Gli Antonini.
Trajano in perpetua guerra, Adriano in perpetuo movimento, Antonino
visse in tal quiete, che in ventitre anni non oltrepassò la villa di
Lanuvio. Per dolcezza naturale caro a parenti ed amici, avea prediletto
i campi, nè però lasciato le magistrature; poi riuscì dei migliori
principi che la storia rammenti. Guadagnò il favore del popolo, non lo
brigò; accoglieva qualunque più umile, e dava ascolto a richiami contro
uffiziali o magistrati; sprezzando i clamorosi applausi, delizia de'
suoi predecessori, nè adulare nè essere adulato soffriva; magnifico
senza lusso, economo senza grettezza, osservante dei costumi antichi
ma senza scrupoleggiare. Interveniva ai pubblici riti, come pontefice
supremo offriva i sacrifizj, ma vietò di recar molestia ai Cristiani,
lodandone la vita di spirito, i costumi, il coraggio, sebbene nol
facesse che col raffronto delle antiche virtù[229].
Negli amici confidavasi appieno, avendoli scelti a prova: de' nemici
tollerava la franchezza e fin l'ingiuria: risparmiò i supplizj,
contentandosi di ridurre i rei a non poter nuocere: promise non
manderebbe a morte nessun senatore, e l'attenne sì fedelmente, che
uno confesso di parricidio relegò soltanto in un'isola deserta. Di
due accusati di cospirazione, uno si uccise, l'altro fu proscritto dal
senato; ma volendo questo seguitar le indagini, l'imperatore lo sospese
dicendo: — Non ho gran voglia di render palese quanti mi odiano». E
ripeteva: — Meglio salvare un cittadino, che sterminare mille nemici».
Ammirando certe colonne di porfido in casa d'un Valerio Omulo, chiese
a questo donde le avesse avute. — In casa altrui non bisogna aver occhi
nè orecchi», rispose l'ospite; e l'imperatore trovò che diceva giusto.
Arrivando proconsole in Asia, fu messo d'alloggio presso Polemone, il
più famoso sofista di Smirne, il quale tornando ben tardi, si dolse
che altri gli avesse occupata la casa; e Antonino così di notte uscì e
cercò altro albergo. Fatto imperatore, Polemone venne a corteggiarlo a
Roma, e Antonino nol ricambiò altrimenti che colle maggiori onoranze,
alludendo solo all'occorso coll'ordinare che neppur di giorno si osasse
cacciarlo dall'appartamento. E richiamandosi a lui un commediante
perchè Polemone l'avesse di mezzodì espulso dal teatro, Antonino gli
rispose: — E me non cacciò di mezzanotte? eppure nol querelai».
Da Calcide di Siria chiamò lo stoico Apollonio per educare
Marc'Aurelio; e quegli venne con una turma di discepoli, che Luciano
paragona agli Argonauti mossi a conquistare il vello d'oro. Giunto a
Roma, e da Antonino invitato al palazzo, il superbo filosofo rispose:
— Tocca allo scolaro andar dal maestro». L'imperatore ordinò che
Marc'Aurelio andasse da lui; ma rilevò la stolta arroganza dello
stoico, dicendo: — È venuto da Calcide a Roma, ed or trova lungo
arrivare dal suo albergo al palazzo!»
Di queste ostentazioni filosofiche forbivasi Antonino, e quando i
cortigiani disapprovavano Marc'Aurelio del pianger la morte del suo
ajo, egli disse: — Lasciatelo fare, e soffrite che sia uomo, giacchè
nè la filosofia nè la dignità imperiale devono estinguere in noi i
sentimenti di natura». Uomo dunque si mostrò, affettuoso sempre con
Adriano e vivo e morto, il che gli acquistò il titolo più glorioso e
nuovo di Pio.
Rincresce che pochissimo di lui si conosca, talchè dobbiam racimolare
informazioni senz'ordine di tempo. Al senato e ai cavalieri rendeva
conto dell'amministrazione sua, lasciava che il popolo eleggesse i
magistrati, e al pari di un privato chiedeva le cariche per sè e pe'
suoi figliuoli. Cessò le pensioni da Adriano assegnate agli adulatori e
simili pesti; ma ripudiava le eredità da chi avesse prole, e restituiva
ai figli i beni confiscati al padre, salvo il rintegrare le provincie
espilate. Perdonò in intiero alle città d'Italia, e per metà alle altre
l'oro coronario che solevasi offrire ad ogni nuovo principe; alleggerì
le tasse, e vegliò perchè si esigessero con umanità. Succedevano
disgrazie? la prima cosa era rimettere l'imposta al paese danneggiato;
alimentava moltissimi fanciulli poveri; ricompensava chi applicavasi
all'educazione; i senatori bisognosi ajutò a sostenere il decoro
del loro grado; a Galeria Faustina sua moglie, rotta a lussuria, che
l'accusava d'avere disposto la più parte degli averi suoi a pro dei
bisognosi, rispose: — Ricchezza d'un regnante è la pubblica felicità».
Negli spettacoli, delizia del popolo, largheggiò, nè fu scarso in
opere pubbliche; fece aprire il porto di Gaeta e riparar quello di
Terracina, terminò la mole Adriana, eresse un mirabile palazzo a Loria
di Toscana, ov'era stato allevato. Non che l'amassero i suoi, anche gli
stranieri rimettevano le loro differenze all'equità di lui; una lettera
sua bastò per far recedere i Parti dall'Armenia; Lazi, Armeni, Quadi,
Ircani, Battriani, Indi, Iberi gli resero omaggio (140); i Briganti
che si sollevarono in Britannia, furono domi; i Mauri respinti di là
dell'Atlante.
Per ordine di Adriano adottati Marc'Aurelio e Lucio Vero, al primo
diede sposa sua figlia Annia Faustina, e assai ne pregiava le belle
doti, mentre indovinava il cattivo animo dell'altro; onde preso da
febbre a Loria, a Marc'Aurelio raccomandò l'impero, e il designò
successore col far trasportare nella camera di lui la statua d'oro
della Fortuna che sempre teneasi presso l'imperatore. E morì di
sessantatre anni, compianto di cuore, e riposto fra gli Dei come i più
ribaldi (161).
Di lui avea steso un elogio Marco Cornelio Frontone console, reputato
fra' più eloquenti Latini, sebbene i frammenti, scoperti non è guari
dal cardinale Maj, detraggano assai da quella fama. L'elogio migliore
ne fu steso dal suo successore, e noi lo riportiamo non tanto come
ritratto fedele, quanto a lode di chi lo scrisse: — Da mio padre
adottivo (dic'egli) imparai d'esser dolce, eppure inflessibile ne'
giudizj dati dopo maturo esame; non insuperbire di quei che chiamansi
onori; durare assiduo alla fatica; sempre disposto ad ascoltare chi
reca avvisi utili alla società; rendere al merito secondo gli è dovuto;
sapere ove convenga tirare, ove allentare; recedere dalle follie
della gioventù; mirare al ben generale. Non esigeva egli che i suoi
amici venissero ogni giorno a cenar seco, nè che l'accompagnassero in
tutti i viaggi: chi non avea potuto, era accolto coll'egual cuore.
Ne' consigli cercava diligentemente il partito migliore, deliberava
a lungo senza fermarsi alle prime opinioni. Non s'annojava degli
amici, nè mai trascendeva nelle antipatie o nelle affezioni. In tutti
i casi della vita e' bastava a se stesso: sempre sereno di spirito,
prevedeva da lontano quel che poteva succedere; e senza ostentazione
ordinava fin le più minute cose: sopiva le prime sommosse senza
rumore; reprimeva le acclamazioni ed ogni bassa piacenteria; vegliava
continuo alla conservazione dello Stato; misurava le spese delle
feste pubbliche, non badando che si mormorasse di questa rigorosa
economia. Adorò gli Dei senza superstizione; cattivossi il popolo,
non con moine e coll'affettazione di salutar tutti; sobrio in ogni
cosa e fermo, nulla di sconveniente o di singolare; le comodità che
offrivagli in copia la fortuna, modestamente usava, e senza bramare
le mancanti. Niuno mai gli appose d'affettare bello spirito, essere
sofista, motteggiatore, declamatore, perdigiorni; al contrario, lo
dicevano assennato, inaccessibile a blandizie, padrone di sè, fatto per
comandare agli altri. Onorava i veri filosofi, i falsi non insultava;
cortese, moderatamente piacevole nel conversare, non tediava mai. Della
persona sua curavasi a misura, e non come uomo passionato per la vita,
o smanioso di piacere: senza trascurarsi, limitava la sua attenzione
allo star sano, per passarsene della medicina o della chirurgia. Scarco
di gelosia, cedeva alla superiorità degli altri fosse in eloquenza e
in giurisprudenza, o in filosofia morale, od in altro; anzi ingegnavasi
perchè ciascuno fosse conosciuto in quel dove valeva. Nel tenore di sua
vita imitava i padri, ma senza ostentarlo; non compiacevasi di mutare
spesso di posto e d'oggetti; non istancavasi di rimanere in un medesimo
luogo e sopra un solo affare. Dopo le violenti micranie tornava
disposto all'ordinario lavoro. Ebbe pochissimi segreti, e solo pel
ben comune. Negli spettacoli, nelle pubbliche opere, nelle largizioni
e in simili incontri mostravasi prudente e misurato, badando a quel
che conveniva, non a celebrità. Non usava bagno in ore straordinarie;
non avea passione di murare; nessuna squisitezza alla tavola, nel
colore o nelle qualità de' vestiti, nella scelta di begli schiavi.
A Loria portava una tunica comprata nel vicino villaggio e di stoffe
di Lanuvio; non mai il mantello, se non per andare a Tusculo, e anche
allora ne chiedeva le scuse. In generale non modi aspri, indecenti, nè
di quella fretta che fa dire, _Bada che tu non sudi_: compiva una cosa
dietro l'altra ad agio, senza scompiglio, e con accordata successione.
Poteasi dire di lui, come di Socrate, che sapeva indifferentemente
godere, e far senza delle cose, di cui la più parte degli uomini non
sanno nè mancare senza rammarico, nè godere senza eccesso: serbarsi
forte e moderato in ambo i casi è da uom perfetto, e tale egli si
mostrò».
Così scriveva il successore e allievo di lui Marc'Aurelio, che a sedici
anni rinunziò alla sorella la paterna eredità, pago di quella dell'avo
materno; sotto i migliori maestri apprese lettere, diritto, e massime
filosofia. I precettori suoi, vivi onorava e consultava, morti ne
visitava e fioriva i sepolcri. Dianzi fu scoperta la sua corrispondenza
con Frontone, il quale osò dirgli la verità mentre fu privato[230]; poi
con esso mantenne carteggio, colla confidenza d'antico famigliare che
nulla domanda, e quale la meritava il saggio alunno[231].
Marc'Aurelio assunse anche il mantello usato dai filosofi e la loro
vita austera, sino a dormire sulla nuda terra. Questo rigore lo
indebolì di salute, ma regolandosi rinsanicò, e visse sessant'anni
laboriosissimi: nè gli onori il tolsero dalla semplicità e dal
coltivare gli amici e la scienza. Se per rispetto alle costumanze
interveniva agli spettacoli, leggeva e s'occupava d'affari, lasciando
che il popolo lo berteggiasse.
A Lucio Vero, fratello d'adozione, diede sposa sua figlia Lucilla, poi
lo nominò augusto e collega, con esempio nuovo nelle storie; e fatte
le solite largizioni, governarono insieme. Ma troppo differenti. Lucio
Vero, spoglio d'ingegno e di virtù, passava le giornate a tavola, le
sere a correr le vie in gara di libertinaggio colla ciurmaglia; il
palazzo convertiva in taverna; e dopo cenato col virtuoso fratello,
ritiravasi nelle sue stanze a bagordare con gentame e schiavi, cui
permetteva seco la libertà de' Saturnali. I capelli spolverava d'oro;
in un solo banchetto spese un milione ducentomila lire, e a ciascuno
dei dodici invitati distribuì una corona d'oro, i piatti d'oro e
d'argento, un bello schiavo, un mastro di casa, ed ogni volta che si
beveva, una tazza di murrina e coppe preziose tempestate di diamanti,
corone di fiori che la stagione non portava, preziosissime essenze
in oricanni d'oro; poi quando furono al partire, ciascuno trovossi un
cocchio con muli superbamente bardati. Celere, suo cavallo, non d'altro
era nudrito che d'uva e mandorle, coperto di porpora, alloggiato in
palazzo; ebbe statua d'oro e, morto, un magnifico mausoleo in Vaticano.
Dilagamenti, incendj, tremuoti che avevano afflitto l'impero e
dato esercizio alla liberalità di Antonino, si rinnovarono per le
provincie, aggiuntavi l'epidemia; poi uno strano caro in Roma: talchè
Marc'Aurelio ebbe a faticare in sollievo di tanti guaj. Anche i Catti
sbucarono nella Germania, i Britanni calcitravano, l'Armenia si agitò,
Vologeso III re de' Parti ruppe guerra con formidabili preparativi. A
combatterlo, Marc'Aurelio mandò Lucio Vero (162), sperando strapparlo
all'indecorosa mollezza; ma costui, appena mosso da Roma, fu dalle
dissolutezze gettato in violenta malattia a Capua. Guarito da questa
non da quelle, passa il mare; e l'Asia lo alletta a godimenti, ne'
quali logora il tempo. Frontone[232], scrivendogli, deplorava il
decadimento della militare disciplina: — Guerrieri abituati ogni giorno
nell'applaudire alle infami voluttà, anzichè nelle insegne e negli
esercizj, cavalli ispidi per mancanza di cura, cavalieri sbarbate fin
le coscie e le gambe, uomini piuttosto vestiti che armati, talmente
che Leliano Ponzio, educato nell'antica disciplina, colla punta delle
dita sfondava le costoro corazze, e osservava perfin de' cuscini posti
sui loro cavalli. Pochi soldati lanciavansi d'un salto sul cavallo;
altri sosteneansi a fatica sui garretti o sui ginocchi; pochi sapevano
palleggiare il giavellotto, e senza vigore lo gettavano come fosse
lana. Al campo, tutto pieno di giuochi: un sonno lungo quanto la notte,
e la veglia in mezzo al vino». Eppure l'esercito era ancora la parte
più sana dell'impero, e i luogotenenti di Lucio Vero lo condussero
più volte alla vittoria: finalmente Avidio Cassio, proceduto sino a
Ctesifonte, arse la reggia de' Parti (163), prese Edessa, Babilonia
e tutta la Media. Vero, indegnamente proclamato vincitore dei Parti,
distribuì i regni, e assegnò il governo delle provincie ai senatori che
l'accompagnavano.
Vedendo occupati i migliori eserciti in Oriente, i Germani insorsero
dalle Gallie all'Illiria. Marc'Aurelio, accorsovi col fratello, parte
respinse oltre il Danubio, parte sottomise; e diffidando a ragione,
si fermò a piantare nuovi fortilizj, corroborò Aquileja minacciata
dai Marcomanni, e provvide alla sicurezza dell'Illiria e dell'Italia.
Nè invano, chè ben presto l'incendio sopito divampò, e i due augusti
dovettero accorrere di nuovo. Ma Vero morì ad Altino di trentanove
anni (169); Aurelio lo fece ascrivere fra gl'Iddii, e procedette più
risoluto nella via del bene.
La guerra ai Germani seguitò con varia fortuna: i Marcomanni videro più
volte le spalle dei Romani (170), li inseguirono fin sotto Aquileja,
e in Italia recarono fuoco e guasto. Roma, più atterrita perchè la
peste menava strazio, arrolò schiavi, gladiatori, disertori, Germani
mercenarj; e l'imperatore vendette gli arredi del proprio palazzo,
ori, statue, quadri, le vesti di sua moglie, e una preziosissima copia
di perle, adunate da Adriano ne' suoi viaggi; e coll'ingente somma
ritrattane provvide alla fame d'allora, pagò le spese d'una guerra
quinquenne, e avanzò tanto da ricuperar parte delle cose vendute. I
Barbari combattè in ogni parte da eroe, ma eroe umano, risparmiando il
sangue ove potea, reprimendo la indisciplina militare, e coll'esempio
animando i nemici. Ma inseguendoli di là dal Danubio, rimpetto
all'antica Strigonia nell'alta Ungheria, si trovò preso in mezzo dai
Marcomanni; e sebbene i suoi con valore si riparassero da quella serra,
vedeansi all'estremo per mancanza di acqua. Quand'ecco in un subito il
cielo si rabbuja, e versa dirotta pioggia; il nembo stesso, avventando
gragnuola e fulmini contro i nemici, che in quella confusione gli
avevano assaliti, ajuta i Romani a disperderli.
È uno degli accidenti più clamorosi di quel tempo, gridato per miracolo
da Gentili e da Cristiani: quelli l'attribuiscono ad Arnufi, mago
egiziano, od a preghiere dell'imperatore[233]; i nostri ne fanno merito
ai battezzati della legione Melitina. L'imperatore, colla circospezione
richiesta dal tempo, scrisse al senato di dover queste vittorie ai
Cristiani; e contro chi li calunniasse decretò l'ultima severità.
La restituzione di centomila prigionieri attestò quanto i Romani
avessero sofferto. Quadi e Marcomanni, che rinnovarono i movimenti,
furono rinserrati per modo, che la fame li costrinse implorar
pace dall'imperatore (174); e venuti con doni, coi disertori e con
tredicimila prigionieri, la ottennero a patto di non più trafficare
sulle terre romane, e stanziare almeno sei miglia dal Danubio. Gli
altri Germani furono pure repressi, com'anche i Mori che aveano invaso
la Spagna.
Avidio Cassio, vincitore dei Parti, più col seminare discordie che
non colle armi domò i sollevati Egiziani; ed anche in Armenia e in
Arabia fece mostra di prudenza e valore. Costui, quanto sicuro nelle
armi, era rigoroso co' soldati; qualunque di essi rapisse nulla ai
paesani, era ivi stesso crocifisso; alcuni arsi vivi, altri incatenati
insieme e gettati al mare; ai disertori faceva mozzar piedi e mani,
dicendo la vista di que' moncherini produrre maggior effetto che non un
supplizio. Mentre accampava presso il Danubio, alcuni de' suoi ajuti
passarono il fiume, ed assaliti i Sàrmati improvvisti, ne uccisero
tremila e tornarono carichi di preda: ma quando i centurioni, che a
ciò gli avevano eccitati, aspettavano lode e ricompensa da Cassio, e'
li fece crocifiggere per esempio di disciplina. Al rigore eccessivo
destasi in rivolta l'esercito; ma Cassio, comparendo senz'armi fra i
tumultuanti, esclama: — Uccidetemi pure, e alla dimenticanza del dover
vostro aggiungete l'assassinio del generale». Quell'intrepidezza colpì;
l'ordine fu ricomposto, e i nemici disperando di vincere un tal capo,
chiesero una pace di cento anni.
Compiuta la guerra de' Marcomanni, Marc'Aurelio deputò Cassio
a governare la Siria, ove in sei mesi riparò allo scompiglio e
all'immoralità delle legioni; ogni otto giorni ne passava in rassegna
l'abito, le armi, l'equipaggio; frequentemente le addestrava, e
malgrado quel rigore, sapea farsi ben volere. Ma il nome che portava,
rammentavagli un altro che avea tentato impedire la monarchia in Roma;
ed egli pure chimerizzava una romana repubblica. Antonino il seppe e
tollerò; Marc'Aurelio rispose con filosofia fatalista: — A che stare in
pena? se la sorte destina l'impero a Cassio, niuno uccide il proprio
successore; se no, rimarrà preso al proprio laccio. Non conviene
diffidare d'uomo non accusato e di tanti meriti: se devo perdere la
vita pel bene dello Stato, poco mi cale se ne verrà scapito a' miei
figliuoli».
Durante la guerra in Germania, si sparse voce, o Cassio la divulgò, che
l'imperatore fosse morto; e Faustina imperatrice, temendo l'impero non
venisse occupato chi sa da chi, e in pericolo sè ed i figli, sollecitò
Cassio ad assumerlo e sposar lei. Cassio si fece proclamare (175), e
ben tosto il paese di là dal Tauro e l'Egitto gli obbedirono; principi
e popoli stranieri abbracciarono la sua causa. Marc'Aurelio, quando
più nol potè tener celato, ne informò egli medesimo il suo esercito,
movendo pacata querela dell'ingratitudine; indi prese il cammino
dell'Illiria per farsi incontro a Cassio, e cedergli l'impero, quando
tale paresse il volere degli Dei; — Giacchè (soggiungeva) se tante
fatiche io duro, non è interesse o ambizione, ma desiderio del bene del
mio popolo».
Cassio non era un usurpator volgare, e pensava o simulava d'intendere
soltanto al pubblico bene: — Infelice la repubblica in preda d'avoltoj,
che dopo il pasto han più fame di prima! Marc'Aurelio è buono, ma
per farsi lodare di clemenza lascia viver uomini che sa meritevoli di
morte. Dov'è l'antico Cassio? dove l'austero Catone? a che è ridotta
la disciplina de' nostri vecchi? or non si sa tampoco ribramarla.
L'imperatore fa il mestiere del filosofo, disserta sul giusto e
l'ingiusto, sulla natura dell'anime, sulla clemenza; e non piglia a
cuore gl'interessi dello Stato. Buoni esempj di severità bisogna dare,
molte teste abbattere se vogliasi ripristinar il governo nell'antico
splendore. Di che non sono meritevoli cotesti rettori di provincie, che
credonsi posti là unicamente per deliziarsi e arricchire? Il prefetto
al pretorio del nostro filosofo tre giorni prima d'entrar in carica
non avea pane; e poco poi possiede milioni: e come gli ebbe, se non
col sangue dello Stato e collo spoglio delle provincie? Le confische su
costoro rifioriranno il tesoro, se gli Dei favoriscono la buona causa:
io opererò da vero Cassio, e restituirò alla repubblica il prisco
splendore».
Ma ben tosto il pugnale del centurione Antonio lo tolse dalla vita e
da un regno di tre mesi e sei giorni. Marco Vero, ch'era stato spedito
contro di lui, trovate le lettere de' suoi partigiani, le bruciò
dicendo: — Questo atto piacerà a Marc'Aurelio: gli dispiacesse anche,
avrò, col perder la mia, salvato molte vite». Il capitano delle guardie
di Cassio e suo figlio Muziano, governator dell'Egitto, perirono, e
così qualc'altro senza saputa dell'imperatore, il quale agli sbanditi
rese la patria e i beni; e rimessa al senato l'indagine, soggiunse: —
I senatori e cavalieri, partecipi della congiura, sieno per autorità
vostra esenti da morte e da ogni castigo e nota; e dicasi per onor
vostro e mio, che quest'insurrezione costò la vita a quelli soli che
perirono nel primo tumulto. Così anche a loro potessi renderla! La
vendetta è indegna d'un regnante».
Tolse in protezione la moglie, il suocero, i figli del ribelle, e
li sollevò a dignità, quantunque non ignorasse i maneggi di quella
parentela per avversargli il popolo e i soldati. Agli amici che gli
dicevano, — Cassio non avrebbe usata tanta moderazione», replicò: —
Noi non serviamo gli Dei tanto male, da temere che volessero chiarirsi
per Cassio»; e soggiunse: — Le crudeltà hanno menato sventura a molti
miei antecessori, e un principe buono non è mai vinto od ucciso da un
usurpatore; Nerone, Caligola, Domiziano meritarono la fine loro; Otone
e Vitellio erano inetti; l'avarizia fu ruina di Galba».
Oh! lasciateci indugiare sopra questi atti di clemenza, come il
viaggiatore che nel deserto sotto le rare palme cerca ombra e ristoro.
La bontà però qualche volta il portava a perdonare anche al reo.
Erode Attico, famoso retore e ricco sfondolato, avea lite colla città
d'Atene, e vedendo l'imperatore inclinato a favor di questa, invece
di ragioni prese a oltraggiarlo come raggirato da una donna e da
una bambina, volendo dire Faustina e sua figlia, mediatrici per gli
Ateniesi. L'imperatore, che avealo ascoltato pacatamente, quando fu
partito disse ai deputati di Atene: — Ora potete esporre le ragioni
vostre, benchè Erode non abbia creduto bene allegar le sue». E le
ascoltò attento, e gli vennero le lagrime all'udire gli strapazzi
che soffrivano da Erode e da'suoi liberti: pure condannò solo questi
ultimi, poi li graziò; e appena Erode lagnossi seco che più non gli
scrivesse, gli chiese scusa con questo viglietto, singolare in un
re: — Desidero tu sii sano e convinto ch'io t'amo. Non aver a male se
trovasti in fallo alcuni tuoi dipendenti; io gli ho puniti, sebbene
nel modo più dolce che mi fu possibile. Non me n'accagionare; ma se
ho fatto o fo cosa che ti dispiaccia, imponmi un'ammenda, ch'io ti
soddisferò nel tempio di Minerva in Atene, al tempo dei misteri; avendo
io, nel fervor della guerra, fatto voto d'iniziarmi, e voglio che tu
presieda alla cerimonia»[234].
Per simile eccesso di bontà tollerò il libertinaggio sfacciato della
moglie Faustina, e promosse gli amanti di essa; e consigliato dagli
amici a ripudiarla, rispose: — Bisognerebbe le restituissi la dote,
cioè l'impero datomi da suo padre», o celia, o ragione indegna d'un
saggio. Dopo la rivolta di Cassio, v'è chi dice che, vergognosa di
vedersi accusata dai complici, ella si uccise (176). Aurelio ne' suoi
ricordi la rimpianse come fedele, amabile e di meravigliosa semplicità
di costumi; mutò in città, col nome di Faustinopoli, il villaggio a piè
del Tauro, dov'ella avea chiusi i giorni; pregò il senato a porla fra
gli Dei, e il senato ossequioso le eresse statue ed un altare, ove le
novelle spose facessero sacrifizio solenne all'adultera imperiale.
Marc'Aurelio, continuando il cammino per l'Oriente, perdonò a tutte
le città fautrici di Cassio, e all'Egitto infervorato di esso; solo
ad Antiochia interdisse i giuochi, sua vita, e tolse i privilegi: ma
essendovi poi andato in persona, anche di questo la sgravò. In Atene
si fece iniziare ne' misteri di Cerere, e vi stabilì professori d'ogni
scienza: arrivando poi in Italia, ordinò ai soldati di riprendere la
toga, non essendovi mai nè egli nè i suoi comparsi in abito guerresco
(177). Entrando trionfante in Roma, superò in largizioni tutti i
predecessori; giacchè, nel discorso che tenne al popolo, avendo
espresso che era stato in giro _otto anni_, la folla cominciò a gridare
— Otto, otto», chiedendo così otto denari d'oro per testa; ed esso
glieli fece dare.
In Roma si godeva tutta la libertà di cui fossero capaci gli antichi;
e sotto un imperatore onesto e generoso, le fronti si rialzavano con
dignità. Fra altre savie leggi, Marc'Aurelio vietò ai gladiatori
d'adoprare armi micidiali: fatto ben più onorevole, che l'agitar
nelle scuole quistioni di filosofia, a preghiera de' letterati. Egli
non usciva mai dal senato, che il console non avesse dato congedo
col _Nihil vos moramur, patres conscripti_; tornava dalla Campania
qualvolta v'avesse a riferire alcun che; crebbe i giorni fasti per
gli affari; primo istituì un pretore sovra le tutele; notò d'infamia i
delatori; rendeva assiduamente giustizia, e spesso rimetteva le cause
al senato, trovando più giusto il piegarsi egli stesso al parere di
tanti savj, che non trascinare questi al suo.
Il chiamarono a nuove armi i Marcomanni; ma in mezzo alle vittorie
morì a Sirmio in Pannonia (180) di cinquantanove anni, dopo regnato
diciannove; e di sincero compianto l'accompagnarono tutti, eccetto
forse il figlio Lucio Comodo, sospetto d'avergli accelerato la morte.
Tranquillamente la vide Marc'Aurelio avvicinarsi, e diceva agli amici:
— Da voi aspetto meglio che i sentimenti ordinarj e naturali; ma che
chiariate aver io collocato bene la stima, l'affezione, i benefizj.
Mio figlio a voi raccomando; vi sia a cuore la sua educazione. Egli
esce appena dall'infanzia; ne' primi bollori della gioventù ha bisogno
di governo e di piloto, che mai, scarso d'esperienza, non travii e
rompa agli scogli: non l'abbandonate, tenetegli luogo del padre con
buoni avvisi e salutari istruzioni, ritrovi me in ciascuno di voi.
Le più larghe ricchezze non bastano alle dissolutezze di un principe
voluttuoso; se egli è odiato da' sudditi, non è in securo, per quante
guardie lo difendano; non teme congiure e sommosse se pensò a farsi
amare più che temere. Chi di voglia obbedisce, va scevro da sospetti;
senz'essere schiavo, è buon suddito, e non ricusa obbedienza se
non a comando dato con soverchia durezza. Difficile è l'usar con
moderazione una podestà senza confini. Ripetete spesso a mio figlio
queste istruzioni e somiglianti; così formerete per voi e per l'impero
un principe degno, a me mostrerete la vostra costanza, e onorerete la
memoria mia, unico mezzo di renderla immortale».
Le sue ceneri furono deposte nella mole Adriana, egli ascritto fra
gli Dei, e reputavasi sacrilego chi non ne tenesse in casa l'effigie.
Oltre l'esempio d'una benignità e d'una dolcezza quasi uniche, ci
lasciò anche precetti per iscritto[235], la cui indulgenza discorda
dall'austero stoicismo, e segnano il punto più alto cui giungesse la
filosofia pagana, irradiata suo malgrado da quella suprema sapienza,
incontro a cui ostinavasi a chiuder gli occhi. — Un solo Dio (diceva
egli) dappertutto; una sola legge, che è la ragione comune a tutti
gli esseri intelligenti. Lo spirito di ciascuno è un dio ed emanazione
dell'ente supremo. Chi coltiva la propria ragione deve guardarsi come
sacerdote e ministro degli Dei, giacchè si consacra al culto di colui
che fu in esso collocato come in un tempio. Non fare ingiuria a questo
genio divino che abita in fondo al cuore, e conservalo propizio col
fargli modesto corteggio siccome a un dio. Trascura ogni altra cosa
per occuparti del culto della tua guida, e di ciò che in lei v'ha di
celeste; sii docile alle ispirazioni di questa emanazione del gran
Giove, cioè lo spirito e la ragione; il dio che abita in te, conduca
e governi un uomo veramente uomo. Una ragione eguale prescrive ciò che
dobbiam fare od evitare: governati da una legge comune, siamo cittadini
sotto l'egual reggimento».
Alla maniera di Socrate e del Maestro divino, e a differenza di
Cicerone, insiste più spesso sulla morale privata, sulla cognizione
di se stesso. — Di rado siamo infelici per non sapere che cosa passi
nel cuor degli altri; ma lo siam certo se ignoriamo quel che passa
nel nostro. A qual cosa applicarci con tutta la cura? ad aver l'anima
giusta, far buone azioni, cioè utili alla società, non poter dire che
il vero, esser sempre in grado di ricevere ciò che accade come cosa
necessaria. Come un cavallo dopo una corsa, un'ape dopo fatto il miele,
non dicono _Ho fatto del bene_, così un uomo non deve proclamare il
bene che opera, ma continuare come la vigna, che, dopo portato il
frutto, si prepara a portarne dell'altro a tempo.
«Quando sei offeso dalla colpa d'alcuno, esamina te stesso, e bada
se mai non facesti nulla di simile: questo riflesso dissiperà la tua
collera. Dio immortale non s'indispettisce di tollerare per tanti
secoli un'infinità di malvagi, anzi ne prende ogni cura: e tu che
domani morrai, e che ad essi somigli, ti stancheresti di sopportarli?
Spesso si è non meno ingiusti a fare nulla che a fare qualcosa.
«Ogni mattina si cominci col dire, — Oggi avrò a fare con faccendieri,
con ingrati, insolenti, scaltriti, invidi, insociali: perchè hanno
questi difetti? perchè non conoscono i beni e i mali veri. Ma io, che
appresi il vero bene consistere nell'onesto, e il vero male nel turpe;
che conosco la natura di chi mi offende, e ch'egli è parente mio, non
per sangue, ma per la partecipazione al medesimo spirito emanato da
Dio, non posso tenermi offeso da parte sua, giacchè egli non saprebbe
spogliare l'anima mia dell'onestà.
«O uomo, tu sei cittadino della gran città del mondo: che ti
cale di non esserlo stato che cinque anni? Nessuno può lamentarsi
d'ineguaglianza in ciò che avviene per legge mondiale: perchè dunque
cruciarti se ti sbandisce dalla città, non un tiranno o un giudice
iniquo, ma la natura stessa che vi t'avea collocato? È come se un
attore fosse congedato di teatro dall'impresario che l'allogò. — Non ho
finito la parte, recitai solo tre atti. — Dici bene: ma nella vita tre
atti formano una commedia intera, giacchè essa è terminata a proposito
ogniqualvolta il compositore istesso ordina d'interromperla. In tutto
ciò tu non fosti nè autore, nè causa di nulla: vattene dunque in pace,
giacchè chi ti congeda è tutto bontà.
«Io debbo a Vero mio avo ingenuità ne' costumi e placidezza; alla
memoria che ho del padre mio, il carattere modesto e virile; a mia
madre, pietà e liberalità, non solo astenersi dal male ma neppur
pensarlo, frugalità negli alimenti, schivar le pompe; al bisavo,
il non essere andato alle pubbliche scuole, ma avuto in casa egregi
precettori, e conosciuto che non si spende mai troppo in ciò; al mio
educatore, il non parteggiare per la fazione verde o per la turchina
nelle corse, o nei gladiatori pel grande o piccolo scudo, tollerar
la fatica, contentarmi di poco, servirmi da me, non dare ascolto a
delatori; a Diagnoto, non occuparmi di vanità, non credere a prestigi
ed incanti, a scongiuri, a cattivi demonj nè altre superstizioni,
lasciare che di me si parli con libertà, dormire sopra un lettuccio
ed una pelle, e gli altri riti della educazione greca; a Rustico,
l'essermi avveduto che bisognava correggere i miei costumi, evitar
l'ambizione de' sofisti, non iscrivere di scienze astratte, non
declamare arringhe per esercizio, non cercare ammirazione col far
pompa d'occupazioni profonde e di generosità; nelle lettere usare stile
semplice; al pentito perdonare senza indugio; leggere con attenzione,
nè contentarmi di comprendere superficialmente. Da Apollonio appresi
ad esser libero, fermo anzichè esitante, alla ragione solo mirando,
eguale in tutti i casi della vita, ricevere i doni dagli amici senza
freddezza nè abiezione. Da Sesto, benignità, esempio di buon padre,
gravità senza affettazione, continuo studio di venir grato agli amici,
tollerare gl'ignoranti e sconsiderati, rendere la propria compagnia
più gioconda che quella degli adulatori, conciliandosi però rispetto,
applaudire senza strepito, sapere senza ostentazione. Dal grammatico
Alessandro, a non rimproverare le scorrezioni di lingua, di sintassi,
di pronunzia, ma far sentire come abbia a dirsi, mostrando rispondere o
aggiunger prove o sviluppare la stessa idea, con espressione diversa,
o in altra guisa che non sembri correzione. Da Frontone, a riflettere
all'invidia, alla frode, alla simulazione dei tiranni, e che i patrizj
non hanno cuore. Da Alessandro platonico, a non dire leggermente _Non
ho tempo_, nè col pretesto delle occupazioni esimersi dagli uffizj
sociali. Da Massimo, a dominar se stessi, non lasciarsi sopraffare da
verun accidente, moderazione, soavità, dignità ne' costumi, occuparsi
senza rammarichio, non esser frettoloso, non pigro, non irresoluto,
non dispettoso e diffidente, non mostrare ad altri d'averlo a vile e di
credersene migliore, amar la celia innocente.
«Riconosco per benefizio degli Dei l'aver avuto buoni parenti,
buoni precettori, buoni famigliari, buoni amici, che sono le cose
più desiderabili; il non avere sconsideratamente offeso alcuno di
questi, benchè vi fossi per natura proclive; inoltre l'aver conservato
l'innocenza nel fiore della giovinezza; non fatto uso prematuro della
virilità; l'essere stato sotto un imperatore e padre che da me rimoveva
l'orgoglio, persuadendomi che il principe può abitare nella reggia, e
pure far senza guardie nè abiti pomposi, e fiaccole e statue e simil
lusso; il non aver fatto progressi nella retorica, nella poesia e
cosiffatti studj, che m'avrebbero divagato[236]; il non essermi mancato
denaro qualora un povero volessi soccorrere; non essermi trovato in
bisogno di soccorso altrui; il trovarmi in sogno suggeriti rimedj
opportuni a' miei mali; il non essere, nello studio della filosofia,
caduto in mano d'alcun sofista, nè perduto il tempo a svolgere i costui
commenti, sciogliere sillogismi, e disputare di meteorologia».
Insomma la filosofia di Marc'Aurelio è un continuo intendere al bene
de' suoi simili; ed anzichè l'orgoglio stoico, vi riconosci l'umiltà
cristiana. Staccarsi dalle cose mondane, assorbire ogni sua attività in
Dio egli vorrebbe quanto un monaco, ma sente i doveri del suo posto;
disapprova la guerra, ma la fa contro gli invasori; e resta in mezzo
agli uomini per beneficarli.