Imperatori stoici.
È merito della verità il vantaggiare anche quelli che la rinnegano
e la perseguitano, e costringere a riconoscerla fino i nemici che la
impugnano. La morale, che i Cristiani predicavano obbedendo e morendo,
già appariva negli scrittori pagani, e rifondea vigore alla setta più
virtuosa, la stoica; la quale, alla morte di Domiziano, si sentì da
tanto d'opporsi alla onnipotenza delle armi; e acquistato preponderanza
in senato, s'ingegnò a mettere sul trono creature sue, e le riuscì di
procurare a Roma una serie di buoni capi.
Primo fu Marco Coccejo Nerva, oriundo da Creta, nativo di Narni,
onorato di una statua da Nerone per le sue poesie. La fazione stoica
sparse vaticinj e strologamenti sul futuro regnare di esso, tanto che,
comunque timido, l'incorarono ad accettare il trono: I pretoriani,
sfogata la devozione loro verso l'estinto imperatore, non tardarono a
riconoscere il nuovo; ma fra i mirallegro, Arrio Antonino si condolse
con lui, che, dopo sfuggito per virtù e prudenza a tanti principi
malvagi, si trovasse in tal luogo dove amici e nemici disgusterebbe, e
più gli amici, appena ricusasse una grazia.
Nerva, professandosi collocato in quell'altezza non per soddisfazione
propria, ma pel popolo, seppe conciliare le dolcezze della libertà
colla quiete della monarchia. Restituì patria e beni agli sbanditi
per fellonìa, minacciò i delatori, interdisse i processi di maestà,
e giurò non mandare a morte verun senatore: vastissimi terreni
distribuì alla poveraglia; faceva allevare a pubbliche spese i bambini
indigenti; riproibì l'evirazione; e si governò sempre come avesse da
oggi a domani a tornare privato. Per alleggerire le imposte limitò le
spese, escludendo varj sacrifizj e spettacoli, moderando il fasto del
palazzo, non tollerando gli si ergessero statue d'oro o d'argento; e
per ricompensare o soccorrere vendette parte del proprio vasellame e
alcuni poderi. Il senato, ripresa la libertà dei giudizj, procedette
contro gli spioni del regno precedente, e alcuni multò di morte,
altri d'esiglio; ma avendo iniziato procedure contro alcuni nuovi
cospiratori, Nerva troncò le indagini. Parve sconvenevole tale clemenza
a Giulio Frontone console, e — Se è grave sciagura un principe sotto
cui tutto è vietato, non è minore uno sotto cui tutto sia permesso».
In fatto, di quella bontà abusarono i pretoriani, e levato rumore,
assalirono il palazzo per obbligar Nerva a consegnare gli uccisori di
Domiziano; e per quanto egli s'opponesse, e nudo il petto li pregasse
a ferir lui piuttosto, dovette cedere, lasciar uccidere i congiurati, e
ringraziare i pretoriani d'averne purgato il mondo.
Da qui comprese la necessità di destinarsi a successore un uomo di
salda mano, e adottò lo spagnuolo Marco Ulpio Trajano, col quale
divise da quel punto l'autorità (98): ma regnato appena sedici mesi, fu
ascritto fra gli Dei.
Trajano, dopo fatto le prime armi contro i Parti, da Domiziano fu
destinato a governare la bassa Germania; robusto di corpo e formato
alle fatiche, era il più sufficiente capitano dell'età sua: in campo
non l'avresti distinto dall'infimo soldato al vestire, agli esercizj,
alla sobrietà; marciava a piedi, conosceva un per uno i suoi veterani
e le imprese loro, senza che l'affabilità disciogliesse la disciplina.
Di pochi studj[217], pure gli studiosi favoriva; nobile di portamento,
d'obbliganti maniere.
A quarantaquattro anni succedendo a Nerva, entrò pedestre in Roma fra
indicibile esultanza, e nel por piede in palazzo, sua moglie Pompea
Plotina voltasi al popolo disse: — Io spero uscirne qual v'entro».
Trajano dichiarò tenersi obbligato alle leggi come qualunque cittadino;
largheggiò nelle consuete distribuzioni sì ai soldati, sì al popolo,
comprendendovi gli assenti e, cosa nuova, i minori di dodici anni; ed
è scritto che le frequenti sue liberalità mantenessero due milioni di
persone. Tenne sempre i grani a modico prezzo, fece larghi assegnamenti
pe' figli dei poveri[218], diede spettacoli di gladiatori, ma sbandì
i commedianti che Nerva avea riammessi: spese largamente in aprire il
porto di Civitavecchia ed ampliare il circo, ove proibì si pronunziasse
il suo nome, per sottrarlo agli applausi prodigati a tanti malvagi
imperatori; e provvisti di pubblico stipendio gli avvocati, vietò che
ricevessero sportule dai litiganti, i quali pure doveano giurare di non
aver dato loro nè promesso nulla.
Voltosi a medicare le piaghe dell'anarchia e della tirannide, diminuì
le imposte, attenuò le prerogative imperiali qualvolta al ben pubblico
complisse; nè accuse di maestà, nè delatori soffrì, nè concussioni
de' governanti; riceveva le persone di qualunque fossero grado,
e candidamente ne ascoltava gli avvisi; cercava i più degni per
collocarli in posto; e credeva che le finterie non fossero necessarie,
come nella condotta privata, così neppure nella politica. Preferiva
l'impunità di cento rei alla condanna d'un innocente; e nel dare la
spada a Suburano prefetto del pretorio, gli disse: — S'io compio il mio
dovere, adoprala per me; contro me, se vi manco». Essendo da alcuno
insusurrato contro di Licinio Sura, a lui caro e riverito, andò a
cenare da esso non invitato, si fece medicare gli occhi e radere dal
medico e dal barbiere di esso, poi il domani a chi gli ripeteva le
accuse rispose: — S'egli intendesse uccidermi, l'avrebbe fatto jeri».
Di colpe e difetti ebbe la sua parte; amava il vino, tanto che
ordinò di non eseguire i comandi che desse dopo tavola; ai piaceri
s'abbandonò quanto il suo tempo consentiva; per vanità lasciava mettere
il proprio nome su tutti gli edifizj o eretti o ristaurati, sicchè
lo soprannomarono _erba parietaria_; soffrì il titolo di signore,
e sagrifizj alle sue statue, e che il popolo giurasse per la vita e
l'eternità di lui; e forse per gelosia di divinità ordinò persecuzioni
contro i Cristiani (106).
Da Plinio il giovane, che ne stese il panegirico, trapela la gioja
alquanto puerile che provavano i patrioti romani al veder di nuovo
convocate le adunanze del senato tre giorni di fila, e protratte
sino a notte[219]: ma quale concetto formarsi di queste assemblee, se
dallo stesso Plinio siamo informati che Trajano disdisse di formare
una piccola associazione onde riparare i pubblici bagni d'una città
dell'Asia, atteso che ogni unione per interessi privati è contraria
all'impero?
Conoscendone il valore, i Germani d'ogni parte mandarono a Trajano
deputazioni, e i Barbari di là dall'Istro non s'avventurarono alle
correrie, che rinnovavano ogniqualvolta il fiume gelasse: ma Trajano
aspirava a «passar l'Eufrate e il Danubio su ponti da lui fabbricati, e
ridurre la Dacia in provincia».
Indecoroso stimando il tributo con che Domiziano avea dai Daci comprato
la pace, ne devastò le campagne, e li vinse in una battaglia, dove
essendo venuti meno i cenci da bendare i tanti feriti, egli diede le
proprie vesti; e continuò la vittoria con tale ardore, che Decebalo,
instancabile loro re, mandò per pace (103), ed accettolla a gravi
condizioni. Trajano, poste fortezze e guardie ov'era duopo, menò il
primo trionfo sui Daci, e voltò sul Danubio un ponte di pietra di venti
piloni, grossi sessanta piedi, alti cencinquanta, discosti settanta;
opera meravigliosa, e pur compita in un'estate per disegno e direzione
di Apollodoro di Damasco. Decebalo, che soltanto alla necessità avea
ceduto, non tardò a risollevare il paese, intendendosela fino coi
Parti: ma Trajano, accorso al riparo, si ben campeggiò (106), che prese
Zarmizegetusa capitale dei Daci, e il paese ridusse a provincia, avente
per confini il Dniester, il Tibisco, il Danubio inferiore e l'Eusino.
Decebalo non volle sopravivere alla libertà. La colonna coclite, eretta
in mezzo al fôro Trajano, attestò queste vittorie; e nelle solennità
del trionfo cenventitre giorni continuarono gli spettacoli, dove più di
diecimila belve caddero uccise.
Soddisfatto uno de' suoi voti col varcare il Danubio, Trajano mosse per
l'altro verso l'Eufrate a reprimere i Parti, i più formidabili nemici
che a Roma restassero (114). Ridusse a provincia l'Armenia; ricevette
in soggezione i re d'Iberia, di Sarmazia, del Bosforo, della Colchide;
la Mesopotamia quasi col solo terrore soggiogò, sottomise porzione
dell'Arabia, e vide la sua amicizia chiesta contemporaneamente da'
Sauròmati del settentrione e dagli Indiani del mezzodì. Su ponte di
barche varcato il Tigri, senza ferir colpo s'impadronì dell'Adiabene;
e giovato dalle discordie dei Parti, si spinse fino a Babilonia (116),
espugnò Seleucia e Ctesifonte, i contorni sottomise, e dall'Assiria
come provincia ricevette tributo.
Reduce in Antiochia, mentre l'esercito, la corte, i curiosi v'erano
affollati, la terra tremò sì fattamente, che i fabbricati diroccarono,
Trajano stesso rimase ferito, e nel disastro d'una sola città tutto
l'impero ebbe a soffrire. Altre sciagure imperversarono, lui imperante;
fame, peste, tremuoti; il Tevere inondò Roma; e, ciò che destava
orrore, tre Vestali si contaminarono e furono sepolte vive. Se non
bastava questo sacrifizio alle antiche superstizioni, i Libri Sibillini
ordinarono, come altre volte, che nel fôro Boario si sepellissero vivi
due Greci e due Galli maschio e femmina.
Entrata la primavera (117), Trajano cominciò una corsa per ispiegare
la maestà e la potenza dell'impero sugli occhi delle nazioni. Viste
le pianure dell'Alta Asia dond'era scesa la prima civiltà del mondo,
s'imbarca sul Tigri, scende al golfo Persico, traversa il Grande
oceano, e vedendo un vascello salpare per le Indie, esclama: — Deh!
foss'io più giovane, che recherei la guerra colà». Piega quindi verso
l'Arabia Felice, prende il porto di Aden di qua dallo stretto di
Bab el-Manneb, riduce a provincia l'Arabia Petrea che assicurava le
comunicazioni di commercio fra l'Asia e l'Africa; annunzia al senato
sempre nuove terre sottoposte al suo dominio; infine torce verso
Babilonia, sulle cui ruine presta sacrifizj ad Alessandro.
L'impero toccava allora al suo apogeo; ma poco vi durò, e Trajano
stesso vide disfarsi le opere proprie. Il tremuoto che sobbalzò tanti
paesi, parve agli Ebrei preconizzasse la caduta dell'impero, sicchè
d'ogni parte levaronsi a furore, in Africa principalmente. Benchè
sconfitti e scannati a migliaja, l'esempio fu contagioso, e molti paesi
scossero le catene; tutte le nuove conquiste si rivoltarono; i Parti
a pien popolo cacciarono il re Partamaspate da lui imposto, gli Armeni
se ne scelsero uno a volontà, la Mesopotamia si sottomise ai Parti; e
tante spese e tanto sangue uscirono a vuoto.
L'imperatore, dopo regnato diciannove anni e mezzo, morì a Selinunte in
Cilicia (117 agosto); le sue ceneri in urna d'oro portate a Roma dalla
vedova Plotina e dalla nipote Avida, furono ricevute come in trionfo
e, malgrado dell'antico divieto, deposte in città sotto la colonna che
rammentava le sue conquiste. Splendide opere serbarono la memoria di
lui: magnifiche vie dall'Eusino fin alle Gallie, una traverso le paludi
Pontine, una da Benevento a Brindisi: a Roma aperse biblioteche e un
teatro, ingrandì il circo, restaurò insigni edifizj, condusse nuove
acque: soprattutto ebbe rinomanza il fôro, che abbassando cinquanta
metri una collina, formò quadrato, con un portico in giro e quattro
archi trionfali, e tanti palazzi e tempietti, ch'era una meraviglia
nella città delle meraviglie.
La «rara felicità del suo tempo, quando uom poteva pensare quel che
volesse e dire quel che pensasse», tornò qualche lustro alle lettere:
e fa dolore che la storia, informata a minuto delle pazzie e delle
atrocità d'un Caligola e d'un Nerone, non possa conoscere Trajano se
non da un compendio inesatto[220] e da un artifizioso panegirico. Ma
essa tien conto che, due secoli e mezzo dopo lui morto, il senato,
nell'acclamare un nuovo imperatore, gli augurò d'essere più felice
d'Augusto, più virtuoso di Trajano[221].
Fra le altre superstizioni, gli antichi usavano aprire a caso un libro,
e dalla prima frase che occorresse, indovinar l'avvenire, o prenderne
risposta ai dubbj del proprio intelletto[222]. A tal uopo Publio Elio
Adriano, spagnuolo nato in Roma, aprendo l'_Eneide_, s'abbattè in
questi versi del VI canto relativi a Numa:
_Quis procul ille autem, ramis insignis olivæ,_
_Sacra ferens? Nosco crines, incanaque menta_
_Regis romani, primas qui legibus urbem_
_Fundabit, Curibus parvis et paupere terra_
_Missus in imperium magnum;_
e credette leggervi prenunziato ch'e' sarebbe imperatore e legistatore.
E l'uno e l'altro divenne. Militò sotto Trajano, che amandolo come
figliuolo, gl'impalmò Sabina nipote di sua sorella, e maneggiò per
averselo successore. Salutato imperatore dall'esercito in Antiochia,
scrive al senato chiedendo scusa se non aspettò l'elezione di esso,
e implorando la confermasse; decretatogli il trionfo, lo ricusa e
pone sul carro la statua di Trajano. A quelli che da privato l'aveano
offeso disse: — Eccovi salvi». Denunziatigli alcuni, sospetti di
rivoltar lo Stato, dichiara: — È ingiustizia il punire un delitto
solamente probabile». Avendo ai richiami d'una vecchia risposto: — Non
ho tempo», essa replicò: — Perchè dunque sei tu imperatore?» ed egli
la soddisfece. Negli spettacoli pretendendo il popolo non so quale
sconvenienza, egli mandò l'araldo che intimasse silenzio; ma questi
avendo detto invece: — L'imperatore vi prega a fare così e così», di
tale mitigazione non gli seppe mal grado, anzi lo ricompensò.
Con amici e liberti usava alla domestica, nè mai negava loro alcuna
domanda, spesso le preveniva; pure non lasciò che abusassero: nè solo
tra liberti scelse i secretarj e intendenti della casa, ma anche tra
i cavalieri; e guai a chi, spacciando protezione, accettasse regali.
Andava a trovare i consoli, assisteva alle assemblee, dispensava i
senatori dal visitarlo se non per interessi, ed alla curia recavasi
in sedia acciocchè non fossero tenuti ad accompagnarlo: escluse i
cavalieri dal giudicare nelle cause de' senatori, nè dalle sentenze
di questi accettava appello al trono. Visto un suo schiavo passeggiare
fra due senatori, mandò a dargli uno schiaffo, dicendo: — Come ti basta
l'animo d'appajarti a tali, di cui domani puoi divenire il fante?»
Più di Trajano largheggiò co' fanciulli poveri e col popolo; assegnò
pensioni e donativi a senatori, cavalieri e magistrati bisognosi;
anzi, nelle feste di Saturno quando gli amici offrivangli le solite
strenne, egli coglieva l'occasione per ricambiarle con più generose;
e nei viaggi, in cui occupò diciassette dei venti anni di suo regno,
lasciò dappertutto grandi segni di liberalità. All'esercito vivea da
soldato; marciava a piedi e col capo scoperto fra il gelo delle Alpi
o sul renaccio d'Africa; conoscendo tutti i guerrieri, promoveva i più
degni; molte riforme introdusse, e pel primo a ciascuna compagnia unì
zappatori e ingegneri e quanto occorre per fabbricare.
Gli Ebrei, novamente insorti sotto Barcoceba, punì insultandone anche
il culto; ma la vittoria tanto costò, che l'imperatore informandone
il senato, non osò cominciare colla solita formola, — Io e l'esercito
stiamo bene». Non che però estendere le conquiste, neppur quelle di
Trajano conservò tutte; dall'Armenia, dalla Mesopotamia, dall'Africa
revocò le truppe; alle terre tolte ai Daci non rinunziò, per riguardo
ai tanti Romani che vi s'erano accasati; pure, col pretesto che
potesse agevolare ai Barbari il passaggio, ruppe il ponte di Trajano
sul Danubio. Era tradizione che il dio Termine non avesse voluto
recedere dal Campidoglio, nè tampoco per far luogo a Giove; simbolo
dell'immobilità dell'impero; onde questo primo ritirarsi dei Romani
dalle loro conquiste s'ebbe per augurio sinistro.
Dicendo che l'imperatore deve, come il sole, mirare ogni paese,
Adriano visitò tutte le provincie obbedienti: dalle Gallie passò nella
Germania, quartiere delle migliori truppe: in Bretagna, per arrestare
le correrie de' Caledonj, fabbricò una muraglia, che per ottanta miglia
stendeasi dal golfo di Solway alla foce del Tyne nel Northumberland:
sceso nelle Spagne, in assemblea generale tentò rappattumare i
discordi; rinnovò parte della città d'Atene col nome di Adrianopoli: le
regalò denari, grani, l'intera isola di Cefalonia, e una costituzione
modellata sull'antica; vi s'iniziò ne' misteri Eleusini, e pieno del
Dio, si fece dio egli medesimo, lasciandosi adorare nel tempio di Giove
Olimpico, ch'e' fece terminare cinquecentosessant'anni dopo che era
stato cominciato da Pisistrato.
Sviate con una conferenza le nuove minacce di Cosroe re de' Parti,
potè visitare la Cilicia, la Licia, la Pamfilia, la Cappadocia, la
Bitinia, la Frigia, dappertutto lasciando templi, piazze, insigni
monumenti, e gran magnificenze ai re concorsi e agli ambasciadori.
Per le isole dell'Arcipelago tragittossi nell'Acaja, indi in Sicilia
montò in vetta all'Etna, per vedervi il sole oriente dipinger l'iride.
In Africa s'ebbe come un miracolo che al venir suo cadessero le
pioggie, da cinque anni indarno implorate. A Pelusio onorò la tomba di
Pompeo Magno; ad Alessandria, nel museo fondato da Tolomeo Filadelfo
e cresciuto da Claudio imperatore, interrogò i letterati raccolti, e
rispose col senno che trovar si dee in ogni parola d'imperatore.
Da' viaggi Adriano tornava tratto tratto a Roma, ove riordinò
l'amministrazione interna, sopprimendo le forme repubblicane ormai
destituite di significato, per surrogarvi un ordinamento monarchico più
conforme al vero; e le cariche e gli uffizj divise in funzioni dello
Stato, del palazzo, dell'esercito. Ai liberti rimase tolta l'ingerenza
col riservare gl'impieghi di corte ai cavalieri; a quattro cancellerie
s'affidò lo spaccio di tutti gli affari; ed a fianco all'imperatore
fu collocato una specie di consiglio di insigni giureconsulti, quali
Nerazio Prisco, Giuvenzio Gelso, Salvio Giuliano. Da quest'ultimo
fece raccorre nell'_Editto perpetuo_ (131) le migliori fra le norme
pubblicate dai precedenti magistrati pretoriani; col che tolse forse
a costoro il diritto di determinare i principj legali, secondo cui
avrebbero amministrato la giustizia nel loro reggimento, obbligandoli
ad attenersi a questo, che restò la fonte del gius romano fino al
Codice di Teodosio, e divenne fondamento delle Pandette.
Fra le leggi sue proprie, ordinò che a' figliuoli de proscritti si
lasciasse un dodicesimo dei beni paterni; chi trovasse un tesoro
sul suo, ne restasse padrone, chi sull'altrui, n'avesse metà; gli
scialacquatori frustati nell'anfiteatro, poi sbanditi; vietati i
sacrifizj umani: pure fino a Costantino si continuò in Africa ad
immolare fanciulli a Saturno, e uomini in Roma stessa. Proibì ai
padroni d'uccidere gli schiavi, nè di venderli per gladiatori o
prostituti: cassò la legge di mandare al supplizio tutti quelli d'un
padrone assassinato: abolì gli ergastoli, dove i Romani li faceano
lavorare, e dove rifuggivano alcuni per sottrarsi alla milizia o ai
castighi, ed altri liberi erano strascinati per lavorare a forza, e più
non se ne udiva.
A colonie e città poste o ristabilite prodigò il nome di Elia, e
dappertutto moltiplicò monumenti col suo nome: Atene e Grecia ne
furono piene; a Roma rifabbricò il Panteon, il tempio di Nettuno, la
gran piazza d'Augusto, i bagni d'Agrippa, oltre edifizj nuovi, tra cui
principali sono la mole Adriana e la villa di Tivoli. Quella era un
ponte sul Tevere col mausoleo che oggi è Castel Sant'Angelo, mirabile
ancora dopo aver somministrato statue, colonne e fregi agli edifizj
eretti in tempo della decadenza, e projettili nelle battaglie fra
Totila e Belisario. Il carro del soprornato, che da piedi appariva
piccola cosa, era di tal mole che, dice Sparziano, un uomo potea
passare per le orecchie dei cavalli. Nella villa di Tivoli fece
imitare quanto ne' suoi viaggi avea veduto; ivi le situazioni più
decantate di Grecia e d'Egitto, ivi figurato l'inferno, ivi ai varj
quartieri attribuito il nome delle trascorse provincie, e avvivatane la
rimembranza con piante esotiche e con vasi, statue, iscrizioni, d'ogni
sorta rarità.
Nè per questo egli rapiva; anzi molte imposte alleggerì; non accettava
legati da chi avesse figliuoli; condonò quanto in Roma e nell'Italia si
doveva all'erario, e nelle provincie i debiti da sedici anni, bruciando
le obbigazioni, il più bel fuoco di gioja che i popoli possano vedere.
Gli bastava aver letto un libro per saperlo a mente; dettava
contemporaneamente più lettere; dava udienza a diversi ministri;
conosceva il nome di quanti aveano militato sotto di lui. Di scienze,
di grammatica, d'eloquenza, di poesia sapeva quanto altri del suo
secolo; oltre la filosofia, l'astrologia, la magia, le matematiche,
possedeva la medicina, scolpiva, cantava, sonava, dipingeva, massime
figure oscene, e imitazioni, anzi contraffazioni della natura. Compose
un poema misto di verso e prosa, discorsi sulla grammatica, altri
sull'arte della guerra[223], e i proprj fasti, dati fuori sotto il nome
di suoi liberti.
Di bizzarro gusto in fatto di lettere, preferiva Catone a Cicerone,
Ennio a Virgilio, Cellio a Sallustio, Antimaco ad Omero[224], del
quale meditò perfino distruggere i poemi. Chi volesse andargli a versi
mandava fuori critiche esuberanti dei classici, come Largo Lucinio
il _Ciceromastix_, violenta diatriba contro il padre dell'eloquenza
latina. I Sofisti, genìa impudente, cupida, venale, nè in altro valente
che in litigare fra loro, gli si affollavano attorno; e Adriano, senza
abbracciare veruna setta, le tollerava tutte, e dilettavasi di udirne
le baruffe, come di eccitare i poeti a versi improvvisi. Ma guaj a chi
gli disputasse la palma che in tutto pretendeva! Avendo egli un giorno
criticato un'espressione al filosofo Favorino, questi si confessò
in errore; del che meravigliandosi gli amici suoi, — Vorreste ch'io
contendessi di sapere con chi comanda a trenta legioni?»[225].
Di tale prudenza mancò Apollodoro, architetto delle fabbriche di
Trajano, che udendosi fare non so quale appunto dall'imperatore, gli
disse, alludendo al genere di pitture in cui compiacevasi, — Andate a
dipingere cocomeri»; e avendo veduto una Venere e una Roma di man di
lui, sproporzionate al tempietto cui erano destinate, domandò, — Se
si rizzano in piedi, ove staranno?» Tale franchezza egli scontò colla
vita; specchio del quanto sia pericoloso celiar coi potenti.
Perocchè Adriano alle belle qualità univa tanti vizj, da farne un misto
singolarissimo. Non sapeva tener chiuse le orecchie ai delatori; e
farneticava di subillare i fatti altrui, brutto vezzo in tutti, pessimo
in principe. Guardò in sinistro quelli cui andava debitore del regno;
e perchè nei perpetui suoi viaggi nessuno tentasse novità, restrinse
il potere lasciato ai magistrati, avvicinando il governo a pretta
monarchia. Giulia Sabina trattò da schiava più che da moglie, e al fine
si crede la facesse avvelenare; vero è che questa sfacciata vantavasi
d'aver provvisto per non concepire di lui, credendo che un figlio di
esso non potrebbe che divenire onta e ruina del genere umano.
A prefetti del pretorio scelse Taziano suo tutore, e Simile.
Quest'ultimo, alieno da ambizione, dopo tre anni rinunziò, e ritiratosi
in campagna, sopravisse altri sette, e fece scriversi sulla tomba:
_Settantasette anni fui sulla terra, sette ne vissi_. Taziano, al
contrario, tirava il signor suo al rigore; e la pubblica voce gl'imputò
la morte di quattro consolari, già amici d'Adriano, condannati per
cospiratori dal senato, benchè in opinione di innocenti. Molti altri li
seguirono come complici, finchè Adriano proibì le sentenze per offesa
maestà e privò Taziano della sua grazia.
A non dir nulla della passione di lui per cani e cavalli, sino ad
eriger loro splendidi monumenti, di turpe scostumatezza lasciò prova
in troppi versi ad esaltazione de' suoi cinedi. Amò di stravagante
passione Antinoo nativo della Bitinia; eppure dalle arti magiche
avendo appreso che, per prolungare i proprj giorni, bisognava il
sangue volontario d'un uomo, nè trovando altri sì folle o sì generoso,
accettò quello d'Antinoo. Immolato, il pianse a guisa di donna
adorata, eresse sul Nilo una città al nome di lui, volle che i Greci
lo dichiarassero dio, e il mondo s'empì di statue e tempj e oracoli di
lui, gli astronomi ne trovarono la stella in cielo, e nel tempio eretto
sulle ceneri di esso moltiplicaronsi miracoli, instituironsi giuochi e
misteri, e facevasi gara per esser nominato suo sacerdote.
Che dovevano dirne i Cristiani? I quali Adriano non tollerò come
tutte le altre sêtte, ma per devozione a' suoi numi permise d'uccidere
cotesti che loro faceano guerra. Ma i Cristiani, sentendo la potenza
che danno il numero e il tempo, più non s'accontentavano di morire
benedicendo, e uscivano a giustificarsi della loro innocenza al
pubblico giudizio; e Giustino intonava: — La possa de' principi,
qualora preferiscano l'opinione alla verità, non è maggiore di quella
dei ladroni nel deserto»[226]. Mosso, dicono, dalle apologie del
filosofo Aristide e di Quadrato vescovo d'Atene, Adriano sospese la
persecuzione, anzi pensava aprire un tempio a Cristo[227], se gli
oracoli non avessero riflesso che quello renderebbe deserti gli altri.
Preso da idrope (137), scelse a successore Lucio Annio Aurelio Cesonio
Comodo Elio Vero — tanti nomi al crescere della vanità! La malignità,
che nelle sue finezze non sempre al torto s'appone, mormorò sui patti
conchiusi fra l'imperatore e l'adottivo. Costui, dignitoso della
persona e ricco di cognizioni, ma scorretto di costumi, viaggiando
tenevasi attorno al carro servi colle ale, cui dava il nome dei venti;
continua lettura faceva dell'_Arte d'amare_ d'Ovidio e degli epigrammi
di Marziale, che chiamava il suo Virgilio; e quando la moglie il
rimproverò perchè le preferisse bagasce, rispose: — Il nome di sposa
è titolo d'onore, non di piacere». Fortunatamente costui morì pochi
mesi dopo (138); ebbe esequie imperiali ed apoteosi; e Adriano adottò
Aurelio Fulvio Antonino, patto che egli pure adottasse Lucio Vero
figlio e Marc'Aurelio[228] nipote e figlio adottivo dell'estinto Lucio
Annio Aurelio Vero.
Poi, come Tiberio a Capri, così Adriano si ritirò a Tivoli, che avea
rifiorita d'ogni magnificenza, e vi si abbandonò a quante lascivie
la deperente salute gli consentiva. Da queste balzava alle crudeltà,
e spediva ordini sanguinarj; e molti furono uccisi come cospiratori,
altri nascosti da Antonino. Alla magìa ricorreva per mitigare la sua
infermità, da cui oppresso tentò più volte darsi morte; ma una cieca
gli si presentò dicendo: — Un sogno m'avvertì d'intimarvi conserviate
la vita; e poichè tardai ad obbedire, mi si oscurò la vista: ma un
altro sogno m'assicurò la ricupererei sì tosto che baciassi i piedi
imperiali». Così avvenne. Anche un altro cieco, appena tocco da lui,
riebbe l'uso degli occhi, e all'imperatore cessò una forte febbre. Di
tali baje trastullavasi Roma, e confortavasi il cesare.
Stanco in fine dei rimedj, e dicendo, — I molti medici m'ammazzarono»,
si diede a mangiar e bere a fidanza, e a Baja morì (138 luglio) dopo
vissuto sessantadue anni e mezzo, regnato quasi ventuno. Sul morire
sembra ricuperasse la calma, se è vero facesse questi versi, che sono
dei più delicati del suo tempo:
_Animula, vagula, blandula,_
_Hospes comesque corporis,_
_Quæ nunc abibis in loca?_
_Pallidula, rigida, nudula,_
_Nec, ut soles, dabis jocos._
Il senato, offeso dalle sue ultime crudeltà, volle cassarne gli ordini
e negargli i funerali: poi alle minacce de' soldati e alle suppliche di
Antonino gli profuse onori; le ceneri riposte nella superba mole presso
al Tevere, lo spirito fra gli Dei.