Galba. — Otone. — Vitellio.
Fin qui erano succeduti imperatori della famiglia Giulia, o imparentati
o adottivi di essa; e il senato davasi l'aria di eleggerli: ma ora,
al vedere una persona nuova, creata dai soldati, il senato comprende
essersi rivelato che l'imperatore si può fare anche fuor di Roma[211].
Servio Sulpizio Galba da Terracina, nobile, ricco, preconizzato
all'impero da mille augurj, nella sua pretura avea ben meritato del
popolo col l'introdurre il nuovo spettacolo d'elefanti che ballavano
sulla corda. Buon capitano, sotto Nerone fece l'addormentato per non
attirarsi sospetti; e governando la Spagna Tarragonese, represse i
concussori, ed acquistò l'amore della provincia. Insorto contro Nerone
(68) per restituire (diceva) il massimo dei beni, la libertà rapita da
un mostro, come l'udì morto assunse il titolo d'imperatore, ed avviossi
a Roma, auspicando male il regno col punire le persone e le città che
aveano ricusato secondarlo nella sollevazione, e trucidare i complici
e fautori di Ninfidio Sabino, comandante ai pretoriani, il quale avea
voluto farsi gridare imperatore.
Un corpo di marinaj, che Nerone aveva ordinati in legione, gli va
incontro a Ponte Milvio chiedendo essere confermati; e perchè al suo
niego si ammutinano, Galba li fa assalire dalla cavalleria, settemila
uccidere tra in battaglia e per castigo, i restanti in prigione
finch'egli visse. Altri supplizj tennero dietro, ordinati freddamente:
pregato a risparmiare ad un cavaliere l'infamia, comanda che il palco
sia dipinto, e ornato di fiori.
Il popolo esultò quando vide messi a morte gli strumenti di Nerone,
fra cui Narcisso e l'avvelenatrice Locusta; e qualora Galba uscisse in
pubblico, gli chiedeva a gran voce il supplizio di Tigellino: ma costui
a grosse somme comprò lo scampo. Di ciò fu scontenta la plebe, come
della parsimonia che Galba credeva necessaria dopo i pazzi scialacqui
precedenti. A un senatore che il ricreò tutta una cena, regalò una
moneta, avvertendolo, — È di mia borsa, non dell'erario». Se vedesse
imbandigione più dispendiosa del solito, soffiava. Le prodigalità del
suo antecessore volle cincischiare, ordinando che, chiunque n'avea
ricevuto doni, ne restituisse nove decimi, creando per questo un
tribunale che turbò i possedimenti, e più scontentò che non arricchisse
l'erario. Negò ai pretoriani il donativo, rispondendo: — Ho scelto
i soldati, non li voglio comperare»; voce degna d'un prisco Romano,
s'egli l'avesse coi fatti sostenuta.
Ma avea messo il capo in grembo a favoriti indegni, i quali non era
malvagità che non si permettessero; nei giudizj e negli impieghi non
guardavano a merito, a diritto o a torto, ma a chi più desse: laonde
si rinnovavano le miserie e gli orrori del tempo di Nerone; e l'odio
de' costoro delitti accumulandosi sopra Galba col disprezzo per la sua
inerzia, faceva intollerabile il dominio. Vedendosi sprezzato ed esoso,
e udita la rivolta d'alcune legioni di Germania, Galba stabilì adottare
un successore. E fu Pisone Liciniano, giovane reputato per modestia e
severità: e l'esortò a portare la superba fortuna, come sin là aveva
l'umile sostenuta; essere accorciatojo al ben regnare l'osservar quali
cose si condannerebbero in principi; ricordasse di aver a governare
gente che nè la libertà sapeva tollerare, nè la servitù.
I soldati e i senatori annuirono alla scelta, ma Marco Salvio Otone,
inveterato negl'intrighi di Corte, essendo stato caldo sostenitore
di Galba, sperava da lui quel premio: deluso, e nulla avendo a
sperare nella quiete, tutto nel sovvertimento, macchinò; i debiti,
le insinuazioni dei liberti, i presagi d'indovini e di pianeti, la
scadente autorità di Galba, la non ancora assodata di Pisone, lo
fecero ardito a lasciarsi proclamare imperatore (69) da non più che
ventitre guardie pretoriane. Ben tosto altri ed altri si aggiunsero;
gl'indifferenti non si opponeano, i contrarj stavano a guardare. Pisone
uscì, mostrando di che turpe esempio sarebbe il tollerare che non
trenta disertori dessero il padrone al mondo; sicchè il popolo empì
il palazzo gridando morte a Otone, siccom'era solito nei teatri, e non
già per amore o per idea del meglio, ma per la consuetudine di adulare
i principi con vano favore, pronti a gridare il contrario un'ora
appresso.
E Otone esce con mani tese e picchiar petto e gittar baci e ogni
umiltà: se gli fa turba intorno di curiosi o di fautori; e prima
i pretoriani, poi la legione de' marinaj, memore dell'insulto,
gli prestano giuramento. Galba, svigorito dai settantatre anni e
dall'infingardaggine, compare armato in sedia; è forbottato senza
consiglio (69 — 15 genn.) fra una moltitudine non tumultuante, non
quieta; e da tutti abbandonato, agli assassini presenta tranquillamente
il petto, dicendo: — Ferite, se così comple alla repubblica». Regnò
otto mesi, piuttosto scevro di vizj che dotato di virtù; e fu detto di
lui, che parve degno dell'impero finchè nol conseguì.
Senato, popolo, cavalieri, come fossero tutt'altra gente, corsero a
chi prima al campo, bestemmiando Galba, ad Otone baciando la mano e
ammassando titoli e applausi, più vivi quanto meno sinceri. Otone gli
accoglieva cortese, e procurava rattenere i soldati dal sangue e dalla
ruba; ma aveva autorità di comandare il delitto, non d'impedirlo, e
dovette a lor capriccio deporre ed alzare magistrati. Vinnio, Laco,
Icelo, Pisone, indegni favoriti, furono trucidati, e con loro molti
innocenti e rei, come avviene nelle sommosse: la giornata micidiale si
conchiuse con feste e falò: al domani il pretore, convocati i padri,
fece decretare la podestà tribunizia ad Otone, che, attraverso le
insanguinate vie di Roma, salì al Campidoglio, ove ottenne il titolo di
cesare augusto, perdonò le ingiurie, o forse differì la vendetta, che
dalla brevità del regno gli fu impedita.
Gli eserciti che davano l'impero, potevano anche ricusarlo. Nella
Bassa Germania, Aulo Vitellio, tratti dalla sua i governatori della
Gallia Belgica e della Lionese, e i campi dell'Alta Germania, della
Rezia e della Britannia (69), si fece gridare imperatore, e prese
l'autorità, premiando e punendo; poi avviò verso Italia Fabio Valente
pel Cenisio, Alieno Cecina pel Sanbernardo cogli eserciti; e presto udì
che i paesi fra l'Alpi e il Po si sottometteano, non per benevolenza
od ira, ma perchè indifferenti a qual obbedire fra due pretendenti,
egualmente spregevoli. Otone, strappatosi dai voluttuosi ozj, mostrasi
assiduo agli affari, blandisce il popolo con elocuzioni, il senato
colle dignità, colle largizioni i pretoriani; perdona ad alcuni;
ordina a Tigellino di morire; tenta smovere Vitellio dall'impresa con
larghe promesse, fin d'associarselo all'impero: patti simili propone
Vitellio; poi l'uno all'altro avventano ingiurie enormi e meritate,
l'uno all'altro spediscono assassini. I pretoriani tumultuano; i
cittadini rimangono col batticuore d'una guerra civile; nessun partito
osava prendere il senato, perchè ogni parzialità, mostrata oggi a un
imperatore, poteva domani dar pretesto alle vendette dell'altro. Lo
sgomento era cresciuto da fantasmi apparsi, statue rivoltesi, mostri
nati; un bove parlò in Etruria; il Tevere traboccando portò via i
viveri. La gente, fiaccata dalla lunga pace, vuol mostrarsi bellicosa
col comprare belle armi, insigni cavalli, e banchettare, dissimulando
la paura quanto più n'avea.
Per togliersi a quell'intradue, Otone mosse incontro al pericolo
colla più parte de' magistrati e de' consolari, e colle coorti
pretoriane. La guerra fu atroce come sogliono le civili, sostenute
da stranieri ausiliarj: finalmente a Bedriaco[212] l'esercito d'Otone
andò squarciato (20 aprile). A questo in Brescello ne recò notizia un
soldato, il quale vedendosi non creduto, quasi fosse fuggito per viltà,
si trafisse colla propria spada. L'imperatore a quell'atto esclamò: —
Non sia mai che gente sì prode e affezionata resti, per mia cagione,
esposta a nuovi pericoli». E per quanto i soldati lo confortassero,
mostrando che non era a disperare, che tutti voleano dar la vita per
esso, e gliel provassero coll'uccidersi, altri gli dicessero essere
grandezza d'animo il soffrire le calamità, non il sottrarvisi, egli li
supplicava a lasciarlo sagrificare la sua per salvare la vita di tanti,
e, — Non trattasi di combattere Pirro o i Galli, ma concittadini, nè
la vittoria può venire senza molto sangue fraterno. Vitellio prese le
armi; io dovetti difendermi; ma la posterità sappia che una sola volta
esposi per me Romani contro Romani. Vitellio troverà vivi il fratello,
i figli, la donna sua. Se altri l'impero tenne più a lungo, nessuno
l'abbandonò più generosamente. Di veruno io mi lagno; chè il querelarsi
degli uomini o degli Dei al venir della morte, è un mostrarsi cupidi
della vita».
Chi così parlava era stato mezzano e parte alle turpitudini di Nerone,
che gli affidò Poppea sinchè non si fosse tolta d'attorno Ottavia;
s'era affogato nei debiti; spelavasi tutto il corpo e radeva la faccia
ogni dì, rammorbidiva la pelle con mollica bagnata, portavasi sempre
a lato uno specchio, e a quello componevasi in aria marziale prima di
camminare al nemico. Indotti i suoi a non ritardare la risoluzione sua,
s'accinge ad uccidersi la sera, poi dice: — Aggiungiamo anche questa
notte alla vita»; colloca sull'origliere due pugnali, s'addormenta, e
la mattina si trafigge (21 aprile).
Piangendo un imperatore che a trentasette anni moriva per salvarli,
i guerrieri suoi levarono un rumore, pericolosissimo perchè non era
chi li quietasse; esibirono l'impero senza trovare chi l'aggradisse; e
mentre il senato si chiariva per Vitellio, e decretava ringraziamenti
alle legioni di Germania, la militare licenza infieriva d'ambe le
parti col pretesto di punire gli avversi. Vitellio accorso, perdonò
ai primarj uffiziali dell'emulo, gli altri punì di morte; nel campo
di Bedriaco, tuttavia coperto degli insepolti, compiaceasi vederne le
ferite, e diceva: — Il cadavere d'un nemico sa buono, più buono se è un
cittadino»; e fatto recar vino, bevve e ne distribuì, rivelandosi qual
era goloso e crudele.
Su tutto il suo cammino fu una gara di portargli quel che di squisito
porgesse il contorno; i migliori cittadini erano raccolti a splendidi
banchetti; ed i soldati l'imitavano, sicchè il suo campo sarebbesi
detto un baccanale. Sebbene n'avesse congedato e sbrancato parte,
pure settantamila armati, oltre i saccomanni e i servi, attraversando
l'Italia al tempo della messe, la sperperarono, svergognando,
saccheggiando, vendendo come in guerra rotta. L'imperatore entrava in
Roma con corazza e spada, a foggia di conquistatore che si cacciasse
innanzi il senato e il popolo, se non l'avessero gli amici avvertito
di risparmiare questo nuovo insulto ed assumere abito di pace.
Nell'arringa al popolo e al senato sciorinò la solerzia e la temperanza
sua; e popolo e senato, che ne sapevano la gola e le disonestà,
applaudirono.
Con uno de' primi decreti proibì ai cavalieri romani di darsi
spettacolo sul teatro e nell'arena; con un altro sbandiva gli
astrologi; ed essendosi affisso un cartello che annunziava Vitellio
morrebbe il giorno che gli astrologi uscissero di Roma, egli fece
ammazzare quanti ne colse. Era frequente al teatro e al circo, assiduo
al senato, ove avendolo Elvidio Prisco contraddetto, egli soggiunse: —
Nessuna meraviglia che due senatori tengano contrario avviso». Trovato
un catalogo delle persone che avevano sollecitato premj da Otone come
uccisori di Galba, li fece morire, men per punizione del passato che
per riparo all'avvenire. Inetto però a gravi cure, le lasciava ai
favoriti Valente e Cécina che gli avevano dato l'impero, e ad Asiatico
di cui aveva usato in turpi servizj; e forse alle costoro suggestioni
vanno imputati i tanti omicidj di cui Vitellio si macchiò, fin della
propria madre.
Egli intanto badava agli aguzzamenti dell'appetito. Immaginò un
piatto, detto lo scudo di Minerva per la prodigiosa capacità, dove
si raccoglieva quanto potesse meglio solleticare palato o capriccio
d'uomo; cervella di fagiano, fegati di scaro, latte di lamprede, lingue
di rari uccelli a mille colori, pigliati dalla muda ad una cert'ora;
femmine sorprese sulla covata, maschi interrotti nel sonno, perchè
l'agitazione ne fa il fegato d'un mangiare delizioso; fregoli di pesce,
staccati dal fondo dei laghi al modo che si pescano le perle; altri
pesci spediti a Roma coll'acqua stessa in cui furono côlti; poi funghi,
di cui si spiava il nascere nelle umide notti; poma imbarcate cogli
alberi loro e col giardino ove crebbero, affinchè Cesare le cogliesse
di propria mano e godesse le primizie della fragranza e della lanugine.
Fin a cinque desinari sedeva in un giorno, e ciascuno d'ingente
dispendio; invitavasi da un amico a colazione, dall'altro a pranzo, dal
terzo a merenda, a cena dal quarto nel giorno stesso, e gareggiavano
a chi più lautamente gl'imbandisse; ma tutti vinse Lucio suo fratello,
che gli allestì duemila piatti di pesci, e settemila degli uccelli più
squisiti al mondo. Ovunque egli passasse, bisognava riporre i cibi,
altrimenti dava del dente in tutto, sparecchiava le are degli Dei, e
nove milioni di sesterzj in pochi mesi ingolò. Altro denaro straziò in
murare stalle, dar corse e spettacoli di gladiatori e di fiere, e nelle
splendide esequie di Nerone, liete alla ciurma, esecrate dai buoni.
Gli turbarono, non ruppero i sozzi riposi le notizie d'Oriente.
Vespasiano, che osteggiava i Giudei, udita la morte di Nerone, mandò
Tito suo figlio a congratularsi con Galba; ma avendo saputo per via
il tracollo di questo e l'accapigliarsi di Vitellio e Otone, Tito
diede volta per esortare il padre a mettersi anch'egli competitore. Le
legioni d'Oriente non aveano diritto d'imporre all'orbe il padrone,
quanto quelle della Germania e della Gallia? Vespasiano, tenuto
alquanto in bilancia dalla gravezza de' sessant'anni e del rischio,
alfine lasciò da esse proclamarsi imperatore. Le provincie d'Oriente
fino all'Asia e all'Acaja non esitarono a giurargli obbedienza; a
Berito stabilì un senato per dibattere gli affari, richiamò veterani,
cernì novizj, fabbricò armi, battè moneta, e postosi in Egitto, contro
di Vitellio spedì Crasso Muciano, comandante agli eserciti nella Siria.
Il quale, crescendo di forze alla giornata e imponendo tasse, venne in
Europa (69), ove le legioni, dall'Illiria alla Spagna e alla Bretagna,
acclamarono Vespasiano. L'esercito illirico, guidato da Antonio Primo,
calasi dalle Alpi; Aquileja, Altino, Este, Padova, Vicenza, Verona sono
sorprese, e così separate da Vitellio l'Alemagna e le Rezie; Cecina,
che comandava gli eserciti di esso, lo tradì; la flotta di Ravenna
gridò Vespasiano; finalmente sotto Cremona si fe giornata. Trentamila
Vitelliani caddero (29 8bre) uccisi da compatrioti ed amici; un figlio
ammazzò il proprio padre, e riconosciutolo nello spogliarlo, il pregò
di non maledirlo, e gli scavò la fossa. Preso il campo de' Vitelliani,
Cremona fu assalita, e per quanto Antonio Primo desiderasse campare una
città cinta di amenissime ville, piena di gente accorsa ad una solenne
fiera, e dove erano riposte tante ricchezze, non potè frenare l'agonia
delle prede e l'odio antico; e saccheggiata per quattro giorni, fu
distrutta. Primo vietò ai soldati di tener prigioniero verun Cremonese:
ed essi gli ammazzavano.
Vitellio, come altri potenti di altre età, credeva ovviare il pericolo
col non parlarne; guaj a chi in Corte toccasse delle atroci novelle!
mandava spie a scandagliare nel campo di Vespasiano, e tosto le faceva
uccidere perchè non palesassero. Fra ciò designava consoli per dieci
anni, dava la cittadinanza a stranieri con larghissime concessioni, e
nelle sale di Roma e nei parchi di Aricia, dimenticando il passato, il
presente, l'avvenire, bagordava, lussuriava. Giulio Agreste centurione,
cercato invano di scuoterlo, gli chiese licenza d'andar a verificare
coi proprj occhi le forze e la postura del nemico; e visto Cremona
ruinata, le legioni prigioniere e il campo vigoroso, tornò, ne diede
certezza a Vitellio, e trovandolo incredulo, per testimonio di sua
veracità si uccise. In sì lieve conto tenevasi la vita!
Alfine l'imperatore mandò ad abbarrare i valichi dell'Appennino;
poi incalzato, raggiunse l'esercito con un codazzo di senatori che
lo rendeano viepiù spregevole; ed ora a questi, ora a quelli si
volgeva per pareri; poi, ad ogni annunzio dell'avvicinar del nemico,
sgomentavasi e s'ubriacava. Udito che anche la flotta di Miseno avea
voltato bandiera, tornò a Roma intenerendo il popolo con preghiere, con
lagrime, con promesse, più esorbitanti quanto meno pensava mantenerle;
e così raccozzò una ciurma cui diede il nome di legione. Ma come Primo
fulminando varcò l'Appennino, costoro disertarono a frotte.
Sabino, governatore di Roma, benchè fratello di Vespasiano, si tenne
in fede: sol quando si bucinò che, per cessare il sangue, Vitellio
abdicava, egli assunse le armi; ma il popolo, invaso da subita
frenesia, lo chiuse in Campidoglio, e nell'assalto s'incendiarono le
case vicine e i portici, tra le cui fiamme penetrati, i Vitelliani
passarono per le spade chiunque resisteva; Sabino fu trucidato a rabbia
del popolo, il quale mal si potrebbe dire perchè con nuovo furore
proteggesse una causa non sua, e principi che domani avrebbe forse
trascinati nel Tevere.
Primo, come ode arso il Campidoglio e ucciso Sabino, difila sopra Roma:
Vitellio, sebbene rimbaldanzito da quel furore vulgare, mandò colle
Vestali un ambasciatore chiedendo un sol giorno per risolvere; ma non
l'ottenne, e i suoi furono rincacciati nella città. Presa anche questa,
si battagliò per le vie, e cinquantamila uomini perirono; mentre il
vulgo, cui la sua bassezza faceva sicuro, applaudiva o fischiava i
colpi, piacevasi scovare se alcuno si rimpiattasse nelle case, gridando
viva e muoja, come cosa pazza.
Vitellio, scoperto in un canile (20 xbre), fu menato per la città
con abiti laceri, corda al collo, braccia al dosso, fra gli urli
della plebaglia che due giorni prima l'adorava. Al moltiplicare degli
insulti, quest'unica voce oppose, — Eppure io fui vostro imperatore».
Di otto imperatori di Roma, era il sesto che periva di morte violenta.
Coll'uccisione di suo fratello Lucio Vitellio che comandava un esercito
a Terracina, fu terminata la guerra, ma senza che fosse pace. I soldati
vincitori inseguivano i nemici, scannandoli ovunque li scontrassero;
col pretesto di cercarli sforzavano le case; e la ciurma gli avviava
ed emulava. Primo valevasi del comando per rubare più degli altri:
Domiziano, figlio del nuovo imperatore, che nella sollevazione erasi
trafugato in abito di sacristano d'Iside, allora dichiarato cesare,
tuffavasi nelle laidezze. Scompigli sovra scompigli, fra' quali alla
povera Italia restava appena fiato per acclamare Vespasiano augusto.