fidia, nè la grazia a Prassitele, quali apparvero nella Venere di Milo

o nei marmi del Partenone: nell'Apollo del Belvedere fu cancellata la

realtà, scomparvero i muscoli, mentre insigne è il concetto: la Venere

Capitolina da certe configurazioni si conosce modellata sopra una

romana, ma avendo presente l'opera d'un greco. Che se fra noi ammiransi

tanto le opere romane, chiunque viaggiò la Grecia e l'Asia Minore sa

come scapitino a paragone delle indigene.

All'intento governativo de' Romani meglio si confacevano le opere

di genio civile, e massime intorno alle acque. Già 115 anni avanti

Cristo, Emilio Scauro asciugava le paludi del Po con canali tra Parma

e Piacenza; vaste operazioni si intrapresero per sanare le Pontine, e

Augusto vi scavò un canale parallelo alla via Appia; a tacere i lavori

fuor d'Italia, sotto Tiberio si divisò di voltare nella Chiana l'Arno,

che prima affluiva nel Tevere e cagionava piene: ma fa meraviglia

come i Romani non provvedessero a incanalare questo fiume, che spesso

allagava la loro capitale, e fin dodici volte nell'anno 22. Nerone

cominciò un cavo arditissimo, che per censessanta miglia dal lago

d'Averno doveasi congiungere da un lato col lago Lucrino e il golfo di

Baja, dall'altro con Roma per le paludi Pontine[369]. Cesare tentò,

Claudio compì lo scolo del lago Fùcino nel Liri per l'emissario più

grandioso d'Europa, per 5600 metri fra montagne calcari, sostenuto con

muri ed archi, e dove lavorarono trentamila persone, nè sapevasi tenere

la drittura altrimenti che coll'aprire spiragli in cima.

Roma piantava sopra un labirinto di fogne, onde urbs pensilis la

chiamava Plinio; mentre file immense di archi reggeano le doccie che

da molte miglia lontano guidavano l'acqua, e che ancora colle loro

ruine interrompono pittorescamente la spopolata campagna romana. Il

primo acquedotto, fatto a studio di Appio Claudio il 311 avanti Cristo,

portava l'acqua da otto miglia lontano: per quarantatremila passi,

sorretto da settecentodue archi, la portava quel di Cajo Dentato,

di quarant'anni posteriore: poi Marcio Re condusse da Subiaco, per

sessantunmila passi, l'acqua Marcia, alla quale si congiunsero poi

la Tepula e la Giulia. Frontino, che al tempo di Trajano descrisse

gli acquedotti, conta che per 13,594 tubi distribuivano 1,320,600

metri cubici d'acqua ogni ventiquattr'ore. L'acqua Vergine, dovuta ad

Agrippa, venendo sopra settecento archi fuor di terra, con quattrocento

colonne marmoree e trecento statue, alimentava centrenta cisterne[370].

Era uno sfoggio eccedente di forza, quasi l'acqua non dovesse giungere

ai trionfanti che sopra archi trionfali; nè a torto Frontino anteponeva

queste opere alle piramidi egiziane. Di simili restano vestigia in

altre città dell'impero; e delle più insigni era l'acqua Claudia, che

per cinquanta miglia, dal Principato Ulteriore provvedeva molte città

e Napoli, e finiva alla Piscina Mirabile presso il capo Miseno, gran

serbatojo per le navi.

Più di ottocento bagni contava Roma sotto gli Antonini, di cui erano

principali quelli d'Emilio, Cesare, Mecenate, Livia, Sallustio,

Agrippina. Plinio rammenta Sergio Orata contemporaneo di Grasso, che

inventò d'introdur nelle camere acqua calda, per modo che evaporando

scaldasse. Di Ninfei, grandi cupole con zampilli, erano sparse le rive

dei laghi d'Albano, di Nemi, Lucrino, Fùcino.

Talmente estese erano le terme, che Ammiano Marcellino le paragona

a provincie (_in modum provinciarum extructa lavacra_); ed occupano

ancora grandissimo spazio quelle di Caracalla, alimentate dall'acqua

Marcia che passa sull'arco di Druso. Oltre i bagni, servivano ad

esercizj ginnastici, giuochi, accademie, altre riunioni: le ornavano

preziosi capidarte, e vi furono trovati l'Ercole di Glicone, la Flora,

il toro Farnese, il torso di Belvedere, il musaico del Laterano, e

quantità di vasi e d'altre preziosità. La colonna che sta in piazza

Santa Trinità a Firenze, è una delle otto che sorreggeano la sala di

mezzo. Più vaste erano le terme di Diocleziano, con portici e sale

capacissime, di cui una copre cinquantanove metri per ventiquattro, e

luoghi di divertimento ed un museo. Il Panteon formava solo un membro

delle terme d'Agrippa; e i rabeschi di Rafaello nelle loggie Vaticane

imitano quelli delle terme. Baja ed altre vicinanze di Napoli offrivano

terme naturali; e bellissimo avanzo n'è il Truglio, rotonda di venti

metri di diametro interno, a volta elittica.

Mediante gli archi furono agevolati anche i ponti, che talvolta

erano decorati di statue e d'archi trionfali: ed otto ne avea la

sola Roma[371]. Poco capaci erano i porti, destinati a navi ben più

piccole delle nostre; ma fari, canali, bacini, cantieri, cale, piscine

formavano un complesso di edifizj maestoso. Cesare propose, Claudio

eseguì un porto alla foce del Tevere, cui Trajano aggiunse un bacino

esagono di ducensessanta metri il lato, cinto di colonnette di marmo

numerate, per attaccarvi le navi. Attribuiscono ad Augusto il porto

di Miseno, e quello di Ravenna con magnifico faro. Quel che chiamano

ponte di Caligola, sono avanzi del molo a traforo che dovea proteggere

l'antico porto di Pozzuoli.

All'unità, cui Roma aspirava, d'importanza suprema riusciva il

costruire strade; e alcune avanzano tuttora ad attestare quanto

meritassero l'antica rinomanza (pag. 573). Partendo dal _miliario

aureo_, collocato in mezzo al fôro Romano, si spiegavano queste fin

alle colonne d'Ercole, all'Eufrate e al Nilo, vincendo difficoltà

d'ogni sorta, spropriando i possessori, colmando valli, accavalciando

fiumi, spianando alture, forando montagne, perchè questa gran catena

connettesse alla metropoli le provincie. Cinque metri eran larghe le

maggiori: per fondo gettavansi frantumi di pietre, legati con calce e

pozzolana; poi un miscuglio di calcina, creta e terra, e talvolta anche

di ghiaja e calcistruzzo; indi ciottoli o pietre poligone informi, e

nelle città cubi regolari: a Pompej ed Ercolano sono di lava, connessi

con calce e pozzolana, e le vie sono tirate a filo e con marciapiedi.

Magnifiche erano in Roma la Sacra e la Trionfale: la prima, cominciando

ad oriente del fôro Romano, dal Coliseo radeva il tempio d'Antonino

e Faustina, e per gli archi di Costantino, di Tito e di Settimio

Severo saliva al Campidoglio. Entravano dall'altra i vincitori lungo

i campi del Vaticano e del Gianicolo; poi dal ponte e dalla Trionfale

venivano alla via Retta, al Campo Marzio, al teatro di Pompeo, al circo

di Flaminio, ai teatri d'Ottavia e di Marcello, e al circo Massimo;

piegando quindi sulla via Appia, pel Coliseo uscivano sulla via Sacra,

donde al Campidoglio. Le statue rapite alle nazioni vinte, quelle dei

re trionfati, de' grandi uomini e degli Dei contornavano que' magnifici

cammini. Gl'imperatori crebbero le strade per portare gli ordini e gli

eserciti alle estremità dell'impero; e quarantotto ne contava la sola

Italia, nove la Sicilia, sei la Sardegna, una la Corsica.

L'ispezione delle strade spettava ai censori, che spesso vi diedero

il proprio nome; dappoi ai tribuni della plebe; più tardi a curatori

speciali: le spese erano decretate dal senato, o da individui che ne

traessero vantaggio, o volessero gratificarsi il popolo. Cajo Gracco

avea fatto collocare pietre miliari, indicanti la distanza da Roma

o dai punti principali; e lungh'esse situavansi pure i sepolcri, in

vista, anziché sotterranei come quei de' prischi Italioti. V'erano

anche _cauponæ_ e _tabernæ_, ma forse ad uso soltanto della poveraglia:

del resto quando Orazio peregrinò a Brindisi, nella città di Mamurra

gli prestarono Murena la casa, Capitone i cuochi; prima d'arrivare al

ponte di Campania, pernottò in una villa, dove i provveditori imperiali

lo fornirono di legna e sale, secondo il loro dovere; in un'altra

villa presso Trivico fu affumicato da fascine verdi, e deluso da una

fanciulla[372].

Alle città in generale davasi la forma dell'accampamento, cioè un

parallelogrammo, per lo più di un quadrato e mezzo, tagliato pel lungo

e pel traverso da una o due strade; e tali possono riscontrarsi i

primitivi piani di Como, Piacenza, Parma, Pavia, Aosta, Torino; Verona

forma un quadrato.

L'unione di case private, disgiunte dalle vicine, costituiva un'isola;

il complesso di alquante isole, un vico; e molti vichi, una regione.

Solo i gran ricchi potevano abitare un'isola intera, massime da che

il crescente lusso delle fabbriche incarì i terreni. Molti dunque

appigionavano le case; e Marziale abitava a un terzo piano[373]; Silla,

non ancora famoso, pagava lire seicento l'anno di pigione: ma Cicerone

parla fin di tremila sesterzj o seimila lire per un appartamento.

Nelle case de' Romani, modificate tra l'antica italiana e la greca,

erano due parti distinte; una per uso particolare del padrone, una

pel pubblico. Il vestibolo oblungo (_protyrum_) menava dalla strada

in un cortile interno (_cavedium_), scoperchiato nel mezzo. Le acque

piovane erano raccolte sul tetto sporgente, e per lo spazio scoperto

(_compluvium_) cadevano in un bacino rettangolare (_impluvium_), spesso

decorato d'una fontana. A destra e a manca del cavedio disponevansi

le camere: di fronte, una sala aperta verso la corte (_tablinum_)

conteneva gli archivj e i ritratti di famiglia, e il padrone vi

riceveva i clienti, che aspettavano il suo arrivo passeggiando nel

cortile o seduti in salotti (_alæ_): corridoj (_fauces_) mettevano

all'interno della casa. Parte principale erano gli atrj, ignoti ai

Greci; e distinguevansi in _toscani_ quando i tetti fossero sostenuti

solo da travi murate; _tetrastili_ quando avessero quattro colonne

poste sotto ai punti d'intersezione delle travi; _corintj_ quando

le colonne fossero di più; _displuviata_ quando il tetto pioveva

all'infuori; _testudinata_ se affatto coperti.

Il limitare della porta guardavasi con rispetto superstizioso; guaj

l'inciamparvi! vi si scriveano parole di felice augurio, o teneansi

pappagalli e gazze che le ripetessero. Sovra la porta collocavansi

ornati e segni del mestiero che vi si esercitava, od iscrizioni.

Gli usci talvolta faceansi di marmo o di bronzo, e con bottoni,

mascheroni ed altri capricci; in occasione di nozze o di solennità

ornavansi di ghirlande e festoni; gli amanti vi sospendeano fiori;

i cipressi indicavano la morte. Eccetto quelle dei tribuni, stavano

chiuse, nè vi s'entrava senza bussare: nelle case ricche tenevasi il

portiere, incatenato come i nostri cani. Oltre la principale, s'avea

qualche porta di dietro (_postìca_), che riusciva negli _angiporta_ o

vicoli. Di rado si trovano scale, e queste di pietra o di legno come

oggi, fissate nel muro e per lo più buje; onde la frequente frase

d'ascondersi _in scalis_, o _in scalarum tenebris_[374].

La casa in generale non avea finestre o pochissime, e queste piccole

ed alte; talora chiuse con pietre speculari, o con vetri molto grossi e

non trasparenti[375].

Le parti interne comunicavano tutte fra sè mediante il cortile, da cui

le camere riceveano luce per mezzo delle porte: le camere spesso non

erano divise che da traversi o da cortine. Nella biblioteca poneansi le

effigie degli autori, d'oro, argento, bronzo, cera[376].

Da principio il fuoco ardeva nell'atrio, ove e cocevasi e mangiavasi, e

attorno a quello si raccoglievano i numerosi schiavi; dappoi nell'atrio

si tenne un foculo o braciere, dove mettere incensi ai lari[377]:

talvolta riscaldavansi le camere con tubi chiusi nelle pareti o sotto

al pavimento. Per cercare il fresco e meriggiare si aveano appartamenti

sotterranei, che ne' palazzi erano estesi, con molti corridoj e pitture

a fresco e fregi a stucco, i quali da ciò appunto trassero il nome di

_grotteschi._

Ornavansi i palazzi con giardini. Di grandiosissimi n'ebbe Mecenate;

e forse a quei di Lucullo presso Napoli servivano la Piscina Mirabile

di Miseno, e la nuova grotta, riaperta or fa poch'anni nel promontorio

di Coroglio, lunga più di mille metri, alta e larga meglio che

quella di Posilipo. L'arte industriavasi a procurarvi ombre, variare

l'esposizione, intrecciare labirinti, distribuir acque, e nel ridurre

le piante e i cespugli, massime di càrpino e di bosso, in figure

d'animali o di lettere (_ars topiaria_); della quale invenzione

si attribuiva il merito a Cajo Matio cavalier romano, famigliare

d'Augusto. Altre volte i giardini erano pènsili, e Seneca inveiva

retoricamente contro questo dover gli alberi cacciare le radici ove a

stento avrebbero innalzate le chiome[378].

Ai giardini aggiungevansi un viale d'alberi ove passeggiare discorrendo

(_gestatio_), e l'ippodromo per le corse a cavallo. Nè ignoti erano

i tepidarj, dove correnti d'acqua calda mantenevano una temperatura

tale che, a malgrado del verno, vi facessero i gigli bianchi e rossi,

le viole tusculane, le vigne, i poponi e gli alberi da frutto.

Coltivavansi pure delle piante bulbose, il croco, il narciso, il

giacinto, le iridi. A taluno erano unite uccelliere, e Alessandro

Severo n'ebbe una che conteneva ventimila piccioni, oltre fagiani,

pernici, altra selvaggina. Entro piscine conservavansi pesci vivi, con

ingenti spese.

Non dimentichiamo che a nessun palazzo mancava l'ergastolo, destinato a

chiudere gladiatori, atleti, schiavi. I primi, come ben nudriti, così è

a credere fossero anche ben alloggiati; ma gli schiavi si cacciavano la

sera in tane sotterranee, senza distinzione di sessi. Altri ergastoli,

come indica il nome, servivano pei lavori forzati, e in città n'avea di

molti; e talora i passeggieri venivano côlti, e gittati a lavorare in

quelle tane, senza che più se ne sapesse.

Le minori vie metteano sopra le strade grandi, le sole mantenute a

pubbliche spese, e che legalmente doveano farsi larghe non più di otto

piedi romani, che sono due metri e mezzo, e costeggiate da marciapiedi

rialzati, da due in quattro piedi; ben necessarj ove l'angustia appena

permetteva il cambio de' carri, e dove piovendo correva il rigagno.

Sulla strada s'aprivano le botteghe, e spesso in una tutte quelle

d'un esercizio, come a Roma nel fôro i banchieri; nel Vico Tusco e nel

Velàbro i conciatori, profumieri, droghieri, mercanti di stoffe; nella

via Sacra i venditori di minuterie domestiche, di ossetti d'avorio,

di tavolette da scrivere, di stipi di legno prezioso, dadi e tavole

da giocare. Nel 175 avanti Cristo i censori Fulvio Flacco e Postumio

Albino fecero selciare di pietroni le vie interne di Roma, di ghiaja le

esterne, e con margini rialzati[379].

La primitiva Roma occupava sul colle Palanzio appena un miglio

quadrato, colle porte Rumena, Capena, Magonia. Numa Pompilio estese

quel recinto, inchiudendovi il colle Capitolino e la parte più prossima

del Quirinale, e aggiungendo la porta Carmentale, detta Scellerata

dacchè ne uscirono i trecentosei Fabj. Tullo Ostilio cinse anche

il Celio per istanziarvi i vinti Albani; poi Anco Marzio collocò i

Latini sull'Aventino, murandolo. Tarquinio Prisco asciugò il Velàbro,

palude nell'avvallamento tra il Palatino, l'Aventino e il Campidoglio;

e meditava una nuova cerchia di mura, che fu poi compita da Servio

Tullio, aggregando il resto del Quirinale, e i colli Viminale ed

Esquilino, sicchè vi furono compresi sette colli; mentre il Gianicolo

ergevasi di là dal Tevere a guisa di cittadella.

La mura, invasa anch'essa dalle abitazioni, serpeggiava sul ciglio dei

colli: cominciando sulla sinistra del Tevere al fôro Olitorio presso

il teatro di Marcello, e seguendo il lato settentrionale della rôcca

Capitolina, scendeva al sepolcro di Cajo Bibulo, quindi per la valle

che separa il Campidoglio dal Quirinale saliva in vetta di questo verso

le Quattro Fontane, donde secondava il colle lungo il circo di Flora,

piegando poi incontro alla moderna porta Salaria. Quindi cominciava

l'aggere su cui fondata era la mura, e continuava per l'altura

sovrastante ai colli Quirinale, Viminale ed Esquilino fin all'arco di

Gallieno, ove esso argine terminava. Allora, sceso l'Esquilino, la mura

rimontava sul Celio presso al Laterano; indi per la sommità meridionale

del colle, dove ora sta Santo Stefano Rotondo, scendeva a valle tra il

Celio e l'Aventino; coronati i quali, tornava a raggiungere il fiume

là dov'erano e sono tuttora le conserve del sale. Di là dal Tevere le

mura staccavansi dal fiume in due linee rette per congiungersi colla

cittadella gianicolese di Anco Marzio. Vi attribuiscono il giro di otto

miglia, o precisamente 12,500 metri[380].

Ventitre o ventiquattro porte le aprivano: la Flumentana presso il

fiume; la Trionfale, donde entravano i vincitori pigliando la via

Sacra verso il Campidoglio; la Carmentale; la Rumena alle falde

del Campidoglio; una di nome incerto, sull'altura occidentale del

Quirinale; un'altra sul colle medesimo presso il palazzo pontifizio;

la Salutare in vetta ad esso colle, ove ora le Quattro Fontane; una

presso gli orti Sallustiani; la Collina, da cui partivano le vie

Salaria e Nomentana, e fuor della quale stava il Campo Scellerato; la

Viminale nella villa Negroni; l'Esquilina presso l'arco di Gallieno,

donde moveano le vie Prenestina, Labicana, Tiburtina; la Mezia, poco

discosta; la Querquetulana sulla via Labicana presso i Santi Pietro

e Marcellino; la Celimontana presso San Giovanni in Laterano; la

Ferentina sul Celio presso Santo Stefano Rotondo, donde si usciva al

bosco della dea Ferentina, oggi Marino, convegno dell'assemblea dei

popoli del Lazio; la Capena, da cui partivano le grandi strade Appia e

Latina, aprivasi nella gola fra il Celio e l'Aventino, ed era il corso

vespertino degli eleganti; la Nevia, al crocicchio delle vie Aventina

e di Santa Balbina, menava ai boschi Nevj, ricovero de' malfattori;

la Radusculana sotto la chiesa di San Saba, alla falda meridionale

dell'Aventino; la Lavernale sull'Aventino; la Mavale accanto al

bastione di Paolo III; la Minucia sulla sommità dell'Aventino; la

Trigemina, ove è l'arco della Salaria, così detta perchè avea tre

fornici. Quelle del lato occidentale sono incerte.

Dentro e fuori restava uno spazio sacro, detto _pomerium_, che non

potevasi nè edificare nè coltivare. Silla e Cesare estesero il pomerio,

ma non dilatarono la mura.

Augusto partì l'antico recinto di Servio Tullio in quattordici regioni,

che erano: Iª al mezzodì la Capena, ove il tempio dell'Onore, quello di

Marte Estramurano, le terme di Severo e di Comodo; IIª la Celimontana

sul monte Celio, ove la casa de' Laterani, la Mica Aurea fondata da

Domiziano, le scuole de' gladiatori, e il piccolo campo Marzio; IIIª

la Moneta nella valle fra il Celio, il Palatino e l'Esquilino, dove

le terme di Trajano e di Tito, la Casa Aurea di Nerone, le grandi

vie Suburra e Carina, il Colosseo; IVª la Sacra fra l'Esquilino, il

Palatino e il Quirinale, dove i tempj della Pace, di Roma, d'Antonino

e Faustina, il colosso di Nerone, gli archi trionfali di Tito e di

Costantino, la via Scellerata, la Sandalaria abitata da' libraj, la

Sacra dove Orazio solea passeggiare meditando e invanendo[381]; Vª le

Esquilie chiudeano parte dell'Esquilino e il Viminale, coi monumenti

del _Castrum prætorianum_, la casa e i giardini di Mecenate, l'arco di

Gallieno, il _vivario_ delle belve per l'anfiteatro; VIª l'Alta Semita

sul Quirinale abbracciava le terme di Diocleziano e di Costantino,

i tempj di Quirino, del Sole, di Flora, della Salute, i giardini di

Lucullo, di Sallustio, d'altri; VIIª la Lata, fra il Quirinale e il

Campo Marzio, aveva il fôro Suario, il portico di Costantino ed altri

monumenti; l'VIIIª regione era il fôro Romano fra il Capitolino, il

Palatino e il Tevere, e suoi monumenti il Miliario Aureo, il Comizio,

la curia Ostilia, il tempio di Castore, la basilica Porzia, la colonna

Mevia, il tempio di Vesta, i nuovi rostri, il tempio di Saturno, il

Campidoglio, la cittadella, i fôri di Cesare, d'Augusto, di Trajano,

ecc.; IXª il circo Flaminio nella parte più settentrionale, col

mausoleo d'Augusto, il Panteon, il teatro di Balbo, l'anfiteatro di

Statilio Tauro, il teatro di Marcello, la curia di Pompeo, la Villa

pubblica, dove faceasi il censo e si riceveano gli ambasciatori

stranieri; Xª la Palatina col palazzo imperiale; XIª il circo Massimo

fra il Palatino e l'Aventino; XIIª la Piscina pubblica fra l'Aventino

e il Celio; XIIIª l'Aventino, ove faceasi la rivista degli armati

(_armilustrium_); infine il Transtevere, ove i giardini di Nerone, la

Mole Adriana, le terme d'Aureliano. Siffatta divisione durò fino ad

oggi.

Cresciuta Roma di magnificenza e d'estensione sotto gl'imperatori,

Aureliano la cinse di nuove mura laterizie, quali in molti luoghi si

vedono tuttora, all'uopo principalmente d'inchiudervi i nobilissimi

edifizj circostanti al campo di Marte. Staccandosi dalla sinistra

del fiume presso porta Flaminia, la nuova mura ambiva verso oriente

il Pincio, poi il Quirinale, il Viminale, l'Esquilino, il Celio,

l'Aventino, e allargandosi per abbracciare monte Testaccio, toccava il

fiume; di là dal quale tornava molto più in fuori dell'odierna porta

Portense, donde salendo il fianco meridionale del Gianicolo, fiedeva

alla porta San Pancrazio, per scendere alla Settimiana. Non fu quindi

più la città de' sette, ma dei dieci colli: il Vaticano fu ricinto

soltanto da papa Leone IV, formando la città Leonina.

Nella nuova cerchia Roma ebbe da quindici miglia di giro, con

trentasette porte, che mettevano ad altrettanti sobborghi, e da

cui partivano trentuna strade militari. In quel ricinto contavansi

ventotto biblioteche, otto ponti, otto campi, dieci terme, venti

acque, diciotto vie, due campidogli, due circhi, due anfiteatri, tre

teatri, tre ludi, cinque naumachie, quindici ninfei, due colossi,

due colonne cocliti, sei obelischi, ventidue grandi cavalli, sette

Dei d'oro e settantaquattro d'avorio, trentasette archi di marmo,

quattrocenventitre vichi, quattrocenventidue palazzi (_ædes_),

mille settecentonovanta case maggiori, quarantaseimila seicentodue

isole, col qual nome, se pure la cifra non fu letta in fallo, non

potrebbero intendersi che le case minori; ducentonovanta granaj,

ottocentocinquantasei bagni, mille trecencinquantadue pozzi,

ducencinquantaquattro forni, quarantasei lupanari, quattrocento

cloache, cenquarantaquattro latrine.

Dei diciassette fôri o piazze, quattordici servivano per mercati

diversi (_venalia_), gli altri per gli affari (_civilia et

judiciaria_). Il più antico era il Romano, ove si teneano le arringhe

sulla tribuna ornata dei rostri tolti alle navi cartaginesi. Il fôro di

Cesare, presso campo Vaccino, costò un milione di sesterzj. Augusto nel

suo fece il tempio di Marte Vendicatore, intorniato di doppia galleria,

colle statue de' re latini da un lato, de' re romani dall'altro.

Domiziano cominciò quello di Nerva, dove poi Alessandro Severo pose

colossi degli imperatori e colonne di bronzo.

Alla vita pubblica d'allora s'addicevano i portici, formati di colonne

che sostengono un soppalco, disposte a più schiere; talvolta erano

indipendenti da qualunque altro edifizio; da poi si chiusero con

ricinti, e presero nome di basiliche. La prima basilica pubblica si

edificò sotto la censura di Porcio Catone il 569 di Roma, onde fu detta

Porcia; e tanto piacque che in vent'anni se ne costruirono tre nuove,

vicino al fôro, poi altre altrove, e anche per tutta Italia. Servivano

ad usi pubblici, come di borsa e di tribunale, a tal uopo finendo in un

semicircolo o abside, dove collocavasi il pretore sulla sedia curule,

circondato dai numerosi giudici e dagli avvocati. Dieci n'aveva in

Roma, la Giulia, la Vestilia, la Nettunia, la Matidia, la Marciana,

la Vascolaria, la Floscellaria, quelle di Paolo e di Costantino, e di

tutte più famosa la Ulpia, opera di Trajano, che abbiamo pur dianzi

descritta.

Noi ci badammo su questi particolari perchè, oltre essere la metropoli

del mondo, Roma serviva di modello anche alle altre città dell'impero;

sebbene non sia dimostrato quel che taluni asseriscono, che in ciascuna

vi avesse e fôro e teatro e circo e ginnasio e bagno e campidoglio,

colle forme e coi nomi medesimi della capitale.

E più ne sapremmo se degli scrittori d'arte ci fosse restato altro

che il solo Marco Vitruvio Pollione. Di patria e di casa ignoto, e

probabilmente schiavo greco, se argomentiamo dal suo scrivere cattivo

e ingombro di grecismi, da Augusto fu adoperato alle macchine militari:

ma de' fatti suoi nulla si saprebbe se egli stesso non avesse scritto.

Più maestro che artista, più ingegnere che architetto egli si mostra,

nè di gran valentìa dà saggio la basilica in Fano, unica che si ricordi

da lui architettata.

Molti avendo scritto d'architettura ma confusamente, egli pensò

ridurre in corpo compiuto quella scienza, e ciascuna parte in singoli

libri. E secondo si esprime ne' preamboli, nel primo spiega i doveri

dell'architetto e le cognizioni a lui necessarie; nel secondo i

materiali; nel terzo la disposizione de' tempj coi varj ordini, e la

distribuzione delle parti; nel quarto tratta specialmente dell'ordine

jonico e del corintio; nel quinto reca la disposizione degli edifizj

pubblici; nel sesto delle case private; nel settimo degli intonachi

onde abbellire ed assodare gli edifizj; nell'ottavo del trovare e

condur l'acqua; nel nono di differenti processi pratici e di cose utili

alla vita, come il peso specifico, la costruzione delle meridiane,

i rapporti del diametro col circolo, del lato colla diagonale del

quadrato; il decimo discorre delle macchine sì per fabbrica, come per

elevar l'acqua e per la guerra.

Ma il _Trattato d'architettura_ qual oggi l'abbiamo, è probabilmente

una compilazione, poco diversa da quella di Plinio, fatta da qualcuno

mal pratico, e che non avea visto co' proprj occhi i monumenti di

Grecia. Nell'esecuzione spesso confonde i soggetti, ed è peccato che

le figure che accompagnavano il testo siano perdute[382]. Scarso di

critica e filosofia, di stile vulgare, arido e spesso oscuro anche per

minutezza di particolari, a tacere i guasti venutigli dagli amanuensi,

va consultato con grande cautela, e confrontato cogli edifizj ancora

riconoscibili: ma se sarebbe servilità il prostrarsi a' suoi precetti,

è certo che, oltre le squisite notizie, di ottimi egli ne desume

dall'osservazione. Sopratutto raccomanda all'architetto lealtà e

disinteresse; ed egli medesimo si fa amare per la candida intenzione

con cui scrive.

Turpilio, cavaliere della Venezia ai tempi di Plinio, è il solo nobile

romano che coltivasse la pittura, la quale da Plinio stesso è definita

arte morente[383], benché ad alcuni egli sia cortese d'encomj; come

ad Amulio per una Minerva, la quale guardava l'osservatore dovunque

si mettesse[384]; meschina lode! Quinto Pedio, d'illustre famiglia,

era muto, e perciò l'oratore Messala s'accordò con Augusto di fargli

imparar la pittura; e riusciva bene se morte non l'avesse rapito.

Primeggiava tra i colori il cinabro, che Plinio pretende fatto col

sangue di un drago schiacciato da un elefante morente, in modo che i

due sangui si mescolassero[385]; e probabilmente era succo d'una palma.

Il minio era stato scoperto quattro secoli avanti Cristo nelle cave

d'argento d'Efeso: e per carezza e nobiltà gareggiava con esso il

purpurissimo, composto col liquore estratto dai murici che pescavansi

in riva al Mediterraneo. Sul golfo di Napoli manipolavansi minerali

indigeni e importati per uso di colori, quali l'azzurro denominato

fritta di Pozzuolo, e la porpora.

Si dipingeva per lo più sul legno; talvolta sulle pareti. Per animali e

fiori e dove occorresse maggior illusione, usavasi l'encausto; cioè (se

pure fra tante discrepanze possiamo prometterci lume di vero) con ferro

caldo tracciavansi i contorni sopra tavolette di avorio, o stendeasi

la cera colorata sopra il legno o l'argilla, ovvero con un pennello

intinto in cera e pece si dipingevano tavole. La pittura a fresco non

pare fosse conosciuta, male colla calce fresca accoppiandosi le lacche,

il bianco di piombo, il minio, l'orpimento, colori consueti degli

antichi.

Composizioni storiche ricorrono frequenti negli archi e sulle medaglie,

ma rare ne' dipinti; e di tanti che n'ha il museo Borbonico, soli

Sofonisba e Massinissa, e la Carità Greca tengono alla storia. Le

scene di vita domestica e civile sono sempre accompagnate da esseri

simbolici, come Amore, la Vittoria, Minerva. Altre volte figuravansi

sacrifizj, o processioni sacre, o giuochi ginnastici, e spesso

oscenità.

Il marmo di Luni, che oggi diciamo di Carrara, è un calcare bianco,

leggermente cristallino, senza fossili, del periodo secondario del

calcare giurassico: se non per durezza, per candore supera i più belli

d'Egitto e di Grecia, non eccettuato il marmo pario, a detta di Plinio,

che lo asserisce scoperto poco prima, e fu adoperato a tutte le opere

grandiose, ove prima usavansi il gabinio, l'albano, il tiburtino.

Il porfido, così detto dal suo colore di fuoco (πυρ), è d'un rosso

bruno mischiato, constando di silice combinata coll'allumina e la

potassa, e molto ferro ossidato, e cristalli di quarzo. Non si sapea

donde gli antichi lo traessero; ma gl'inglesi Burton e Wilkinson nel

1823 ne scopersero le cave in Egitto, a circa venticinque miglia dal

mar Rosso all'altezza di Licopoli (_Syouth_), non lungi dal porto

di Myoshormos, in montagne chiamate _Porphirites_ da Tolomeo, ed

oggi _Gebel Dokhan_, cioè del fumo di tabacco. Il nome di porfido fu

poi esteso ad altre pietre di simile impasto e durezza, e di colore

diverso. Del rosso, tanto difficile a scalpellare, fecero poco o punto

uso gli Egiziani nè i Greci: i Romani ne presero passione al tempo di

Claudio, e sotto Costantino moltissimo se ne lavorava, probabilmente

per mano di condannati; e non che colonne, statue, urne, riuscirono a

trame anche oggetti fini e galanterie.

Plinio e Vitruvio deplorano il lusso de' marmi, ornandosi gli

appartamenti con porfido, serpentino, agate, diaspri d'ogni qualità, e

rilevandone lo splendore con macchie artifiziali, e coprendo le pareti

di encausto; di modo che non rimaneva campo alla pittura.

Nelle gemme i Romani imitarono i Greci, ne adottarono i soggetti, o

se li desunsero dai fasti patrj, vi diedero espressione allegorica.

Forse ad artisti greci vanno attribuite quelle del tempo imperiale, che

sono i più insigni vanti delle gliptoteche: tal è quella del gabinetto

di Vienna, rappresentante la famiglia di Augusto; tale quella del

gabinetto di Parigi, rappresentante Tiberio da dio colla parentela

sua; e la sardonica del re d'Olanda, che offre il trionfo di Claudio

in sembianza di Giove; e la tazza del museo Borbonico. Anelli, sigilli,

coppe attestano la finitezza della gliptica in quei tempi.

Le arti belle però anch'esse vengono a confermarci la diffusa

immoralità. Cessato ogni pudore nella società, ogni scrupolo cessava

nell'arte convertita in mestiero, nè ad altro ispirantesi che al gusto

dei committenti; i tempj erano adorni di lubrici atteggiamenti, i vasi

delle mense foggiavansi in figure disoneste, e ciascuna stanza maritale

doveva ornarsi d'un dipinto osceno. Ovidio ogni tratto rammenta le

tavolette impudiche; Orazio dicono ne tenesse tappezzata tutta la

camera; a Properzio stesso facea scandalo il trovarne dappertutto[386].

Di capi d'arte abbondava la Sicilia, e lungamente si disputò se

vi fossero venuti di Grecia, o colà stesso lavorati; e poichè le

architetture sono più antiche delle greche, e vanno ornate di preziosi

bassorilievi e di cariatidi, è ragionevole presumere che anche le altre

opere fossero eseguite da Siciliani, o almeno da Greci stabiliti in

quell'isola.

Di statuette d'argilla una dovizia dissotterrarono a Catania, a Gela,

a Camarina, a Tindaro, ad Acre, a Centuripa, relative le più al culto

di Cerere e della dea Madre. Il Giove palliato, rinvenuto a Sòlunto,

collo scettro nella sinistra, coi calzari ornati di foglie di quercia,

e con due chimere che ne sostentano il trono; la Venere, uscita dalle

campagne di Siracusa, premente col piede sinistro la conchiglia e

il delfino, appartengono all'arte più squisita; la Venere Callipiga

vince la Medicea. Aggiungi due Ercoli dalle ruine di Catania, il Giove

Olimpico di Girgenti, i busti di Saturno, di Trittolemo, di Minerva.

Quante statue metalliche possedesse la Sicilia, il provano le

espilazioni dei Cartaginesi, di Marcello, di Verre, e più tardi degli

imperatori romani e bisantini. Pausania ricorda un Ercole in lotta

coll'Amazone equestre, consacrato in Messina da Evagora di Zancle;

e come, essendo naufragati trentacinque giovinetti col maestro e col

sonatore di piva, che i Messenj spedivano a Reggio per una solennità,

in memoria furono poste altrettante statue di bronzo. Quattro arieti

dello stesso metallo diceansi congegnati da Archimede in guisa, che il

vento faceva uscirne una specie di belato, che indicava da qual plaga

esso vento spirasse: da Siracusa furono trasportati nella reggia di

Palermo, ma per quanto si studiasse, mai non si trovò una disposizione

che riproducesse quel fenomeno, sinchè ne' furori del 1848 furono

spezzati.

Vi abbondavano pure bassorilievi e sarcofagi, molti de' quali ornano

oggi le chiese, benchè portino scene bacchiche o mitologiche[387].

Pietre intagliate si trovano spesso, e specialmente a Centuripa; e

l'essere alcune solo preparate per l'intaglio o non finite, ne conferma

quella scuola di gliptica, asserita da Eliano di Cirene. Lo stile di

queste apparterrebbe all'età imperiale; segno della durata di tale

artifizio: alcune portano le sembianze di Cicerone, di Ovidio, di

Comodo in veste d'Ercole[388].

Ricchissima di marmi e di pietre fine è la Sicilia; di berilli i

contorni di Castel Gratterio, di alabastri le falde del monte di

Calatrasi e la terra di Gibellina, di coralline e cotognine ed altre

mischie l'Erta, di agate molti paesi, e principalmente le sponde

dell'Acate donde trassero il nome, e le vicinanze di Alicata. Un'agata

siciliana, delle cui macchie erasi tratto partito per disegnarvi

Apollo e le Muse, fu legata in oro da re Pirro e tenuta in gran

pregio. Diaspri variegati offrono i monti di Giuliana e le vicinanze

di Palermo; diaspro tenero Trapani; Troina massi di porfido, de' quali

vennero cavati i sepolcri dei re normanni e svevi.

Un'altra dovizia artistica insieme e letteraria ci offre l'impero

romano, vogliam dire le iscrizioni e le medaglie, fonte di preziose

cognizioni storiche e civili; tanto che i maggiori eruditi v'attesero,

nè avvi forse città, di cui i numismi e le epigrafi non abbiano avuto

un illustratore particolare.

Le iscrizioni d'Italia alcune sono nelle lingue prische, alcune in

greco, le più in latino. Delle italiche tocchiamo nel parlare de'

primordj della nostra civiltà (V. Appendice II); e ad esse si riduce

quanto ci arrivò di scritto intorno a quella. Le greche più antiche

stanno sopra vasi; e sopra uno grossolano, trovato a Centorbi in

Sicilia, si ha una scrittura a bustrofedon, cioè andando da sinistra

a destra poi da destra a sinistra come fa il bue arando, creduta

anteriore fin all'iscrizione Sigea[389]. De' tempi successivi ne

abbondano i paesi della Magna Grecia e della Sicilia. Qualcheduna è

bilingue, come nel monumento greco-latino di Eraclea ne' Lucani, ove

si fa memoria che, rivendicatosi un fondo appartenente al dio Bacco,

gli agrimensori posero i termini, e lo divisero in quattro porzioni,

rilasciate a vita a quattro privati, che rendessero un canone annuo,

aggiunto l'obbligo di piantar viti, ulivi, fabbricare capanne e

stalle. Le greche tengono del dialetto dorico ne' paesi colonizzati dai

Corintj, quali Siracusa, Camarina, Gela, Agrigento, Megara, Selinunte;

e dello jonico in quelli derivanti dalla Calcide, come Nasso, Zancle,

Gallipoli, Eubea, Mile, Leontini. Queste sono assai meno, pur bastanti

a provare che ciascun paese scriveva come parlava; tanto più che a

Taormina se ne leggono d'ambo i dialetti, perchè la città d'origine

calcidica ricevette poi colonie siracusane. Non così può dirsi delle

romane, che, in qualunque paese siano, non si discernono per lingua;

attesochè i cittadini, sparsi per ogni lido, teneansi a norme uffiziali

per ogni atto, e così per la lingua. Nell'espressione seguono le

vicende de' tempi, incondite le prime, poi sempre più eleganti, infine

irte di neologismi e barbarismi, e che tutte insieme presentano

una portentosa ricchezza, perocchè il campo dell'epigrafia latina

estendesi quanto l'antico impero, cioè dall'Africa sin alla Bretagna, e

dall'Oceano sino al lembo dell'India.

Infinite occasioni si presentavano da voler eternare con epigrafi;

consacrazioni e invocazioni di divinità, voti, processioni, dediche

o sacrifizj, are, sacerdoti, magistrati civili o militari, dignità

conferite, applausi, vittorie in guerra o ne' giuochi, trionfi,

benemerenze di parenti o di benefattori, ricordi mortuarj. Ai monumenti

si poneva un'iscrizione, che, oltre commemorativa, era encomiastica o

storica: le più vanno semplici, perfino nell'adulazione: talvolta le

funerarie sono anche affettuose. Vi si univano figure rappresentanti

l'arte del defunto, come il deschetto e le scarpe sulla lapide di un

calzolajo a Milano; e una fabbrica di pane nel monumento di Euriface

fornajo, scoperto a Roma il 1838 fra le porte Prenestina e Labicana.

Quanto lume dalle iscrizioni potesse trarsi per la storia lo videro

già il Petrarca e Cola Rienzi; poi rinato il genio dell'erudizione nel

secolo xv, se ne trascrissero d'ogni parte in collettanee particolari,

o si radunarono gli apografi stessi. Nacquero così i musei, poco

usati dagli antichi, pei quali l'arte rimaneva intimamente collegata

alla vita, per modo che i capolavori si trovano ne' palazzi, nelle

terme, nelle basiliche, nelle ville, principalmente nei tempj, dove

_mistagogi_, noi diremmo ciceroni, mostravano le rarità e narravano le

tradizioni relative a quelle. Nel portico di Ottavia eransi adunate

molte statue: ne' circhi si ornava la spina con statue, obelischi,

vasi tolti in diversi luoghi; e ad un museo poteva somigliarsi la villa

d'Adriano a Tivoli. Neppur allora mancavano ciarlatanerie ed imposture:

Plinio ricorda che a Roma furono portate da Joppe le ossa dell'orca

marina a cui rimase esposta Andromeda, e il sasso dov'erano infisse le

catene con cui essa fu legata; Procopio descrive la nave con cui Enea

approdò in Italia, quale conservavasi a Roma.

Per iscrizioni il museo più ricco è il Capitolino: ma non v'è quasi

città che non ne possieda alcuno; e ne fecero la descrizione Scipione

Maffei per Verona, il Rivautella per Torino, il Guasco pel Capitolino,

il Gori per la Toscana, il Malvasia per Bologna, Olivieri per Pesaro,

Morisani per Reggio, Bianchi per Cremona, Noris per Pisa, Labus per

Mantova e Brescia, Boldetti e Lupi per le epigrafi cristiane, e così

altri, e più insigne di tutti Ennio Quirino Visconti. A Palermo fin dal

1580 decretava il senato di affiggere al suo palazzo le epigrafi che

si trovassero, meglio disposte poi nell'interno cortile, e illustrate

dal Torremuzza; a Catania fece altrettanto il principe di Biscari:

altri a Messina, Siracusa, Agrigento. Il quale Torremuzza, dopo

altri, diede _Siciliæ et objacentium insularum veterum inscriptionum

nova collectio_, 1784. Infine vennero il Muratori col _Tesoro_ delle

iscrizioni, l'Orelli a Zurigo colla raccolta di oltre cinquemila bene

scelte e ben lette, e Carlo Zell con un manuale (Eidelberga 1850)

utilissimo perchè di piccola mole; ed ora a Berlino sono radunate e

classificate tutte le antiche, colle tante che vengono in luce ogni

giorno.

Nelle monete, non considerandole qui che dal solo aspetto artistico,

oltre la materia, sono a notarsi la grandezza o modulo, il tipo,

l'iscrizione. Qualche moneta triangolare, rettangola, romboidale

offrono i popoli dell'Italia centrale; alcuna ovale è forse dovuta a

negligenza del fonditore; le più sono rotonde; nella Magna Grecia non

ne mancano di concave, a guisa di coppe; quelle di Siracusa tirano

allo sferico. L'ordinaria materia sono l'oro, l'argento, il rame o

il bronzo. Le più antiche di Sicilia sono d'argento, seguono quelle

di rame, ultime le auree, appartenenti le più a Siracusa, altre a

Gela, Agrigento, Taormina; alcune d'oro a Palermo portano lo stemma

punico: Dionigi ne fece di stagno[390]. Alcune sono di bronzo e piombo

rivestite poi di foglia d'oro o d'argento (_bracteatæ_): alcune son

liscie tutte, salvo un piccolo tipo stampato nel centro: altre con orlo

di metallo più fino _contorniatæ_. I medaglioni forse non batteansi

che per onoranza o per fregiare qualche divinità o per ricompensa

in guerra, benché, passata l'occasione, entrassero anch'esse in

commercio. I tre sovrintendenti alla zecca in Roma erano intitolati

AAAFF, cioè _auro, argento, ære fundendo feriundo_, dai tre metalli

che s'adopravano, e dai due processi di fondere il metallo in una forma

vuota portante le due impronte, o di fondere soltanto la botella, per

improntarla stringendola fra due morsi d'una tenaglia, o battendola con

un punzone.

Prima ancora delle iscrizioni, sulle monete ponevasi un tipo od

emblema, che poi si conservò sempre sul rovescio, sanzionato dalla

pubblica autorità; fosse l'effigie del principe, o la figura simbolica

della città, o lo stemma di questa, molte volte parlante, cioè

figurante un oggetto, il cui nome somigliasse a quello della città. Le

tre gambe disposte a triangolo significano la Sicilia, il petroselino

per Selinunte, il granchio (ἄκραγας) per Agrigento, un gomito (ἅγχων)

per Ancona, un muso di leone per Leontini, la luna per Populonia

(_popluna_), un toro per Turio, per Camarina il _chamærops humilis_,

cioè la piccola palma. Nel tipo s'incontrano spesso Vittorie alate in

commemorazione d'una battaglia o d'un giuoco vinto; talora l'effigie

del fiume vicino, come l'Aretusa pe' Siracusani, l'Ippari per Camarina,

l'Amenano per Catania; ovvero del dio o dell'eroe titolare, come

Ercole per Crotone, o di qualche cittadino illustre, come Timoleone

pei Siracusani; sulle monete della Magna Grecia frequenta il bove colla

testa umana, quanto i rostri sulle prime romane.

Fra le allegorie in queste la più frequente è la Vittoria, poi la

Salute, o la Pietà, o Roma cogli attributi di Minerva. Nel chinare

della repubblica crescono i tipi storici, talchè colle monete possono

accompagnarsi gli eventi e poetici e positivi; e non esprimendo

capricci d'individui, ma idee nazionali, vi s'indaga la storia de'

costumi e delle opinioni, viepiù preziosi degli altri monumenti perchè

non soffersero mutilazioni nè restauri. Spesso vi sono aggiunti altri

tipi, variatissimi e a capriccio, principalmente nelle monete delle

famiglie: e da settantamila ne conoscono i numismatici. Le spintrie

ostentano le lascivie di Tiberio a Capri.

Sotto i consoli, ed anche imperante Augusto, i triumviri monetarj

poteano scolpire i proprj nomi sulle monete, che perciò diconsi di

famiglia; e ne' tipi di queste compajono spesso figure allusive al nome

loro, Pan pei Pansa, un vitello pei Vitellj, un martello per Malleolo,

le muse per Musa, un fiore per Aquilejo Floro, un Giove cornuto pei

Cornificj. Delle città alcune continuarono a porre il nome e il tipo

proprio sulle monete, anche dopo sottoposte a Roma. Sotto gl'imperatori

non s'improntò più che l'effigie di questi; ma sul rovescio vedesi sc,

il che fece credere che la monetazione fosse spettanza del senato.

Bensì gl'imperatori vi posero anche l'effigie delle sorelle, delle

mogli, delle figliuole loro, e di parenti naturali o adottivi.

Al basso della medaglia, cioè nell'esergo, viene indicato il luogo ove

furono battute; roma e romano si ha in moltissime anche forestiere,

che forse faceansi a Roma; poi nel Basso Impero COMO o COMOB, che

probabilmente significa CO_stantinopoli_ M_oneta_ OB_signata_.

La Sicilia è uno dei primi paesi di cui abbiansi monete, come se ne

hanno le più belle e la maggior varietà, ogni città adoprandovi tipi

distinti, secondo il genio municipale dei Greci. Le antichissime sono

di Messina, e alcune anteriori al 560 avanti Cristo, e forse fino del

620. Filippo Paruta segretario del senato di Palermo diede pel primo

in luce il medagliere siciliano nel 1612; ma la descrizione che dovea

seguirvi, andò perduta. Alle imperfezioni di quello supplirono Leonardo

Agostini, Marco Meyer, Sigeberto Hauercamp, il principe di Torremuzza,

infine Federico Munter[391]. Della sola Siracusa il Torremuzza pubblicò

trentasei monete d'oro, censessantatre d'argento, cenquarantanove di

bronzo; e un buon terzo se ne aggiunsero dipoi.

Le prische monete italiche sono i nummi librali o _æs grave_, rotonde,

a lente, con rilievo d'ambo i lati, e che indicavano e il peso e

il valore d'un asse. Sono speciali dell'Italia, ma vi mancano segni

per discernere a qual città appartengano, e i tipi rappresentano un

cavallo, un delfino, una lira, un elefante, una troja, una testa di

Giunone o di Cerere o dei Dioscuri, Romolo e Remo colla lupa, una

Vittoria sulla quadriga, o simili. Quando Roma battè o piuttosto fece

battere nella Campania denaro proprio, vi adoperò il tipo nazionale

del Giano bifronte e la prora di nave. Plinio vorrebbe che solo nel

485 si battessero monete d'argento: il che vuol forse significare che

quell'anno se ne ponessero le fabbriche. Fin a Pompeo Magno ben poco

oro fu coniato.

Gli avanzi di belle arti, guasti come sono dal tempo e dai casi,

e disgiunti da quelle minute particolarità il cui accordo cresce

significazione all'insieme, eran ben lontani dal porgere adequata

idea di ciò che allora fossero le arti, la ricchezza, l'edilizia, e

dal rivelare gli usi della vita pubblica e privata, imperfettamente

dinotati dagli scrittori, che, come in cosa nota, s'accontentano

di allusioni. Per compiere l'istruzione, città intere uscirono dal

sepolcro. Il Vesuvio, che in tempi anteriori ad ogni memoria avea

vomitato fiamme, tacque per secoli, finchè, imperante Tito, rinnovò

le sue eruzioni, colle quali più non cessò di minacciare i deliziosi

contorni di Napoli. In quella prima rovina, fra altre borgate e ville,

rimasero sepolte Ercolano e Pompej.

Ancor più che le lave e i lapilli, sedici secoli n'aveano cancellata

la memoria, quando Emanuele di Lorena principe di Elbeuf, nel 1713,

udito che un del paese avea tratto alcuni marmi da un pozzo, comprò

il diritto di farvi scavi. Il pozzo dava appunto sopra il teatro di

Ercolano, e ne cavò un Ercole, una Cleopatra, e sette altre statue,

che spedite subito in Francia, destarono la meraviglia. Continuando,

ebbe finissimi marmi d'Africa, poi scoperse un tempio rotondo con

ventiquattro colonne e altrettante statue in giro. Carlo III di Napoli

ricomprò da esso principe quello spazzo, e sterrando acquistò la

certezza d'avere scoperta una città. Ma su questa venti metri di lava

eransi induriti, e sopra edificate Portici e Resina, che sarebbonsi

dovute demolire co' regj loro palazzi. Forza fu dunque limitarsi a

parziali escavazioni, e da ciascuna di esse trarre quel che si poteva,

indi colmare di nuovo i vuoti per non iscalzare le città.

Anticaglie d'ogni genere uscirono così; affreschi, quadri, vasi,

bassorilievi, fregi, rabeschi, le statue equestri dei consoli Nonio e

Balbo, bronzi, tripodi, lampade, pàtere, candelabri, altari, istrumenti

di musica e di chirurgia, che formarono una ricchezza non rara ma unica

del museo Borbonico. Molti estesi edifizj si riconobbero, tempj, un

teatro, il fôro: tra il resto una bella casa di campagna, con giardino

che stendeasi fin al mare, abbellito d'una peschiera che terminava

in semicircolo alle due estremità; attorno ad essa scompartimenti

come d'ajuole; e tutto circondato da colonne di mattone intonacate di

gesso, su cui appoggiavano travi, infisse nel muro di cinta, formando

così attorno allo stagno una pergola, sotto cui erano divisioni or

triangolari ora a semicircolo, per lavare e per bagnarsi. Fra le

colonne sorgeano busti di marmo e statue muliebri di bronzo, alcune

grandi al vero, della fusione più perfetta: un canaletto d'acqua

lambiva il muro di cinta. Annessa era la camera dove si trovarono i

famosi rotoli di papiro, che svolti con ingegnosissima lentezza, ci

regalano tratto tratto qualche novità, ma nulla finora d'importante;

e ciò ch'è notevole, un solo è in latino, frammento d'un poema sulla

guerra di Azio. Le sei danzatrici, il Fauno dormente, il Mercurio, sei

busti creduti de' Tolomei, altri di Platone, Archita, Saffo, Democrito,

Scipione Africano, Silla, Lepido, Cajo e Lucio Cesare, Augusto, Livia,

Claudio Marcello, Agrippina minore, Caligola, Seneca, due incogniti,

due daini, varie figurine, l'Omero, l'Aristide ch'è delle migliori

statue antiche, due busti di Bacco indiano, il preteso Silla, il

Satiro colla capra, tutti di marmo, si trovarono in questo giardino,

che pure apparteneva ad un filosofo privato. La Pallade, scoperta ad

Ercolano stesso e dell'età di Fidia, va ben innanzi ai marmi eginetici;

antichissima è pure l'Artemisia, che l'esser fatta di marmo di Carrara

ci lascia supporre eseguita in Italia[392].

In quel medesimo torno di tempo, l'aratro d'un villano urtò contro una

statua di bronzo, e questa diede spia dell'altra città di Pompej[393].

Lapilli e ceneri la ricoprono, talchè poco a poco ella potrà ritornarsi

intiera alla luce: per non nuocere a tanti fini lavori e perchè nulla

vada perduto, lenti procedono gli scavi, ma è già scoperta la regione

principale, con due teatri, un tempio d'Iside, uno d'Esculapio,

uno greco, una porta della mura colla via delle tombe, il fôro, la

basilica; in breve spazio raffittiti edifizj, che oggi basterebbero ad

una grande città. All'altra estremità è l'anfiteatro; e mura pelasgiche

la circondano.

Le case si somigliano per distribuzione e ornamenti; a uno o due

piani; camerette di appena tre in quattro metri, alte da cinque a

sei, malagiate di comunicazioni e disimpegni, con poche finestre,

simili a feritoje, eccetto quelle che danno sul giardino, e che

forse erano serbate alle donne. I cortiletti sono cinti da portici,

anche nelle abitazioni di minore importanza, onde godervi il rezzo.

Negli appartamenti non usavasi legname alle costruzioni, eccettochè

per le imposte alle finestre e alle porte; pavimenti a musaico;

soffitta e pareti con medaglioni di stucco, e con pitture e musaici,

rappresentanti vivande, libri, utensili, mobili, storie, secondo il

genio e l'arte del padrone. Quella del poeta tragico, sullo spazio di

quindici metri in largo e del doppio in lungo, è divisa in diciannove

membri, compreso l'atrio: il musaico alla soglia rappresenta un

mastino alla catena coll'iscrizione _cave canem_. Dal corridojo passi

nell'atrio, cortile scoperto, adorno ai quattro lati di pitture, tratte

dall'Iliade o allusive ad arte drammatica: all'intorno camere pe'

forestieri, anch'esse a dipinti, spesso osceni: rimpetto all'ingresso

il tablino, o sala di ricevimento, porta la figura d'un poeta tragico

che declama a due astanti, mentre sul pavimento a musaico è figurata la

prova d'un'opera; esecuzione squisitissima. Vi succede il peristilio

o seconda corte aperta, in cui un giardinetto cinto da portico di

sette colonne doriche, esso pure dipinto. Al fondo sta il larario o

cappella domestica, con un graziosissimo Fauno di bronzo; a manca un

gabinetto di riposo, con Diana, Narciso al fonte e Amore che pesca;

un'altra cameretta è a paesi e marine, e sul muro principale sta

dipinta una schiera di libri, che il tragico forse non possedeva se non

col desiderio. In faccia trovate l'esedra, o sala di conversazione,

decorata di ballerine, di frutti e d'animali, con Leda, Arianna

abbandonata, il sacrifizio d'Ifigenia: da canto la cucinetta con tutti

gli attrezzi dipinti, oltre i reali, comunica col triclinio anch'esso

pitturato: di sopra era il gineceo.

Direste che quelle case jeri appena sieno state deserte. Nel tempio

d'Iside hai disposti gli utensili delle cerimonie; gli scheletri dei

sacerdoti, sorpresi tra quelle, ancor portavano gli abiti pontificali;

i carboni stanno sull'altare; e candelabri, lampade, patere per le

libazioni, lettisternj per la dea, purificatoj ornati a stucco, e un

capace vaso di bronzo colle ceneri dell'ultimo olocausto, miste al

grasso delle vittime. Ancora l'insegna invita al fondaco del mercante;

leggendo alla soglia la voce salve, credi udirla dal padrone, cui

il motto ben augurato non preservò; là pozzi in mezzo alla via, qua

cloache sboccanti al mare; sull'angolo d'un crocicchio una spezieria

coll'insegna del serpe che morde un pomo; altrove un altare coll'aquila

di Giove, esposti in vendita; l'uffizio d'un pubblico pesatore; gli

spacci di bevande calde, corrispondenti ai nostri caffè; altrove

una casa di bordello, indicata da priapi e dal motto HIC FELICITAS,

che rivela una filosofia gaudente[394]. I pani hanno il marchio del

fornajo; alcuni non cotti ancora, altri già rotti; nel pistrino hai

macine singolari; nella madia preparata la farina col lievito; nel

forno una torta entro la sua tegghia; altrove, fave, noci, olio, vino

in fiaschi col nome dei consoli e che non doveva esser bevuto; biche

di grano, il quale piantato spigò dopo mille settecento anni di sonno

vitale. Entri negli appartamenti delle signore? eccoti scarpe[395],

spilli, aghi, ditali, forbici, gomitoli, rocche, oricanni di balsami,

e gli arnesi onde anche oggi si accresce o ripara la bellezza, e monete

forate che recavansi al collo; in altre parti, dadi da giocare, palle e

balocchi da fanciulli. Ma in tante abitazioni, non carta, non libri.

S'una casa, poco lungi dalla porta, leggesi in rosso il nome di

Sallustio, lo storico che qui appunto aveva una villa: colà l'_album_

ove si affiggevano i decreti de' magistrati, gli annunzj di vendite,

aste e simili: dentro era un portento di quadri, marmi rosei, musaici,

anfore, vasi d'immenso prezzo. La via del sobborgo, spaziosa e

allineata, fiancheggiano case di campagna, tombe, sedili di pietra,

ove gli abitanti venivano sulla sera fra i sepolcri degli amici e dei

parenti per respirare il fresco e osservare i viandanti. Nel sobborgo

sorgea la villetta, di cui tanto Cicerone si compiaceva; e là presso

quella del liberto Diomede, benissimo conservata, colla porta aprentesi

sopra un verone e fiancheggiata da due colonne; cortile quadrato, cinto

da portici a colonne, sotto cui si aprivano gli appartamenti.

Non v'è abitare, ove non si trovino pitture. Queste sono opera di

quadratarj o imbianchini, ma probabilmente riproducono tavole famose; e

certamente l'Ercole fanciullo e il sacrifizio d'Ifigenia sono desunti

da quelli di Zeusi, come dalla scuola corintia proviene l'Achille

in Sciro. Le pitture di Pompej restano quasi gli unici monumenti

per giudicare dell'arte pittorica presso i Greci, ma ristrette in

cento anni quanto all'esecuzione, mentre pei soggetti recano fin

ai tempi alessandrini, e sempre con pose tranquille, figure non

aggruppate, fondo d'un sol colore, e poche linee prospettiche. Anche

qualche capolavoro doveva esser copiato a musaico; e quello che

serviva di pavimento a un triclinio, e che figura la battaglia fra

Alessandro Magno e Dario, è il pezzo più insigne che l'antichità ci

tramandasse[396].

Nè minor fasto spiegavasi nelle tombe[397]. In quella eretta da Tuche

vivente pei liberti e le liberte sue, sotto al ritratto di essa vedi

l'iscrizione e un bassorilievo, portante da una faccia la famiglia,

dall'altra l'effigie de' magistrati municipali; accanto sta scolpita

una barca, simbolo del passaggio; e daccosto è il triclinio pei pasti

funerei[398].

Se tale era una città di provincia, si argomenti qual dovette essere

la metropoli. Pure ammirando la magnificenza e il gusto, abbiam

molto a congratularci delle maggiori comodità odierne. Gabinetti di

meraviglioso lavoro mancavano di luce, ed era bujo quello a Roma da cui

uscì il gruppo del Laocoonte: gl'illuminavano lampade di elegantissime

forme, ma dove neppur si era introdotta la corrente doppia, talchè

affumicavano le volte. Se stupende strade erano destinate a trasportare

e trasmettere le contribuzioni agli eserciti, mancavasi però di quelle

tante, che oggi mettono in comunicazione ogni minimo villaggio. Le

vie di Roma furono sempre anguste e montuose[399]; quelle interne di

Pompej sono strette, allagate dalla pioggia, senza fogne. Indarno poi

vi cercheresti uno spedale, un albergo de' poveri; e la plebaglia

doveva essere confinata in catapecchie, che non resistettero al

tempo, e disgiunte dalle abitazioni civili. Le camere stesse de'

ricchi sono bugigattoli senza aria nè luce, nè bellezza di specchi e

di finestre: i ginecei delle donne somigliano a prigioni. Eleganti i

sedili e i letti ma duri; senza molle nè cinghie i carri, del resto

ben rari, come lo prova l'angustia delle strade: ivi non lampioni per

la notte, non pompe da aspirar l'acqua, non difese contro la pioggia

e i fulmini, non tovagliuoli nè forchette a tavola, neppur bottoni o

occhielli al vestito; non carte geografiche o bussola i viaggiatori,

non colori a olio i pittori. Che diremo dell'infima classe priva di

quelle innumerevoli comodità oggimai a nessuno negate, libri, quadri,

oriuoli, vesti di seta, camini, acquajuoli, zuccaro e caffè, stoviglie

ben verniciate, biancheria che dispensi dalla frequenza de' bagni, e

macchine che scusino le più dure fatiche, e libertà di spendere come si

voglia il denaro acquistato con libero lavoro?

Ammiriamo dunque, ma non invidiamo il passato, e figuriamoci che l'età

dell'oro, se pur è sperabile, sta davanti a noi, non dietro, per quanto

sia vero che per arrivare al desiderato avvenire conviene afforzarsi

nella scuola del passato.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 15 / 23 题