CAPITOLO XL.

Economia pubblica e privata sotto gli Antonini.

L'impero aveva allora per confini a settentrione e a ponente il mar

Nero, il Danubio, il Reno, l'Oceano dalle foci del Reno sino allo

stretto di Cadice; nell'Asia Minore giungeva fino alla Colchide e

all'Armenia; in Siria fino all'Eufrate e ai deserti d'Arabia; in Africa

all'Atlante, alle arene libiche, ai deserti che separano l'Egitto

dall'Etiopia; e, a tacere i momentanei acquisti di Adriano, stabilmente

unite furono all'impero le provincie della Britannia e della Dacia.

Copriva così la superficie di 1,365,560 leghe quadrate, cioè il

quintuplo della Francia odierna, con circa cenventi milioni d'abitanti:

ma oltre queste, che costituivano l'impero romano ed erano governate

da proconsoli, stava attorno una cintura di altre regioni, vassalle

in diverso grado, e di dubbiosa libertà[237], che talora pagavano un

tributo, sottostavano al censo, ricevevano decreti; quali i re della

Comagene, di Damasco e tant'altri sul lembo della Siria, la trafficante

Palmira nel deserto, i principi dell'Iberia, dell'Albania ed altri del

Caucaso, l'Armenia, la Partia a vicenda sottomessa e riottosa. È questo

il momento della massima grandezza dell'Impero e dell'Italia; onde noi

sosteremo ad esporne la condizione civile, morale, letteraria, prima di

contemplarne il declino.

La comunicazione fra sì remote provincie era agevolata dal mare

e da meravigliose strade. Il Mediterraneo, le cui rive direbbonsi

predestinate dalla Provvidenza ai più splendidi e durevoli incrementi

della civiltà, mette in relazione le tre parti del mondo antico,

le discendenze dei tre figli di Noè, i foschi Camiti dell'Africa,

i Giapetidi della Grecia e della Germania, i Semiti della Fenicia e

della Palestina: s'addentra con mille seni per ricevere dai fiumi le

produzioni di tre continenti, spingendosi pel Tanai e per la Meotide

fin nelle steppe dei Tartari, pel Nilo fino al centro dell'Africa, per

lo stretto fin nell'Oceano inospitale. Allora poteva dirsi lago latino,

poichè non avea spiaggia che non riconoscesse le aquile imperiali; le

flotte di Roma lo proteggevano e solcavano continuamente; e le navi di

traffico, approdando alle provincie più ricche e più belle, accostavano

alle barbariche le due civiltà romana e greca. Quest'ultima, figlia

dell'orientale, erasi vantaggiata di tutto il passato per abbellirlo

e armonizzarlo, avea sparso di colonie il mondo, dagl'intimi recessi

dell'Indo e del Don fino alle isole della futura Inghilterra, ed aveva

educato Roma. La quale alla sua volta, estendendosi da un lato oltre le

Alpi, dall'altro nell'Africa, diè di cozzo a popoli civili in decadenza

e ne accelerò la caduta, ma ereditandone l'esperienza e dandovi

governo; e a popoli barbari per incivilirli, per respingere sempre più

lontano la rozzezza e la ferocia.

Per terra questi paesi congiungeansi mediante strade di tale solidità,

che sopravissero a' secoli. La via Appia, finita sin dal 311 avanti

Cristo da Appio Claudio Cieco censore, in grandi macigni, moveva da

porta Capena, or sostenuta sovra un terreno limaccioso, ora tagliando

l'Appennino. Cesare la ristaurò cominciando a disseccare le paludi

Pontine; gl'imperatori seguenti la compirono e migliorarono. Col

nome di via Campana prolungata da Capua ad oriente d'Aversa, qui

bipartivasi: la mediterranea pel monte Cauro scendeva a Pozzuoli;

la marittima si drizzava a Cuma lungo i paduli di Linterno: da Cuma

poi, uscendo per l'arco Felice, un altro ramo toccava Pozzuoli, e

congiungevasi colla mediterranea per isboccare a Napoli, traverso alla

grotta di Posilipo. Dalla via Flaminia, aperta dal console Flaminio

Nepote nel 223, diramavasi presso Ponte Milvio la Cassia, dritta per

Viterbo all'Etruria.

D'ordine d'Augusto furono messe in buono stato le quarantotto d'Italia,

che sviluppavansi da Roma a Brindisi e a Milano, donde si diramavano

quelle che, pei varj passi alpini, raggiungevano Lione, Arles, Magonza,

la Rezia, l'Illiria. Trajano ne condusse una traverso le paludi Pontine

da _Forum Appii_ sino a Terracina, e compì la via Appia da Benevento

a Brindisi. La via Aurelia, che traversava l'Etruria e la Liguria, fu

continuata sino a Cade; e varcato lo Stretto, riusciva a Tanger. La

via Flaminia, da Roma per Rimini, Bologna, Modena, Piacenza, Milano,

Verona, Aquileja spingeasi al Sirmio, e lungheggiava il Danubio,

mettendo in comunicazione la Rezia e la Vindelicia, la Gallia e la

Pannonia; di là per la Mesia fin negli Sciti, per la Tracia, l'Asia

Minore, la Siria, la Palestina, l'Egitto, la costa d'Africa, veniva

a ricongiungersi a Cadice, Malaga, Cartagena, colla strada di Spagna.

Così sullo spazio di quattromila ottanta miglia romane era facilitato

il trasporto delle legioni, degli ordini e delle notizie. Gl'imperatori

vi stabilirono poste regolari, con ricambj ogni cinque o sei miglia,

provvisti di quaranta cavalli, ad uso però unicamente del Governo, o

di chi ne ottenesse speciale concessione: al qual modo poteano farsi

cento miglia al giorno; anzi Tiberio potè in ventiquattr'ore compierne

ducento da Lione alla Germania[238]. Anche i fiumi avvivavano le

comunicazioni, e due flotte armate scendendo il Reno e il Danubio,

portavano i prodotti dell'Oceano Germanico nell'Eusino.

Ciò dava alla dominazione romana una consistenza, qual mai non n'ebbe

alcuna dell'Asia; nè era inane vanto quel dominio universale che Roma

arrogavasi, e il chiamar orbe romano il mondo, consiglio supremo

di tutte le nazioni e dei re il senato[239]: pretensione già viva

sotto la repubblica, assodata nell'impero. E per quanto a ragione si

esclami contro gli estesi imperj, che sotto eguali leggi incatenano

genti disformi d'indole e di coltura, lasciano inesaudite le querele,

non compresi i bisogni, e fanno dalla remota capitale arrivare i

provvedimenti dopo cessata l'opportunità; pure vuolsi confessare che

nazioni isolatissime vennero così ricongiunte, mentre la occidentale

barbarie non sentiva l'influsso della coltura orientale; col togliere

di mezzo i confini, si facilitò il contatto; e quantunque l'unità non

fosse che materiale e derivata dalla conquista, la lingua uffiziale,

le magistrature, le legioni, gli spettacoli a cui accorrevano i

Rodopei dell'Emo, i cavalieri della Germania, i littorani del Nilo

e dell'estremo Oceano, gli Arabi e i Sabei, gli olezzanti Cilici, i

ricciuti Etiopi, i trecciati Sicambri[240], estesero la civiltà se

non la crebbero; e chiamando i popoli a contribuire chi la forza,

chi l'ingegno, chi la ricchezza, insegnarono loro a conoscersi, ad

affratellarsi, e dilatarono a tanta parte del mondo i privilegi che,

essendo dapprima riservati ad un pugno di banditi o a qualche migliajo

di cittadini, facevano la politica romana una grande ingiustizia a

vantaggio di pochi e ad aggravio del genere umano.

Centro di sì vasta unità, l'Italia era sempre sede dell'imperatore

e del senato, i cui membri era richiesto che avessero di qua

dall'Alpi almeno un terzo dei loro possedimenti. Quel nome non era

più circoscritto dalla Macra, dal Rubicone e dal mare, dacchè i

triumviri non aveano voluto lasciare la Gallia Cisalpina a governo

di un proconsole, che potesse così menare un esercito legalmente di

qua dell'Alpi. La fecero dunque giungere a levante fino all'Arsa, a

settentrione alle Alpi, ad occidente al Varo; ed Augusto la partì in

undici regioni: I. il Lazio e la Campania, dove Pozzuoli; II. il paese

de' Picentini e degl'Irpini; III. la Lucania, il Bruzio coi Salentini,

l'Apulia, la Calabria, dove Brindisi era prevalsa alle scadute

città di Taranto, Crotone, Locri; IV. il paese spopolato de' Marsi,

Frentani, Sabini, Sanniti; V. il Piceno; VI. l'Umbria; VII. l'Etruria;

VIII. la Gallia Cispadana con Ravenna, eretta, come poi Venezia, fra

canali del mare; IX. la Liguria; X. la Venezia coi Carni, gli Japigi

e l'Istria; XI. la Gallia Transpadana con Milano, cui mettevano capo

le strade dell'Italia continentale, e Padova, e Aquileja, sempre più

importanti per la vicinanza alla frontiera germanica. Roma formava

un governo distinto, sotto il prefetto della città. Le alpi Marittime

costituivano una provincia separata. La Sicilia, benchè già da Antonio

avesse ottenuto la cittadinanza, rimaneva provincia colla Corsica e

la Sardegna. Ma quella Sicilia che, due secoli fa, Cicerone dipingeva

fertilissima e laboriosa, era ita a tracollo per le guerre civili e

le servili; le cinque città di Siracusa riduceansi ad una sola, Enna

era spopolata, cadenti i tempj, incolte le piaggie. Chi da quella

tragittasse sul nostro continente, a Pozzuoli trovava uno de' porti

più operosi, emporio del commercio del Mediterraneo, e approdo di

tutte le flotte mercantili; e nei contorni molle eleganza di ville,

di bagni, dove i cittadini di Roma venivano a ricrearsi dalle cure o a

solleticare il rintuzzato senso de' piaceri.

Ma quelle pendici dell'Appennino che avevano nutrito i Sabini, i

Sanniti, gli Equi, i Latini, più non offrivano che cadaveri di città;

i cinquantatre popoli del Lazio scomparvero, o reliquie ne restavano

così scarse, che gli uni più non si discendevano dagli altri. Che

dirò di quella Magna Grecia, che emulava le glorie e la potenza della

Grecia vera? Già i curiosi andavano a rintracciarne le memorie; e

qualche vecchio additava loro, — Qui fu Canusio, colà Argirippa, le due

maggiori città; questi villaggi erano le tredici città della Japigia,

di cui rimangono sole Brindisi e Taranto; ma quest'ultima, benchè

Nerone v'abbia posto abitanti, è spopolata, come tutto quello sprone

d'Italia».

Ivi non arbitrio di governatori, non tributo; le autorità municipali

facevano eseguire le leggi supreme: ma, come avviene sotto gli

imperj, il reggimento cittadino andava foggiandosi ad aristocrazia,

scegliendosi i magistrati non più fra il popolo ma fra gli illustri,

e la giurisdizione limitandosi a piccole somme. Dopo Trajano, cominciò

l'Italia a ridursi poco meglio che le altre provincie; cui si potè dire

pareggiata allorchè Adriano la commise al governo di quattro consolari.

La cittadinanza privilegiata diventava un nome già sul fine della

repubblica, quando Cesare la comunicò a tutta Italia e ad intere

provincie. Anche i servi divenendo liberti, entravano nella società

politica del loro patrono: ma acquistando i privati diritti di

cittadino, rimanevano esclusi dagl'impieghi e dal servizio militare, nè

ammessi al senato fin alla terza o quarta generazione.

Augusto trovava quattro milioni e censessantatremila cittadini; ma

cessato col sistema delle conquiste il bisogno d'accrescerli onde

reclutare fra essi le legioni, e perchè non isvantaggiasse il fisco

per la troppa abbondanza degl'immuni, restrinse la facoltà di render

cittadini gli schiavi manomessi, accettandovi soltanto magistrati

e i grandi proprietarj delle provincie. Con ciò si traeva al corpo

dominante il fiore di tutto lo Stato, e si assodava la potenza

imperiale: ma alle legioni, in cui non entravano che cittadini, Augusto

fu costretto arrolar di nuovo liberti e schiavi onde proteggere le

colonie attigue all'Illiria e le frontiere del Reno. Mecenate gli

consigliava di attribuire la cittadinanza a tutti i sudditi, col che,

cancellati i reggimenti municipali, ridurrebbe l'impero all'unità

monarchica: ma l'andare i cittadini esenti da tassa prediale, da

dogane e pedaggi, fece gl'imperatori avari di questa concessione. Pure

i successori d'Augusto, che più non aveano occhio parziale per Roma,

lasciarono dilatare la cittadinanza; e i magistrati municipali, uscenti

di carica con annua vicenda, la acquistavano per diritto; oltre quelli

che ben meritassero in qualsivoglia modo.

Quando l'interesse patrio o la gloria cessarono di spingere i cittadini

alle armi, le legioni si dovettero empire di gente nè italica nè

cittadina, e affidarne il comando a stranieri; poi ricompensare

i servigi dei legionarj coll'introdurli nella città, elevarli ai

primi onori, e lasciare si traessero dietro parenti ed amici; talchè

esercito, senato, magistrati più non furono romani che di nome. Claudio

ammise in senato molti peregrini, cioè sudditi non cittadini: eppure

questi sotto di lui sommavano a 5,684,072 secondo Tacito, o, secondo

Eusebio, a 6,945,000. Tanta profusione, perchè i favoriti ne facevano

bottega: ma intanto le entrate pubbliche ne scapitavano, onde bisognava

ristorarle con confische e proscrizioni. Nelle provincie poi i

possedimenti s'andavano restringendo in mano de' cittadini, cui questo

titolo rendeva immuni dai tributi. Però sotto Galba l'esenzione de'

cittadini recenti fu limitata ad alcune imposte; poi dopo Vespasiano

pare che i provinciali ammessi alla città non restassero immuni da

nessun aggravio.

Il titolo di cittadino più non dovette essere ambito dopo che non

l'accompagnavano le prerogative d'occupar soli le cariche, di non

essere giudicati se non nell'assemblea del popolo, di non pagare

tributo, di decretar la guerra e la pace; nè conferiva quasi altro

che il benefizio di non esser catturato per debiti e di appellarsi

all'imperatore. Quel di partecipare ai donativi e alle largizioni

pubbliche, valeva in Roma: per gli altri, a che mai riducevasi in tanta

estensione e lontananza? Gravoso, al contrario, tornava ai cittadini

il dover militare, non contrarre nozze con forestieri, restar esclusi

dalle eredità intestate fuorchè in grado di prossima agnazione; oltre

alcuni accatti, che sopra soli cittadini pesavano.

L'atto di Caracalla d'estendere a tutti i sudditi la cittadinanza

non fu che un sottoporre i provinciali a tutti i pesi de' cittadini:

e allora s'intepidì l'amore per una patria accomunata a tutto il

mondo; cresciuto l'arbitrio degl'imperatori e la violenza de' soldati

col logorarsi l'autorità del popolo e la dignità del senato, si

moltiplicarono le guerre, interne eppure non civili, dove si trattava

di mettere in trono o d'abbattere un capitano forestiero, estranio ai

sentimenti ed al meglio della nazione e dell'impero. Le consuetudini

venivano alterate da eterogenei elementi, dal sedere a capo dello Stato

uno straniero, fors'anche un barbaro. E se pure sorvivevano in alcuni

le tradizioni liberali, attinte dall'educazione, dalla letteratura,

dalle memorie che li circondavano, servivano soltanto a far sentire

viepiù quel despotismo, che da un giorno all'altro poteva confiscare

i beni, e mandar l'ordine d'uccidersi. Oppressione più disgustosa

perchè sussistevano nomi e forme repubblicane, a titolo di libertà e

di pubblica sicurezza si davano le accuse di alto tradimento, e questo

punivasi in quanto l'imperatore rappresentava il popolo, come investito

della podestà tribunizia. Quanta avea dunque ad essere la costernazione

di quelli che sentivano tanto nobilmente, da non voler tuffare il

dispetto nelle voluttà! E a qual partito potevano appigliarsi? Fuggire?

ma dove, se tutte le terre civili erano sottoposte a Roma?

Che se alcuna volta mai, allora apparve evidente come il pubblico bene

rampolli piuttosto dalle istituzioni che da rettitudine de' principi.

Roma n'ebbe di ottimi, ma nè poteva tampoco goderli con fiducia,

pensando che o lo stesso potrebbe domani mutarsi in un mostro, o venire

soppiantato da pessimo successore, dipendendo ogni cosa dalle qualità

del monarca.

Si nomina una _lex regia_, in forza della quale venisse conferito il

supremo potere all'imperatore: ma non consta che mai sia esistita;

quel nome certamente non sarebbe potuto soffrirsi ne' primi tempi

dell'impero, e forse venne adottato sol quando, sotto Giustiniano,

furono compilate le Pandette. Che se una legge generale avesse creato

un potere supremo, non sarebbe più stato mestieri di conferma: mentre

invece sappiamo che gli _atti_ di ciascun imperatore non reggevano dopo

la morte di lui se non gli avesse approvati il senato, depositario in

diritto della sovranità, la quale nel fatto stava all'arbitrio d'un

solo. Pure sembra che a ciascun eletto venissero conferiti i poteri

sovrani, quasi per dargli un'origine legale[241]. Probabilmente in

questi senatoconsulti veniva egli dispensato da certe leggi, come la

Papia-Poppea: il che faceva dire troppo largamente che il principe

venisse prosciolto d'ogni legge[242].

La sovranità però consideravasi sempre emanare dal popolo, e fin tardi

si trovano menzionati i comizj, e leggi fatte in essi. Sussisteva

anche la tribù, e nelle iscrizioni troviamo sempre indicato a quale il

personaggio appartenesse: ma sì scarsa n'era la significazione, che

alcuni si mutavano dall'una all'altra per eredità, per adozione, per

una carica assunta, fin per mutato domicilio[243]. I municipj pregavano

gl'imperatori o i cesari di accettar le cariche comunali, ed essi vi

mandavano de' vicarj.

La giurisdizione criminale e l'amministrazione esterna d'alcune

provincie competevano al senato: esso nominava i consoli, i pretori,

i proconsoli; attendeva alla riforma delle leggi, talora sovra

proposizione de' medesimi imperatori. Tiberio parve aggiunger nerbo al

senato coll'attribuirgli i giudizj di offesa maestà e la nomina de'

magistrati, sottratta al popolo; ma in effetto egli non intese che

di riversare su quello i suoi atti odiosi. Quanto l'impero resse, il

senato conservò il diritto di censurare e deporre il capo dello Stato

se abusasse dell'autorità; ma, pusillanime e discorde, non l'esercitò

mai se non contro i caduti: condannò Nerone quando già era fuggiasco;

esecrò Caligola, Comodo, gli altri quando la morte aveva interrotte

le sue adulazioni. Quei senatori, col vendere le cariche, imparavano

a vendere anche se stessi all'imperatore; chiusa la via d'acquistar

fuori così sterminate ricchezze, e pure durando le spese e crescendo il

lusso, tiravano a meritare la liberalità del principe, o fuggirne l'ira

coll'andargli a versi: laonde Tiberio lagnavasi beffardamente che si

mostrassero troppo ligi ad ogni suo talento.

Eppure la memoria di quel che era stato bastava a renderlo sospetto

agl'imperatori, che, buoni e malvagi, s'industriarono a torgli fin

la possibilità di ridestare le ragioni antiche; contro patrizj e

senatori aguzzavansi i ferri e le spie; Caligola, battendo sulla

spada, esclamava, — Questa mi farà ragione del senato»; l'adulatore

diceva a Nerone, — T'ho in odio perchè sei senatore»; e l'assassino

a Comodo, — Il senato ti manda questo pugnale»; Domiziano protestava

non si terrebbe sicuro finchè pur un senatore sopravivesse; e volendo

avvilirli intantochè venisse l'ora d'ucciderli, manda una volta

convocarli in gran diligenza, poi, come sono seduti nella curia, li

consulta in qual salsa convenga condire un enorme rombo portatogli

dall'Adriatico. Fin Claudio tutti gli atti politici diresse a crescere

l'autorità imperiale a scapito delle magistrature curali: estenuò al

senato il diritto di chiarir guerra e pace, ascoltare ambasciatori,

e decidere dei re e dei popoli stranieri: ai consoli sottrasse il

giudizio di certi affari criminali, sicchè poco più facevano che

dare il nome all'anno: nei pretori, cresciuti a diciotto, trasferì in

gran parte la giurisdizione criminale; ma tolta loro la custodia del

tesoro, affidolla ai questori, ai quali di rimpatto tolse le prefetture

d'Italia che abolì, ed impose il grave obbligo di dare spettacoli

gladiatorj quando ottenevano il posto: lasciò che i cavalieri all'ombra

del trono usurpassero i giudizj, cioè quel diritto per cui s'erano

combattute le guerre civili sotto Mario e Silla.

I tribuni non furono meglio che ispettori al buon ordine; e acquistò

importanza il prefetto della città, che dal buon governo passò alla

giurisdizione criminale, poi proferì in appello sui giudizj ordinarj

anche in materia civile. Adriano commise l'amministrazione dell'Italia

a quattro consolari; cavalieri romani tenne per segretarj e referenti,

e pel proprio consiglio; un avvocato del fisco fece assistere a

tutte le cause concernenti l'erario imperiale; coll'Editto Perpetuo

semplificò la legislazione; e diede esempio a' successori suoi di

riguardar lo Stato come cosa loro propria, e di prendere fidanza

a qualunque innovamento. Il consiglio del principe, come anima del

Governo, emanava decreti sotto la presidenza dell'imperatore, e formava

una corte d'appello supremo. Al senato dunque che cosa restava? di

decretare quali nuovi numi dovesse Roma salmeggiare.

In un corpo non eletto dal popolo, non sostenuto da truppe, la

depressione nè trovava contrasto nè eccitava lamenti. Accomunati

i diritti alle provincie lontane, v'entravano persone stranie

affatto alle memorie della libertà e della repubblica, e devotamente

riconoscenti agl'imperatori. Già l'ordine di Claudio che priva della

dignità equestre chi ricusi la senatoria, mostra come fosse divenuto

un peso quel che prima costituiva la suprema ambizione; e sotto

Comodo si disse che un tale «fu relegato nel senato». Invece dunque

di presentarsi custodi della tradizione e tutori della libertà, i

padri coscritti coll'esempio e colle dottrine confermarono l'assoluta

padronanza del monarca sopra la vita e i beni. Dione si direbbe

scrivesse la sua storia a quest'unico intento; i giureconsulti diedero

legale fondamento all'esorbitanza imperiale; e la monarchia al tempo di

Severo potè gettare la maschera, di cui Augusto l'aveva coperta.

Gl'imperatori, per togliersi gl'impedimenti della nobiltà privilegiata,

promossero le ragioni della comune natura umana, favorirono i peculj

de' figliuoli di famiglia e le emancipazioni, ampliarono gli effetti

e restrinsero le solennità delle manumissioni, migliorarono la

condizione degli schiavi a fronte dei padroni. Anche in ciò il capo

dello Stato operava in senso popolare, col voler tutti eguagliati nel

diritto, umiliare i prepotenti, non concedere privilegi a particolari

persone, ma erigere alle dignità chiunque ne paresse degno, garantire

la moltitudine da oppressioni private, e tenerla soddisfatta circa

i bisogni della vita e gli usi della libertà naturale. Lo zelo

degl'imperatori per la giustizia civile riparava a non pochi altri

abusi, incuteva salutare apprensione ai magistrati, e avvicinava ognor

più il diritto all'equità naturale e al senso comune. In tal modo

progrediva l'umanità anche fra codardi patimenti, e col gran nome

dell'impero estendevasi l'idea dell'eguaglianza sotto un unico governo,

opposta a quanto praticò l'antichità, e che dovea costituire l'indole

delle società moderne.

Coll'impero cangiarono aspetto anche le finanze. Le spese furono

a dismisura aumentate dal mantenere un esercito stanziale ed una

corte[244], dal pagarsi gl'impiegati, e dalle crescenti distribuzioni

di grano; ignorando quegli augusti che il mettere i poveri in

grado di comprare il vitto coll'aumentare i lavori costa meno che

non l'abbassare i prezzi del grano. È peccato che siasi perduto il

_Rationarium totius imperii_, dove Augusto avea divisato l'entrata e

l'uscita[245]; e fra le divergentissime opinioni, la media darebbe

novecentosessanta milioni di lire d'entrata generale. Vespasiano,

principe economo, diceva l'amministrazione e la difesa dell'impero

costare quattromila milioni di sesterzj, cioè ottocento milioni di

lire l'anno[246]: or che doveva essere sotto imperatori pazzamente

scialacquatori?

Augusto effettuò l'idea di Giulio Cesare di far misurare tutto

l'impero; e Zenodoxo in trentun anno e mezzo compì la misura delle

parti orientali, Teodoto quella delle settentrionali in ventinove e

otto mesi, Policleto delle meridionali in venticinque e un mese. Balbo

coordinò in Roma i loro lavori, ed eretto il catasto, prescrisse i

regolamenti censuarj. Agrippa, preside a questa grand'operazione, ne

trasse un mappamondo, che fece dipingere sotto il portico d'Ottavia,

sicchè ciascuno potea vedervi l'estensione dell'impero: i governatori

delle provincie riceveano la descrizione del loro paese colle distanze,

lo stato delle strade grandi e delle vicinali, delle montagne, dei

fiumi.

Contemporaneamente si fece per tutto l'impero il registro delle persone

coi loro beni mobili e immobili, bestiame, schiavi, affittajuoli,

casiliani, e il numero, il sesso, l'età de' figliuoli: il qual

censo dovea rinnovarsi ogni decennio, e serviva di base al riparto

dell'imposta. Un censitore e un perequatore riceveano i reclami, e

rettificavano gli errori; la falsa dichiarazione era punita colla

morte e la confisca; ogni cambiamento di possesso doveva notificarsi;

e poc'a poco si perfezionò quest'azienda in modo, che il vastissimo

impero restava regolato con altrettanta diligenza quanto una piccola

casa[247].

Ma l'impero non possedeva gli spedienti, pei quali i moderni possono

levar tanto denaro senza gravissimo incomodo: dall'imposta personale,

la più rilevante, rimanevano esenti sei o sette milioni di famiglie

romane, che erano le più ricche; le altre rendite appartenevano a

quelle di difficile e costosa esazione, dove è facile la frode, e dove

il prodotto diminuisce se la tassa si aggravi.

L'Italia dapprima andava immune da imposta fondiaria stabile

(_numerarium_); l'Italia annonaria doveva una prestazione in derrate;

dell'_ager provincialis_ era carattere un tributo fondiario, variante

di misura e condizione: ma gl'imperatori adottarono una base uniforme;

poi l'Italia, come dicemmo, cessò d'essere privilegiata. Già anche

a questa Augusto aveva imposto gabelle e tasse sulle vendite, e una

generale sui beni e sulle persone de' cittadini romani, che da un

secolo e mezzo non pagavano aggravj; anzi talmente pesavano le imposte,

che gl'imperatori trovavansi costretti ogni tratto a condonare ingenti

debiti ai privati. Sulle somme, sopra le quali nasceva litigio,

prelevavasi il due e mezzo per cento; tasse imponeansi sui mercati,

gli artigiani, i facchini, le meretrici, sulle latrine pubbliche,

sull'orina, sul concio di cavallo; ogni sorta mercanzie entrando pagava

di dazio dal quarantesimo fin a un ottavo del valore; e grandioso

doveva esserne il ritratto quando dall'India si traeva annualmente per

ventiquattro milioni di lire in merci, esitate a Roma al centuplo del

valore primitivo[248].

La tassa sulle vendite non soleva eccedere l'un per cento, ma non

v'avea sì minuto oggetto che vi si sottraesse. Era destinata a

mantenere l'esercito; poi non bastando, s'introdusse la vicesima, cioè

un cinque per cento sopra tutti i legati e le eredità eccedenti una

certa somma, e che non cadessero nel più prossimo parente. Tra famiglie

ricchissime, dove la rilassatezza dei legami domestici faceva spesso ai

proprj figliuoli preferire i liberti o gli estranei che avevano saputo

blandire le passioni o accontentarle, quella tassa riusciva talmente

ingorda, che nel volgere di pochi anni versava l'intero retaggio

nell'erario. Molto pure ingrassavano il fisco le multe della legge

Papia-Poppea contro gli smogliati.

Secondo il genio degl'imperatori e col crescere dei bisogni aumentarono

tutte le imposizioni e fisse ed eventuali; sussistette sempre l'abuso

d'affittarle ad appaltatori, de' cui gravi e feroci abusi enormemente

soffrivano i sudditi. Era caduco al fisco, 1º tutto ciò che, in

forza di testamento, avrebbe dovuto toccare a persona premorta alla

pubblicazione di quello; 2º le donazioni e i legati a persone indegne,

o sotto illecite condizioni; 3º quel che venisse ricusato dall'erede

o legatario, come spesso avveravasi nei casi di ribellione, per non

mostrarsi amici del reo; 4º quanto fosse lasciato in testamento a

celibi che entro un anno non si fossero ammogliati, e metà de' lasciti

fatti a consorti senza figli; in fine quanto sarebbe toccato a chi

sopprimeva un testamento, o impediva alcuno dal testare liberamente.

Oltre le frequentissime colpe di Stato, portavano la confisca

innumerevoli delitti; e fra questi il parricidio, l'incendio, la

moneta falsa, il ratto, lo stupro, la pederastia, il sacrilegio,

la prevaricazione, il peculato, lo stellionato, il monopolio, e

l'incetta del grano destinato a Roma o all'esercito, il plagiato, ossia

l'attentare contro l'altrui libertà. Così punivasi il magistrato che

subornasse testimonj contro un innocente, il padrone che esponesse

gli schiavi nell'anfiteatro, i falsarj; e dopo Alessandro Severo

gli adulteri, chi evirasse o si lasciasse evirare, chi supponeva un

bambino, chi usava violenza armata mano, chi mutava domicilio per

sottrarsi al tributo, chi prendeva denaro a prestanza dalle pubbliche

casse, chi occultava i beni d'un proscritto, chi trasportava oro fuori

dell'impero o vendeva armi a stranieri, chi di mala fede acquistava

una cosa in litigio, chi vendeva porpora, o apriva il testamento d'un

vivo, o spogliava de' suoi ornamenti un edifizio urbano per abbellire

una villa. E tanti erano i beni ricadenti al tesoro per legge o per

confisca, che s'istituirono _procuratori de' beni caduchi_ per raccorli

ed amministrarli nelle provincie; carica non già di gente di vile

affare, ma affidata a persone di gran recapito, e sino a consolari.

Diritto particolare dell'imperatore era il batter moneta d'oro e

d'argento: di rame potè farne il senato fin a Gallieno: le colonie

e alcune città conservarono il privilegio di monete particolari. Le

terre dell'antico agro pubblico in Italia erano occupate da colonie

e specialmente da militari, sicchè non davano verun frutto diretto

allo Stato. Anche nelle provincie i dominj pubblici erano stati in

gran parte usurpati durante la guerra civile da privati; Augusto e i

successori fecero altrettanto, ingrandendo il possesso del principe,

che fruttava unicamente pe' favoriti. S'introdussero poi regalie a

vantaggio dell'imperatore, e fabbriche d'armi, di stoffe, di gomene,

tinture, dorature, nelle quali adopravansi soli schiavi imperiali.

Anche pingui legati soleano farsi agl'imperatori; e se per tal via

Augusto raccolse in vent'anni quattromila milioni di sesterzj, pensate

che dovessero fruttare sotto imperatori ribaldi, alcuni dei quali

cassavano i testamenti ove non si trovassero considerati! Pure talvolta

l'erario difettava; e Marco Aurelio si trovò in tali strette, che fece

vendere all'asta gli ornamenti della reggia, i vasi preziosi, le gemme,

fin le vesti di sua moglie; poi, finita la guerra, invitò i compratori

a restituirli al prezzo stesso, e a chi ricusasse non risparmiò

vessazioni. Operazione che noi avremmo semplificata mediante viglietti

del tesoro.

La servitù era abbellita da tutti i vantaggi compatibili colla

tranquillità. In ogni parte sorgevano fabbriche, le cui reliquie

formano la meraviglia di noi tardi nipoti; quali per opera de'

magistrati, quali dei Comuni, quali ancora dei privati: a quelle de'

Cesari i sudditi erano obbligati a contribuire braccia e carri. Tali

edifizj ci porgono una riprova del sistema politico antico, pel quale

si aveva ogni riguardo alle città, nessuno alla campagna. Dopo il

medioevo, non trovi spazio ove non sorga un villaggio con una chiesa,

un palazzo o un castello: allora invece tutto concentravasi nelle

città, alle città mettevano capo le grandi strade, senza quella rete

di minori che oggi congiungono le minime borgate: insomma allora i

cittadini, ora il popolo; allora pochi privilegiati, ora chiunque è

uomo.

Chi dunque, abbagliato da tali splendidezze, giudicasse ricchissimi

quei nostri antenati, dimenticherebbe che non le molte dovizie

accumulate in mano di pochi, ma la equabile diffusione di ciò che serve

alle necessità, ai comodi, forma la prosperità delle nazioni.

La violenza poteva esser la colpa d'un proconsole o d'un imperatore,

non era il carattere della dominazione romana, troppo aliena dal

volersi fondare soltanto sull'esercito, sulla polizia, e regolamentare

tutto. Pertanto nell'Italia e nelle provincie restava luogo a dignità

e ad autorità più che in Roma; e il municipio conservava una vita

che era scomparsa dalla metropoli; n'era rispettata l'indipendenza;

la legge municipale rimaneva illesa dai capricci dell'imperatore e

dalle sottigliezze de' giureconsulti; liberamente vi si faceano le

elezioni, teneano adunanze: gli Olconj e gli Arrj a Pompej, i Sergj

a Pola fabbricavano portici, archi, anfiteatri, come ne' bei tempi a

Roma i Pompei ed i Lentuli; ai Nonj, ai Celsinj, ai Balbi, ai Vitruvj

ergeansi monumenti in Pompej, in Ercolano, in Verona, quando a Roma le

onorificenze erano serbate a cesare.

Già accennammo in che modo i possessi mutassero di padroni, dal che

sotto l'impero trovaronsi innovate l'economia e le finanze. Gli antichi

aristocrati per tradizione seguitavano a coltivare i campi per mano

di schiavi, diretti da schiavi: i nuovi, non pensando che a godere in

lusso le sfondolate dovizie, davano i beni a fitto a lavoratori nati

liberi, che li coltivassero a proprie spese e pericolo. Ordinariamente

l'affitto facevasi per cinque anni, e pagavasi in denaro, e a

proporzione degli schiavi ond'era _vestito_ il podere.

Divenendo sempre più difficile l'affidare la direzione de' proprj

beni a fittajuoli liberi e garanti, dopo il II secolo s'introdusse

un metodo nuovo d'economia rurale, mutando lo schiavo in colono

servile, permettendogli di menar moglie, tenere figliuoli, disporre

del suo peculio, purchè retribuisse un canone annuo: da ciò sarebbe

potuta venire la redenzione dello schiavo; ma poichè sempre maggiore

facevasi la sproporzione fra poveri e ricchi, e l'aumentava la

fiscalità introdotta coi crescenti bisogni della repubblica, si

venne a temere che il proprietario vendesse gli schiavi e lasciasse

incoltivati i campi. Fu dunque provveduto che il colono restasse

colla sua discendenza affisso alla gleba, e con essa venduto: il che,

oltre ribadire la schiavitù, produsse una funesta disuguaglianza nella

distribuzione dei lavoratori, accumulati in alcune contrade, mentre

altre ne rimanevano deserte. Pertanto al fine di quest'età giacevano

selvatiche le campagne, esercitate un tempo dalla popolosa solerzia

degli Equi, de' Sabini, de' Volsci, degli Etruschi, de' Cisalpini;

altri immensi spazj erano occupati da giardini d'infruttifere

voluttà, ai quali aggregavansi via via i camperelli vicini, i cui

proprietarj correvano a Roma a sprecar quel poco ricavo, per poi

ridursi alla limosina. Svigorita dalla lunga coltivazione a braccia, nè

sufficientemente rianimata dalla concimazione, la terra poco rendeva;

un cattivo sistema di rotazione agraria, la coltura resa costosissima

dall'imperfezione de' metodi e degli stromenti, per cui richiedeasi il

quadruplo delle braccia odierne, le meschine strade vicinali, bastanti

appena ai somieri, il divieto di asportar grani e l'incoraggiamento a

importarne di stranieri, rendevano cattiva speculazione la coltura a

grano, talchè Catone la colloca appena al sesto luogo, e preferivansi

i pascoli, che non importano spese; sebbene vogliasi dimostrato che i

migliori non rendevano più di sessanta franchi per arpento[249].

Un paese la più parte montuoso come il nostro, non può prosperare

che mediante la piccola coltura a mano, la quale si vantaggia de' più

angusti spazj, e varia a seconda del terreno e dell'esposizione; come

non è possibile colle macchine o con una direzione in grande. Sparendo

dunque la proprietà minuta, diminuivano sempre più la ricchezza

d'Italia e la popolazione laboriosa ed onesta: donde quel detto di

Plinio, che i latifondi furono la rovina dell'Italia. Che se ci si

opponesse l'Inghilterra, ricchissima malgrado gli amplissimi poderi,

mentre è misera la Corsica ove sono sminuzzati, faremmo riflettere

come della popolazione inglese appena un quarto attenda ai campi, il

resto vive dietro al commercio e all'industria; e che l'estensione

delle praterie è proporzionata colle terre a biada, e i numerosi

armenti offrono abbondanza d'ingrassi. Vero è bene che sono gli uomini

che fecondano la terra; e dove nulla li impedisca di giungere alla

ricchezza per via della fatica, ne seguirà un generale prosperamento.

Allora, come oggi, v'avea piagnoloni che ripeteano essere isteriliti

i campi, peggiorata la temperie del cielo, spossata la natura dal

lungo produrre. Ai così fatti Lucio Giunio Moderato Columella da

Cadice rispose, che la colpa consisteva nel lasciare trascurato lo

studio dell'agricoltura: — V'ha scuole di filosofia, di retorica, di

geometria, di musica; v'ha persone occupate in null'altro che preparare

cibi pruriginosi, altre in acconciare i capelli, e nessuno che insegni

l'agricoltura. Eppure senz'arti di diletto abbastanza felici furono

un tempo e saranno dappoi le città; ma senza agricoltori gli uomini

non possono reggere nè alimentarsi. E qual via migliore di conservare

e di crescere il patrimonio? Che se oggi men frutta la terra, non è

spossatezza, come alcuni si danno ad intendere, nè invecchiamento, ma

inerzia nostra».

Stese dunque un trattato _De re rustica_, il cui primo libro discorre

dei vantaggi e dei piaceri dell'agricoltura; il secondo dei campi,

del seminare e mietere; il terzo e quarto delle vigne e degli orti;

il quinto del dividere e misurare il tempo; poi degli alberi, del

bestiame grosso e minuto e delle sue malattie, delle api e dei

polli distintamente, dei doveri d'un buon fittajuolo; e finisce con

istruzioni per chi attende all'economia rurale. Il decimo, in versi,

tratta degli orti. Scrive puro, semplice talvolta sino al triviale, tal

altra elegante sino all'affettazione; ma se diletta i letterati, poco o

nulla istruisce l'agricoltore. Ai prati, che Catone riputava la coltura

più lucrosa, Columella preferisce i vigneti, anche a confronto del

grano[250]. Palladio compendiò poi quell'opera, distribuendo le fatiche

agresti per ciascun mese.

Realmente però non si produce se non quando v'induca o la necessità o

l'interesse. Ora, il denaro era affluito in Italia, e in parte ancora

vi si conservava, per modo che grandissime somme si richiedevano

a far piccole imprese, mentre nelle provincie bastava a gran cose

poco denaro. Traevasi dunque ogni genere da fuori; l'entrata era

resa incerta dalle distribuzioni gratuite che si moltiplicavano,

la munificenza dell'imperatore o de' ricchi strozzando la

speculazione privata: poi monopolj, poi tesori gettati dalla vittoria

improvvisamente in circolazione, alteravano di punto in bianco

il valore delle derrate che il proprietario mandasse sul mercato.

Sfruttata l'Italia, si dovettero cercar di fuori anche il vino e la

lana, già vantata produzione degli armenti dell'Apulia, di Parma e

dell'Euganea[251]; e alle precipue famiglie erasi accomunato il lusso,

un tempo regio, di adoperarla tinta di porpora, quale veniva da Tiro,

dalla Getulia, dalla Laconia, al costo fin di mille dramme la libbra.

Nel tempo che, o per ingegni fiscali o per necessità, si trasformava

così l'agricoltura, anche l'industria subiva un radicale mutamento.

L'associazione, eretta in istituzione pubblica, s'incontra in ogni

dove al nascere e al decadere delle società; determinata in prima

dalla debolezza, stretta poi dalla tirannia; e per sostenere l'esterna

concorrenza, o per riparare all'interna dissoluzione; sempre a scapito

dell'individuale libertà. Le corporazioni d'operaj liberi, antichissime

in Roma, non avevano potuto prosperare, perchè ogni ricco teneva

in casa chi fabbricasse quanto occorreva a' bisogni od al lusso.

Tardi la gente nuova affluente a Roma s'accôrse che una stoffa od

un utensile comprati alla bottega costavano meno che non fabbricati

da' proprj schiavi, onde venne ad abbandonarsi l'industria servile

casalinga; il che moltiplicando i liberi lavoranti, avrebbe coadjuvato

al sistema d'uguaglianza, adottato dall'impero. Ma la libertà

che erasi tolta a' campagnuoli non volle lasciarsi a quella folla

d'artigiani; e sotto aspetto di darvi un ordine, furono incatenati

ciascuno al loro telonio, come i coloni alla gleba. Senz'idea della

libera concorrenza, e reputando necessario che la legge intervenga

dappertutto per assicurare quella pubblica prosperità, cui oggi noi

crediamo bastare l'accorgimento del privato interesse, si riformarono

le corporazioni, costituendo in ciascuna città quelle che reputavansi

necessarie acciocchè ben servito rimanesse il pubblico; alle principali

se n'aggiunsero d'accessorie, e vennero graduate categoricamente,

considerando come privilegio il passare dall'una all'altra.

L'imperatore o il Comune o i consociati costituiscono un fondo sociale;

e stante che può parteciparvi anche chi nulla vi reca, ed ogni uom

libero può entrare in una di queste comandite, ne consegue che anche il

minimo lavoro acquista prezzo. Ma che? l'associato non può nè vendere

nè lasciare il suo peculio se non ad uno del collegio stesso, talchè

l'industrioso appartiene al suo uffizio, non l'uffizio all'industrioso

come oggi. Inoltre diede appiglio ad uno degli sciagurati spedienti, a

cui ricorreva l'ingordigia del fisco; perocchè ciascuna di esse scuole

veniva gravata d'enormi imposizioni, dovendo, oltre le gabelle di

vendita e pedaggio, la _collazione auraria_, così detta perchè pagavasi

in oro, e vi erano obbligati in solido tutti i membri, tenendosi per

essa ipotecati tutti i beni stabili della comunità.

Mancavano dunque molte delle sorgenti di ricchezza, per le quali da noi

in continua operosità si rinnova sempre la classe media. La proprietà

fondiaria scapitava ogni giorno di valore, la fatica agricola perdeva

occasioni, capitali non aveansi che ad esorbitante interesse; talchè

l'agiatezza popolare diminuiva più sempre, e vi sottentrava la miseria.

Fra ciò cresceva il lusso, e moltiplicavansi i ministri dell'opulenza

e delle lascivie. Veri eserciti di schiavi popolavano le case de'

primarj, tanto che bisognava un nomenclatore per rammentarne il nome.

Dall'Italia, da tutto il mondo concorreva gente a Roma per vivere di

largizioni o d'infamia. Nutrire e contentare la folla doveva essere

il pensiero supremo degl'imperatori, che perciò traevano continuamente

grano dalla Sicilia, dall'Egitto, dall'Africa; e guaj al giorno in cui

di là non giungesse pascolo a tante bocche. Sacra dicevasi la flotta

che trasportava il grano all'Italia; esenti da ogni gabella le navi

che afferrassero a Roma cariche di frumento; i principi quanto erano

peggiori, tanto più largheggiavano, riponendo in ciò il buon governo e

la giustizia[252].

Testimonio eloquente della miseria d'allora ci resta un editto di

Diocleziano, che, in tempo di caro, prefigge il massimo prezzo della

sussistenza e dei lavori[253]. Le cose necessarie alla vita costano da

dieci a venti volte più che oggi; e sebbene la quantità del denaro e la

scarsezza dell'industria levassero ad esorbitante prezzo il lavoro, un

villano od un bracciante poteva appena colla sua giornata procurarsi

un cibo grossolano ed insalubre. Gran fatto per una gente, tre quarti

della quale era ridotta a nutrirsi di pane, formaggio e pesce, mentre

Vitellio per la sua tavola consumava l'anno censessantacinque milioni.

Trajano, nel decreto conservatoci in una famosa tavola, destina un

milione e cenquarantaquattromila sesterzj per comprar terre onde

nutrire ducenquarantacinque fanciulli e trentaquattro ragazze orfani

e legittimi, oltre uno ed una illegittimi; assegnando ai maschi sedici

sesterzj, e dodici alle femmine ogni mese, cioè dodici e nove centesimi

il giorno.

Unico mezzo di rifarsi sarebbe stato il commercio: e veramente i

provinciali, abbastanza discosti dagl'imperatori per non sentirne le

personali malvagità, e giovati dalla pace, volentieri dirizzavano al

traffico i loro figli da che era chiusa od angustiata la carriera

pubblica, ed affinchè a minor contatto venissero coi pericolosi

monarchi. Per la Mesopotamia, traverso al deserto, continuavasi la via,

battuta fin dai primordj della società, verso i paesi delle spezierie e

delle gemme: e una tariffa delle merci che allora traevansi dall'India,

ce ne prova la variata qualità[254], attestata pure da un _Periplo_

dell'Eritreo, che si attribuisce ad Arriano.

Quando Roma ebbe ridotto tutto il mondo sotto di sè, l'unità tolse via

molti ostacoli e le interruzioni cagionate dalle gelosie e dalle guerre

delle nazioni; quella direzione uniforme spinse e tutelò il commercio,

e ancor più il bisogno di provvigionare l'innumerevole popolazione

d'una metropoli ricca e voluttosa, che consumava senza produrre, che

cercava con avidità le delicatezze orientali e quanto stuzzica il

lusso ed il capriccio. L'incenso che fumava sui mille altari; gli

aromi con cui s'ardevano i cadaveri, perchè anche il morire fosse

costoso a chi era vissuto nelle suntuosità; i balsami onde le belle

conservavano e riparavano i loro vezzi; le gemme in cui profondevansi

interi patrimonj; la seta che reputavasi esuberante lusso per gli

uomini fin dopo Elagabalo, erano i principali oggetti che si traevano

dalle rive del Gange, mentre dal Fasi venivano i tessuti della Cina,

venduti da Persi e Parti; da Dioscuria le produzioni dell'Eusino e del

Caspio; dall'Etiopia profumi, avorio, cotone e fiere; porpora da Tiro.

Delle spezierie tratte di là, il cinnamomo vendevasi millecinquecento

denari la libbra; in proporzione la mirra, il nardo, il cardamomo, il

garofano, la cassia balsamode, il calanco, il mirobalano, il mazir,

il carcamo, il gizir, ed altre gomme o legni di cui si componevano gli

unguenti.

Gli Arabi non accettavano che monete; così i paesi del Gange e i

Seri non bisognosi di cosa che loro manchi: talchè Plinio asserisce

che almeno cento milioni di sesterzj (25 milioni di lire) migravano

annualmente dall'impero in quelle contrade[255]. Computo impossibile

a verificarsi, ma basti ad indicare l'enorme uscita del denaro

romano, per cui tornava a paesi lontani quello che erasi portato nei

nostri dalle vittorie e dai trionfi. Dovette l'uscita aumentare a

proporzione del lusso, che giunse al colmo quando le Corti imperiali si

moltiplicarono, e Diocleziano credette necessario mascherare col fasto

orientale la decadenza.

Non che i Romani negligessero affatto il commercio come si dice[256],

anzi ne' popoli soggetti lo favorivano di buone ordinanze e di libertà;

adottarono la legge marittima de' Rodj, fecero spedizioni lontane, e

ricevettero ambascerie da Seri, Sarmati, Sciti, Taprobani, vogliosi di

tenere aperte le vie per cui tant'oro colava ne' loro paesi. Augusto,

acquistato l'Egitto, ch'era lo scalo più frequentato alle produzioni

dell'India, tentò nuove vie per arrivare a questa, ed Elio Gallo fece

uscire una squadra di cenventi legni mercantili dal porto di Myoshormos

sulla costa egizia del golfo Arabico, tracciando una via che altri

seguirono[257]. A quel porto i Romani conducevano ogn'anno per cinque

milioni di mercanzie, e guadagnavano il centuplo: lo che rende ragione

della gelosia con cui interdissero agli stranieri l'entrata nel mar

Rosso.

I Romani sono i primi, di cui s'accertino comunicazioni colla Cina;

e Cosma Indicopleuste afferma che i navigatori del golfo Persico

passavano fin colà per difficile e lungo tragitto, e i Cinesi venivano

nei porti dell'India e di esso golfo. Romani erano pure quei che

faceano il traffico per tutto l'impero; e le città da loro stabilite

in Germania attestano ancora uno scopo commerciale, sulla destra del

Danubio o sulla sinistra del Reno, stando in faccia allo sbocco de'

grandi fiumi che dall'interno paese recavano le produzioni naturali,

come Treveri, Colonia, Bonna, Coblenza, Magonza, Strasburgo, Passavia,

Ratisbona. L'Istria ci mandava vino dolce e fragrante; vino e legname

la Rezia; schiavi l'Illiria; pelli, armenti, ferro il Norico. La

Spagna ci porgeva abbondanza d'argento e d'oro, miele, cera, allume,

zafferano, pece, canape e lino; e biade molte, e vini squisiti, e

cavalli. Dalle Gallie traevamo rame, ferro, bestiame, lana, panni,

tela, liquori, prosciutti. Le isole britanniche ci provvedeano di

stagno e piombo. Ricco e variato era il traffico colla Grecia e

coll'Asia Minore. E già il Settentrione ci spediva pelliccie, ambra,

legname; all'uopo nuovi scali aprendosi da quelle bande (pag. 133).

Pure in tanta agevolezza di operare un attivissimo commercio fra popoli

che avea riuniti, il nobile romano non cessò di credere abjezione

il portar le mani alle arti; ancora al tempo di Costantino teneansi

infami quei che si applicassero a vendere di ritaglio e a guadagnare

d'industria, e le figlie loro eguagliavansi alle saltatrici e alle

schiave; Onorio e Teodosio vietarono a nobili e ricchi il mercatare,

come cosa pregiudicevole allo Stato. Aggiungi che gli appaltatori delle

pubbliche entrate impacciavano la circolazione con continue gabelle e

pedaggi; altri compravano dagli imperatori il monopolio d'una o d'altra

merce; infine l'industria venne rovinata dalle fabbriche imperiali, che

vedremo introdotte.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 12 / 23 题