CAPITOLO XXXV.

La Redenzione.

Qualche moralista esclamava, è vero; ed a misura del suo coraggio

rivelava le piaghe di quel tempo, l'impassibilità dei ricchi, le

miserie del povero, la corruttela di tutti. Declamazioni! ma trattasi

di suggerire un rimedio? i filosofi somigliano a vecchi, predicanti

una morale cui non applicano; gli Stoici versano ogni colpa sopra

le dottrine epicuree; i migliori politici non sanno che ribramare

il tempo antico e la rugginosa aristocrazia; Orazio, da poeta vi

canta: — Andiamo ad abitare le isole Fortunate»; Giovenale dice come

uno scolaretto: — Ritiratevi sul monte Sacro»; Seneca soggiunge:

— Uccidetevi»; Tacito non vede raggio di luce nelle tenebre che sì

foscamente descrisse; fra tante superstizioni fedelmente riferite, e

da lui rispettate come un istituto politico e nazionale, nega fede a

cotesta divinità, che abbandona in tal fondo di corruzione l'opera sua

più bella; e rifiuta le speranze postume, dicendo che gli Dei «curano

la vendetta, non la salvezza, e si fan giuoco delle cose mortali»[198]:

un riparo nessuno sapeva trovare, nessuno ideava una rigenerazione

morale; e al più sarebbesi applaudito ad Euno, a Spartaco che

violentemente spezzassero i ferri.

Chi mai avrebbe pensato opporre la voce e la persuasione sua personale

alla sfrenata potenza di quell'idolo inesorabile che si chiamava lo

Stato? Nell'assoluta mancanza d'ogni accordo di principj, sarebbe

somigliato altro che follìa l'affrontar morte o persecuzione per

sostenere il proprio convincimento? Ognuno provveda a ciò che più

gli torna; il resto è nulla. Voi letterati, cercanti l'utile anche

nel bello, rendetevi alleati e complici della tirannide. Voi savj,

incontrando la disperazione invece della Provvidenza, riponete

il sommo della virtù nel sottrarvi colla morte agli affanni, che

l'individuale senno giudicò trascendere le forze vostre. O mondo,

ti sprofonda nell'avvilimento morale a proporzione che cresce la

materiale prosperità. Chi rigenererà l'umana specie? La forza? ma Roma

l'avvolgerebbe tantosto nelle comuni ruine: la legalità? ma quella di

Roma è così tenace e vigorosa, da non lasciarsene crescere a fianco

un'altra: la scienza? ma essa invanisce in frasi sonore. Il rialzamento

morale non potrà aspettarsi dagl'imperatori tiranni, non dal senato

avvilito, non dai patrizj decimati, non dalla religione screditata, non

dai ricchi corrotti, non dalla plebe ignara de' suoi diritti e de' suoi

doveri.

Nè tampoco dai filosofi, barcollanti nel dubbio orgoglioso, mentre

a riformare il mondo si richiede convinzione nella libertà umana,

e un governo provvidenziale che conduce il trionfo delle sociali

verità quando il loro tempo arrivò. Massime sparse e sconnesse, per

quanto vere, non bastano, ma bisogna un nuovo principio; al concetto

dell'ordine objettivo, ma fatale nella natura e nella società, opporre

quello della Provvidenza divina e della libertà personale; al precetto

negativo del non toglier l'altrui e non ledere il diritto, surrogarne

uno positivo; riporre l'onestà nella coscienza, estenderla su tutte le

facoltà del cuore, dell'intelligenza, della volontà.

Poniamo caso che alcuno si fosse elevato a proclamare massime in

perfetta contraddizione colle correnti. — Non v'ha che un Dio solo:

per libera volontà di lui furono creati la materia, perciò peritura,

e l'uomo, dotato di un'anima immortale. Questo Dio è comune a tutti i

popoli e ai singoli uomini, provvido conservatore del mondo, testimonio

e rimuneratore di tutte le azioni, dettatore d'una legge che è il

fondamento della morale e del diritto. Perchè tutti figli di quel

Dio, gli uomini sono eguali, senza distinzione di romano o barbaro, di

circonciso o incirconciso, di patrizio o plebeo, di schiavo o libero,

di maschio o femmina[199]: hanno dunque tutti ad amarsi e giovarsi a

vicenda; il comando e le dignità sono uffizio, non un godimento; e i

primi devono considerarsi ultimi.

«Tutti gli uomini sono originalmente contaminati d'un peccato, dal

quale provengono l'errore, l'ignoranza, la morte. Ma ad espiare quel

peccato, a dare all'uomo il potere di convertir l'errore, l'ignoranza,

l'infermità in mezzi di santificazione mediante la ripristinata

libertà, Iddio stesso s'incarnò, versò il sangue e la vita. Tutti

peccatori, tutti redenti del pari, gli uomini vengono da uno stesso

luogo, tornano al luogo stesso per sentieri diversi. La vera giustizia

nasce da tale eguaglianza; come ne nasce la libertà dall'essere ognuno

responsale de' proprj atti.

«Niuno è servo per natura; e quelli che la legale iniquità rese tali,

devonsi sollevare immediatamente col farli partecipi ai riti sacri

e all'istruzione religiosa, preparandoli così all'emancipamento. La

società non abbraccia intero l'uomo, il quale ha in sè qualche cosa di

più sublime, di superiore alle leggi civili; e indipendentemente da

queste aspira ad un fine più eccelso, ad una destinazione superiore

a quella degli Stati che nascono e muojono. L'uomo, alito di Dio,

non trae importanza soltanto dalla società, ma possiede una dignità

propria, che lo obbliga a perfezionare se stesso, dar vigore alla

propria coscienza, appoggiata sopra una legge suprema.

«La riforma non deve dunque cominciare dallo Stato, ma dall'individuo;

perchè questo, allorchè sia buono, è libero sotto qualsiasi reggimento;

sa fin dove obbedire; ha la coscienza della propria dignità e

responsabilità. Nè la morale si limita ai grandi misfatti che nuociono

alla società civile, e pei quali soli il gentilesimo stabilisce le pene

dell'inferno, insegnando che _Dii magna curant, parva negligunt_; ma

abbraccia tutte le opere, i pensieri, le parole, fin le ommissioni,

attesochè l'uomo sta perpetuamente al cospetto d'un Dio, che deve poi

giudicarlo e punirlo. Voi chiamate la vendetta voluttà degli Dei? ed io

vi annunzio che dovete concedere perdono universale, se volete ottenere

perdono da Dio.

«Ogni scostumatezza è colpa, giacchè l'uomo deve rispettare in sè

e negli altri la divinità; nè vi è stato di mezzo fra la verginità

e il matrimonio. In conseguenza i nodi domestici saranno purificati

e rassodati, si perpetuerà il conjugale, diretto a ben più sublime

fine che la soddisfazione istintiva. La donna non sarà più esposta a'

voluttuosi capricci dell'uomo, e l'illibatezza deve portarla a libertà:

ornamento suo più bello considererà quel pudore, che ora è vilipeso

nelle cortigiane, nelle schiave, fin nelle dee; per conservarlo, morrà

anche; e i meriti di essa consisteranno non in eroiche, ma in virtù

miti e conformi alla natura sua.

«L'amor proprio dominante ceda il luogo alla carità, virtù che dai

filosofi è considerata come una debolezza. E questa carità universale,

paziente, benigna, operosa, ordina d'amare il prossimo come noi stessi;

cerca i soffrenti al carcere, all'ospedale; raccoglie i projetti,

sepellisce i morti; dà il pane agli affamati, l'istruzione agli

ignoranti, il consiglio ai dubbiosi, il buon esempio a tutti. Da essa

affratellati, il povero non invidii al ricco; il ricco sappia che tutto

il superfluo deve darlo a chi non ha, ma che ogni stilla d'acqua che

darà ad un bisognoso, gli sarà computata per la vita futura. In vista

della quale è necessario operare continuamente, cercare la purezza in

terra, e tollerare i mali di questa vita, che non è se non un esiglio e

un preparamento.

«Quel che importa, non è la città, non la patria, ma l'uomo; e nazione

e tribù e famiglia esistono per l'uomo, non egli per esse. Il dovere

supremo non concerne quelle astrazioni che si chiamano patria, nazione,

bandiera, ma l'essere reale che chiamasi il prossimo. Allo Stato non

si può sagrificar più nemmanco un uomo, non la moralità personale

alla pubblica: verità e giustizia sono bisogni più urgenti che non

la civiltà materiale. La giustizia ha radici più salde e antiche, che

non i patti e le leggi umane. La verità non deve rimanere privilegio

di pochi, ma comunicarsi a tutti; a tutti insegnare a ingagliardirsi

contro le passioni, quetare i malvagi appetiti, posporre il ben proprio

al generale, l'utile all'onesto, la vita transitoria all'eterna. Voi

dal Campidoglio gridate, _La salute del popolo è norma suprema_; noi

all'opposto diciamo, _Perisca il mondo, ma si faccia la giustizia_».

Chi avesse annunziato tali verità, sarebbe parso poco meno che

mentecatto al romano orgoglio e all'universale corruttela. Eppure

in fatto erano state predicate in una delle più piccole e sprezzate

dipendenze dell'impero romano, la Palestina, diffamata per credulità;

e non già da un guerriero che attirasse il rispetto de' guerrieri

romani, non da un filosofo che ne eccitasse la curiosità, ma dal

figlio d'un artigiano, nato in una grotta in occasione che sua

madre era ita a Betlemme, montuosa cittadina della Giudea, per farsi

iscrivere nel ruolo della sua tribù, allorquando Augusto ordinò il

censo generale (Anno di Roma 754? 25 xbre) affine di conoscere quanta

gente gli dovesse obbedienza e tributi. Questo _uomo_, che si chiamava

Gesù, era figlio di Maria, fanciulla ebrea, stirpe di Davide ma in

povera fortuna, e sposata a Giuseppe fabbro di Nazaret. Egli crebbe

nell'oscurità e nell'obbedienza fin verso i trent'anni; allora cominciò

a predicare a pescatori e simil vulgo, e diceva: — Beati i poveri di

spirito; beati i miti; beati i misericordiosi; beati i mondi di cuore;

beati i pacifici, perchè saranno chiamati figliuoli di Dio; beati

quelli che soffrono persecuzioni per la giustizia, perchè il regno

de' cieli è per essi. Imparate da me che sono mite ed umile di cuore,

e troverete requie alle anime vostre. Chi si corruccia col proprio

fratello, è reo di giudizio. Misericordia io voglio, non sacrifizj.

Finora v'hanno detto, _Occhio per occhio, dente per dente_: io vi dico

che a chi vi percuote una guancia, anche l'altra presentiate. Finora

vi fu imposto d'amare il fratello, e odiare il nemico: io v'ingiungo

d'amare il nemico, beneficare chi vi nuoce, pregare per chi vi

persegue, imitando Dio che fa nascere il sole sui buoni e sui malvagi.

Io vi do un precetto nuovo, che vi amiate un l'altro come io ho amato

voi: vi conosceranno miei discepoli se vi amerete a vicenda. Chi ha

due tuniche, ne porga una a chi n'è sprovvisto. Fate l'elemosina, ma

in secreto, e che la vostra mano sinistra non sappia ciò che fa la

destra. Date a prestito senza speranza di ricambio, e largo sarà il

vostro frutto. Alla fine de' secoli poi verrà il Figliuol dell'uomo

a giudicare, e dirà: _Io ebbi fame, e mi saziaste; ebbi sete, e mi

deste a bere; pellegrino mi albergaste, nudo mi vestiste, mi visitaste

infermo e carcerato; venite, o benedetti del Padre mio, al gaudio che

vi è preparato_».

Chi così diceva, camminava come un peccatore fra i peccatori,

confabulava col bestemmiatore, sedeva a banchetto coi pubblicani;

rimandava assolta l'adultera, lasciavasi lavare i piedi dalla

meretrice; intingeva il dito nel piattello stesso col traditore, e gli

dava il bacio; prometteva il paradiso a un ladrone: oh! ben doveva egli

sentire i dolori dell'umanità, se così la compativa.

Gli Ebrei perdettero l'indipendenza allorchè il magno Pompeo li

sottopose alle aquile latine; e, pur conservando un re proprio,

stavano soggetti a un preside o procuratore romano, che allora era

Ponzio Pilato (28). Allo spettacolo delle assidue vicende d'allora,

alla caduta di tanti regni, allo sterminio di tante città, i Gentili

si approfondavano in quel sentimento d'un progressivo deteriorare del

mondo, che era stato ad essi lasciato dalla tradizione primitiva;

e perfino coloro che idolatravano Roma e «l'eternità dell'ingente

Campidoglio», a cui pareva aggiungere solidità ogni re che incatenato

ascendesse per la via Sacra, pure vedevano ogni generazione

peggiorare, e il mondo avviarsi a rovina inevitabile. Gli Ebrei

invece, fra gravissimi disastri esteriori ed interni, perdute le armi

e l'indipendenza, insieme col dogma della caduta teneano vivo quel

della rigenerazione; unici fra i popoli antichi che conoscessero quella

dottrina del progresso, ch'è carattere e vanto della moderna civiltà.

Nei loro libri profetici, da antico scritti nella più sublime poesia,

leggevano la promessa che verrebbe un salvatore, e appunto intorno a

questi tempi: ma accecati da angusto amor di patria, e nel dispetto

dell'oltraggiata nazionalità, nell'_aspettato_ non presagivano altro

che un eroe, secondo la carne non secondo la fede, il quale spezzasse

le catene del suo popolo come avea fatto Mosè liberandoli dall'Egitto,

o Ciro mentre stavano schiavi in Babilonia, e tornasse i gloriosi tempi

di Davide e di Salomone in quella Gerusalemme che restava sempre la più

insigne città dell'Oriente[200]; un messia insomma trionfante degli

stranieri, anzichè il Figlio dell'uomo, proclamatore dell'universale

fratellanza, e d'una legge d'amore indipendente da tempi, da luoghi, da

condizione.

Questo orgoglio carnale fece che non fosse conosciuto il Dio umanato,

anzi si disprezzasse un Cristo mansueto ed umile, il quale parlava di

rassegnazione, di benevolenza, d'un regno che non è di questo mondo;

consigliava a pagare ancora il tributo, e dare a Cesare quel ch'era di

Cesare: ma al tempo stesso egli imponeva si desse a Dio quel ch'era

di Dio, purgava la legge patria dalle frivole osservanze, e mentre

flagellava coloro che faceano traffico nel tempio, chiamava superbi

e ipocriti i sacerdoti e i dottori, i quali riponevano ogni moralità

nella foggia del vestire, nello astenersi da certi cibi, e gonfiavano i

cuori nella persuasione di loro virtù.

Costoro dunque cospirarono contro di lui, ed ai tribunali patrj

l'accusarono di bestemmiare contro la religione, di corrompere la

gioventù; ai tribunali romani, di turbare la dominazione straniera col

parlare d'un altro regno e di glorie diverse. I principi dei sacerdoti,

gli anziani del popolo e i giudici, cui i Romani ne lasciavano

l'autorità, dichiarano Cristo degno di morte, e chiedono a Pilato che

lo condanni. Questi esamina l'imputato, e gli domanda: — Sei tu il re

de' Giudei?» e Cristo risponde: — Il mio regno non è di questo mondo;

altrimenti i miei ministri non soffrirebbero ch'io fossi consegnato a'

Giudei. — Ma dunque sei re?» ripiglia Pilato; e Cristo: — Tu il dici;

e venni al mondo per rendere testimonianza della verità; e chi è dalla

verità, ascolta la mia voce».

In tempo che altro legame non credeasi poter frenare il mondo, fuor

quello della forza, qual mai timore poteva incutere al governatore

romano un regno non di questo mondo, un re che altro impero non

aveva fuorchè la verità, altri sudditi che quelli dalla verità

assoggettatigli? Pilato avea inteso che il precursore di Cristo

intimava: — Fate penitenza, preparate le vie del Signore», che Cristo

diceva ai poveri: — Voi siete beati», ai ricchi: — Siate misericordiosi

con tutti; chi vuoi essere mio discepolo, lasci ogni cosa, prenda la

croce e mi segua», e che il popolo lo amava perchè scioglieva gli occhi

ai ciechi, la lingua ai muti. Nulla affatto restava dunque minacciata

la potenza ch'egli rappresentava, nè l'immortalità di Cesare: che cosa

aveva mai a fare la religione colla politica? Costui non potea dunque

sembrargli meglio che un lunatico, un paradossale.

Ma quei primati divennero zelanti del poter temporale quando occorreva

di opporlo allo spirituale: astiosi allo straniero che comprimeva le

loro passioni, ora per passione s'accorsero che una novità religiosa

porterebbe novità politica, e minacciarono di denunziare Pilato a Roma

se non condannasse il riottoso. Il popolo, come chiamavansi pochi

scioperati schiamazzanti in piazza, chiede ch'egli condanni costui,

il quale mette a repentaglio il dominio di Tiberio; e Pilato, che

nell'egoismo personale e governativo non vuol porre a repentaglio la

pubblica quiete per nulla meglio che per un uomo, nè pericolare il

proprio impiego per salvare un innocente, condiscende che l'uccidano,

protestandosi però mondo del sangue di lui. E Cristo è crocifisso (35)

dal popolo tra cui era passato beneficando; — vittima della legalità

romana, acciocchè questa sia in perpetuo condannata.

Fra le imprecazioni egli morì, non imperterrito come Trasea o Seneca,

ma confessando il dolore, ma desiderando fossegli risparmiato quel

calice, ma gemendo di sentirsi abbandonato dal Padre, e perdonando

a quelli che l'uccidevano: e tutto fu consumato, come da secoli era

stato simboleggiato e predetto. Lo sgomento invade i discepoli suoi, i

quali mondanamente giudicano le cose dalla riuscita; talchè nascosti

non fidano che nell'essere o sprezzati o dimentichi, e piangono

sull'estinto maestro, finchè questi, come avea promesso, risorge,

e salito al Padre, manda lo Spirito divino che tramuta i timidi ed

ignoranti pescatori di Galilea in dottori intrepidi, i quali, vestiti

della forza di lassù ed obbedendo al maestro che avea detto — Andate

e insegnate a tutte le nazioni», spargonsi per le vie di Gerusalemme,

annunziando compita la legge, cessate le figure, cominciata la nuova

alleanza, venuto il lume dal lume, il Dio da Dio, e spiegano quella

dottrina che doveva essere salvezza del mondo. Così il più stupendo

miracolo del cristianesimo, qual è il potere di trasformazione,

comincia ad operarsi negli Apostoli per estendersi a tutta la società.

Pilato ragguagliò il senato romano del caso; e Tiberio, udendo che

Cristo avea fatto miracoli ed era risorto, disse — Ebbene, ponetelo

fra gli Dei». Sì poco importava l'aggiungerne un altro alla caterva

affluita di Grecia, di Siria, d'Egitto! Cristo però non era un dio,

ma il Dio; e la sua dottrina e l'esempio suo repugnavano talmente ai

dominanti, che il trionfo di quelli doveva portare la rovina di questi;

e raccogliendo i pensieri di tutte le generazioni, di tutti i secoli,

avvincere il mondo in un legame di fede, di speranza, d'amore, il cui

nodo è in cielo.

Finchè ogni gente adorava un dio diverso, ciascuna associazione

rimaneva isolata, nè sentiva verso le altre que' doveri, che da Dio

solo traggono la sanzione: partecipando anzi alle gelosie de' loro

Iddj, non vedeano negli stranieri che nemici da abbattere, schiavi

da incatenare. Pel cristianesimo invece tutti gli uomini s'accordano

nella medesima credenza, si uniscono in una sola Chiesa; solennità

inditte a tutti i paesi, segni che distinguono il credente ovunque

sia, preghiere comuni, e spesso a tempi ed ore eguali in tutto l'orbe.

La religione non restringesi più ad un luogo, è predicata a tutti,

e non annunzia conquiste, cioè predominio d'alcun popolo; non fonda

una tribù sacerdotale, non indispensabile solennità di riti; ma

semplici preghiere, ma cerimonie schiette ed affettuose rimembranze

congiungeranno i fedeli dovunque e quandunque sollevino a Dio la mente.

Il cristianesimo non ha dottrine arcane, non han velo i suoi tempj, non

v'è profani nella Chiesa. L'uniforme e solido insegnamento della scuola

armonizza colla predicazione e col culto, il mistero colla dottrina

esteriore, le cerimonie colla reale consumazione del sagrifizio.

Insegnato ai bambini colle prime parole, si radica nei cuori, insinua

una morale dolce quanto sublime, un'affettuosa eguaglianza che nel

mondo non lascia vedere se non figli d'un Dio. Da qui la purezza d'una

morale, non soggetta a varietà di tempi nè di persone, e sempre intesa

al perfezionamento di sè ed alla carità verso altrui. Nè la virtù è

più un affare di convenzione, ma la pratica della verità, conosciuta e

ponderata con giudizio retto; una buona qualità della mente, di cui non

si può abusare[201]: è peccato il preferire al bene sommo il proprio,

all'oggettivo il subjettivo.

Sotto le maestose pieghe della società romana quale la dipingemmo,

ne covava dunque un'altra affatto differente, che all'amor proprio

di quella opponeva il sagrifizio e la carità; al libertinaggio la

penitenza; all'opinione, al dubbio, al timore le tre virtù ignote,

fede, speranza, carità; alla superbia l'umiliazione; alla violenza

la convinzione; al diritto del forte l'eguaglianza dei deboli;

all'ambizione di ricchezze, di godimenti, di potere, persecuzione,

pazienza, austerità.

Le due società non tardarono a trovarsi a fronte. Perocchè gli

Apostoli, appena furono innovati dallo Spirito consolatore, uscirono

predicando, e sparso il buon seme nella Giudea, recarono la fausta

novella (_euangelio_) alle genti, cui il Cristo non si era mostrato.

Pietro, il maggiore fra essi, s'avvia ad Antiochia, poi a Roma (42?),

il pescatore di Genesaret alla metropoli del mondo, per istabilirla

centro di un'altra unità, per opporre alle infamie di Messalina ed alle

atrocità di Nerone il raffronto dell'alta ragione e della sublime virtù

che perdona, istruisce e consola, e che sacrificando se stessa per

l'umanità, rende inutili gli altri sagrifizj cruenti. La irrequietudine

degli Ebrei in Roma, e massime contro i convertiti, indusse Claudio

a cacciarli, e allora Pietro sarà tornato nell'Asia[202]. Esprimo in

via di probabilità, giacchè, nell'età dell'orgoglio, questi grandi

rinnovatori del mondo lasciarono ignorare il loro cammino.

Saulo o Paolo, di Tarso in Cilicia, municipio romano, da fiero

persecutore de' Cristiani ne divenne apostolo (35), e fu eletto a

diffondere il vangelo tra i Gentili; il che egli fece non soltanto

colla parola, ma con quattordici epistole, dove chiarisce molte

dottrine che erano custodite per tradizione, e inculca che veruna fede

non è ristretta a veruna nazionalità. Gallione proconsole dell'Acaja

risedeva in Corinto, quando Paolo v'andò a predicare, e molti gli

credevano e battezzavansi. Gli Ebrei lo presero in ira: l'ira consueta

degli oppressi contro chi cerca rigenerarli moralmente; e il condussero

al proconsole, imputandolo d'insegnare un diverso modo d'adorar Dio;

ma Gallione li rimbrottò, e — Se costui ha commesso qualche delitto,

indicatelo; ma se si tratta delle vostre solite quistioni di parole e

casi della legge vostra, sbrigatevela fra voi»[203].

Un'altra volta, mentre predicava nel tempio di Gerusalemme (38), gli

Ebrei lo assalsero e maltrattarono, finchè s'interpose la guarnigione

romana. Lisia, colonnello di questa, al cui arbitrio era commessa la

quiete della città, volea farlo bastonare, ma Paolo disse: — No, perchè

io son cittadino romano». Verificata tale asserzione, il colonnello

lo sottopose a un concilio di sacerdoti; ma tra questi alcuni erano

sadducei che negavano l'immortalità, altri farisei che ammettevano

la resurrezione de' morti; perocchè gli Ebrei pativano di quell'altra

scabbia degli oppressi, la sconcordia d'opinioni e i rancori reciproci:

onde cominciarono abbaruffarsi fra loro. Il colonnello, vedendo non si

trattava d'alcuna colpa, tolse seco Paolo perchè non soffrisse nuove

ingiurie, e lo mandò a Felice governatore della Giudea. Accorse il

gransacerdote ebreo con altri ad accusarlo; ma Felice, visto che erano

dispute religiose, tenne Paolo in larga custodia a Cesarea per due

anni, intanto ascoltandolo discutere sulla giustizia, sulla castità,

sul giudizio futuro: avviata poi la processura, Paolo appellò al

tribunale di Cesare, laonde fu da Festo, successore di Felice, mandato

a Roma. Tra molti prodigi egli vi approdò; e lasciato alla libera

custodia d'un soldato, con ogni fidanza e senza verun divieto[204] vi

stette due anni predicando.

Reduce in Asia, da Corinto diresse ai Romani una celebre epistola, in

cui rinfaccia a' Giudei convertiti la carnalità e il volere angustiarsi

nelle cerimonie, mentre quel che importa è la grazia del Signore,

necessaria per essere santificati in virtù della fede in Cristo, la

qual fede è il principio della giustificazione: ai Gentili rimprovera

la soverchia fidanza nella propria ragione, mentre le cognizioni di

cui superbivano, traevanli a peccato; la scienza di suprema importanza

esser quella di Dio; i savj, quando s'ingloriarono de' proprj

pensamenti, caddero nell'accecamento e nella superstizione, e Dio

li lasciò in balìa delle passioni loro: pertanto e Gentili e Giudei

convertiti si rispettino a vicenda, nè in altro si glorifichino che in

Cristo Gesù. Tornato poi a Roma e messo prigione, Paolo di là scrisse

una lettera agli Ebrei, mostrando l'insufficienza della legge mosaica

dopo venuto chi la perfezionava e compiva.

Di queste missioni poco si brigava l'orgoglio romano, finchè non venne

occasione di perseguitarne i proseliti. Da poi che Nerone ebbe messo

fuoco a Roma, nè sacrifizj agli Dei nè ordini ai magistrati nè profuso

denaro o promesse di più elegante ricostruzione chetarono il dispetto

della plebe. «Si ricorse anche ai Libri Sibillini; fu supplicato a

Vulcano, Cerere, Proserpina; e da matrone prima in Campidoglio, poi

alla più pressa marina, fatta Giunone favorevole; e di quell'acqua

fu asperso il tempio e l'immagine della dea, poi da maritate vi si

fecero i lettisternj e le vigilie. Ma nè opera umana, nè prece divina,

nè larghezza da principe gli scemava l'infame taccia dell'avere

arso Roma». L'imperatore, che poteva ridurre al silenzio i senatori

coll'ucciderli, era costretto rispettare il popolo; onde, con un

artifizio unico e sempre nuovo, pensò stornare da sè quella colpa col

versarla sopra cotesta nuova setta di filosofi, la quale, aborrendo

dalla sozza corruttela e dal vigliacco umiliarsi, e non riconoscendo

nei Romani una natura superiore alle altre genti, nè quindi il

diritto di opprimerle, faceva dispetto alla tiranna del mondo. Adunque

«processò e con isquisitissime pene castigò quegli odiati malfattori,

che il vulgo chiamava Cristiani da un Cristo, il quale, regnante

Tiberio, fu crocifisso da Ponzio Pilato procuratore. Per allora fu

repressa quella semenza; ma rinverziva non pure nella Giudea dove

nacque quel male, ma anche a Roma, dove tutte le cose atroci e brutte

concorrono e acquistano celebrità. Furono dunque prima catturati i

Cristiani che professavano apertamente, quindi gran turba, indicati non

come colpevoli dell'incendio, ma come nemici del genere umano».

Per l'odio dunque cominciavano i Romani a conoscere una religione,

che tutti voleva congiungere nell'amore. Con supplizj della peggior

guisa li perseguitarono, e imitando quel che il loro padrone

faceva ai patrizj, unirono all'atrocità l'insulto; quali avvolti in

pelli d'animali esibendo ai cani, quali esponendo nel circo, quali

bruciando vivi, e de' loro corpi servendosi la sera come di fanali

ne' voluttuosi giardini di Nerone, posti in quel colle Vaticano, su

cui la religione allora nascente doveva poi piantare il suo trionfale

padiglione. «Nerone vi celebrò la festa Circense, vestito da cocchiere

in sul carro, e spettatore fra la plebe; onde di que' tristi, sebbene

meritevoli di ogni più nuovo supplizio, veniva pietà, non morendo essi

per pubblico bene, ma per crudeltà di lui solo»[205]. Vuole la costante

tradizione che in quell'occasione Pietro e Paolo suggellassero la fede

loro col martirio (67 — 29 giugno), consacrando del loro sangue una

terra, che da tant'altro era contaminata.

Ma già eransi moltiplicati i Cristiani in Roma, in Italia. Da principio

adoperavano ogn'arte per nascondersi, convegni segreti, segni di

convenzione, lettere e tessere di riconoscimento, scatole in cui

portare il viatico agl'infermi, ai prigionieri, a chi non poteva uscir

di casa; intanto si estendevano fra i poveri, fra i giovani, fra le

donne. La donna convertita è seme che germoglia presso al focolare

domestico; e se non può al consorte, ispira ai servi ed ai figliolini

nuove massime, nuove ammirazioni, desiderj nuovi. La famiglia di

Priscilla fu la prima che, dalle idee orgogliose su cui riposava il

patriziato antico, passò ai sentimenti della fraternità umana che

costituiscono la cristiana uguaglianza. Tre Priscille, molte Lucine,

Ilaria, Flavia, Severina, Firmina, Giusta, Ciriaca, altre ricche vedove

trasformate in diaconesse, passavano i giorni pregando sulle tombe dei

martiri, che aveano ornate colla cura e col segreto onde altre loro

pari allestivano i gabinetti lascivi; madri e vergini sante espiavano

per quelle che si prostituivano in onor delle dee, pregando assidue, e

soccorrendo chiunque abbisognava o soffriva. Quando la dea Vesta più

non trovava chi volesse votarle la verginità, molte fanciulle a gara

s'offrivano alla custodia delle ossa dei martiri. Più tardi colle loro

ricchezze fondarono spedali, monumenti di carità opposti a quelli di

strage e di contaminazione. Di tal passo la donna recuperava la libertà

naturale, sottraevasi, foss'anche schiava, all'arbitrio d'un padrone, e

cancellava la legale sua inferiorità[206].

L'adorazione dell'uomo è l'adorazione del male; il culto dei Cesari

è l'infimo grado dell'idolatria; i costumi dell'età loro sono la

cloaca dell'impurità, dell'inumanità e della divisione, le tre grandi

conseguenze dell'idolatria. Da un lato dunque «opere della carne,

dimenticanza di Dio, incostanza di matrimonj, avvelenamenti, sangue ed

omicidj, furti ed inganni, orgie, sacrifizj tenebrosi, uomini uccisi

per gelosia, o contristati coll'adulterio, tutte le cose confuse, e

una gran guerra d'ignoranza che la follia degli uomini chiama pace»;

dall'altro lato «tutti i frutti dello Spirito, carità, gioja, pace,

pazienza, benignità, bontà, longanimità, dolcezza, fede, modestia,

temperanza, castità»[207]; ai quattro caratteri dell'antichità se ne

oppongono quattro nuovi, fede pura all'idolatria, carità allo spirito

di malevolenza, giustizia al disprezzo delle vite, castità alla

corruzione. Siffatta guerra cominciava col Vangelo.

Nella Roma incestuosa e micidiale, anime che il mondo non era degno

di possedere viveano nelle caverne, aspettando intrepide, ma non

accelerando l'ora di fecondare del loro sangue la pianta della

rigenerazione. Attorno alle città d'Ostia, di Velletri, di Tivoli,

di Preneste e Palestrina, e nelle valli che con cento flessuosità

sboccano nella pianura del Lazio; accanto alle tane, ove i padroni

chiudevano la sera centinaja di schiavi alla bestemmia ed agli

indistinti concubiti, trovi altre caverne, scavate nel tufo di cui si

fabbricavano le voluttuose ville: e dentro quelle nei gemiti e nella

preghiera si rigenerava l'umanità. Colà i Cristiani sepellivano i morti

entro nicchie che poi muravano, chiudendovi insieme gli strumenti

del supplizio, un'ampolla del sangue, le insegne della dignità o

dello stato; e questi asili della morte denominavano _cimiterj_, cioè

dormitorj, espressione d'una coscienza pura, consolata nella certezza

di svegliarsi ad altra vita; e colà venivano ad orare. Ivi nessun

altro ornamento che l'avello d'un martire, pochi fiori, alcuni vasi di

legno, qualche cero o lampada, al cui lume leggere il Vangelo, cioè i

libri nei quali i compagni di Cristo o i loro discepoli aveano esposto

semplicemente la vita e gl'insegnamenti di lui, i precetti e l'esempio;

ed invocavano la grazia di adempirli e d'imitarlo. E in quel leggere e

in quel pregare consisteva la loro cospirazione.

Uniti nella credenza stessa, nella stessa morale, nella stessa

speranza, davano bando alle inumane distinzioni del secolo: il ricco

sedeva presso al povero cui sostentava coll'aver suo: le vergini del

vulgo, coperte di bianco lino, con al collo gli amuleti dell'agnello

di Dio che toglie i peccati, alternavano litanie colle matrone e colle

vedove de' senatori e dei proconsoli, che avevano data ogni ricchezza

all'assemblea de' fedeli, e spargevano i ristori della carità: e mentre

l'egoismo rodeva a morte la società antica, qual sovrabbondanza di

vigore in quella nuova, dove l'amore nasceva dall'inesausta fonte della

fede, e dove convincendosi della debolezza dell'uomo, acquistavano

la forza che viene da Dio! Il vescovo, il prete, il diacono, cioè a

dire l'ispettore, il vecchio, il servo, presedevano all'adunanza, non

distinti se non per maggior virtù, carità e dottrina nel soffrire, nel

rimetter pace, nel compatire e consolare, nello spezzare il pane della

parola, e per lo stupendo privilegio d'immolare il Figlio al Padre,

vittima incessante per le colpe, e di legare o sciogliere i peccatori

tra l'effusione della Grazia.

Quivi entro, la vigilia delle solennità i sacerdoti davansi lo scambio

per cantar tutta notte inni al loro Signore; e quella melodìa serviva

di guida ai fedeli, che sbucati di piatto dalla città o dall'ergastolo

degli atroci padroni, venivano a trovarvi gli anziani mutili nel

martirio, i vescovi rapiti miracolosamente al rogo, i filosofi che,

mutati in apostoli, avevano finalmente rinvenuto il nodo delle agitate

quistioni, e che s'accingevano a recare il vero alle genti assise

nell'ombra della morte, e a confermarlo col proprio sangue.

Le feste dell'idolatria erano allusioni a fenomeni naturali, ovvero

patriotiche rimembranze, spesso contaminate da impurità e bagordi:

nelle cristiane, l'esultanza era espressione del rinascimento

spirituale. Là interrogavasi con ansietà il futuro; qui si confidava

nell'onniscienza divina; e lo spirito, sgombro dal timore di sinistri

presagi, trovava la spiegazione della vita in ciò che dee venire dopo

di essa. Chi potesse, recava qualche denaro ogni mese onde nodrire e

sotterrare i poveri, sostentare gli orfani, i naufraghi, gli esuli,

gl'imprigionati. Come fratelli, erano disposti a morire gli uni per gli

altri: tutto avevano in comune, eccetto le donne: nel loro mangiare

insieme, che chiamavasi far carità (agape), libavano il calice del

sacrosanto sangue; poi i cibi, ricevuti a gloria di Colui che li dà,

rallegravano la sacra accolta nella fratellanza dell'affetto e nella

gioja del perdono e del sagrifizio.

La società periva per l'egoismo e l'isolamento? eccola salvata

dallo spirito d'associazione e da quell'amore che mancò sempre al

gentilesimo, perchè Dio solo poteva insegnarlo. Il cristianesimo è

dottrina di redenzione, sicchè primo merito pone il praticare la carità

fino a dar la vita. Per accrescere il bene del prossimo, ognuno ha

l'obbligo d'esercitare l'industria, scoprire, progredire; è pertanto

anche dottrina d'attività e d'avanzamento, mentre gli antichi, fondati

sopra l'idea del decadimento, vedevano il male e la disuguaglianza

fra gli uomini come una necessità, soffrivano e lasciavano soffrire.

Colla parola «Siate perfetti come il Padre mio celeste», è imposta

alle età nuove la missione di procedere, di lottare; e se il verbo

di Dio non mente, andrà svolgendosi ed effettuandosi ognor meglio

la legge di giustizia e d'amore; e poichè in questa consiste il

perfezionamento anche dell'ordine temporale, indefettibile ne sarà il

progresso, divenuto legge naturale dell'umanità. Ne conseguiva anche la

libertà[208], la quale, sbandita d'ogni luogo pel deleterico influsso

dell'egoismo, ricovera nel santuario, protetta dalla fede di Colui pel

quale regnano i re.

Veramente Cristo, la cui riforma era morale e non politica, non

mutò l'ordinamento materiale del mondo visibile: ma la scienza delle

intime relazioni della terra col cielo, del tempo coll'eternità, del

contingente col necessario, riesce ad innovarlo, porgendo un canone di

eterna giustizia; e coll'impedire che mai più gli uomini si considerino

altri come fine, altri come mezzi, pianta la libertà vera, generata

dalla fede, dalla pratica della virtù e dalla cognizione della verità.

— Chi vorrà esser primo, si farà servo degli altri, come il Figliuol

dell'uomo che venne non per essere servito ma per servire, e dar la

vita ad altrui redenzione». Queste parole segnano il rigeneramento

della società, sostituendo alla tirannide, ove pochi godono e molti

patiscono, il governo per vantaggio di tutti; e rendendo un dovere non

un piacere il diriger gli uomini. Il superiore sa d'essere obbligato

a servire alla grande società umana, nè quindi inorgoglisce della

sua posizione; l'inferiore vede nel magistrato l'uomo costituito a

vantaggio di lui, e quindi lo ama e seconda: i potenti riconoscono i

diritti dei sudditi, questi la soggezione, dovuta per riguardo a Colui

che è unica fonte della podestà: e gli uni e gli altri s'accordano nel

volere soltanto ciò che è volontà del comun padrone.

Cristo designò l'uomo che, lui morto, dovea farsi _servo dei servi_;

e così fondò l'unità del governo visibile, che non avendo il suo

regno in questo mondo, avvicinasse più sempre gli uomini al regno di

Dio, il quale consisterà nell'unità di credenze e d'affetti. A tal

uopo è stabilito un potere sulle coscienze, al quale appartenga il

risolvere ogni dubbio e determinare le credenze. Nulla esso possiede

di violento; uniche armi sue la persuasione, e la Grazia invocata, e la

infallibilità promessa da Colui, che prega in cielo affinchè la fede di

Pietro non venga meno.

A prima vista parrebbe dispotico cotesto governo della Chiesa, che

impone quanto s'ha da credere, estende l'imperio sulla coscienza,

e proscrive il dissenso: ma l'infallibilità sua esso trae da un

principio superiore all'uomo, e tale da acquetar la ragione; tutto

fa pubblicamente per lettere, dibattimenti, concilj, tanto che non

si prende alcuna determinazione se non per deliberazioni comuni: le

assemblee diocesane, provinciali, nazionali, ecumeniche adombrano quel

governo rappresentativo, che divisavasi testè come il più alto punto

del politico progresso.

Esso governo spirituale, non che contrastare col governo terreno,

imporrà d'attribuire a Cesare ciò che gli appartiene; ma a fronte

di Cesare ergerà dottrine che, insinuandosi nella vita sociale, la

modifichino, ed esempj, la cui santa evidenza trascini ad imitarli.

Pertanto nella società mondana v'avrà nazioni distinte; nella religiosa

un'_adunanza universale_ (Chiesa cattolica): colà il lignaggio dà

potenza e decoro; qui tutto deriva dal merito personale, senza gradi nè

privilegi ereditarj, talchè il nato nell'infimo grado potrà ascendere

al primato e fin agli altari: colà la forza impone i regnanti, e

il talento di questi destina i magistrati; qui tutto va per libera

elezione, dall'acòlito sino al pontefice: colà eserciti che soggiogano

i corpi, qui apostoli che convincono l'intelletto e inducono la

volontà: colà imperatori che decretano, qui diaconi, preti, vescovi che

istruiscono e consigliano: colà giudizj che puniscono, qui un tribunale

ove il confessare i delitti li espia; e se v'ha chi persiste nella

nequizia e scandalizza i fratelli, la pena più severa sarà l'escluderlo

dalla Chiesa, sicchè non partecipi alla preghiera ed al convito de'

buoni: ivi insomma la materia, qui lo spirito; ivi la coazione, qui

la coscienza. La carità cristiana toglie dunque l'uomo dal giogo

dell'uomo; come contro la propria debolezza, così lo difende contro

l'oppressura altrui, intimando, — Guaj a chi sprezzerà uno di questi

piccoli».

Cristo, imponendo ai discepoli la propria indigenza volontaria,

una legge di patimento e d'abnegazione, ruppe il fascino delle

grandezze pagane; il livello della povertà, sotto cui abbassava tutti,

diveniva livello d'indipendenza; sicchè agli splendori dell'antichità

sottentrassero la fraternità e l'eguaglianza. Allora il diritto succede

al fatto; il pensiero e la coscienza umana, volontariamente sottomessi

a Dio, da Dio solo vogliono dipendere, vero e primo sovrano, dal quale

Cristo fu investito della suprema podestà. Da Dio dunque soltanto e dal

suo Verbo deriva agli uomini il diritto di comandare. I principi aveano

fin allora dominato solo sui corpi colla forza; allora governerebbero

anche gli spiriti col diritto che deducevano da una fonte superiore.

A vicenda i popoli dall'obbedienza forzata passavano alla consentita,

prestandola non ad un uomo fallibile e peccatore, ma a Dio, e spegnendo

così i due demoni della tirannia e della rivolta.

L'obbedienza nascendo dalla persuasione, non avvilisce col sommettere

l'uomo ai capricci dell'uomo[209]; riduce il principe a ministro di Dio

pel bene, e i governi a provvedere che sia rettamente distribuita la

giustizia, senza potestà nè azione sopra il pensiero e le coscienze.

Ma se Dio è la potenza, non sempre è di Dio l'uomo che la esercita, nè

l'uso che ne fa; e quegli e questo sono subordinati al diritto eterno.

Nessun uomo possedendo autorità per se stesso, qualvolta surroghi

all'eterno diritto la potenza propria, si fa usurpatore; demerita

l'obbedienza qualvolta l'arroganza propria sostituisca a quella legge

superna, di cui è interprete la Chiesa[210].

Perocchè al di sopra di questi criterj del vero, di quest'autorità del

giusto è collocata la Chiesa, società delle anime legate al cospetto

di Dio dalle medesime credenze, depositaria immutabile delle verità

eterne, e insieme oracolo vivente nelle dispute a cui soggiace ogni

verità quando è consegnata all'uomo; affinchè, assicurando la libertà

nel vero, repudii la libertà nell'errore, combattuto sotto qualsiasi

forma perchè gli manca il diritto. Rappresentando la natura umana

ancora scevra dal peccato, essa è incapace di errare come di morire; e

afferma o nega competentemente i primi veri, su cui si fondano non solo

la religione, ma la famiglia, la società civile e la politica; una nel

capo, molteplice nei membri.

Erano dunque finalmente riconciliati scienza e dovere, filosofia e

religione, morale e politica; derivate tutte dalla medesima sorgente;

era costituito il criterio del sapere, degli affetti, delle azioni.

Quanti secoli però, quanto sangue, prima che la verità divenisse

trionfante, s'inviscerasse nella società, e portasse le indefinite

sue conseguenze e le applicazioni morali e civili! Ma ancora ne' mali

inseparabili dalla condizione umana recherà balsami la carità, intenta

a diminuirli o a consolarli coll'elevare gli occhi del soffrente al

Cielo che è per lui.

Storia degli Italiani, vol. 03 (di 15) · 第 6 / 23 题