Prosperità materiale e depravazione morale. Lo stoicismo.
A questo abbandonarci sulle particolarità della vita d'individui, il
lettore si accorge che a mutate fonti attingiamo. In tempi liberi
la patria primeggia, e l'uomo in quella s'eclissa: nella monarchia
gli occhi del vulgo s'arrestano sopra un uomo, e la storia, che sì
spesso è vulgo, se n'appaga, e invece della nazione ci offre la vita
de' suoi capi, sovra i quali è ormai concentrata l'attività. Ciò si
scosta affatto dal nostro proposito: ma primamente in quegl'imperatori
s'incarna ciò che noi cerchiamo, vale a dire la vita e la società;
inoltre abbondiamo di materiali, offertici da due cronisti molto
differenti tra loro, Svetonio e Tacito.
Il primo, indefesso raccoglitore di anticaglie, possedeva l'anello
d'un imperatore, il sigillo dell'altro, una statuina appartenuta ad
Augusto; e con altrettanta cura spigolò aneddoti sui dodici Cesari;
e come quelle negli armadj, così questi distribuì per categorie di
vizj e virtù. Così disgiunti dai fatti che produssero e che vi danno
significazione e valore, non ci rivelano la condizione del principe nè
dello Stato: e l'autore, al modo degli aneddotisti, impicciolisce ogni
cosa, non ha indignazione pel vizio, non entusiasmo per la virtù; sotto
al ridicolo allivella tutte le riputazioni, dileguandone e il terrore
e l'ammirazione. Di Cesare non indovina i magnanimi intenti e trasvola
le grandi imprese, mentre riferisce le satire e le canzonaccie con cui
il vulgo si vendicava della gloria di esso. Non s'accorge tampoco che
da Cesare a Domiziano siasi cambiato il mondo: ma freddo, laconico,
ci ritrae il viso di ciascun imperatore, il portamento, il vestire, le
follie; a che ora pranzasse, e quanti e quali piatti; che mobili avesse
in casa, che motti gli uscissero, che oscenità lo dilettassero; ogni
cosa senza velo, nè spirito, nè riflessioni.
Tutta di riflessioni invece Tacito intesse la storia degl'imperatori,
non tanto narrando gli avvenimenti, quanto facendo considerazioni
sopra di essi, e più sopra la vita politica e le relazioni del
principato col popolo: nessuno per piccolo ne racconta senza risalire
alle lontane cause[118] e svolgerne le conseguenze, a rischio di
eccedere in arguzia e raffinatezza col veder remote e complicate
ragioni anche negli atti i più semplici. Argutissimo scrutatore dei
labirinti del cuore umano, vi penetra per via degl'indizj esterni;
primo egli che conducesse la storia a quadri interiori e di costumi,
cercando le pareti domestiche non meno che il fôro e il campo, e tutto
drammatizzando con inarrivabile abilità. Allevato dai declamatori e
dagli stoici, ne contrasse ammirazione per le aspre virtù antiche,
passione per la libertà, concepita nelle viete forme patrizie[119],
fastidio del depravamento d'un impero, dove si ricordava la libertà e
tolleravasi la servitù, dove le tradizioni gloriose non impedivano una
sordida degradazione; e antico originale di moderne finezze politiche,
guarda con occhio tanto fosco da parer rigoroso fin verso un secolo
così perverso. Onesto di cuore, veritiero anche nell'enfasi, giudica
con una morale indipendente, benchè in tempo che riputavasi più giusto
ciò ch'era più forte, _id æquius quod validius_; alla virtù anche
soccombente fa omaggio, flagella il vizio quantunque potente, sapendo
che la storia non è solo un gran dramma, ma una gran giustizia.
La morale dignità dello scrittore adunque e l'alta meta propostasi
campeggiano in quelle pagine, meditate lungamente, ritemprate dalla
sventura, colorite da sublime tristezza; ove piace e giova il vedere
un autore, immacolato fra tanta corruzione, attestare che v'è in noi
qualcosa che i tiranni non possono svellere, neppur colla vita; che
uno può esser grande anche sotto principi malvagi; e che tra l'abjetta
servitù e la pericolosa resistenza c'è una via scevra di rischi e
di bassezze[120]. Colla tetra maestà del suo racconto, colla critica
amara, coll'opposizione affatto insolita ai Latini, com'era insolito
quello stile muscoloso, dove spesso un giudizio è espresso con una
sola parola, ed ogni parola ha la ragione d'esser collocata a quel
modo, egli ci ritrae al vivo una corruttela, a dipinger la quale
siamo ajutati anche da storici minori, da satirici, da poeti, così da
trovarla grande quanto l'impero romano.
Da costoro possiam dedurre la storia d'una famiglia, la Giulia: e
quale catena di misfatti in essa! Abuso di adozioni e di divorzj vi
mescola sangue e nomi, donne di tre o quattro mariti, imperatori di
cinque o sei mogli. Augusto sposa Livia Drusilla, incinta d'un altro:
Livia Orestilla menata da Caligola, dopo pochi giorni è ripudiata,
dopo due anni esigliata: egli stesso toglie al marito Lollia Paolina
perchè l'ava di lei ebbe vanto di bellezza, e poco stante la rinvia,
proibendole d'accoppiarsi ad altri, finchè Claudio le spedisce ordine
d'uccidersi. Un Druso è avvelenato da Sejano, un altro riceve ordine di
morire, un terzo è ucciso in esiglio. Agrippa Postumo al cominciare del
regno di Tiberio, Tiberio il giovane a quel di Caligola, Britannico a
quel di Nerone, sono immolati per sicurezza del principe.
Domizio Enobarbo, padre di Nerone, si piglia spasso a lanciare di
furia il carro contro un fanciullo; ammazza uno schiavo che non beveva
abbastanza; in pieno fôro cava un occhio ad un cavaliere; pretore, ne'
giuochi ruba i premj. Giulia madre, dopo tre matrimonj, è sbandita dal
genitore Augusto per dissoluta, poi dal marito Tiberio lasciata morir
di fame; Giulia figlia, convinta di adulterio, perisce in un'isola dopo
vent'anni d'esiglio. Giunia Calvina è da Claudio sbandita, per incesto
col fratello Silano: ne sono infamate le sorelle di Caligola; ed una
di esse, bagascia del fratello, è assunta dea, mentre gli amanti di
tutte queste son mandati a morte, in vigore delle antiche leggi tutrici
della moralità. Drusillina di Caligola è con lui trucidata d'appena due
anni: Claudio getta ignuda sulla soglia della moglie una fanciulla che
crede adulterina. A questo si ascrive a lode il non aver menato donna
che fosse d'altri: ma al par di Caligola ebbe cinque mogli, fra cui una
Messalina e un'Agrippina, nomi che fin oggi personificano il peggior
fondo cui possa scendere quel sesso. Messalina fa esigliare ed uccidere
Giulia di Germanico ed un'altra nipote di Tiberio: una Lepida, parente
de' Cesari, gareggia con Agrippina in bellezza, opulenza, impudicizia,
violenze, e questa la fa ammazzare.
Entri nel palazzo de' Giulj? potranno mostrarti la cripta ove fu
trucidato Caligola; il carcere dove si lasciò consumar dalla fame il
giovane Druso, rodendo la borra delle coltrici, ed avventando contro
Tiberio imprecazioni, che questi faceva raccôrre per poi ripeterle in
senato: in questa sala Britannico bevve la sportagli tazza, e morì
sull'atto; in questo conclavio Agrippina tentò d'amore il proprio
figliuolo, che in quel giardino palpò curiosamente il cadavere di essa.
Una casa sola! ed erano divi e dive, esposti allo sguardo di tutti,
protetti dalla memoria di grandi progenitori. Nè di meglio troveremmo
fra altri lari; nella casa d'Agrippa, ove «sola Vipsania morì di
buona morte, gli altri o si seppe di ferro, o si tenne di veleno o di
fame»[121]; nei palagi patrizj, ove si aspettava dai Cesari l'invito
ora di prostituirsi ora d'uccidersi; nell'officina di Locusta, gran
tempo strumento importante nel regno[122], ove si veniva a provvedere
o filtri per innamorare, o abortivi, o tossico per accelerare la
vedovanza e l'eredità; in ciascun palazzo, dove sono altrettanti uomini
quanti schiavi[123], i quali o concertandosi scannano i padroni, o ne
denunziano agl'imperatori ogni atto, ogni pensiero.
Tacito ci mostra diciannovemila rei di morte, che combattono sul
lago Fúcino in quella pazzia di Claudio. Quando quest'imperatore
ripristinò il supplizio de' parricidi, in cinque anni v'ebbe più
condanne siffatte che non in molti secoli, e Seneca assicura essersi
veduti più sacchi che croci[124]: quarantacinque uomini e ottantacinque
donne furono condannati per avvelenamento. Così frequenti ricorrevano
i supplizj, che si levarono le statue dal luogo dell'esecuzione, per
non essere costretti a velarle ogni momento. Papirio, giovincello di
gente consolare, fu dalla madre col lusso e colla seduzione spinto
in tali disordini, che colla morte si sottrasse al rimorso. Lepida,
figlia degli Emilj, nipote di Silla e di Pompeo, accusata d'adulterio,
di supposta prole, di avvelenamento, di sortilegio, viene al teatro
col corteo di tutte le nobili matrone, e invocando gli avi commove
il popolo contro il marito accusatore: eppure per deposizione degli
schiavi è convinta rea, e bandita. Quasi in ogni famiglia (dice
Plutarco) v'ha molti esempj di figliuoli, di madri, di mogli uccise; i
fratricidj sono senza numero.
Quel pudore, che è custodito da una felice ignoranza, come potea
durare in Roma, dove giovinetti d'ambo i sessi stavano rinfusi nelle
prime scuole; nei bagni lavavansi impuberi e vecchi alla mescolata
con donzelle e matrone; priapi si ostentavano sulle vie o pendevano
dal collo delle bambine; le case erano adorne di sfacciate nudità?
Alle fanciulle davansi a leggere gli antichi comici, impudentemente
osceni; e gli epigrammi di Marziale erano conosciuti perfin dalle
caste Padovane. All'inverecondo tripudio nei Lupercali, alle veglie
di Venere[125], alle danze delle cortigiane correnti nude in onor di
Flora, assisteva la matrona colla figlia, non meno che ai teatri dove
gli spettatori poteano domandare che le attrici si snudassero, o si
rappresentavano i deliquj della prostituzione; che più? le bestiali
nozze di Pasifae furono prodotte nell'anfiteatro di Tito, presenti
ottantamila spettatori[126].
I ricchi per voluttà, i poveri per necessità, alle gioje tranquille con
che il matrimonio compensa i sacrifizj di due cuori onesti, preferivano
le tempeste della mercenaria promiscuità o d'un celibato licenzioso.
Contro di questo, nell'anno 9 di Cristo, Augusto promulgò la legge
_de maritandis ordinibus_, che, per singolare testimonianza della sua
necessità, porta il nome di due consoli smogliati, Papio e Poppeo.
Voleva essa che, se l'uomo a venticinque, la donna a vent'anni non
avessero prole, conseguissero la metà solo delle eredità e dei legati,
il resto all'erario; per consoli si preferisse chi ricco di figli; chi
in Roma ne contasse tre, quattro in Italia, nelle provincie cinque,
restasse immune da servizj personali; partorito tre volte, la donna
latina divenisse cittadina romana, la romana ingenua fosse sciolta
dalla tutela del marito; la liberta dopo quattro, sicchè potesse far
testamento, amministrare il suo, adire eredità[127].
Augusto, radunati i cavalieri come solevasi pel censo, lodò quei
pochissimi che avevano adempito ai voti della natura e del civile
governo, e meritato il nome d'uomini e di padri, e promise loro le
cariche principali; i celibi rimbrottò come rei d'assassinio, impedendo
la vita ai futuri; d'empietà, perchè lasciavano perire il nome degli
avi; di sacrilegio, perchè scemavano il genere umano; e li minacciò di
gravi ammende se entro un anno non obbedivano alla legge. Ma corruzioni
così profonde, così radicato egoismo si guariscono per leggi? I
cittadini, che eransi rassegnati alla perdita delle libertà politiche,
resistettero a questa riforma de' costumi, poi la elusero con isposare
impuberi, sperdere i concetti, esporre i nati; moltiplicandosi così
le vittime, ed empiendo di delatori i penetrali domestici, tanto che
Tiberio la dovette modificare. I divorzj poi erano talmente cresciuti,
da parere un legale adulterio[128]; e a pena davasi un matrimonio
incontaminato[129].
Dione racconta che ogni dama teneasi accanto schiavi ignudi; altre
uscivano accompagnate da giovani scostumati; e neppur la castigata
lingua del Lazio basta a velare le turpitudini, di cui le imputa
Giovenale. Tacito ci mostra le matrone scendenti nell'arena coi
gladiatori, o prostituentisi a gara colle sciupate, o dantisi agli
schiavi con tal furore, che si dovette opporvi rimedj che lo attestano,
nol corressero[130]. Nell'anno 19 di Cristo, il senato interdiceva
che le vedove, le figlie e nipoti d'un cavaliere romano si facessero
matricolare fra le meretrici: divieto inesplicabile, se Svetonio e
Tacito[131] non c'informassero che con ciò voleano sottrarsi alle
pene della dissolutezza. E poteva di meglio aspettarsi ove regnava la
meretrice Actea? ove la meretrice Poppea accusava Ottavia d'adulterio
per invaderne il talamo? ove le belle erano ornate per rallegrare
un'orgia dell'imperatore, e domani esser gettate come la corona dei
papaveri?
L'accordo della voluttà colla crudeltà notammo altra volta come
carattere della civiltà pagana. Dei gladiatori abbiam già detto
assai (t. ii, p. 87). Dall'India e dall'Africa si conduceano belve
a dare spettacolo di stragi al popolo, costretto dai tempi alla
pace. L'usanza crebbe sin al farnetico; e a grande spesa andavasi a
caccia di leoni, d'elefanti[132], di jene, di coccodrilli, pensando
artifizj da accalappiarli senza ferirli. Gran perfezione aveano
conseguita i mansuetarj, che per via d'amuleti, o più veramente colla
fame, assoggettavansi le fiere e le avvezzavano a combattimenti o
a giuochi bizzarri, come elefanti a lanciar armi, tracciar lettere
colla proboscide, fin ballare sulla corda; pesci venire alla chiamata;
leoni pigliar lepri in caccia e non mangiarle; aquile levarsi a volo
con un ragazzo fra gli artigli. Augusto, nel suo _Indice_, vantasi
d'aver fatto uccidere quasi tremilacinquecento fiere nel circo, nel
fôro e nell'anfiteatro: ducento leoni caddero ne' giuochi preseduti da
Germanico; novemila bestie per dono di Tito, mescendosi anche le donne
agli ammazzatori: ne' giuochi di Trajano, durati cenventitre giorni, si
diè morte a millecento bestie; a diecimila in quelli d'Adriano; e Probo
fece correre mille struzzi ed altri animali in proporzione, nel circo
piantato a modo di foresta.
Sarebbero follie come quelle d'altri secoli, se non ricordassimo che le
fiere combatteano con uomini; se non ci raccontassero gli storici che
dal buon Marco Aurelio fu presentato al popolo un leone, _educato_ a
mangiar uomini, e il facea con sì bel garbo, che il popolo ad una voce
implorò dall'imperatore gli desse la libertà. Ma fin sul teatro, se
rappresentasi l'_Incendio_ dell'antico Afranio, si appicca vero fuoco
alle case, e agl'istrioni lasciasi arbitrio di saccheggiarle[133]: con
un vero supplizio finisce il dramma di Prometeo, dove un Laureolo,
inchiodato alla croce, è divorato da una belva; in un altro, Orfeo
è straziato da orsi veri in luogo delle Baccanti; uno è bruciato per
figurar Ercole sul monte Oeta; un altro, mutilato ad imitazione di Ati;
lacerato da un orso un Dedalo, che ben vorrebbe aver le ali: l'eroismo
di Muzio Scevola è riprodotto da uno schiavo, condannato a lasciar
bruciarsi la mano. E queste scene racconta e ammira Marziale[134].
Nè già si tratta d'un popolo ignorante e grossiero; anzi la coltura
e l'urbanità v'erano al colmo. Le più forbite poesie, le storie
più insigni correvano per le mani, colla prurigine della novità; il
vulgo riceveva cibo non faticato, assisteva a gratuiti spettacoli
d'inenarrabile magnificenza, pei quali traevansi gladiatori dalla
Germania, reziarj dalla Gallia, leoni dall'Atlante, giraffe,
rinoceronti, boa dalla Nigrizia, ballerine da Cadice, pantomime dalla
Siria; e dopo essersi soleggiato sotto portici stupendi d'arte e di
ricchezza, esercitato nel Campo Marzio fra monumenti che sono tuttora
la meraviglia di chi guarda e la scuola di chi conosce, ottocento terme
l'aspettavano a tergersi mollemente, onde poi presentarsi al teatro a
riscuotere gli omaggi dei re stranieri. Nell'anfiteatro si può irrorare
gli spettatori con una pioggia profumata, si spolvera con ambra ed oro
l'arena del circo, ove il popolo parteggia per gli attori, versando in
tali gare il sangue, che un tempo scorreva per l'acquisto dei civili
diritti.
La folla dei liberti, cacciatisi fra il numero dei cittadini nella
guerra civile, v'avea portato le seduzioni delle ricchezze male
acquistate, l'insolenza del villan rifatto, gli abusi dell'improvvisa
e ineducata fortuna. Antichi signori, sopravissuti alla guerra e alle
proscrizioni, dopo segnalatisi per ambizioni, intrighi, giudizj e
giuramenti falsi, e per ispregio del popolo e della religione, della
presente nullità si consolavano in un epicureismo femmineo, di cui
era tipo Mecenate, scrittore e consigliere d'Augusto, avvolto in
abbigliamenti donneschi, scortato da eunuchi, cercante emozioni nel
vino e nei moltiplicati divorzj[135]. Anche i buoni, esclusi dallo
esercitar l'ambizione nelle magistrature, e timorosi di recare ombra
ai monarchi, limitavansi a sguazzare in lusso privato, e ubriacarsi
nei godimenti, come chi non vuol ricordarsi della spada per un filo
sospesagli di sopra il capo. Mentre centinaja di servi, macchine
intelligenti, faceano per loro ogni cosa, dalla cucina fino ai versi,
essi beavansi d'ozj voluttuosi al fôro, per le basiliche, nei bagni. Se
la lana apula e spagnuola è troppo pesante, gl'Indiani e i Seri mandano
vesti di seta trasparenti; recasi in pugno una palla di cristallo per
non sudare; le sale de' banchetti sono intepidite da bocche di vapore;
le finestre, riparate con pietre speculari.
Seneca, andato a visitare a Patria la villa Linterno ch'era stata
di Scipione Africano, non rifina sulla differenza tra la semplicità
di quella e il lusso odierno. — Quel terror di Cartagine, di cui è
merito se Roma una volta sola fu presa; in questo piccolo e oscuro
bagno lavava il corpo stancato dalle rusticali fatiche, stette sotto
questo tetto così misero, lo sostenne questo pavimento così vile: or
chi soffrirebbe di lavarvisi? Povero e abjetto uno si stima se le
pareti non rifulgano di grandi e preziosi tondi marmorei; se marmi
alessandrini non sieno variegati con incrostamenti numidici; se non
sieno coperte da musaici a guisa di pitture; se la pietra tasia,
un tempo raro spettacolo in qualche tempio, non circondi le nostre
piscine, ove tuffiamo i corpi esinaniti dal sudore; se l'acqua non
fluisce da pispilli d'argento. E ancora parlo de' plebei: che dire dei
bagni de' liberti? quanta spesa nelle statue, nelle colonne che nulla
sostengono! quanto fragoroso cascar di acque per iscaglioni! Tanto ci
piacemmo di delicature, che non vogliam calcare se non gemme. In questo
bagno di Scipione apronsi piuttosto feritoje che finestre nel muro
di pietra: ma ora chiamansi da nottole i bagni se non siano acconci
in modo che per ampie finestre ricevano il sole, se dal bagno non si
vedano le campagne e il mare. Una volta tutto era più semplice; ma
quanto rialzava l'introdursi in quei bagni grossolani, che sapeasi aver
preparati per te Catone o Fabio Massimo o alcun de' Cornelj! perocchè
nobilissimi edili si assumevano l'uffizio di entrar ne' luoghi dove
accorreva il popolo, ed esigerne la nettezza e una temperatura utile e
salubre, non questa d'oggi, simile ad incendio; per modo che ci sa di
rozzo Scipione che non ammetteva nel suo tepidario la luce per grandi
finestre, nè si facea cuocere nel bagno. V'ha di più: non si lavavano
tutti i giorni, ma solo le braccia e le gambe, insudiciate dal lavoro;
tutt'il corpo, ogni otto dì. Come avran puzzato! Sì; puzzato di fatica,
di milizia, d'uomo: ora, introdotti i bagni più netti, siam più sporchi
in grazia de' tanti unguenti, che fin due o tre volte al giorno si
rinnovano, talchè si sa non di se stessi, ma di pomata»[136].
Non sarem noi certamente che declameremo contro queste comodità belle
e buone; ma somigliano a novelle orientali i racconti delle ricchezze
e del lusso d'allora. Lollia comparve ad un banchetto con indosso
per otto milioni di perle, frutto de' rubamenti di suo avo, vittima
ch'era stato d'Agrippina. Uno, deplorando le gravi perdite sofferte
in tempo della guerra civile, lasciò morendo quattromila centosedici
schiavi, tremila seicento paja di bovi, ducencinquantamila capi d'altro
bestiame, e dodici milioni di lire, non calcolando i terreni[137].
Crispo da Vercelli possedeva quaranta milioni di lire nostre; sessanta
il filosofo Seneca; cinquanta l'augure Cneo Lentulo e Narcisso
liberto di Claudio; ancor più Icelo favorito di Galba: Palla, altro
liberto di Claudio, radunò tali ricchezze, che riducendole a terreni
avrebbero coperto la trecencinquantesima parte della Francia[138].
Secondo Plinio, i beni da Nerone confiscati a sei ricchi costituivano
metà dell'Africa proconsolare[139]. Più tardi abbiam da Vopisco
che Aureliano depose in una villa privata dell'imperatore Valeriano
cinquemila schiavi, duemila giovenche, mille cavalle, diecimila pecore,
quindicimila capre[140]: sicchè non è più declamazione esagerata quella
di Seneca ove dice che provincie e regni bastavano appena a pascolar
le mandre di taluni, i cui schiavi erano più numerosi che belliche
nazioni, la casa più vasta che città[141].
Nerone consumò ottocento milioni in donativi; Caligola
cinquecencinquanta; settanta milioni Domiziano nella sola doratura del
Campidoglio[142]. Poi venne il farnetico de' profumi: l'Arabia non
stillava incensi bastanti pei funerali degl'imperatori; Adriano, ad
onore della suocera e dell'antecessore suo, regalò incredibile copia
d'aromi a tutto il popolo, e fece scorrer balsami per le scene e pei
giardini; Elagabalo nuotava in piscine miste d'essenze, e profondeva a
caldaje il nardo[143]. E fuori e dentro, il corpo aspergeasi d'aromi:
perfino i guerrieri ai giorni solenni ungevano le bandiere e le aquile,
e profumavano se stessi di preziosità: reputavasi lode ad una donna
se, passando, colla fragranza adescasse fin quelli che ad altro stavano
intenti[144].
Il trattato delle pietre preziose, che Plinio desunse da uno di
Mecenate, mostra quanto più di noi avessero raffinato questo lusso.
Le dita, dal medio in fuori, s'empivano di anelli[145]; di gemme si
facevano le tazze; e singolare stima godeano i vasi murrini, venuti
dalla Caramania e dalla più interna Partia[146]. Anche le perle aveansi
in pregio, e le donne se ne ornavano, anzi caricavano testa, collo,
petto, braccia, fin le pianelle; Caligola n'andava ingombro, e ne
fregiava le prore delle navi, come Nerone i letti di sue lussurie;
eppure si pagavano il triplo dell'oro sulle rive del golfo Persico
e di Taprobana (Seilan)[147], ed una sola fu comprata sei milioni di
sesterzj.
A peso d'oro pagavasi la seta; onde allorchè Giulio Cesare fece
velare il suo teatro di quella stoffa, i soldati tumultuarono, quasi
n'esaurisse l'erario; e di barbarica morbidezza fu appuntato Claudio,
perchè sotto un padiglione serico coronò due re dell'Asia[148].
Tuttavia se ne allargò l'uso, ad onta delle prammatiche di Alessandro
Severo ed Aureliano. Dalla Persia la traevano, come anche tappeti di
Babilonia variopinti; un de' quali da un imperatore fu pagato quattro
milioni[149].
Le tele d'India erano pure cercatissime; l'avorio dell'Etiopia e
della Trogloditide, e massime dell'India ornava i tempj, le sedie
dei magistrati curuli, i mobili e le soffitte de' ricchi; e tanto
crebbe il consumo, che più non se ne trovando, doveansi segare ossa
d'elefanti. Nè meno ambiti erano l'ebano e il cedro d'Africa; vascelli
egizj sferravano apposta dalle cale di Berenice per andarsi caricare
di testuggini lunghesso l'Africa; e più in delizia erano quelle color
d'oro dell'Oceanitide, isola alle foci del Gange.
Tutte poi le provincie s'avaccino a mandare a Roma quel che di meglio
producano: papiro, vetri, lino l'Egitto; frutti e piume l'Africa;
tappeti la Mesopotamia; lane fine, cere e miele la Spagna; la Gallia
panni, bestiame, olio, lavori di ferro, di rame, di piombo, di
stagno; cuoj e pesce salato il Ponto, stagno la Britannia; i mari
settentrionali l'ambra, di cui portavansi addosso figurine da costar
più d'un uomo[150]; la Grecia finissimi tessuti, lavori artistici, e
quel pedante, arnese speciale nelle case d'allora, che ne' corteggi
compariva insieme colle meretrici e coi bagascioni, che sapea tutto,
che facea tutto, dai servigi di lenone all'educazione dei figli,
che soffriva con pari longanimità i favori e gli strapazzi, purchè
potesse godere l'onor de' banchetti e della conversazione signorile.
Romano di conto sarà quello che usi lane dell'Attica e di Mileto, le
meglio pregiate dopo le nostre di Taranto, porpore di Laconia, panni
d'Arsinoe, tappezzerie d'Alessandria, vetri di Diospoli, papiro del
Nilo, bronzi di Corinto, formaggi dell'Asia Minore, miele del monte
Imetto, cere e stoffe dell'Egeo, stoviglie di Copto e della Lidia.
Aggiungete altro oggetto d'esecrabile lusso, gli eunuchi, viziosi
stromenti del vizio; e dieci milioni fu pagato uno da Sejano[151].
Questo lusso gigantesco insieme e miserabile, espressione d'un
raffinamento materiale che non istà in proporzione col morale, il
despotismo lo fomenta, acciocchè la mollezza e i godimenti distraggano
dal sentire la tirannia, l'egoismo lo volge ai triviali diletti della
gola. Cinque pranzi il giorno si facevano, vuotando lo stomaco per
rimpinzarlo di nuovo. Gareggiavano d'avere i pesci più rari e più
grossi, ne tenevano vivaj, costituivano magistrati sopra l'impedire che
alcuni se ne allontanassero dai lidi; talvolta si mettevano in tavola
vivi, acciocchè le varie gradazioni che dava ai loro colori l'agonia,
ricreassero i convitati, che, un istante dopo esserseli sentiti
guizzar sotto la mano, li godevano conditi. Calliodoro vendè un servo
milletrecento denari onde comprarsi una triglia di quattro libbre[152]:
un altro spese tremila sesterzj per comperare tre barbi: essendone
regalato uno a Tiberio, questi il credette di troppo valore e mandollo
a rivendere, e Ottavio lo pagò cinquantamila sesterzj. Quest'Ottavio
era l'emulo d'Apicio, il quale fu maestro e tipo di ghiottornia in
Roma[153], e poichè ebbe consumato tesori alla tavola, si uccise per
non trovarsi ridotto a vivere con soli dieci milioni di sesterzj (2
milioni di lire)[154]. Il cuoco pertanto era il servo più considerato;
la squisitezza dei banchetti, primaria occupazione degli schiavi.
Poi repente il ricco vuol assaggiare la povertà, e in una cameruccia
soffitta mangia s'un tagliere per terra[155]; e si giudica meravigliosa
invenzione il fondere la tartaruga in modo che sembri legno, e così
aver mobili che valgano mille volte più di quel che mostrano.
Perocchè non è tanto alla gola o alla mollezza che vogliasi soddisfare,
quanto al farnetico dello straordinario (_monstrum_). Da qui le
bizzarrissime fantasie degli imperatori e dei privati; le effigie
colossali, repugnanti a quella _misura_ che avea costituito la
finezza dell'arte greca; e il gigantesco ponte di Caligola, e venti
cavalli aggiogati al carro di Nerone, e il suo smisurato palazzo
con statue smisurate; e più ammirato ciò che più esorbitava. Da qui
volere all'inverno rose, neve all'estate; e cercare il vizio per
lo scandalo che produce[156]. Agrippina pagò milleducento lire un
usignuolo. Caligola non di rado stemperava le perle ne' suoi bicchieri,
o faceva servire in piatti d'oro, che poi distribuiva ai convitati;
molti giorni seguitò a lanciar dall'alto somme d'oro al popolo; fece
compaginare galee di cedro con vele di seta e prore d'avorio ornate
di margarite; trasportare d'Egitto un obelisco sovra un vascello sì
grande, che quattro uomini appena ne abbracciavano l'albero. Nerone ha
tappeti babilonesi che valgono quattro milioni di sesterzj, oltre la
tazza murrina da trecento talenti; nei funerali d'una scimia spende
i tesori d'un ricco usurajo da lui esigliato; in que' di Poppea,
più cannella e cassia che in un anno non ne produca l'Arabia. Vasi
preziosissimi quanto fragili devono solleticare il gusto col pericolo
di vedere a un tratto perire un tesoro: una tavola di cedro costò a
Cetego trecentomila lire. Per la ragione stessa aveasi a noja la luce
diurna[157], e Pedo Albinovano ci racconta di avere abitato sopra
la casa di Spurio Papino, che era di cotesti lucifugi. — Verso la
terz'ora di notte, sento colpi di scudiscio. Che fa egli? domando.
— Si fa rendere i conti (era il tempo che castigavansi gli schiavi).
Sulla mezzanotte, odo un grido penetrante. Cos'è? — Egli si esercita
a cantare. Verso le due di mattina, — Che fragor di ruote è cotesto?
— Egli esce in calesso. Al levar del giorno si corre, si chiama;
cantiniere, cuciniere sono in moto. Che è, che non è? egli esce dal
bagno, e chiede vin melato»[158].
Petronio Arbitro, in un romanzo intitolato _Satyricon_, ci descrive
la vita di Trimalcione, doviziosissimo baggeo, e prosopopea de' tanti
ricchi che lussureggiavano allora a Roma. Parrà forse lungo, non
certamente disopportuno il qui riferirne una cena, spogliandola dalle
interminabili digressioni, e accorciandola d'assai, non senza premunire
contro le esagerazioni consuete dei satirici:
— Sapete presso chi oggi si fa baldoria? presso Trimalcione, uomo
suntuoso, che nella sala da pranzo ha un oriuolo ed un trombetta,
cioè due schiavi, istruiti ad avvertirlo di tutti i momenti ch'egli
consuma nella vita. Ci rivestimmo lesti lesti, e finchè venisse
l'ora, ci diemmo a ronzare e a trastullarci, entrando pe' circoli
de' giocolieri; quando ad un tratto vedemmo un vecchio calvo, vestito
di palandrane rossiccio e coi calzari, che stava facendo alla palla
con alcuni fanciulli a lunghi capelli[159]. Egli non ribattea la
palla che avesse toccato il terreno, ma un servo ne aveva in un sacco
quante ai giocatori bastassero. Altre singolarità notammo: eranvi due
eunuchi posti in diversi punti del circolo, de' quali uno teneva una
mastelletta d'argento, l'altro noverava le palle che cadeano. E intanto
che ammiravamo cotali splendidezze, Menelao venne a dirci: — Quest'è
colui, presso al quale mangerete. Non vedete che a tal modo principia
la cena?»
«Ancor discorreva Menelao, quando lo splendidissimo Trimalcione scoccò
le dita, e a questo segno l'eunuco misegli sotto la mastelletta, in
cui esso scaricò la vescica, poi chiese acqua alle mani, e le dita
umide terse sul capo di un ragazzo. Lunga cosa sarebbe descriver
tutto. Entrammo ne' bagni, e al momento che il sudore ci coperse,
passammo al fresco. Trimalcione, tutto strofinato di manteche, faceasi
fregare non con lenzuoli di lino, ma con mantelli di finissima lana.
Tre mediconzoli intanto trangugiavano falerno alla sua presenza,
gareggiando a chi più ne mesceva; e Trimalcione esortavali ne bevesser
pure a josa. Involto quindi in una tovaglia di scarlatto, fu messo
nella lettiga, cui precedevano quattro adorni lacchè ed una carretta
a mano, dove portavasi un mignone vecchio e cisposo, più brutto di
Trimalcione, di cui era la delizia. Il quale così trasportato, e
accompagnato da armoniosi flautini, si avvicinò alla testa di lui, e
come se gli parlasse all'orecchio, canticchiò per tutto il cammino.
Noi, stanchi ormai di maravigliarci, teniam dietro, e insieme con
Agamennone, sofista di casa, arriviamo alla porta, sullo stipite della
quale era inchiodato un cartello con questa iscrizione: _Qualunque
schiavo uscirà senz'ordine del padrone, buscherà cento sferzate_.
«Sull'ingresso, un portiere vestito di verdechiaro, con cintura
color ciliegia, sbucciava piselli in un vassojo d'argento. Pendeva
sopra la soglia una gabbia d'oro, dalla quale una gazza variopinta
salutava gli avventori. Di tante cose stordito, io fui per cadere e
fracassarmi le gambe, colpa di un cane che alla sinistra dell'ingresso
vicino alla camera del guardiano era dipinto sul muro, legato alla
catena, colle parole cubitali _Guardati dal cane_[160]. Ne risero i
miei colleghi, ma io, raccolto lo spirito, proseguii lungo il muro.
Il luogo ove si vendono gli schiavi era tutto dipinto a cartelloni,
insieme col ritratto di Trimalcione, chiomato, col caduceo in mano,
in atto d'entrare in Roma, e Minerva ne reggeva le redini. Più innanzi
era in figura d'imparare i conti, e più oltre in foggia di tesoriere;
e il bizzarro pittore ogni cosa avea diligentemente rappresentata
coll'iscrizione: sul finir poi del portico eravi Mercurio, che col
mento rialzato lo riponea sopra un alto tribunale. Ivi appresso teneasi
la Fortuna col corno dell'abbondanza, e le tre Parche filando pennecchi
d'oro. Nel portico una partita di valletti veniva esercitata da un
istruttore; e in un grande armadio erano riposti i Lari d'argento, una
statua marmorea di Venere, ed una scatola d'oro grandicella, in cui
diceano venir serbata la barba di esso...[161].
«Assorti in tante delizie, andavamo nel triclinio, quando un ragazzo,
a ciò destinato, gridò, — Col piè destro». Noi tremammo che alcun
di noi non passasse col sinistro: ma introdottici tutti per bene, un
ignudo schiavo prostrossi ai nostri piedi, supplicandoci lo liberassimo
dal castigo, meritato con un grave delitto, quale era d'essersi
lasciato rubare ne' bagni l'abito del tesoriere, che poteva valere
dieci sesterzj... Sedutici, de' famigli egiziani altri versavano acqua
diaccia alle mani, altri ci lavarono i piedi, togliendoci con esperta
diligenza ogni bruttura dall'unghie. Nè tale molesto servigio faceano
in silenzio, ma canticchiando: onde mi venne pensiero di provare se
la famiglia tutta cantasse; perciò chiesi a bere, ed ecco un ragazzo
prontissimo, che mi favorì parimenti di un'acida cantilena; e all'egual
modo usava ogni altro, cui qualche cosa fosse chiesta; onde l'avresti
creduto un triclinio da pantomimi.
«Venne un lautissimo antipasto, e ciascheduno già si era adagiato,
fuorchè Trimalcione, al quale conservavasi il primo luogo, per nuova
disposizione...[162]
Il suo vaso era di metallo di Corinto, e rappresentava un asinello con
una corba, nella quale da una parte stavano olive bianche, dall'altra
nere. L'asinello era coperto da due scodelle, sul cui orlo si leggeva
il nome di Trimalcione ed il peso dell'argento. V'aveva anche de'
ponticelli saldati, sostenenti de' ghiri conditi con miele e papavero,
e mortadelle caldissime sulla graticola, sotto la quale stavano prugne
siriache, con chicchi di melogranato.
«Stavamo tra queste morbidezze, quando Trimalcione, portato a suon
di musica, e collocato sopra piccoli guancialetti, mosse il riso di
qualche imprudente, per quella sua testa pelata che sporgeva da un
mantello di porpora; e intorno alla collottola teneva una crovatta
guarnita d'oro, le cui estremità pendevano di qua e di là; nel dito
mignolo della sinistra recava un grande anello dorato, e all'ultimo
articolo del vicin dito uno men grande tutto d'oro, come a me parve, ma
saldato con ferruzzi in forma di stelle. Per mostrarci altre ricchezze
si scoperse il braccio destro, ornato di smanigli d'oro legati in un
cerchietto d'avorio con laminette luccicanti. Come poi con uno spillo
d'argento ebbesi nettati i denti, — Amici (disse), non avevo ancor
voglia di venire al triclinio; ma perchè la mia assenza non vi facesse
troppo aspettare, ho sospeso ogni mio divertimento. Permettete però
ch'io finisca un mio giuoco».
«Avea dietro un ragazzo con uno sbaraglino di terebinto, e con dadi
di cristallo; e in luogo di pedine bianche e nere, usava monete d'oro
e d'argento. Mentr'egli giocando avea distrutta la schiera opposta, e
noi eramo ancora all'antipasto, una tavola fu portata con una cesta,
entro cui una gallina di legno colle ale distese in cerchio, come
quando covano. Tosto due schiavi, a strepito di musica, si posero a
frugar nella paglia, e toltene alcune ova di pavone, distribuironle
ai convitati. Trimalcione voltandosi disse: — Amici, ho ordinato si
mettessero sotto questa gallina delle ova di pavone; e temo, per bacco,
non abbiano già il feto: proviamo tuttavia se sono bevibili»[163]. Noi
prendemmo de' cucchiaj non men pesanti di mezza libbra, e rompemmo le
ova; ma erano di pasta, ed io fui quasi per gittar il mio, sembrandomi
contenesse il pulcino: poi, udendo da un vecchio commensale che alcuna
cosa di buono doveva esservi, continuai a rompere il guscio, e ritrovai
un grasso beccafico contornato dal torlo dell'ovo sparso di pepe.
«Trimalcione aveva già sospeso il giuoco, e d'ogni cosa richiesto,
ed a voce alta data a ciascuno facoltà di bere novamente il vino col
miele; quando ad un tratto l'orchestra diè un segno, e i cibi del
primo servizio furono cantando rapiti dagli stessi sonatori. In mezzo
a questo battibuglio cadde a caso una scodella d'argento, ed uno
schiavo la raccolse dal pavimento; ma Trimalcione avvedutosene lo fece
schiaffeggiare, e comandò la gettasse: il credenziere tra le altre
lordure la scopò via...
«Recaronsi allora bottiglie di vetro perfettamente turate, su cui era
scritto, _Falerno d'Opimio, d'anni cento_[164]. Intanto che leggevamo
le etichette, Trimalcione battendo le mani esclamò: — Ohimè! ohimè! il
vino dunque vive più vecchio dell'omiciattolo? e noi dunque facciamone
gozzoviglia. Il vino è vita. Ve lo do per vero d'Opimio: jeri nol feci
mescere sì buono, benchè i convitati fossero più cospicui». Mentre noi
si beveva ammirando le squisite magnificenze, un servo portò una figura
d'argento accomodata in modo, che da ogni parte se ne volgevano gli
articoli e le vertebre col rallentarle...
«Tenne dietro agli applausi una portata, non grande quanto credevasi,
ma la cui novità trasse gli occhi di tutti. Era in forma d'una credenza
rotonda, con in giro le dodici costellazioni, sulle quali il cuciniere
avea posto cibi convenienti alla figura: sull'ariete i ceci di marzo,
sul toro un pezzo di bufalo, testicoli e reni sopra i gemelli, una
corona sul cancro, sul leone un fico d'Africa, sulla vergine una vulva
di troja lattante, sulla libbra una bilancia che da una parte conteneva
una torta e dall'altra una focaccia, sullo scorpione un pesciatolo
di mare che porta quel nome, sul sagittario un gambaro marino, sul
capricorno una locusta marina, sull'acquario un'anitra, sui pesci due
triglie; in mezzo poi v'era un cespuglio d'erbe, con sopravi un favo.
«Il famiglio egiziano recava intorno il pane sopra un tamburino
d'argento, egli pure con pessima voce canticchiando una goffa canzone
sul laserpizio. Noi ci acconciavamo tristamente a quelle trivialità,
ma Trimalcione disse: — Ceniamo, che tale è l'ordine della cena». Così
detto, sopragiunsero alcuni, i quali ballando un quartetto a suon di
musica, scoprirono la parte superiore di quel credenzino, e allora
vedemmo per di sotto, cioè in un altro servizio, ventresche e grassi
circondanti una lepre coll'ale, che pareva il cavallo Pegaso; e ai
canti quattro satiretti, dai cui ventri versavasi un liquore impepato
sopra i pesci, i quali pareano nuotar nel mare. Applaudimmo, facendo
eco ai famigli, e lietamente assalimmo quelle squisitezze. Trimalcione
contento del buon ordine, — Trincia», esclamò; e tosto lo scalco si
fece innanzi, e a suon di musica sì destramente fe in pezzi le vivande,
che l'avresti creduto un cocchiere in lizza fra lo strepito dell'organo
idraulico...
«In questo mezzo comparvero valletti, che agli strati sovraposero
coperte, su cui erano dipinte reti, e cacciatori colle aste, e un
intero apparecchio di caccia. Non sapevamo che pensare di ciò, quando
fuor del triclinio alzatosi un gran romore, entrarono tutt'a un colpo
alcuni cani di Sparta, che intorno alla mensa si diedero a correre.
Un altro desco tenne lor dietro, sul quale era posto un cignale
imberrettato di prima grandezza, da' cui denti pendevano due cestelli
trecciati di palma, un de' quali colmo di datteri della Siria, e
l'altro di datteri della Tebaide. All'intorno v'avea porcellini fatti
di torta, come se fossero lattonzi, per significare che il cignale
era femmina; essi pure inghirlandati. A tagliare il cignale non venne
quello scalco che aveva appezzate le altre vivande, ma un gran barbone,
colle gambe ne' borzacchini, e con un abitino a più colori, il quale
impugnato il coltello da caccia, gli percosse gagliardamente un fianco,
e dalla piaga volaron fuori dei tordi. Pronti furono colle canne gli
uccellatori, che li presero mentre svolazzavano per la sala. Dipoi,
avendo Trimalcione fattone dar uno a ciascuno, soggiunse: — Vedete come
questo porco selvatico abbiasi mangiate tutte le ghiande?» E tosto
i donzelli corsero ai cestini che pendevano dai denti, e i datteri
divisero tra i commensali.
«Io, che stavami quasi solo in un canto, ruminavo per qual ragione il
cignale portasse berretto; e non trovandola, me ne apersi a quel mio
interprete. Ed egli: — Te lo spiegherebbe fino il tuo servo; non c'è
enigma; la è cosa lampante. Questo cignale essendo rimasto intatto alla
cena di jeri, e dai convitati rimandato, oggi torna al convito in guisa
di liberto»[165]. Condannai il mio stupore, e null'altro richiesi, per
non parere non avessi mai cenato con galantuomini.
«Tra questi discorsi, un bel ragazzo, cinto di viti e d'edera, che
or Bromio dicevasi, or Lieo, ora Evio, portò intorno un panierino
d'uve, cantando con voce acutissima poesie del suo signore; al cui
suono voltosi, Trimalcione gli disse, — Dionisio, tu sei liberto».
Allora il ragazzo tolse al cignale il berretto, e sel pose sul capo;
e Trimalcione di nuovo, — Ora non negherete ch'io possieda il padre
Bacco». Applaudimmo all'arguzia di Trimalcione, e diemmo assai baci al
ragazzo, che venne intorno...
«Chi poteva indovinare che, dopo tante lautezze, non fossimo che a
mezza strada? Di fatto, levate a suon di musica le mense, si condussero
nel triclinio tre majali bianchi, a nastri e campanelli, dei quali il
cerimoniere diceva uno avere due anni, l'altro tre, il terzo esser
già vecchio. Io pensai che coi porci venissero i giocolieri, onde,
com'è costume ne' circoli, far qualche maraviglia; ma Trimalcione
troncando ogni dubbio, — Qual di cotesti (disse), amereste voi che in
un istante si mettesse in tavola? Così i fittajuoli fanno dei polli,
d'un fagiano o di simili bagattelle: ma i miei cuochi usano cuocere un
vitello tutto intero». E chiamato il cuoco, senz'aspettare la nostra
scelta, comandò ammazzasse il più vecchio; poi ad alta voce, — Di qual
decuria se' tu?» ed essendogli risposto, della quarantesima, soggiunse:
— Comperato o nato in casa? — Nè l'un nè l'altro (rispose il cuoco),
ma vi fui lasciato per testamento da Pansa. — Bada bene (gli replicò)
d'affrettarti, altrimenti io ti caccerò nella decuria dei valletti». Il
cuoco, stimolato da questa minaccia, andossene col majale in cucina;
e Trimalcione rivoltosi a noi piacevolmente, — Se il vino non vi
aggrada, lo cambierò; ma sta a voi il mostrare che vi piaccia. Grazie
al cielo, io non lo compro, ma ogni cosa che spetta al gusto nasce in
un mio poderetto, ch'io per altro non conosco. Mi si dice che arrivi
da Terracina fin a Taranto. Ora io penso di unir la Sicilia a quelle
mie glebe, perchè, se voglio andare in Africa, non abbia a scorrere per
altri terreni che per i miei»...
«Ancor non avea svaporate queste fandonie, quando un altro tagliere,
carico di quel gran majale, coprì la tavola. Noi ci diemmo ad ammirare
tanta prestezza, ed a giurare che neanco un pollo potevasi cuocere
così detto fatto, e tanto più quanto maggiore ci parea quel porco di
quel che ci fosse prima sembrato il cignale. Trimalcione guardandolo
attento, — E che? (disse), questo porco non è stato sventrato. No,
perdio, qua, qua subito il cuoco». Questo comparve malinconioso,
e avendo detto che se n'era dimentico, — Che dimentico? (gridò
Trimalcione), pensi tu che trattisi di non avervi messo il pepe o il
cimino? Fuor camiciuola». Senz'altro indugio il cuoco viene spogliato,
e tutto mesto si stava in mezzo a due aguzzini; ma tutti ci ponemmo a
pregare e dire: — Gli è un accidente; lascialo, di grazia; e se altra
volta mancasse, niun di noi s'interporrà più per esso».
«Io non mi potei trattenere dal piegarmi all'orecchio d'Agamennone
e dirgli: — Questo servo deve per certo essere un gran birbo. Chi
mai si scorda di sventrare un majale? non gli perdonerei, perdio, se
si trattasse d'un pesce». Non fece però così Trimalcione, il quale,
serenata la fronte, disse: — Or bene, poichè tu sei di sì manchevole
memoria, sventracelo qui pubblicamente». Il cuoco, ripreso il
grembiule, impugnò il coltello, e con man timorosa tagliò qua e là il
ventre del porco; ed ecco dalle ferite, allargantisi per l'urto del
peso, scappar fuora salsiccie e sanguinacci. A questo spettacolo tutta
la macchinale famiglia de' servi fe plauso, e con istrepito felicitò
Gajo; e il cuoco non solo fu ammesso a bere tra noi, ma ricevette una
corona d'argento ed un bicchiere sopra un bacile di Corinto; e perchè
da vicino l'osservava Agamennone, Trimalcione disse: — Io sono il solo
che abbia del vero metallo di Corinto»...
«Entrò poi il suo agente, il quale, come venisse a recitare i fasti di
Roma, lesse quanto segue: — Ai 25 luglio, nati nel territorio di Cuma,
di ragione di Trimalcione, trenta fanciulli maschi e quaranta femmine;
portate dall'aja nel granajo millecinquecento moggia di frumento; buoi
domati cinquecento. Nello stesso giorno, Mitradate schiavo affisso
alla croce per aver bestemmiato il genio tutelare di Gajo nostro.
Nello stesso giorno, riposte in cassa centomila lire, che non si
poterono impiegare. Nello stesso giorno, accesosi il fuoco negli orti
Pompejani, cominciato la notte in una casa da villano. — Aspetta (disse
Trimalcione); da quando in qua ho io comperato gli orti Pompejani?
— L'anno scorso (rispose l'agente); perciò non erano ancor messi a
libro». Trimalcione fece l'adirato, e soggiunse: — Qualunque fondo mi
si compri, se dentro sei mesi io non ne sarò avvertito, proibisco che
mi si porti in conto».
«Entrarono finalmente i saltatori, ed un certo Barone, sciocchissima
figura, si presentò con una scala, sulla quale fece salire un ragazzo,
e comandogli saltasse e cantasse, tanto salendo, quanto standovi in
cima. Il fece in appresso attraversare de' cerchi di fuoco, e tener
co' denti una bottiglia. Il solo Trimalcione maravigliavasi, e diceva
che quello era un ingrato mestiere; nelle umane cose però due sole
esser quelle ch'egli con molto piacere osservava, i saltatori e le
beccacce...»
Qui vengono grossolane baje di Trimalcione, indi il romanziere
prosiegue: — Continuava egli così a tor la mano ai filosofi, quando
portaronsi in un vaso alcuni viglietti, ed il paggio gli estraeva, e ne
leggeva le sorti. Uno diceva, _Denaro buttato iniquamente_; e si portò
un prosciutto con branche di gamberi sopra, un orecchio, un marzapane
ed una focaccia bucata. Recossi di poi una scatoletta di cotognate, un
boccone di pane azimo, uccelli grifagni, insieme con un pomo, e porri,
e pesche, e uno staffile, ed un coltello. Uno ebbe passeri, uno un
ventaglio, uva passa, miele attico, una vesta da tavola ed una toga,
e tele dipinte: un altro ebbe un tubo ed un socco. Portossi pure una
lepre, un pesce sogliola, un pesce morena, un sorcio acquatico legato
con una rana, ed un mazzo di biete. Erano seicento i viglietti, de'
quali altri non mi ricordo; e ridemmo lungamente di questa lotteria...
«Dopo altre parole di Trimalcione, gli Omeristi alzarono un gran
gridore perchè, in mezzo ai famigli, fu portato sopra un amplissimo
vassojo un vitello intero cotto a lesso, e con un caschetto sul
capo. Ajace gli veniva dietro, il quale, come furibondo, imbrandito
un trinciante, il tagliò rivoltandone i pezzi colla punta, a guisa
di ciarlatano, or di sotto or di sopra, e distribuendolo a noi
che facevamo tanto d'occhi. Ma non potemmo quelle eleganze a lungo
osservare, perchè ad un tratto sentimmo scricchiolar la soffitta,
e tutto il triclinio tremare. Io saltai su spaventato, temendo che
qualche saltatore non scendesse dalla parte del tetto; e gli altri
convitati non meno attoniti alzarono i volti, curiosi qual novità
venir potesse dal cielo. Ed ecco che apertasi la soffitta, si vide
un gran cerchio che, quasi da larga cupola distaccandosi, venne
giù, e gli pendeano d'intorno corone d'oro, e alberelli d'alabastro
pieni d'unguenti odorosi. Mentre ci era ordinato prenderci di questi
presenti, io volsi l'occhio alla mensa, sulla quale vidi già riposto un
servizio di focacce, e in mezzo un Priapo fatto di pasta, che nel largo
suo grembo tenea, secondo il solito, uva e poma d'ogni qualità.
«Noi accostammo le avide mani a que' frutti, ed improvvisamente un
nuovo ordine di giuochi accrebbe la nostra allegria, perchè le focacce
ed i pomi, appena colla minima pressione toccati, diffusero intorno
tal odore di zafferano, da riuscirci sin molesto. Persuasi dunque
che una vivanda sì religiosamente profumata fosse cosa sacra, noi
ci rizzammo in piedi, e augurammo felicità ad Augusto padre della
patria. Alcuni però avendo dopo questa venerazione rapiti quei frutti,
noi pure ce n'empimmo i tovagliuoli. Tra questi fatti entrarono tre
donzelli, involti in candide tunicelle, due dei quali misero in tavola
gli Dei lari inghirlandati, ed uno recando attorno una tazza di vino,
gridava, — Ti sieno propizj gli Dei»; dicea parimenti, che l'un d'essi
chiamavasi Cerdone, Felicione l'altro, il terzo Lucrone[166]. E come
fu portato in giro il ritratto di Trimalcione, che tutti baciarono, noi
non potemmo, sebben con rossore, scansarcene...
«All'istante venne condotto un cane grassissimo, legato alla catena,
cui il portiere ordinò con un calcio di sdrajarsi, ed esso si distese
avanti la mensa. Allora Trimalcione gittandovi un pan bianco, —
Non avvi (disse) nessuno in casa mia, che m'ami più di costui». Il
ragazzo, sdegnato ch'ei lodasse Silace così sbracatamente, mise in
terra la cagnuccia, e l'aizzò contro di lui. Silace, secondo il costume
cagnesco, empì la sala d'orrendi latrati, e stracciò quasi la Margarita
del Creso. Nè a questa baruffa fermossi il rumore, perchè venne altresì
rovesciata una lampada, di cui si ruppero i cristalli, e si sparse
l'olio bollente addosso ad alcuno de' commensali. Trimalcione, per
non parere incollerito di questo accidente, baciò il ragazzo, e gli
comandò di salirgli sulla schiena. Egli vi andò subito, e messoglisi
a cavalluccio, gli batteva col palmo delle mani le spalle, e ridendo
chiedevagli, — Conta, conta, quanti fanno?...»
«Trimalcione, rimessosi un poco, ordinò si empiesse un gran fiasco,
e si distribuisse da bere a tutti gli schiavi che sedevano a' nostri
piedi, soggiungendo: — Se alcuno non vuol bere, versagli il vino
sul capo». E così or faceva il severo, ed ora il pazzo. A queste
famigliartà venner dietro intingoli, la cui memoria vi giuro che mi fa
stomaco. Poichè tutte quelle grasse galline erano contornate di tordi,
con ova d'anitra ripiene, le quali Trimalcione ci pregò con orgoglio di
mangiare, dicendo che erano galline disossate...
«Capitò intanto un nuovo ospite che avea mangiato altrove, al quale
Trimalcione chiese: — Che cosa aveste di squisito? — Lo dirò, se
il potrò (rispose colui); perchè io sono di sì labile memoria, che
talvolta dimentico lo stesso mio nome. Avemmo dunque per prima pietanza
un porco, coronato con salsiccie intorno, e colle interiora benissimo
condite: eranvi biete e pan bigio, che io preferisco al bianco, perchè
fortifica. La seconda pietanza fu una torta fredda, sparsa d'un
eccellente miele caldo di Spagna; ma io non assaggiai della torta,
e molto meno del miele. Quanto ai ceci ed ai lupini, ed agli altri
legumi, nulla più ne mangiai di quel che Calva mi suggerisse: due pomi
però mi riposi, che tengo chiusi in questo tovagliolino, perchè se io
non porto qualche regaluccio al mio servitore, e' mi sgriderebbe; del
che madonna saviamente suole ammonirmi. Oltre a ciò, avevamo dinanzi
un pezzo di orsa giovane, di cui Scintilla avendo imprudentemente
gustato, fu per vomitar le budella; io, al contrario, ne mangiai
quasi una libbra, perchè sapeva di cinghiale. Se l'orso, diceva io,
mangia l'omiciattolo, quanto più l'omiciattolo mangiar deve dell'orso?
Finalmente avemmo del cacio molle, del cotognato, delle chiocciole
sgusciate, della trippa di capretto, del fegato ne' bacini, delle ova
accomodate, e rape, e senape, e tazze che parean piante: benedetto
Palamede che le inventò! Furono portate intorno in una marmitta le
ostriche, che noi non troppo civilmente ci prendemmo a piene mani,
perchè avevamo rimandato il prosciutto».
«Non sarebbe mai giunto il termine di questi tedj, se non fosse
comparsa l'ultima portata, composta d'un pasticcio di tordi, di
zibibbo e di noci confette. Tenner dietro i pomi cotogni, contornati
di chiodetti di garofano che pareano tanti porcini: e tutto ciò era
pur passabile, se non si fosse data un'altra vivanda sì pessima, che
saremmo voluti morir di farne anzichè mangiarne. Quando fu in tavola,
noi pensammo fosse un'oca ripiena, contornata di pesci e d'ogni sorta
uccelli; di che Trimalcione avvedutosi, disse: — Tutto questo piatto
esce da un corpo solo». Io m'avvidi tosto di quel che era, e volgendomi
ad Agamennone, — Resto maravigliato come tutti cotesti ingredienti
sieno accomodati in guisa che pajon fatti di creta. E so d'aver veduto
a Roma, nel tempo dei Saturnali, di simili cene finte». Ancor non
finivano queste mie parole, che Trimalcione soggiunse: — Così possa io
crescer di ricchezza se non di corpo, come tutti questi intingoli il
mio cuoco ha fatti col majale. Non può darsi più prezioso uomo di lui.
Se volete, egli d'un coniglio vi farà un pesce, col lardo un piccione,
col prosciutto una tortora, delle budella di porco una gallina; perciò
il genio mio gli ha posto un bellissimo nome, e chiamasi Dedalo;
e siccome ha egli gran fama, uno gli portò a Roma de' coltelli di
Baviera». E comandò che gli si recassero, gli osservò con ammirazione,
e ci permise di provarne la punta sulle nostre labbra.
«Al tempo stesso entrarono due schiavi, in aria di bisticciarsi per
un di que' cingoli, a cui si attaccano i vasi che costoro si teneano
sulle spalle. Trimalcione avendo pronunziata la sua sentenza, nè
l'un nè l'altro volle chetarvisi, ma ciascheduno ruppe con bastoni
il fiasco dell'altro. Sopraffatti della insolenza di quegli ubriachi,
noi li tenevamo d'occhio, e vedemmo che da quei rotti vasi eran cadute
ostriche e pettini, le quali un donzello raccolse, e in una marmitta
recò intorno. Il cuciniere ingegnoso secondò queste splendidezze,
portando lumache sopra una graticola d'argento, cantando con voce
tremula e straziante. Io ho rossore a narrare ciò che seguì: imperocchè
i chiomati donzelli (cosa non più udita), portando unguenti in un
catino d'argento, unsero i piedi agli sdrajati commensali, dopo aver
loro allacciate e gambe e piedi e calcagni con varie ghirlande; poi
l'unguento medesimo fecer colare nei vasi di vino e nelle lucerne...
«Finalmente intirizziti pregammo il custode di metterci fuor della
porta, ma egli rispose: — T'inganni se pensi uscire per donde sei
entrato; nessun convitato giammai esce dalla porta medesima». In questa
si udì un gallo cantare; per la cui voce Trimalcione confuso, ordinò
si spandesse vino sotto la tavola, e se ne mettesse nelle lucerne; di
più trasportò l'anello nella man destra, e disse: — Non senza perchè
codesto trombetta ha dato un tal segno: bisogna o vi sia incendio in
alcun luogo, o taluno nel vicinato trovisi agonizzante. Lungi da noi sì
tristi augurj; epperò chi mi porterà questo mal nunzio, avrà una corona
in regalo...»
E sia fine a tante miserabili vanità.
V'avea dunque ricchezze, v'avea comodi, eleganze, lusso, fior d'arti
belle e d'industria, coltura, sterminato dominio, commercio dilatato
agli ultimi confini della terra, tutti gli elementi, di cui alcuni
compongono la prosperità sociale. Al secolo dei lumi, al secolo del
progresso applaudivasi anche allora, non meno iperbolicamente di quel
che facciano i giornalisti d'oggidì. — Il mondo si schiude, si fa
conoscere, si lascia coltivare ogni giorno meglio; le fiere scompajono,
il deserto si frequenta, si aprono le roccie, la barbarie cede più
sempre all'incivilimento, che popola ogni luogo, e sviluppa la vita,
e raffina i governi; la stirpe umana minaccia divenir soverchia pel
mondo. Roma che non ha fatto? insegnò all'uomo l'umanità, incivilì
le tribù più remote e selvagge, addolcì i costumi, riunì gl'imperj
dispersi, fece comune l'industria di tutti i popoli, l'ubertà di tutti
i climi, la varietà delle favelle: ciò che non è a Roma, non è in
verun luogo. Essa raccolse il mondo sotto l'equo suo impero, senza
accettazion di persone o divario di grande e piccolo, di nobile e
plebeo, di ricco e povero. La guerra oggimai non è che un nome, e pare
un sogno quando s'ode che qualche lontanissima tribù mora o getulica
osò provocare le armi romane; la spada ormai è incatenata dalle rose;
le città non gareggiano che di magnificenza, la terra medesima pare
s'infiori come un giardino, e che Roma abbia dato al mondo una vita
nuova»[167].
Eppure la pubblica prosperità deperiva. Il popolo re ci si presenta
come uno stormo di schiavi, che inorgoglia delle follie e della
bassezza di sua schiavitù; il governo, carpito da felici cospiratori,
non curasi d'illuminare e dirigere la pubblica opinione, bastando
adularla, vilipenderla o spegnerla; nè il nuovo sovrano ha mestieri
di conquistar le anime e le intelligenze, purchè trovi modo di
corromperle.
Con Tacito fremiamo vedendo allo scaltro Augusto seguire Tiberio, fango
impastato col sangue[168]; poi un garzone frenetico; poi un sanguinario
imbecille; poi il giovane allievo del filosofo più vantato, che raduna
in sè e peggiora le dissolutezze e le atrocità de' precedenti, fa pompa
delle infamie che Tiberio nascondeva, incendia, uccide maestro, moglie,
amante, madre; e ad ogni nuova barbarie, popolo, cavalieri, senatori
gli decretano nuovi ringraziamenti, ad ogni sua viltà s'affrettano di
scender più basso colle loro umiliazioni. Ma invano domandiamo a Tacito
la finissima industria onde Augusto inforcò gli arcioni di questa
fiera indomita; e come mai gli antichi repubblicani si rassegnassero
a un tiranno, a un pazzo, a un imbecille, a un mostro, e dopo loro
lasciassero disputare il comando da un infingardo, un dissoluto, un
ghiottone, un avaro. Tacito respirava l'atmosfera che pur sentiva
corrotta, e non poteva accorgersi come il miasma ne fosse l'egoismo.
L'unità della forza stringeva in un circolo di ferro le provincie
dell'Impero, ma internamente era lentato ogni nodo; ciascuno
rinserravasi in se stesso, diffidando del vicino che non sapeva come
opererebbe o penserebbe, atteso che gli uomini non si trovavano
d'accordo in nessun punto di politica, di morale o di religione;
estinto ogni sentimento elevato, rimaneano solo spossatezza, sfarzo,
cura di sè, negligenza d'altrui. Quel che oggi s'interpone fra
l'obbedienza e la schiavitù, cioè il punto d'onore, la devozione
leale a un principe, la franchezza militare, la libertà cittadina,
l'alterezza nobiliare, non esisteva fra gli antichi. Eran solo
cittadini, e l'impero tolse pregio a tal qualità; valor personale
non resta più; ingegno, coscienza, fede, gloria, nobiltà, ambizione
scompajono davanti all'unico scopo, la grazia del regnante. Il senato
non rappresentava più nulla, ma l'orgoglio antico faceagli ritirare
dispettosamente la mano dal popolo. I pretoriani, sentendosi la forza,
voleano usarne; e ajutavano a tiranneggiare, purchè ne traessero
aumento di soldo ed alleggiamento di servizj.
Il vulgo tremava, come tremavano i grandi, come tremavano i soldati,
come tremava l'imperatore, tutti di tutti; conseguenza dell'uni versale
egoismo. Alcuni si levavano dall'originaria bassezza accostandosi ai
grandi, a forza di adulazioni e di spionaggio; altri amavano adimarsi
fra i poveri per toccare la lor porzione di donativi, e per evitare
i pericoli cui si esponeva ogni testa che sporgesse. Alla ciurma
sempre più svigorita nel lusso e ne' vizj, delirante dietro a' giuochi
dell'anfiteatro, e che non palesava una volontà se non col parteggiare
per questo o per quel ballerino, per questa o quella fazione del circo,
ogni nuovo imperatore prodigava doni e giuochi, e la corrompeva non
solo coi fieri e sozzi divertimenti dell'arena e del teatro, ma colle
arti dei retori e dei poeti.
Fuori poi, i Greci e i Galli non provavano affetto pei Romani; i
Romani non compassione delle concussioni e de' micidj ond'era oppressa
la Germania; sicchè mancava quell'accordo di lamenti e di speranze,
che produce rivoluzioni efficaci. L'antica repubblica era perpetua
e impossente ribrama di quelli che ancora ambivano di governare: il
vulgo, più contento di trovarsi governato, non se la ricordava che
per detestarla, e godeva qualvolta, insieme coi gladiatori, gli si
offrisse lo spettacolo di nobili teste recise. Anche i soldati sotto
i Giulj conservarono l'antica disciplina, confondendo la fedeltà alla
bandiera con quella all'imperatore: solo dopo caduta quella famiglia,
si credettero arbitri di offrir l'impero a chi fossero disposti a
sostenere colle spade.
Del resto, a che moversi quando non sai se il tuo vicino ti sosterrà?
Empisca dunque Caligola le due liste _del pugnale e della spada_;
dal seno delle fecciose voluttà invii Tiberio la morte; inferocisca
a baldanza l'oppressore, poichè gli oppressi non sanno amarsi ed
intendersi, nè miglior gloria conoscono che quella di fare omaggio ai
padroni[169].
Questo male era tardo frutto della politica immoralità della
repubblica. La società romana, per quanto la politica ne avesse
ampliato l'estensione, era, siccome le altre pagane, dominata da
spirito di razza, geloso, esclusivo, fuor della famiglia e dell'altare
suo vedendo in ogni uomo uno straniero, in ogni straniero un nemico,
nel nemico una preda. Il giureconsulto Pomponio definiva: — I popoli,
con cui non abbiamo amicizia, ospitalità od alleanza, non sono nemici
nostri: pure, se cosa nostra casca in man loro, ne sono padroni;
i liberi divengono schiavi; e così è di essi riguardo a noi»[170].
In conseguenza la schiavitù era un fatto naturale e civile, equo,
indeclinabile; e la giurisprudenza definisce che il padrone «ha diritto
d'usare e d'abusare dello schiavo».
Fondata su tali canoni, la società non poteva riuscire che spietata; e
gli schiavi pur troppo dall'acerba condizione loro traevano sentimenti
fieri e dispettosi, che soltanto feroci pene potevano reprimere. Croci
e supplizj riempiono le commedie ed i racconti; permanente atrocità
privata, cui accordavasi poi la pubblica col suo sfarzo di pene legali.
Il mantenere e crescere quelle macchine umane era scopo importantissimo
della società, e mezzo a ciò la guerra. A questa pertanto doveano
intendere principalmente gli Stati, come a fonte di potenza, di gloria,
di ricchezza; l'economia politica consisteva nel distruggere o render
servi gli stranieri. Dall'amore di patria (nome pomposo ed abusato)
cercavasi la rigenerazione e la forza del cittadino e degli Stati;
ma questa legge isolata insegnava ad immolare alla grandezza d'un
popolo la felicità di tutti gli altri. Il fanciullo educato in quei
sentimenti sprezza e odia ciò che è fuori del suo paese; e qualsivoglia
iniquità resta giustificata dal venirne vantaggio alla repubblica.
La imperturbata assolutezza di logiche conseguenze dispensava Catone
dall'addurre altri motivi del suo perpetuo _Carthago delenda_; Paolo
Emilio, in Epiro, sulle rovine di settanta città vende all'asta
cencinquantamila vinti per distribuirne il prezzo ai soldati: Orazio
fa che Attilio Regolo, per ridestare il patriotismo romano, narri
d'aver veduto ricoltivarsi i campi attorno a Cartagine, devastati dalle
legioni: agitandosi in senato le querele di popoli alleati, Curione
le confessava giuste, ma soggiungeva, — Prevalga però l'utilità»[171]:
Mario diceva a Mitradate, — O renditi più forte, o piega ad ogni nostro
volere»: Antipatro terminava tutte le sue arringhe agli Ebrei col
dire, — I Romani voglion essere obbediti»: Fabrizio, udendo le dottrine
epicuree alla tavola di Pirro, supplica gli Dei che quelle piacciano
sempre ai nemici di Roma: Tacito racconta che alcuni Germani rifuggiti
in cima ad alberi, dai Romani erano feriti colle freccie per trastullo.
Di buja notte i Romani precipitano sui Germani, divise le legioni avide
di sangue in quattro corpi, acciocchè più estesa fosse la devastazione:
cinquanta miglia andarono a ferro e fuoco, senza compassione per età
o sesso. Da parte de' Romani non fu sparsa goccia di sangue, perchè il
soldato uccideva i nemici tra la veglia e il sonno disarmati ed erranti
a caso. Il buon Germanico esortava i soldati a seguitar la strage,
perocchè non abbisognavasi di prigionieri; soltanto collo sterminio di
tutto il popolo potersi metter fine alla guerra. Tacito stesso non sa
all'impero augurare maggior fortuna, che il perpetuarsi delle nimicizie
fra le nazioni avverse[172].
Così i Gentili stabilirono per fondamento della morale la società e
il patriotismo, le cui virtù che sono altro se non un egoismo alquanto
più dilatato? Come oggi alcuni nel nome d'umanità dimenticano l'uomo,
così allora non si parlava dell'uomo, ma della patria. La patria
è una divinità[173]; Dio non deve nulla all'uomo, e l'uomo deve ad
esso se medesimo e gli altri: dunque l'individuo si immoli a questa
deificazione, non solo nelle terribili emozioni della guerra scannando
le migliaja per una causa che non conosce, ma anche per superstizione
svenando senza entusiasmo un uomo che non ci offese, a divinità in
cui più non si crede. Le miserie dei popoli soggiogati, l'insulto
del trionfo, lo spettacolo solenne dei gladiatori, il continuo degli
schiavi, rendevano la gente men compassionevole che non fra noi
moderni, avvezzati dalla civiltà e dalla religione a gridar tiranno non
solo chi uccide, ma chi un sol giorno aggiunge d'inutili patimenti ad
un accusato.
Come delle altre virtù il patriotismo, così della giustizia teneva
luogo la legalità; ed il rispetto religioso, anzi superstizioso verso
le leggi, _cosa sorda ed inesorabile_[174], fu carattere de' Romani,
pel quale dalla protezione ottenuta sul monte Sacro giunsero a imporre
al mondo un Caligola e un Tiberio, che si circondavano de' migliori
giureconsulti, e dopo calpestata nel peggior modo la giustizia verso
gli stranieri, poterono creare una stupenda legislazione per se stessi.
Avvezzata Roma agli abusi della forza e della legalità, il vincitore
interno faceva di lei quel governo che essa di Cartagine e Corinto.
Ma i veri vinti erano patrizj e senatori; laonde, mentre questi
soffrivano, la plebe, garantita dalla propria oscurità, accarezzata più
dai principi più ribaldi, poteva persino amar que' tiranni; allorchè
Caligola fu ucciso, il vulgo a furia chiese a morte i micidiali; favorì
alcuni che si fingevano Nerone.
Nè affatto a torto, giacchè il governo imperiale era il più popolare
che mai Roma avesse provato. Le tirannidi dei ventimila patrizj
erano state ristrette in uno solo, che più distando dai privati,
riusciva men oppressivo. L'imperatore insulta ed uccide cavalieri e
senatori, ma condiscende a quella plebe cui insultavano gli Emilj e
gli Scipioni, la contenta di giuochi e di donativi, la tratta da pari
nella piazza ed al bagno; se più non le chiede il voto ne' comizj,
ne ascolta le grida nel circo ed al teatro, non ardisce metterne a
prova l'impazienza col farvisi troppo aspettare. Nerone, mentre gode
a tavola fra Paride e Poppea, udendone il fremito tumultuoso a piè
del palazzo, getta il tovagliuolo dalla finestra per indicare che si
move a soddisfarla. Tiberio pose sul banco pubblico una grossissima
somma onde prestare a chiunque bisognasse, senza interesse per tre
anni; e largheggiò smisuratamente nell'inondazione del Tevere e
nell'incendio sull'Aventino; e quando un tremuoto diroccò dodici
città fiorentissime dell'Asia, la Sicilia, la Calabria, sepellendo
abitanti, sobbissando montagne, altre sollevandone, per cinque anni
assolse dalle taglie le provincia danneggiate, e mandò grosse somme
per rifabbricar le case. Claudio provvide acque e porti. Quasi tutti
poi gl'imperatori si occuparono di rendere giustizia in persona, come
usano tuttora i Turchi; modo indegno d'ogni ben costituito ordinamento,
ma che eliminava l'inestricabile corruzione della Roma repubblicana,
ogniqualvolta non vi fossero interessati il principe o i suoi favoriti.
Ora, nell'attuamento di buone leggi giudiziali consiste una gran parte
e la più sentita della libertà cittadina.
E poi l'imperatore non è il tribuno della plebe? Da qualunque parte
le venga il suo protettore, poco ad essa ne cale; i ricchi pagheranno
le spese, ella avrà giuochi e distribuzioni; quanto alla politica
libertà, l'ha per un balocco, esibitole da quelli che non hanno oro
nè potenza, e desiderano acquistarle. Senz'arti, senza lavoro, vivendo
di ciarla, di largizioni, di spettacoli, il vulgo romano amava chi ne
lo provvedesse: invidioso dei ricchi com'è sempre il povero, godeva in
vedere conculcati dal suo tribuno i figli di coloro che l'aveano tenuto
schiavo, spogli delle dovizie succhiate ai clienti o alle provincie,
e tremava che, distrutto l'impero, non si rinnovassero le superbe
crudeltà dei patrizj.
Chi dunque, sano dell'intelletto, poteva più pensare a ricostituir la
repubblica? Restava di temperare l'autorità degl'imperatori: ma come
farlo dove nè i nobili nè i Comuni nè il clero erano costituiti in un
corpo che potesse contrappesarla? La legge Regia poneva l'imperatore al
di sopra di tutte le leggi; gli impieghi erano da lui conferiti; da'
suoi cenni pendeva l'esercito; l'autorità tribunizia gli dava il veto
contro qualsivoglia determinazione del popolo o del senato, e rendea
sacrosanta la persona di lui, e sacrilegio perfino la resistenza.
Le cospirazioni non si volgeano contro la tirannia, ma contro il
tiranno; e vendette personali, generose aspirazioni, ambiziose
ipocrisie, rapaci avidità si accordavano un tratto per appoggiarsi
sull'indignazione popolare; sfogata questa, si scomponevano, e
lasciavano il campo alle punizioni imperiali o alla onnipotenza
soldatesca. Il senato, se non fosse comparso un corpo corrottissimo e
modello di tutte le abjezioni, qualche freno avrebbe potuto mettere
allorchè veniva trucidato un tiranno; e lo tentò dopo Caligola:
ma se anche il popolo lo avesse sofferto, il potere che di fatto
preponderava, l'esercito, voleva il donativo; se punto si tardasse
a scegliere il successore, lo acclamava egli stesso; e guaj a chi
tentasse restringere all'imperatore l'arbitrio, pel quale egli
poteva largheggiare quant'essi pretendevano. Ma l'imperatore stesso,
disimpedito da freni legali, è esposto all'arbitrio de' soldati, che
o lo costringono a fare la loro volontà, o lo uccidono; sicchè sospeso
fra le gemonie e l'apoteosi, s'affretta a saziar le voglie spietate o
voluttuose.
Nulla essendovi dunque che frenasse o il re sul trono o la donna nel
gabinetto, entrò una depravazione, gigantesca quanto quel popolo; dove
il vizio e l'empietà eretti in sistema; ferocia ne' dominanti, ferocia
ne' servi; corruttela tranquilla, corruttela impetuosa; istinto feroce
nel soldato, istinto fiacco e tumultuoso nel vulgo, istinto servile ne'
dotti; stupidità in una plebe immensa, indifferente tra il vincitore e
il vinto. La generosità? la virtù? la bestemmia di Bruto era divenuta
comune da che si vedeva sovvertito il prisco ordine. La patria? come
affezionarsi a quella che s'estendeva dall'Elba al Niger? La filosofia?
ma questa non aveva accordo, non efficacia; esercitazione di scuola,
riponeva il punto più sublime nel sapersi dar la morte, nel disertare
cioè da fratelli, alle cui miserie non si era partecipato; così
s'introdusse il suicidio, come un mezzo di sottrarsi al suo dovere;
mezzo che i Gentili diceano onorevole, noi Cristiani empio e codardo.
Pure la filosofia stoica è l'unico lampo di vigore, l'unica nobile
opposizione in quel tempo. Mentre Plauzio Laterano è condotto a morte,
un liberto di Nerone gli dirige alcune suggestioni, cui egli risponde:
— S'io avessi l'anima tanto abjetta da fare delle rivelazioni, al
tuo padrone le farei, non a te». Fu ucciso dal tribuno Domizio Stazio
che era suo complice, nè per questo gli volse alcun rimprovero; e al
primo colpo essendone ferito soltanto, scosse la testa, poi la ripose
all'attitudine opportuna per essere decollato[175]. Epittèto, schiavo
frigio, che scrisse un _Manuale_ di questa filosofia, percosso dal
padrone Epafrodito, gli dice: — Badate che mi romperete le ossa»;
Epafrodito continua, gli fiacca una gamba, e lo schiavo ripiglia: — Non
ve l'avevo detto?»
Piace questo aspetto di forza e severità: e per vero, mentre la morale
di Epicuro produceva mollezza e snervamento, quella di Zenone è la
forza stessa, concentrata in se medesima, per respingere tutto ciò che
vorrebbe signoreggiarla. Se non v'ha bene fuorchè la virtù, non male
fuorchè il vizio, e tutto il resto è indifferente, l'uomo si trova
al disopra degli avvenimenti esterni, riponendo il valor proprio e
la propria felicità in se stesso, e nel buono o mal uso che fa della
propria libertà; sicchè scompaiono le differenze di nazionalità,
di posizione sociale, sottentrando un diritto universale, assoluto,
eterno, che abbraccia tutti gli uomini. Ma questa forza facilmente
degenera in un egoismo senza viscere, in un rigore desolante che
non è la virtù; e l'abstine et sustine degli Stoici, separato dalla
benevolenza, svia ogni attività benefica, riduce indifferente alle
miserie d'un vulgo che basisce di fame accanto ai palagi ove rigurgita
l'abbondanza, e si rinserra in un'inoperosa fatalità. Marc'Aurelio,
avvertito delle trame di un ambizioso, risponde: — Lasciamolo fare,
chè, se non è destinato, soccomberà; se è, nessuno uccise il proprio
successore». È clemenza codesta?
— Il savio attende il bene soltanto da sè: unico male è credere al
male: meglio morir d'inedia senza timori, che vivere angustiato
nell'opulenza: meglio che il tuo schiavo sia tristo, anzichè tu
infelice. Quando abbracci la donna, i figliuoli, pensa che sono
mortali; e così non ti dorrai perdendoli. La compassione è il vizio
dei deboli che si piegano all'apparenza degli altrui mali, e perciò
disdice ad uomo. Le sciagure sono destini, non accidenti. A Dio non
obbedisce il savio, ma consente. In alcun modo il sapiente è superiore
a Dio; poichè in questo il non temere è merito di natura, nel savio è
merito proprio»[176]. Sono massime di Seneca. E che cosa significano?
che i mondani eventi sono retti da una necessità fatale, e il volere
umano ha forza di resistere e soffrire, non d'operare; tranquillità
non può sperarsi che in un superbo e desolato isolamento; considerar
viltà qualunque transazione col nemico della libertà, quando anche
non si stipulasse che l'oblio e il poter ritirarsi; punire se stessi
dei tentativi falliti, sprezzare i tiranni, i quali non possono se non
dare una morte che non si teme; disporre della vita come d'un possesso
che vuol tenersi soltanto a certe condizioni; e fin all'ultimo respiro
meditare sopra se stessi. Insomma non è vero bene ciò che non dipende
dalla volontà dell'uomo; non dunque bene la patria, e poco monta in
qual luogo siamo nati, poco che essa goda o soffra; lo stoico non è
nato per la società, non è cittadino, non dee cercar di sminuire i
mali della patria, ma darvi per rimedio il sentimento della libertà
individuale.
Qui consiste la magnanimità mostrata da Cremuzio Cordo e da tant'altri,
pei quali il suicidio era un rifugio o una speranza. Arria, moglie
di Trasea Peto, udendo che questi è condannato, s'immerge un pugnale
nel seno, indi porgendolo al marito, gli dice: — Non fa male». Genero
ed erede della costei fermezza, Elvidio Prisco da Terracina studiò
filosofia non per ammantare col nome di questa l'inazione, ma per
invigorirsi. Il suo sogno era sempre l'antichità, quella repubblica
aristocratica di cui erano stati ultimi lumi Marco Bruto e Porcio
Catone; quel senato, ch'era parso a Cinea un'assemblea di re, e a
Caligola un branco di buffoni. Sbandito alla morte del suocero,
richiamato da Galba, non cessa d'opporsi in senato agli arbitrj
imperiali. Parlasi di rifabbricare il Campidoglio? — Quest'impresa
(dic'egli) spetta alla repubblica, non all'imperatore». Vuolsi por modo
alle spese del tesoro? — È cura de' senatori, non dell'imperatore».
E nei discorsi attaccava quei che sotto i regni antecedenti aveano
abusato, e sotto aspetto di virtù ridesta quel fiotto di accuse e
denunzie. Vespasiano gli ordinò non comparisse in senato, ed egli: —
Puoi togliermi il grado, ma finchè io sia senatore vi andrò. — Se vieni
(soggiunge l'imperatore), taci. — Purchè tu non m'interroghi», replica
esso; e Vespasiano: — Ma se tu sei presente, io non posso lasciare di
chiederti il tuo parere. — Nè io di risponderti come mi parrà dovere.
— Se tu me lo dici, ti farò morire. — T'ho forse io detto d'essere
immortale? entrambi faremo quel ch'è da noi; tu mi farai morire,
io morrò senza rincrescimento». Avendo solennizzato il natalizio di
Bruto e Cassio ed esortato ad imitarli, fu arrestato; poi rimesso in
libertà, nè mutando sensi e linguaggio, il senato ne decretò la morte,
e Vespasiano non giunse in tempo a sospenderla. Al veder Tacito, Plinio
Minore, Giovenale alzar a cielo quest'imprudente, vien da riflettere
tristamente ove la virtù è costretta ridursi quando le mancano
legittime vie d'opporsi all'abusato potere.
Scevino Flavio, imputato di congiura contro Nerone, mostrò al tribuno
che la fossa preparatagli non era abbastanza profonda; e come questi
gli disse di tender bene il collo, — Possa tu altrettanto bene
colpire». Caninio Giulio viene ad alterco con Caligola, il quale
licenziandolo gli dice: — Non dubitare, t'ho condannato a morte»; e
Giulio, — Grazie, maestà imperiale». Guardava egli come un favore
la morte in così pessimo imperio, o con ironia da Socrate voleva
contraffare la vigliaccheria dei cortigianeschi ringraziamenti? Passò
dieci giorni equanime, aspettando che Caligola tenesse la parola, e
giocava alle dame quando entrò il centurione ad annunziargli di morire.
— Attendi ch'io noveri le pedine», risponde tranquillo; e perchè gli
amici piangevano, — A che rattristarvi? Voi disputate se l'anima sia
immortale, ed io vado a chiarirmi del vero». E mentre avvicinavasi al
supplizio, chiedendogli un amico a che riflettesse: — Voglio osservare
se in questo breve istante l'anima s'accorge d'uscire».
Caligola, ingelosito dell'eloquenza di Seneca, volea farlo morire;
ma una concubina gli mostrò essere il filosofo di salute così strema,
che poco andrebbe a finire naturalmente. Eppure sopravisse a vederne
più d'un successore. Assunto alla questura, fu da Claudio esiliato
in Corsica, dicono per intrighi con Giulia figlia di Germanico e con
Agrippina. Di là, a Polibio liberto dell'imperatore, cui era morto
un fratello, drizzò una Consolatoria, congerie di luoghi comuni sulla
necessità del morire, su sventure tocche a grandi, a regni, a città;
esauriti i quali argomenti, soggiunge: — Finchè Claudio è signor del
mondo, tu non puoi nè al dolore abbandonarti nè al tripudio, tutto
essendo di lui; vivo lui, non puoi querelarti della fortuna; lui
incolume, nulla hai perduto, tutto hai in lui, di tutto egli tien
luogo; gli occhi tuoi non di lagrime ma di gioja devono empirsi...
ti si gonfiano di lagrime? volgili a Cesare, e la vista del dio te li
asciugherà; il suo splendore arresterà i tuoi sguardi, nè ti lascerà
vedere altro che lui... Dei e Dee concedano lungamente alla terra colui
che le diedero a prestanza;... sempre rifulga quest'astro sul mondo, la
cui tenebria fu dalla luce di esso ricreata».
Così vilmente adulatolo vivo, Seneca vilmente l'oltraggiò morto,
nell'_Apocolocunthosis_ descrivendone la divinizzazione. Con ciò
volea forse ingrazianirsi Nerone, del quale se troppa severità sarebbe
l'imputargli l'orrenda riuscita, e credere l'avviasse a sozze oscenità
e fino al matricidio, non gli perdoneremo di non averlo abbandonato
dopo che di tali delitti si contaminò, e d'aver prostituito l'ingegno
fin a discolparli. Mentre declamava contro le ricchezze, ammassò
sessanta milioni di lire, con usure che valsero ad eccitare una
sommossa nella Bretagna; rimproverava il lusso, ed aveva cinquecento
tripodi di cedro coi piedi d'avorio; vantava il vivere ignorato[177],
e anelava pompe e schiamazzo; scrivea voler piuttosto offendere colla
verità che andare a versi colle piacenterie, poi le trabocca a Nerone,
il quale «poteva vantare un pregio di nessun altro imperatore, cioè
l'innocenza, e facea dimenticar persino i tempi d'Augusto»[178]. Eppure
ogni tratto egli esibisce se stesso per modello, dà intendere che ogni
sera s'esaminasse dei fatti e detti suoi[179], ed esclama: — Turpe
il dire una cosa, un'altra sentirne; quanto più turpe sentirne una,
scriverne un'altra».
Ma egli distingueva due filosofie, una per la vita, una per la scuola:
ed in questa, attivo e pratico sempre, accumula sentenze, per certo
opportunissime a correggere e nobilitare il carattere, assodar l'impero
della ragione sopra le passioni, insegnare temperanza nelle prospere,
costanza nelle avverse vicende. Ottimo uffizio: ma dopochè se ne sono
uditi i precetti, si domanda qual autorità d'imporli, qual ragione
d'obbedirli? Seneca dice alla madre: — La perdita d'un figlio non è
un male; è follia pianger morto un mortale»; all'esule: — I veterani
non si scompongono sotto la mano del chirurgo; così tu, veterano
della sventura, non gridare, non lamentare femminilmente»; a tutti
predica, ciò ch'è male per l'uno esser bene per molti, e che ogni
cosa deve perire; intima ai savj di non cadere nella compassione, non
attristarsi, non impietosire, non perdonare[180]. Ma a che pro questa
più che umana fermezza? donde la forza di praticarla? donde, se non
dall'orgoglio e dall'egoismo?
E orgoglio ed egoismo trapelano da tutti i pori all'adulatore di
Nerone: diresti ch'egli si sente destinato a riformare il genere umano,
con tal tono da maestro sprezza, beffeggia, riprende, comanda, insegna
virtù impossibili, e come scopo della filosofia il separar l'anima da
tutto ciò che non è lei, fare del proprio perfezionamento l'oggetto
unico d'ogni sforzo, isolarla nella sua grandezza e in una virtù che
guarda con indifferenza la morte degli altri e la propria.
Fra gli elogi della povertà, viepiù assurdi in bocca d'un gaudente
cortigiano; fra antitesi in luogo di ragioni; fra quel cumulo di frasi
sonore si arriva a capire che regola della morale e della felicità è
la _legge naturale_; sapienza è il conformarvisi. Ma per conformarvisi
bisogna conoscere, e ciò per mezzo d'una ragione sana, dominatrice
delle passioni: in tale obbedienza ragionata trovasi la soddisfazione
della coscienza, il testimonio intimo, ch'è il fine supremo del saggio.
Ma che cos'è la legge? la natura? come questa può obbligare, staccata
dalla ragion divina, da una volontà superiore e libera, che fissa
il _fine_ obbligatorio? Seneca avea compreso che doveva esservi un
Dio buono; che bisogna amare e servire gli amici, la famiglia, la
patria; aveva, come Aristotele e Platone, conosciuto i rapporti del
bello col buono, della scienza colla virtù; ma di tutto ciò non erano
certi i filosofi; talvolta separavano una cosa dall'altra per poter
dimostrarla; finivano con Dio immobile, una morale senza Dio, una
virtù senza ricompensa, una scienza senza certezza. Il più glorioso
sforzo dell'intelletto umano abbandonato a se stesso fu appunto questo
aggavignarsi ai frantumi della verità, e ingegnarsi a dimostrare la
solidità dei loro fini, del loro probabilismo. In ciò adoprarono tanti
insigni libri, tanto talento, tanta volontà; perchè ignoravano quel
primo vero dell'Ente che crea; e che basta perchè tutte le scienze
s'incatenino; il fine sia preciso, il mezzo è preparato nella volontà
risoluta di eseguire sempre il meglio, e nella forza di giudicarne
rettamente. Volontà costante guidata da scienza certa sarebbero quella
forza e quella prudenza che Seneca predicava, ma dirette non a un bene
chimerico, ma ad un bene che sta in noi l'ottenere, secondato dalla
grazia.
Quando gli fu intimato di morire, chiese di mutare alcune disposizioni
nel testamento; ed essendogli negato, confortò gli amici rammemorando
i consueti loro ragionamenti, e lasciando ad essi, poichè altro non gli
si permetteva, l'esempio di sua vita e l'odio contro Nerone. Avendogli
detto Paolina sua moglie di voler finire con lui, egli non s'oppose, e
— T'avevo indicato i modi di vivere, non t'invidierò l'onor di morire.
La tua coscienza, se è eguale alla mia, sarà sempre più gloriosa».
Fecesi aprir le vene, e seguitò a dettare a' suoi scrivani; tardando
la morte, si fece tuffare in un bagno caldo, e ne asperse i servi che
gli stavano attorno, invocando Giove liberatore, come i Greci libavano
a Giove conservatore nell'uscire d'un banchetto. In un'altra camera
Paolina l'imitava, ma Nerone ordinò di stagnarle il sangue.
Visto qual fosse la sua vita, e che di là da questa non aspettava
premj o castighi[181], e che vantavasi rinvenuto dal _bel sogno_
dell'immortalità, noi chiediamo se la sua fosse virtù o scena.
Certamente in lui il dogma della fraternità degli uomini appare
più evidente; ne riconosce l'eguaglianza, proclama la filantropia
cosmopolitica al modo degli Enciclopedisti, che di fatti se ne fecero
un idolo: eppure celia Claudio per gli atti cosmopolitici; inveisce
contro la guerra, ma per esercizio retorico, e senza conoscerne i
vantaggi.
Il poeta Lucano suo nipote si contaminò d'adulazione a Nerone, finchè,
offeso dal vedersi da lui trascurato, congiurò con Pisone. Scoperto,
cercò salvarsi col denunziare gli amici e la madre; e Nerone ne
profittò per disonorarlo, ma gli permise la gloria di morire declamando
proprj versi. Mela, suo padre, nol lascia tampoco freddare che
s'impossessa de' beni di lui, anche per mostrare di disapprovarlo; ma
Nerone gli manda di svenarsi anch'esso, ed egli si svena senza fiato
di lamento. Tre suicidj in una famiglia sola, sostenuti eroicamente, e
preceduti ciascuno da una viltà.
Nè i suicidj erano soltanto una precauzione contro i tiranni, o
richiedevano grandi emergenti o imperiali nimicizie. Coccejo Nerva,
peritissimo giurista, in buona salute e miglior fortuna, risolve finire
i giorni suoi; e per quanto Tiberio s'industrii stornarlo, lasciasi
perire di fame. Marcellino, giovane, ricco, amato, cade di leggera
malattia, e stabilisce morire; raduna gli amici, e li consulta come
per un contratto o per un viaggio: alcuni il dissuadono; uno stoico
gli mostra esser bastante ragione d'uccidersi il trovarsi sazio del
vivere: onde Marcellino toglie congedo dagli amici, distribuisce
denaro ai servi; e perchè questi ricusano dargli morte, s'astiene
tre giorni dal cibo, dopo di che portato in un bagno, spira parlando
del piacere di sentirsi morire. Senz'altezza di pensamenti, nè certo
aspettando d'essere ammirato da un filosofo, un gladiatore condotto
al circo caccia la testa fra i raggi d'una ruota. Come i forti, così
i vigliacchi erano talvolta presi dalla manìa del suicidio; alcuni
per mera sazietà della vita, per non dovere tutti i giorni levarsi,
mangiare, bere, ricoricarsi, aver freddo, caldo, primavera poi estate,
poi autunno e inverno, nulla mai di nuovo. Laonde i predicatori del
suicidio dovettero dichiarare che non si deve, per questo piacere,
trascurar i proprj doveri[182].
Il fondo della dottrina stoica non trascendeva la materia. Dio, anima
del mondo, è congiunto colla materia, e un giorno l'assorbirà; ogni
parte di essa è dunque parte viva di quest'anima, e può adorarsi;
arbitrario è il culto come il dogma, sicchè la religione non è
potenza distinta, ma si perde nell'ordine politico; le credenze sono
accolte non secondo il loro valor dottrinale, ma secondo la loro
facilità di dileguarsi innanzi al potere; centro e scopo proprio,
l'uomo non ha doveri religiosi in faccia a questo Dio, che è eguale
a lui. Quel panteismo naturalista proclamava l'unità nell'ordine
morale e nel sociale; in conseguenza i diritti dell'individuo erano
posposti, restando l'uomo assorbito nell'umanità, e l'umanità nella
vita universale; sagrificate la libertà e la spontaneità e la vita
attiva alla fatalità, al riposo, ad una speculazione astratta, che
ingagliardiva l'orgoglio dell'intelletto senza scaldare il cuore nè
stimolare la volontà; alla ragione toglieva il soccorso del sentimento,
alla virtù l'appoggio preparatole dalla Provvidenza.
Lo stoicismo era uno sforzo istintivo, una concezione eroica
dell'orgoglio umano, ma sprovvisto di fondamento logico; declamazione
anzichè scienza, connessa alle verità supreme soltanto per
raziocinio, e perciò non giustificabile in faccia agli uomini,
e mancante d'autorità sopra di essi. La ricerca d'una perfezione
ideale, solitaria, indipendente dalla moralità generale, avversa
alle espansioni generose, petrifica l'essere umano divinizzato,
ripone il bene in un giudizio dell'intelletto, comechè repugnante
alla testimonianza dei sensi; e perciò dove lo stoico coll'egoismo
spiritualista, coll'egoismo sensuale giungeva l'epicureo, e l'uno
coll'impossibilità di raggiungere il proposto modello, l'altro
coll'indolenza, entrambi non ravvisando il bene che in relazione col
presente, coll'individuo, elidono l'attività umana, lentano i legami
domestici, annichilano la società[183]. Guarda, o stoico: l'epicureo
colla sua spensieratezza pareggia l'eroismo de' tuoi, e muore sulle
rose meretricie, siccome voi altri coi libri di Platone. Ad Agrippino
annunziano che il senato si raccolse per giudicarlo, ed egli: —
Faccia; noi intanto andiamo al bagno». Va, e nell'uscire, udendo che fu
condannato, chiede: — Alla morte? — All'esiglio. — Confiscati i beni?
— No. — Partiamo dunque senza rincrescimento; ad Aricia desineremo bene
tant'e quanto a Roma».
Più spesso l'epicureo ammaestrava a goder la vita, e gittarsi
alle spalle il timor degli Dei. Come Bentham disse che la morale è
l'interesse, ma l'interesse consiste nell'esser virtuoso, così Epicuro
avea posto la felicità ne' godimenti, ma i godimenti nella virtù:
però in entrambi i casi i seguaci furono più logici, e il nome del
maestro serviva agli epicurei soltanto a scusare l'assecondamento
delle proprie inclinazioni, diffondere l'empietà, agevolare ai
grandi i delitti dell'ateismo, senza togliere al vulgo quei della
superstizione. Perciocchè ad ogni modo queste filosofie erano
scienze aristocratiche, le quali si dirigevano a pochi, al modo dei
franchi pensatori del secolo passato, e come questi non nominavano la
moltitudine (οἱ πολλοὶ) se non per vilipenderla. Intanto nè bastavano
a spiegar la religione, nè a fare senza di essa; onde questa, che è la
filosofia de' più, rimaneva senza dogmi e ingombra di assurde pratiche:
giacchè l'incredulità non salva dalle superstizioni, e solo ne cambia
l'oggetto.
Quella religione, invece di comprendere le verità più generali ed
assolute, ritraeva potenza da ciò che avea di locale e relativo[184]:
però non avea un corpo di tradizioni e dottrine, attuate in cerimonie
rituali, non doveri precisi, insegnamenti morali; la tradizione
non vi faceva forza d'autorità, e ciascuno ne prendeva quel che gli
aggradisse. La Grecia avea velato le incoerenze mitologiche sotto
i recami della poesia: Roma le metteva in evidenza col prendere la
religione sul serio, come stromento di politica. Mediante il quale,
vero Dio era la patria, s'insinuavano virtù civiche piuttosto che
religiose, la pietà verso i celesti mutavasi in devozione verso la
patria; sicchè, allorquando questa divenne tutto il mondo, più non
s'ebbe cosa a cui credere, e al culto destituito d'oggetto non rimaneva
la forza di verità astratte, non l'autorità morale.
Nè paga d'avere «nel bottino di ciascuna conquista ritrovato un
dio»[185], Roma coll'apoteosi faceva Dei tutti quegli esecrabili suoi
padroni. Celebrati con magnifica pompa i funerali del morto imperatore,
ne veniva posta l'effigie in cera sopra un letto d'avorio, coperto
di superbo tappeto d'oro, quasi figurasse l'imperatore stesso ancora
malato. Senatori e matrone, venendo a visitarlo, restavano delle ore
seduti accanto al letto, e sette giorni durava tal mostra: l'ottavo
dì, i principali senatori e cavalieri processionalmente per la via
Sacra trasportavano il letto, coll'effigie qual era, nella pubblica
piazza, dove recavasi il nuovo imperatore, accompagnato dai più
illustri signori romani. Ivi sorgeva un palco di legno simulante la
pietra, ornato d'un peristilio splendente d'avorio e d'oro, sotto il
quale in pomposo letto veniva adagiata l'effigie, e intorno vi si
cantavano a doppio coro le lodi del defunto, mentre il successore
stava col suo corteggio assiso nella piazza, e le matrone sotto il
portico. Finita la musica, la processione si avviava al Campo di Marte,
portando anche le statue dei Romani più illustri nella storia, alcune
di bronzo rappresentanti le provincie soggette, e immagini d'uomini
celebri. Seguivano i cavalieri, soldati e cavalli da corsa; in fine i
doni dei popoli tributarj, e un altare d'avorio e d'oro, tempestato
di gemme. Durante questo corteo, l'imperatore, salito sulla tribuna
degli oratori, faceva l'elogio del morto. In mezzo al Campo Marzio
era elevato un rogo, che via via restringendosi formava una specie di
piramide; fuor rivestito di ricchi tappeti ricamati a oro, e adorno
di figure d'avorio; dentro legna secca; in cima il cocchio dorato, di
cui soleva servirsi il defunto; sul piano sottoposto, dai pontefici
stessi era collocato il letto di parata coll'effigie di cera, su cui
spargevansi profumi ed aromi. Il nuovo imperatore e i parenti del
defunto, baciata la mano a quell'immagine, recavansi a sedere nei
posti destinati: allora facevansi intorno al rogo corse di cavalli,
poi sfilavano soldati e carri, i cui condottieri erano vestiti di
porpora. Compite queste cerimonie, l'imperatore, seguìto dal console
e dal magistrato, appiccava il fuoco alla pira, e quando cominciavano
ad alzarsi le fiamme, dall'alto di quella davasi a volo un'aquila (o
un pavone, se era l'imperatrice), che dirizzandosi al cielo, doveva
figurare portasse all'Olimpo l'anima del morto. Ergevasi poscia un
tempio in onore di lui; gli si dava il titolo di Divo, e gli venivano
destinati sacerdoti e sacrifizj.
Tant'era la smania dell'apoteosi, che non voleasi aspettar la morte
degl'imperatori e il decreto del senato. Augusto durò fatica a
circoscrivere a sole le provincie il suo culto. Tiberio permise alle
città d'Asia d'erigergli un tempio; ed ecco undici città disputarsene
l'onore, allegando chi l'antichità, chi la gloria, chi la religione.
L'Italia non volea restare indietro, ma Tiberio se ne schermiva:
— L'ho consentito alle città d'Asia, sull'esempio d'Augusto; ma il
lasciarmi adorare dappertutto sarebbe orgoglio intollerabile. Io son
mortale, soggetto alle leggi dell'umanità: siatemi testimonj di tal
dichiarazione, e se ne ricordi la posterità». Ciò riferisce Tacito,
soggiungendo che alcuni la credeano modestia, altri cautela, altri
pusillanimità; avvegnachè Ercole e Bacco desiderarono d'esser Dei,
e le alte ambizioni s'addicono alle anime alte[186]. E ben cinquanta
deificazioni si fecero da Giulio Cesare a Domiziano, fra cui quindici
di donne; e quegli altari talvolta erano trabocchetti per moltiplicar
le colpe di lesa maestà come facea Tiberio, o beffe amare come quei
di Nerone per Claudio, od insulti al pudore come quei per Antinoo e
Drusilla e Poppea.
Accettare ogni dio equivale a non averne alcuno; sicchè la religione
riducevasi ad una legge, non ad una fede; le feste erano pompe, il
culto pubblico era politica, il culto privato un gusto individuale,
scegliendosi un dio prediletto, a cui dare le vittime più pingui, a
cui tener raccomandati gli affari, la famiglia, gli amori. Nelle menti
colte poteano più ottenere credenza quella turba di numi e le poetiche
loro storie? poteva un'anima generosa inchinarsi ad are, su cui
s'incensavano cinedi e meretrici? Pertanto il filosofo, il sacerdote,
il politico guardavano i varj culti come del pari falsi e del pari
opportuni; e la tiara del pontefice, la stola dell'augure, la toga del
magistrato ricoprivano l'ateo.
Augusto, volendo restaurare nell'impero anche le idee che ne devono
esser la base, pose gran cura alla religione; appurò la fonte delle
istituzioni col correggere i Libri Sibillini, ripristinò la dignità
di flamine diale, crebbe i privilegi dei collegi sacerdotali e il
numero delle Vestali, procurò rialzare il culto di Vesta e dei Lari,
protettori della famiglia e dello Stato; in casa propria istituì il
culto di Febo, e vi trasportò dal Palatino il santuario di Vesta;
ogni quartiere di Roma ebbe nuovi Lari, al posto delle vecchie statue
consunte, e ad onor loro feste in primavera e in estate; ai Lari
antichi si unì il Genio del principe, onorato di più solenni omaggi:
il qual culto de' Lari, riferentesi alla ripristinazione del sistema
municipale, fu propagato per tutta Italia e per le provincie. I giuochi
secolari dimenticati si rinnovarono diciassett'anni avanti Cristo, e
Orazio compose per quella pompa il _Carmen sæculare_. Esso Augusto
fece ricostruire i tempj cadenti, quasi volesse obbligarsi gli Dei
come gli uomini, dice Ovidio[187]; pel primo eresse un'ara alla Pace;
e qualvolta ritornava dai viaggi, un nuovo delubro poneva a qualche
divinità benefica.
Riforme tutt'affatto esterne, e viemeno efficaci perchè sprovviste
d'entusiasmo e di sincerità. Tito Livio, pieno d'oracoli e portenti,
rimpiange i guasti causati alla fede dalla filosofia, ma per quel suo
stile di adoprare le istituzioni antiche a raffaccio delle moderne;
Orazio canta gli Dei, pur professandosi majale epicureo; Virgilio
àltera a norma del poetico il senso religioso della mitologia, rimpasto
scientifico o estetico che la scredita quanto il dubbio o lo sprezzo;
Ovidio canta la storia degli Dei nelle _Metamorfosi_, il culto nei
_Fasti_, ma non mai nell'intento di propagarli o di farli credere;
e l'ironia e la frivolezza vi trapelano dalle proteste di riverenza,
nè mai mentì peggio di quando esclamava _Est Deus in nobis, agitante
calescimus illo._
Agli Dei non si credeva: udimmo professarlo Seneca; Petronio esclama,
— Nessun crede cielo il cielo, nè stima Giove un'acca»; Giovenale, —
Che vi abbiano gli Dei Mani e i regni postumi, nol credono neppure
i ragazzi»[188]; Tacito, l'austero Tacito, _spera_ che dopo morte
le anime possano aver vita e senso di ciò che si fa quaggiù[189], ma
nulla indica ch'egli lo credesse. Il culto uffiziale durava ancora,
e fu «un gran giorno pel senato romano» quello in cui tutte le città
greche mandarono deputati a Roma per discutere sopra il diritto d'asilo
de' tempj, non cercandosi abolirlo, ma volendosi soltanto sincerarne
i titoli, fondati sopra le tradizioni divine, i decreti dei re, gli
editti del popolo romano; e imporvi limiti, ma in un linguaggio affatto
rispettoso[190]. Se però la potestà imperiale potè ricomporre l'ordine
civile e politico, fallì nel religioso, anzi lo precipitò prostituendo
anche il culto ai capricci del principe; il quale concentrando in sè
il potere spirituale e il temporale, possedeva intero l'uomo, nè gli
lasciava quell'asilo che nel tempio trovano i credenti contro gli
eccessi del regnante.
Gli oracoli perdevano la favella, dacchè il trattarsi gli affari
non nel fôro ma ne' gabinetti faceva più difficile il prevedere le
decisioni, pericoloso il rivelarle, inutile l'insinuarle a nome del
dio, quando le imponeva il decreto del principe. I Romani consideravano
ogni paese come collocato sotto la protezione di numi speciali,
laonde ai vinti non li toglievano, salvo se si rendessero centri e
stromento d'opposizione, come il culto dei Druidi nelle Gallie; e per
esempio, nell'Egitto posero un pontefice massimo, a capo dei sacerdoti
tutti e del museo d'Alessandria. Del resto, come la città a tutti i
forestieri, così fu aperto il cielo a tutti gli Iddii; nel santuario
di Vesta e di Rea, ogni deificazione delle umane passioni otteneva
sacerdoti, sacrifizj, feste. Ma coll'accettare tutti gli Dei toglievasi
il carattere politico delle religioni, quel che legava il culto al
patriotismo.
Perocchè la religione era nazionale più che personale; chi sagrificava,
pregava, espiava era la città, la tribù, la famiglia, anzichè
l'individuo; e la personalità del credente si perdeva o nella bellezza
della mitologia o nel vago del panteismo. Ma l'uomo ha timori e
speranze, ha profondo bisogno di trovar sollievo, luce, espiazione; nè
il progresso materiale potrà mai soffocare gl'istinti primitivi di lui,
e quell'impulso talora confidente, più spesso pauroso delle anime verso
le cose superne, il sentimento, comunque offuscato, d'una primitiva
maledizione, la paura d'un Dio vendicatore. Dopo le guerre civili, da
tanti delitti e disastri sbigottito non illuminato, l'uomo colpevole
cercava un asilo presso gli altari; e poichè de' numi antichi parea
sazio il vulgo, doveasi introdurne di sempre nuovi, il cui simbolo
non fosse ancora svilito da interpretazione materiale, e con nuovi
riti rinvigorire alquanto la fede; donde un misero avvicendare delle
coscienze fra superstizione ed incredulità.
La coscienza sentiva la necessità d'accostarsi al Dio sdegnato, e
dirgli «Perdona»; provava bisogno di purificazioni, d'espiazioni:
talchè, per mondarsi, alcuni nelle cerimonie di Mitra si battezzano
di sangue, alcuni camminano sul Tevere gelato, o bagnati traversano a
ginocchio il Campo Marzio; se Anubi è irato, il popolo decreta si mandi
a prender acqua del Nilo da lustrarne il tempio, o si offrano vesti ai
sacerdoti d'Iside, o cento uova al pontefice di Bellona[191]. Insomma,
disgustata dalle religioni palesi, la folla rifuggiva alle arcane, e
i misteri non furono più partecipati riservatamente a pochi; e più che
la rivelazione di alcune verità morali o fisiche[192], se ne adottò la
parte corrotta e peccaminosa. Mentre dunque il culto legale sostituiva
al patriotismo l'adorazione di Cesare, l'Oriente insinuava le teurgie,
corrompendosi così e la scienza e la virtù. Ogni dama nel penetrale
teneva il sole etiopico, derivato dall'Egitto; dalla Fenicia erano
venute divinità metà donne e metà pesci, dalla Gallia pietre druidiche;
Germanico si fa iniziare ai grossolani misteri di Samotracia e al culto
de' panciuti Cabiri; egli, Agrippina, Vespasiano consultano le divinità
egizie.
L'uomo, che non può credere opera del caso la creazione e la
conservazion delle cose, sente per istinto che tra lui e questa causa
v'ha mezzi di comunicazione regolari e salutiferi. Se gli soffogate
tal sentimento col vizio o col raziocinio, cade in una specie di
disperazione che lo precipita nelle superstizioni. Siffatta divenne
allora la condizione dei più. Paventando che l'omaggio reso all'uno
recasse torto all'altro dio, si ricorreva ad osservanze superstiziose;
negata la vita seconda, si tremava degli avvenimenti di questa; negata
la Provvidenza, ammetteasi la fatalità, e volevasi indagarne gli
inevitabili decreti. Di qui l'osservanza degli augurj e del volo degli
uccelli e de' giorni propizj o infausti, anche per parte di quelli che
degli Dei parlavano celiando[193].
Da Plinio raccogliamo come i maghi credessero con l'erba marmorite
costringer gli Dei ad obbedirli; colla etiopide seccare i fiumi e
aprire qualunque cosa chiusa; colla achimenide infondere sgomento ai
nemici; coll'antirrina rendersi belli, e sicuri da ogni nocumento;
colla coriacesia agghiacciar l'acqua; coll'applicare tre volte
l'eliotropio guarir dalle terzane, e quattro dalle quartane; colla
verbena acquistarsi fede, conciliare benevolenza, garantirsi da morbi;
colla teangelide indovinare; colla cinocefalia neutralizzare i veleni
ed evocare i morti; coll'inghirlandarsi d'eliocriso ottener grazia
e gloria. Delle pietre, la grammatia rendeva eloquente; la gemma di
Venere assicurava dal fuoco; l'agata fugava le tempeste e fermava i
fiumi; la chelonia posta sulla lingua faceva indovinare; alcune, fatte
a foggia di testudine, poteano sedar le tempeste; l'eliotropia mista
coll'erba dell'egual nome e con certe preghiere, rendeva invisibili.
Fra gli animali, chi mangiasse il cuore della talpa potea vaticinar
l'avvenire; col sangue della jena bagnando le porte, tutelavansi gli
abitanti da ogni malattia o fascino; portandone indosso gl'intestini,
si era sicuri da incantagioni e di vincer le liti e innamorar le
donne: il sinistro piede del camaleonte, arrostito nel forno, rendeva
invisibile chi lo portasse: ungendosi col grasso che sta fra le due
sopracciglia d'un leone, si diveniva cari ai principi; mentre il sangue
della donnola, misto a cenere di jena, rendeva abominati. Perciò,
soggiunge egli stesso, dopo sorbito un uovo, si ha cura di rompere il
guscio; e in molti paesi d'Italia erasi proibito alle donne per istrada
di torcere il fuso o di portarlo scoperto, perchè nuoce alle speranze,
principalmente di grani[194].
Aggiungete il terrore di potestà arcane, meschina curiosità delle cose
occulte, e credenza divulgata nei fatucchieri e nelle streghe, brutte
vecchie, avide di venere, micidiali ai parti, le quali trasfiguravansi
in bestie, rapivano i bambini, li cambiavano in cuna, gli affaturavano,
al che suggerivansi per rimedio l'aglio e certi scongiuri: temeansi
pure i vampiri, morti che ricomparivano per suggere il sangue dei
vivi[195]. Estremamente si erano moltiplicati gli oracoli, i prestigi,
gl'incantesimi, gli amuleti; e astrologi di Caldea, auguri di Frigia,
indovini dell'India, promoveano i misteri delle scienze teurgiche.
Canidia strega, avvolti serpentelli alle scomposte chiome, nuda i
piedi, rimboccata la negra veste, unta del sangue di rospi, colla
potente Sagana, entrambe orribili per pallore e per irta capigliatura,
urlando occupano un giardino, colle unghie raspano la terra, e coi
denti straziano una nera agnella, il cui sangue scorreva nella fossa,
donde aveano ad uscir le ombre per portare responsi dagl'inferni.
Esse teneano una figura di cera, una di lana: questa più alta puniva
l'altra, che avea sembianza di supplicante e di schiava che va a
perire. L'una maga invoca Tisifone, Ecate l'altra; subito i cani
infernali e i serpenti le circondano; l'immagine di cera prende fuoco e
getta un vivo splendore; ma udito un fracasso, le due streghe fuggono
abbandonando i denti, i capelli, le erbe e i legami tricolori con cui
avviminavano i cuori[196].
A Tiberio gli astrologi erano necessarj quanto i commedianti e le
femmine; porta un lauro per assicurarsi dai fulmini; quando starnuta,
vuol gli si dica _Salute_; per impedire che si consultino le sorti
Prenestine, si fa portare quei pezzetti di legno, ma oh meraviglia!
al domani la cassetta si trova vuota, e le sorti eransi di per sè
restituite a Preneste. Nerone chiamò a Roma Tiridate ed altri maghi
per essere iniziato ne' loro arcani, e per essi dominare sugli Dei come
sugli uomini; e alla magìa rifuggì per chetare i rimorsi, dopo uccisa
Agrippina[197]. Vespasiano li sbandiva coi decreti, e gl'invitava coi
doni; Domiziano li consultava; confidava in essi Adriano, malgrado
l'affettata filosofia; nè questa preservò Marc'Aurelio dal credere
agl'indovinamenti dell'egiziano Anufi. Ogni città, ogni villaggio aveva
una statua, un tabernacolo, una grotta miracolosa; e i governatori
andavano a chiedervi i destini dell'impero. Ogni ricco novera tra' suoi
servi un astrologo; al chiromante e al negromante si fa gittar l'arte
ansiosamente allorchè fulmine cade, o morti appajono, o un'improvvisa
rivoluzione può spingere dalla miseria al trono, o dai triclinj alle
forche. Donzelle avide d'amore, giovani solleciti d'una eredità, spose
cupide della maternità, vecchi slombati, gelose amanti, magistrati
ambiziosi accorrono a queste empie follie, per le quali neppur si
rifugge dallo scannare fanciulli.