I Flavj.

La casa Flavia, nè antica nè illustre, proveniva da Rieti. Tito

Flavio, avo che fu di Vespasiano, militò nelle guerre civili, e dopo la

rotta di Farsaglia tornò nel paese natìo come esattore delle gabelle.

Suo figlio Flavio Sabino l'eguale industria esercitò in molte città

dell'Asia con fama d'onesto; poi ritiratosi negli Elveti, arricchì

prestando, e da una Vespasia Polla generò Sabino e Vespasiano. Valenti

guerrieri entrambi, quest'ultimo divenne senatore e console col

blandire i potenti; la finta vittoria di Caligola sui Germani festeggiò

con giuochi straordinarj; propose che gli accusati di fellonia fossero

pubblicamente uccisi ed esclusi dalla sepoltura; in pien senato rese

grazie a Caligola d'averlo invitato a cena; proconsole in Africa, servì

tanto bene Nerone, da attirarsi il pubblico odio. Reduce, si trovò in

sì basse acque che diede in pegno al fratello le sue terre, e al vivere

cercò modi poco onesti: ma a grave pericolo il pose l'essersi lasciato

prendere dal sonno mentre Nerone recitava proprj versi; onde ritirato

in campagna attendeva male nuove, quando si udì prescelto a capitanar

la guerra della Giudea. L'oscurità de' suoi natali, togliendo ogni

ombra a Nerone, gli aveva meritato quel comando, nel quale mostrossi

eccellente; pazientissimo alle fatiche, divideva gli stenti coll'infimo

soldato: se non che disonoravasi coll'avarizia.

Fu il solo che, assunto all'impero, si mutasse in meglio. Appena

seppe morto Vitellio, racconsolò di vettovaglie l'Italia; conferì

governi e comandi ad amici suoi, sperimentati nel vivere privato e sui

campi; e non si trovò costretto a corrompere i soldati con improvvide

liberalità. Crasso Muciano, mistura d'ottime e di ribalde qualità,

molle e attivo, superbo e compiacente, avido dei godimenti e indomito

alle fatiche, con potere illimitato e bastante severità diede buon

incammino alle cose di Roma. Intanto Vespasiano in Alessandria faceva

miracoli; rese la vista a un cieco, bagnandogli di saliva gli occhi;

un rattratto, appena da lui tocco, ricuperò l'uso della mano: tutto ad

onore e gloria del dio Serapide. Entrando nel tempio, Vespasiano vide

dietro di sè un tal Basilide, che in quell'istante si trovava ottanta

miglia lontano e ammalato. Avvenimenti attestati da Svetonio, Dione e

Tacito, il quale dice che al tempo suo la menzogna non avrebbe potuto

aver corso.

Glorioso per vittorie e per miracoli (70), Vespasiano arrivò in Italia;

e se, appena eletto, tanta folla accorse a riverirlo da non bastarvi

l'ampia città d'Alessandria, pensate al giunger suo nella metropoli!

Ognuno se ne prometteva rintegrata la disciplina, rimesso in lena

l'impero, e tutto ciò che i popoli mal condotti aspettano ad ogni mutar

di principe.

In effetto imbrigliò la militare licenza; al senato assisteva,

incorando a dire schietto ciascuno il suo parere; migliorò

l'amministrazione della giustizia, e nominò una commissione speciale

per accelerare lo spaccio de' processi, interrotti nelle precedenti

turbolenze. Fatto censore, degradò i cavalieri che si fossero

disonorati, surrogandovi i migliori uomini d'Italia e dell'impero; le

famiglie senatorie, ridotte a ducento dalle stragi precedenti, crebbe

fino a mille; fece de' nuovi patrizj, ultima creazione di tal genere

che la storia ricordi. Nè però intendeva rialzare l'aristocrazia

oppressiva, dovendo ognuno restar sottoposto al diritto comune; ed

essendo nato diverbio fra un senatore e un cavaliere, l'imperatore

proferì: — Non è lecito ingiuriare un senatore, ma il diritto naturale

e le leggi autorizzano a rendergli ingiuria per ingiuria».

Benchè tornasse dallo splendido Oriente, serbò semplici modi; benchè

abituato sui campi, gemeva allorchè dovesse mandare qualcuno al

supplizio; accessibile a tutti, parlava spesso della sua bassa origine,

proverbiando coloro che volevano derivargliela da Ercole; sprezzava i

titoli, e a stento accettò quello di padre della patria: diè protezione

e ricca dote alla figlia di Vitellio, e sopportò che Muciano vantasse

d'avergli egli stesso regalato l'impero. Degli affronti subiti sotto

Nerone non tenne memoria; le pasquinate sparse contro la sua avarizia,

e le invettive dei filosofi recossi in pace; ma poichè gli Stoici, o

quei che di tal nome si camuffavano, persisteano a turbar le opinioni

col rimpiangere il passato e denigrare il sistema imperiale, li sbandì.

Demetrio, un d'essi, non volle obbedire, e non solo rimase in città, ma

gli comparve innanzi dicendogli strapazzi; e Vespasiano si contentò di

dire: — Tu fai di tutto perchè io ti tolga la vita, ma io non uccido

cane che abbaja». Di quelli che cospirarono contro di lui, Vespasiano

non mandò a morte nessuno; ai delatori non prestò ascolto; ammonendolo

alcuno di guardarsi da Mezio Pomposiano, perchè nato sotto una

costellazione che gli prediceva l'impero, lo elevò console, dicendo: —

Di quest'atto d'amicizia si ricorderà, venuto ch'ei sia al trono».

Per mettere in bilancia le entrate colle spese, rincarì alcune

gabelle; di nuove ne introdusse, fra cui una sugli escrementi;

e rimproverandogliela Tito, esso gli diede ad annusare il denaro

ritrattone, chiedendogli: — Puzza?» Dicendogli i messi d'una città

che il loro senato gli avea decretato una statua di gran costo, egli,

stesa la mano, rispose: — Eccone la base; basta mettiate qui il valore

della statua vostra». Non v'avea delitto di cui uno non potesse a

denaro riscattarsi: dicono ancora affidasse le pingui amministrazioni

a coloro che meglio sapessero smungere, paragonandoli a spugne, che

spremeva dopo inzuppate. Sollecitando un suo favorito la sovrantendenza

della casa imperiale per uno che diceva suo fratello, l'imperatore non

rispose nulla, ma, fatto venire il raccomandato, fece sborsare a se

stesso la somma che questi avea promessa al favorito, e gli conferì la

carica. Quando poi il favorito rinnovò l'istanza, Vespasiano gli disse:

— Cercati un altro fratello; il raccomandatomi si trovò essere fratel

mio e non tuo».

Modi stomachevoli in principe: ma se pensiamo a che fondo trovò le

finanze, mentre non meno di quattromila milioni di sesterzj l'anno

richiedeva l'amministrazione dello Stato, propendiamo a compatire un

vizio che risparmiò le solite dilapidazioni. Tanto più che ciò non lo

trasse a confiscare i beni neppur di quelli che l'aveano contrariato,

nè il distolse dall'ajutare senatori poveri, rifiorire città diroccate,

ristorar vie ed acquedotti, proteggere le arti e le scienze e i poeti,

pel primo stipendiare professori d'eloquenza greca e latina in Roma, e

raccogliere tremila lastre di rame su cui erano scritti i fasti antichi

della città. Allora fu elevato il tempio della Pace, adunandovi i

capolavori sparsi qua e là; allora ricostruito il Campidoglio ed altri

edifizj, periti nell'incendio di Nerone e nelle sommosse sotto Galba;

allora il grande anfiteatro che meritò il nome di Colosseo; allora

ristaurate le grandi vie di tutto l'impero, non più a spese delle

provincie ma dello Stato. Ed avendogli un meccanico offerto macchine

da trasportar grandi colonne con piccola spesa, egli lo ricompensò, ma

ricusò l'invenzione, dicendo: — Bisogna che il popolo viva».

Però l'indipendenza del mondo rimbalzava volta a volta contro

l'oppressione romana; e sospese col nuovo sistema imperiale le guerre

di conquista, molte divennero necessarie per difendere le provincie

o per tranquillarle. Già vedemmo quelle menate sotto Augusto nella

Germania, la quale non quietò mai. La Bretagna, stanca delle esazioni

e de' pubblicani, si rivoltò, ma l'entusiasmo non la sottrasse

dal vedere ribadite le sue catene. Nella Gallia fu perseguitato il

culto dei Druidi, perpetui incitatori del sentimento nazionale; e

in compenso Claudio pareggiò quelle provincie all'Italia, ricevendo

i Galli al senato e alle dignità, che che scandalo ne prendesse

l'aristocrazia. L'Armenia, dopo lunghe agitazioni, si sottopose, e

Tiridate ne ricevette la corona dalla mano di Nerone; il quale pure

mutò in provincia il Ponto. Aveva appena Vespasiano accettato il titolo

imperiale, che i bellicosissimi Daci presero le armi; non tenuti più

in soggezione dall'esercito aquartierato nella Mesia, assalirono

gl'invernali accampamenti delle truppe ausiliarie, e varcato il

Danubio, minacciavano il riparo delle legioni. Muciano mandò pronti

soccorsi, co' quali Fontejo Agrippa li ricacciò di là dal fiume, le cui

rive munì d'una schiera di fortezze.

Le guerre domestiche de' Romani davano sempre eccitamento a qualche

provincia di sollevarsi. I Batavi, tribù di Catti, che, sturbata

dalla Germania, erasi stanziata nell'isola formata dai due rami

del Reno, furono condotti da Claudio Civile a scannare gli eserciti

conquistatori, e proclamare l'indipendenza. Tutta la Gallia riprese

desiderio e speranza di libertà; e i Bardi, usciti dai nascondigli,

e la profetessa Veleda con canti e sacrifizj e tutto il corredo

dell'antica superstizione, produssero oracoli, promettenti l'impero del

mondo a gente d'oltr'alpe; e interpretando l'incendio del Campidoglio

come preludio della caduta di Roma, trucidano i capi romani, e

proclamano l'impero gallo.

Ma Roma, più che nella forza degli eserciti, s'affidava negl'interessi

dei vinti, che sapeva conciliare co' suoi; e i migliori delle colonie

dissuadevano i loro nazionali da una guerra che ripristinerebbe la

barbarie distruggendo l'introdotta civiltà, e ai privilegi romani

surrogherebbe di nuovo la guerra interminabile, i saccheggi, la

prepotenza armata. Tali erano le ragioni con cui Petilio Cereale,

comandante alle forze romane, arringava gli abitanti di Treveri: — Io

non so parlare, bensì combattere: ma poichè le parole de' sediziosi

fanno effetto su voi, udite anche le mie. I Romani nel paese vostro

entrarono non per cupidigia, ma chiamati dai vostri maggiori, stracchi

delle mutue distruzioni. Con qual fortuna guerreggiammo i Germani

e altri nemici vostri, lo sapete: nè venimmo sul Reno per difendere

l'Italia, ma perchè un altro Ariovisto non si facesse re della Gallia.

Forse Civile e i suoi Batavi vorran bene a voi più che i loro antenati

ai vostri? Cupidigia di preda, desiderio di mutare i loro pantani col

vostro ubertoso terreno li mosse sempre, pur ammantandosi col nome di

libertà; e voi foste battuti e dominati finchè non vi deste a noi. Noi

non vi abbiamo aggravati più di quel che fosse mestieri per conservare

la pace: del resto facciamo un corpo solo; spesso voi comandate le

nostre legioni, governate provincie; nulla a voi teniamo chiuso; de'

buoni principi godete voi anche lontani; i tristi sentite meno perchè

lontani. Ma come la pioggia e il vento, così bisogna acconciarsi a

soffrire qualcosa de' dominanti. Espulsi che fossero i Romani, tutto

il mondo verrebbe a baruffe; un impero cresciuto con ottocento anni

di fortuna e di abilità non potrebbe scomporsi senza universale

sovvertimento; e peggio starà chi possiede oro e beni, esche alla

guerra. Amate e riverite piuttosto la pace romana, e cotesta Roma, ch'è

nostra patria, vincitori o vinti che siamo: vogliate essere piuttosto

docili con sicurezza, che riottosi con rovina»[213].

In fatti Roma avea sì bene stabilito la sua dominazione civile, che

fuor di essa non vedeasi se non disordine, servitù, barbarie; le

legioni rivoltavansi contro i principi, contro Roma non mai. Quando

poi questa, ricompostasi, spedì bastanti forze contro gl'insorgenti,

molti si piegarono per ragione o per paura, altri vi furono costretti;

alcune legioni che avevano giurato l'impero gallo, tornarono al dovere,

e furono accolte impuni. Dopo lunga e valida resistenza, Civile dovette

cedere anch'esso, ed ottenne di vivere in pace (71); Classico, Tutore,

altri capi fuggirono o si uccisero; alcuni furono consegnati ai Romani,

e perirono nei processi.

Giulio Sabino di Langres, che erasi fatto proclamare imperatore,

fu sconfitto mentre estendeva la sollevazione, nè si sottrasse alla

morte che col dar fuoco alla casa dov'era ricoverato, facendo credere

d'esservi perito. E lo credette anche la moglie sua Eponina, che

teneramente lo amava, e che il pianse desolata finch'egli non potè

farle sapere d'essersi, colle ricchezze e con due liberti, ricoverato

in una caverna. Reprimendo la gioja di questo annunzio, ella seguitò

vita e lutto vedovile; ma fingendo affari, stava lungamente alla

campagna per vivervi con esso. In quella tana partorì ed allevò due

gemelli, e potè anche, non si sa perchè, mandare il marito sconosciuto

a Roma, donde tornò. Così passati nove anni, qualche curioso lo ormò,

e scoperto l'arcano, Sabino colla generosa fu in catene strascinato a

Roma. La magnanimità di lui, il lungo martirio, la stranezza del caso,

le lacrime di Eponina, la quale diceva, — Ho allevato questi bambini in

una tana come una lionessa, acciò fossimo in più a chieder mercede»,

intenerirono alle lacrime Vespasiano, ma nol tolsero dal mandarli al

supplizio; — ragion di Stato. Nella Gallia tornò l'amore dell'ordine,

cioè la pazienza della servitù; e i Druidi si trasformarono in maestri

di scienze romane.

Con altre guerre intanto erano ridotte a provincie la Comagene col nome

di Eufratesiana, la Grecia emancipata da Nerone, la Licia, la Tracia,

la Cilicia Trachea, con Rodi, Bisanzio e Samo: da Giulio Agricola fu

circuita e sottomessa la Bretagna colle Orcadi, come vedremo.

Più memorabile è la caduta degli Ebrei, popolo prescelto da Dio a

conservar pura la tradizione, finchè, venuta la pienezza de' tempi,

sorse di mezzo ad essi e fu da essi sconosciuto e ucciso quel Divino,

di cui tutta la loro storia non era che preparazione, simbolo,

profezia. Anche perduta la dominazione, unita alla provincia della

Siria, e governata da presidi romani, la nazione ebrea rifiutò

ostinatamente i costumi de' Gentili e la religione idolatra; e agli

imperatori che voleano violentarne le coscienze, opponeva le proteste,

e subiva le persecuzioni. Ma internamente le scissure fra la Giudea e

la Samaria, le sêtte de' Farisei e Saducei, le ambizioni de' principi

e de' sacerdoti, la comparsa di finti Messia, infine la smoderatezza

degli Zelanti rendevano infelicissimo il paese, e gli facevano sentire

la maledizione del sangue del giusto. Satolli d'oltraggi, trucidati a

migliaja, offesi negl'interessi e nelle credenze, insorgono regnante

Nerone, il quale deputa a sottometterli Vespasiano. Non v'è orrore che

non accompagnasse quella guerra, in cui si conta perissero un milione

e mezzo di Ebrei: finalmente Tito, figlio di lui, prese Gerusalemme

stessa e la incendiò (70 — 1 7bre), e da quel punto gli Ebrei più non

ebbero patria nè altare. Sparsi per tutto il mondo, con una portentosa

attività e con irremovibile perseveranza vivono confidati che quel

Dio, che altra volta li richiamò dalla schiavitù di Babilonia, faccia

splendere ancora il loro giorno. — Sarà il giorno, in cui il sangue,

imprecato dai loro padri, scenda sui figli per lavacro di perdono e

redenzione.

Tito negli anfiteatri di Berito e di Cesarèa rallegrò il popolo collo

spettacolo di centinaja di Giudei accoltellantisi o sbranati dalle

fiere: altri condotti a Roma abbellirono il più splendido trionfo,

ornato viepiù collo strozzare i principali di essi: altri furono

serbati a fabbricar l'arco che ancora chiamasi di Tito, il Colosseo e

il tempio della Pace, nel quale furono deposti il candelabro d'oro e

gli altri arredi del culto di Ieova.

Vespasiano associossi il figlio vincitore nella podestà tribunizia;

e la chiusura del tempio di Giano attestò finite o sospese le

guerre. Anche Roma respirava dalle atrocità e dalle pazzie, non così

però che le mancassero supplizj; e fu singolarmente deplorato quel

dell'intrepido Elvidio Prisco (pag. 163). Alieno Cécina ed Epiro

Marcello, spia di Nerone, congiurarono con molti pretoriani; ma

scoperti, Marcello prima della condanna si uccise: a condannar Cecina

non bastando l'essergli trovata l'arringa disposta per ammutinare i

soldati, Tito l'invitò a cena, e ve lo fece assassinare. Compendiose

procedure!

Vespasiano, sentendosi morire, esclamò: — Se non fallo, sto per

divenire iddio»; burlandosi del divinizzare che i Romani faceano i

loro principi. Sereno fin all'ultimo istante, — Un imperatore (disse)

dee morire in piedi», tentò alzarsi, e spirò (79) di settantun

anno, regnato dieci. Ai funerali de' grandi solevansi rappresentare

commedie, ove il morto era messo in burla. Il buffone che, in quello

di Vespasiano, contraffacea l'estinto, domandò agli economi quanto

costerebbero i funerali, e udita l'ingente somma destinatavi da Tito,

riprese: — Date a me quel denaro, e gettate pure il cadavere nel

fiume». Fortunata Roma però se d'avarizia solo essa poteva appuntare il

successore di Tiberio e di Nerone[214].

Tito Flavio, spertissimo in eloquenza e versi, e più nella guerra,

finchè visse il padre mostrò avidità e tracotanza; sorreggeva chi

gli offrisse denaro; se portava malanimo contro alcuno, ne facea da

prezzolati domandar la testa in teatro o nel campo; e gli amori suoi

con Berenice, sorella d'Agrippa II re degli Ebrei, erano riprovati

dai Romani, tementi un'imperatrice straniera, quanto dagli Ebrei,

scandolezzati che una loro principessa scendesse agli abbracci del

distruttore di sua nazione.

Ma fatto imperatore a trentanove anni, Tito mandò Berenice fuor

d'Italia, per quanto si sentisse di lei acceso; al fratello Flavio

Domiziano, discolo ed intrigante, non solo non fece verun male, ma

esibì dividere con esso l'autorità; confermò con editto generale le

prerogative concesse da' suoi predecessori a città o persone; lasciava

il popolo accostategli fin nel bagno, assegnare quando e come bramasse

i giuochi ch'egli dava; nè l'affabilità gli scemava decoro. A chi gli

rimostrava il troppo facile suo concedere, rispondeva: — Non conviene

che alcuno parta melanconico dalla vista del principe»; ed una sera,

non ricordandosi d'aver beneficato alcuno, esclamò: — Perdetti una

giornata».

Accettando il pontificato, dichiarò che più non si contaminerebbe di

sangue, abolì la legge di fellonia, nè si accusasse più alcuno per

aver detto male di lui o de' predecessori. — O sparla di me a torto,

e lo compiango; o a ragione, e sarebbe ingiustizia il punirlo della

verità. Quanto a' miei antecessori, se ora sono Dei, possono a voglia

punire gli oltraggi senza mio intervento». Avendo il senato condannati

nel capo due patrizj cospiratori, Tito mandò pregare quell'assemblea

di desistere dall'inutile castigo, dipendendo i regni da una potenza

superiore all'umana; al tempo stesso invia a rassicurare la madre

de' rei, li vuol seco a banchetto la sera, il domani agli spettacoli,

passando a loro le spade de' gladiatori, che, secondo il costume, gli

venivano offerte ad esaminare.

Non che agognare l'altrui, ricusò regali e legati: eppure in donativi,

spettacoli e fabbriche gareggiò con qualunque de' suoi predecessori;

e quando inaugurò il colossale anfiteatro, presentò, oltre i

gladiatori, una battaglia navale e fin cinquemila fiere. Più savia

generosità mostrò in pubbliche sciagure; avendo un incendio guastato il

Campidoglio, il Panteon, la biblioteca d'Augusto, il teatro di Pompeo,

a non dire i minori edifizj, dichiarò ch'egli toglieva sopra di sè

tutti i danni; e per mantenere la parola, senza accettar le somme che

città e principi forestieri gli esibivano, vendè perfino gli arredi

del suo palazzo. Il Vesuvio, che da immemorabile non eruttava, lui

regnante proruppe (79 — 8 7bre) in modo, che Ercolano e Pompej furono

sepolte, Pozzuoli e Cuma diroccate, sobbalzata tutta Campania. Tito

a proprie spese provvide ai mali riparabili; girò il paese, non per

ostentazione e curiosità, ma prodigando denaro. La peste gli diè nuovo

campo a mostrare la sua benevolenza; e quasi non dissi la carità. Chi

crederebbe che, sotto tal principe, trovasse molti seguaci un finto

Nerone venuto d'Armenia, il quale ronzò intorno all'Eufrate, poi si

rifuggì tra i Parti?

Mentre Roma si ricreava sotto il buon Tito, e lo intitolava _delizia

del genere umano_, morte glielo tolse (81) dopo due anni e tre mesi di

regno, dissero accelerata dal fratello Domiziano, che lo fece scrivere

fra gli Dei mentre il denigrava presso gli uomini. Questo Domiziano,

privo di studj, marcio di lussuria e di debiti, in guerra sollecito

soltanto d'evitar le fatiche ed i pericoli, estinto il padre, tentò

guadagnarsi i pretoriani per soppiantare Tito, e Tito gli perdonò.

Morto od ucciso questo, fu gridato imperatore, e prodigatigli d'un

tratto i titoli e le cariche che a' suoi antecessori conferivansi a

poco insieme.

Dapprima vietò perfino i sacrifizj cruenti; largheggiava cogli

uffiziali acciocchè la povertà non ne agevolasse la corruzione;

ricusava l'eredità di chi avesse figliuoli; e dopo spartite ai veterani

le terre confiscate, il di più non tenne per sé, come si soleva,

ma lo rese ai prischi possessori. Murò splendidamente, ricompose

la biblioteca incendiata, e dodicimila talenti spese nella doratura

del tempio di Giove in Campidoglio: eppure la magnificenza di quello

era un nulla a petto d'una sola galleria o d'una sala del palazzo.

Attendeva in persona a rendere giustizia; notava d'infamia i giudici

che accettassero denaro, o i governatori che espilassero; represse la

licenza pubblica e la sfacciataggine de' libelli; vietò ai cavalieri

di recitare sui teatri; cassò un senatore che danzava; escluse le

donne dal ricevere legati e dall'andare in lettiga; dichiarò indegno

d'esser giudice un cavaliere che ripigliò la moglie dopo ripudiatala

per impudica; molti adulteri punì di morte, e vietò severamente di far

eunuchi.

Ma a fatica dissimulava l'indole sanguinaria e codarda. Avido di

gloria militare quanto inetto ad acquistarsela, assunse quattro

volte in un anno il titolo d'imperatore, sempre per vittorie altrui:

piombato improvviso sui Catti, i più civili e guerreschi fra i Germani,

strascinò in trionfo alcuni prigionieri, nè più da quell'ora depose la

toga trionfale: intanto che Svevi e Sàrmati, rivoltati contro l'impero,

sterminavano eserciti interi nella Mesia, nella Dacia e nella Germania.

Memorabili sono di quel tempo le vittorie di Gneo Giulio Agricola

sulla Bretagna. Cesare pel primo era sbarcato nell'isola per reprimere

i sacerdoti Galli che continuamente fomentavano le sollevazioni nella

Gallia romana (t. II, p. 177): ma sebbene fosse dichiarata provincia,

non obbediva ai Romani, e poco vi vantaggiarono le armi, finchè non

le condusse Agricola (77). Tacito, genero di questo, volle proporlo

a specchio e raffaccio degli altri capitani; onde racconta che,

accortosi come il saccheggio e la prepotenza militare nocessero alla

dominazione, Agricola riformò la disciplina cominciando dalla propria

casa, nominò uffiziali i più degni, senza riguardo a raccomandazioni

e preghiere, ripartì più equamente le imposte: poi incoraggiando i

suoi coll'esempio, scoraggiando i nemici colla rapidità delle marcie,

riportò molte vittorie, molti col perdono indusse a sottomettersi,

e cercò tenerli quieti coll'incivilirli; mai non cercava sminuir la

gloria ai soldati per attribuirla a sè, e sempre mostravasi avaro del

sangue romano. Per tal modo assicurò il dominio di Roma sulla Bretagna

e la Caledonia; ma Domiziano, quasi eclissasse le sue imprese finte

colle vere, lo richiamò, e l'insigne capitano non ne sfuggì il rancore

altrimenti che col vivere nell'oscurità (85), e neppur questa forse il

sottrasse al veleno.

I Daci, guidati da Decebalo, grande in battaglie e in consiglio,

passato il Danubio, ruppero i Romani, uccisero il governatore della

Mesia, e menando orribile guasto, occuparono quante fortezze aveano

là intorno munite i Romani. Domiziano, posto in dirotta fuga, mandò

a Decebalo supplicando pace (90), con ricchi donativi, con artigiani

d'ogni sorta, e con una corona in segno di riconoscerlo re, e

rassegnandosi a pagargli annuo tributo. Prima guerra ove i Barbari

assalissero con vantaggio l'impero. Eppure Domiziano scrisse al senato

aver messo finalmente il morso agl'indomiti Daci; e tornando, dopo aver

peggio che in guerra devastato il paese quieto, menò un trionfo, dove i

poeti lo paragonarono ai Cesari e agli Scipioni[215].

La fierezza che gli mancava in campo, sapeva troppo esercitarla in

pace. Avendo il banditore, nell'acclamar console Flavio Sabino genero

di Tito, in isbaglio chiamatolo imperatore, Domiziano fece scannare

e il banditore e il nipote. Fatto prendere l'oroscopo dei grandi

dell'impero, ne tolse ragione di mandare a morte assai senatori e

cavalieri (95). Di molti Cristiani prese l'ultimo supplizio in Roma

e nelle provincie, come di nemici alla repubblica, tra i quali Flavio

Clemente cugino suo e collega nel consolato, e le due Domitille, nipote

e moglie di quello.

Com'è de' principi cattivi, Domiziano aveva in odio e in sospetto la

storia e gli storici: Erennio Senecione, incolpato di scrivere la vita

d'Elvidio Prisco, fu creduto degno di morte; Fannia vedova di Elvidio,

che confessò averlo spinto e ajutato a quel lavoro, ne perdette i beni

e la patria, ma portò seco la storia riprovata; ad Aruleno Rustico

fu colpa capitale l'aver lodato Trasea Peto; Armogene di Tarso venne

ucciso perchè parve nella storia alludere a Domiziano, e crocifissi

quelli che ne avevano ajutato lo spaccio. Nuovo genere di crudeltà

fu l'ardere pubblicamente i libri di fama più cospicua e di sensi più

generosi: da ultimo tutti i filosofi e gli scienziati sbandì: alcuni,

cessati gli studj, presero il mestier di spia, il più opportuno perchè

impinguava colle ricchezze, confiscate sotto frivolissimi pretesti.

Un cittadino illustre mostrasi popolare? e' medita la guerra civile;

sta ritirato? vuol far rimprovero ai tempi; conduce vita illibata?

è un nuovo Bruto; se inerte e stolido, cova disegni di sangue; se

operoso e vivo, intriga e sommove: il ricco possede troppo denaro

per uom privato; il povero, non avendo che perdere, potrebbe a tutto

avventarsi. Più le spie erano vili e schifose, più l'imperatore le

palpava e reggeva; convinte di calunnia, crescevano di merito; ad esse

le spoglie dello Stato, ad esse le dignità pontificali e il consolato;

quali nelle provincie spediti procuratori, quali in città tenuti per

confidenti e ministri; schiavi furono subornati contro i signori,

liberti contro i patroni; e chi non avesse nemici, trovavasi tradito da

gente, della cui benevolenza mai non avea dubitato.

Sotto il costoro regno, i Romani non osavano comunicare ad altri

i proprj pensamenti, nè fremere insieme; e vedeano con silenzio

pusillanime i tribunali fatti strumenti di perdizione, rapine

ed assassinj palliarsi col nome d'ammenda e di castigo: le isole

riboccavano di relegati, gli scogli d'uccisi. Alcuni incontrarono la

morte con intrepidezza: madri e mogli generose seguirono i loro cari

nell'esiglio.

A Domiziano recava diletto il veder le lagrime, noverare gli aneliti;

esultava quando a una sua parola il senato impallidisse. Privatamente

si compiaceva di lepidezze inumane. Una sera chiama a banchetto il fior

de' senatori e de' cavalieri, egli che diceva di guardare i più de'

cavalieri per suoi nemici, e che non si terrebbe sicuro finché pur un

senatore respirasse. Man mano che arrivano, son condotti in una sala

a bruno, ove fioche lampade mostrano cataletti, segnati ciascuno col

nome di un convitato; ed ecco dopo lunga ansietà entrano uomini ignudi,

tinti di nero, colla spada nell'una, la face nell'altra mano: ma dopo

girato attorno, aprono le porte, e congedano i due ordini principali

dell'impero, non so se più atterriti o scornati.

Valentissimo nel trar d'arco, faceva trasvolare il dardo fra le

aperte dita d'uno schiavo, posto per lontano bersaglio; e nella lunga

solitudine del suo gabinetto l'imperator del mondo esercitava tale

abilità dardeggiando mosche. Onde Vibio Crispo interrogato se nessuno

fosse coll'imperatore, — Neppure una mosca» rispose.

In turpi voluttà non la cedeva ad alcun predecessore. E i Romani?

adulavano e il chiamavano signore e dio e figlio di Minerva, titoli

ch'egli medesimo si attribuiva nelle lettere, e che gli erano prodigati

da Marziale, Quintiliano, Giovenale e dagli altri scrittori. Le vie che

conducevano al Campidoglio, apparivano ingombre di vittime, scannate

avanti alle sue statue[216], le quali per decreto non potevano farsi

che d'oro o d'argento. Giuochi preparò, che Roma non avea mai veduto

i più splendidi; fece scavare presso al Tevere un gran lago, ove

due flotte combattevano; agli accoltellamenti dei gladiatori mesceva

anche donne; offrì vere battaglie d'interi eserciti nell'anfiteatro,

egli che delle campali avea paura; ed essendo, durante lo spettacolo,

sopragiunto un rovescio di pioggia, non permise a veruno d'uscire; onde

molti ammalarono, alquanti morirono.

Per bastare alle prodigalità, non era via d'ottener denaro ch'e' non

si facesse lecita; alle eredità facilmente sottentrava o accusando il

morto d'avere sparlato di lui, o trovando chi asseriva quello averlo

chiamato erede. I magistrati rincarivano le imposizioni, tanto che

varie provincie sorsero in aperta rivolta. In Germania, Lucio Antonio

governatore prese il titolo d'augusto; ma bentosto rotto ed ucciso, de'

molti accusati come complici suoi due soli tribuni camparono la vita

col provare d'essersi prestati a vilissima lascivia, e quindi essere

incapaci d'ogni ardito tentativo.

Avendo scoperta e sventata una congiura, stava sempre in timore di

nuove, massime che diversi prodigi e indovinamenti gli prenunziavano

la sua fine. Si munì in ogni miglior modo, fino a rivestir le sue

stanze di una pietra che rifletteva le immagini, acciocchè nessuno

gli si accostasse inosservato; poi pensando disfarsi di chiunque gli

dava ombra, ne aveva preparata la lista. Un fanciullo, col quale

egli trescava, gliela tolse mentre dormiva, e la portò fuori; e

l'imperatrice Domizia Longina, sbigottita al leggervi il proprio nome

con quel de' primarj, convenne con questi di pigliare il passo innanzi.

Partenio primo cameriere introduce all'imperatore Stefano liberto di

Domizia (96), che recando il braccio al collo in atto di ferito, gli

porge una carta ov'è rivelata la congiura, e mentre la leggeva il

trafigge. Domiziano si difende, Stefano rimane trucidato da quei di

casa; ma gli altri congiurati sopragiungendo uccidono l'imperatore.

Compiva i quarantacinque anni, e n'avea regnato quindici; e il senato,

raccoltosi di presente, gli disse tanti improperj quante dianzi

adulazioni, ne rase il nome dalle epigrafi, abbattè le statue e gli

archi, annullò gli atti. Il popolo, sino al quale non scendeano le

persecuzioni, bensì le pompe e i giuochi, stette indifferente. I

soldati, di cui aveva cresciuta la paga, lo piansero più che Vespasiano

e Tito; e gli uffiziali durarono gran fatica a frenarli.

Egli è l'ultimo di quelli che chiamano i Dodici Cesari.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 9 / 23 题