Un imperatore pazzo, uno imbecille, uno artista.
La desolazione che il popolo e l'esercito aveano provata alla morte di
Germanico, s'era risolta in fervoroso amore pel fanciullo di lui Cajo
Cesare: i soldati ne folleggiavano, tenevanlo a giocare tra loro, e
dalle scarpe militari con cui lo calzavano (_caliga_) gl'imposero il
soprannome di Caligola. Tale affetto sarebbe bastato perchè Tiberio
volesse mal di morte al nipote; ma il garzoncello, non che lamentarsi
della condanna di sua madre e dell'esiglio de' fratelli, evitò le
insidie e attutì la gelosia dello zio con sì profonda dissimulazione,
che l'oratore Passieno ebbe a dire, non esservi mai stato migliore
schiavo nè peggior padrone di costui. Per via poi della moglie di
Macrone, abbandonatagli da questo per le lontane speranze, Caligola
rientrò nella grazia di Tiberio, che in testamento il domandò erede
dell'impero.
All'accortissimo costui sguardo non era sfuggito che Caligola avrebbe
tutti i vizj di Silla e nessuna delle sue virtù; e disse: — Quest'è un
serpente che nutro pel genere umano»; poi vedendolo un giorno rissare
con Tiberio, figlio di suo figlio Druso, non senza lacrime esclamò: —
Tu lo ucciderai, ma un altro ucciderà te»; indovinamenti tratti non da
contemplazione di stelle, ma da conoscenza degli uomini e dei tempi.
Il giovane imperatore accorso a Roma, è ricevuto dal popolo, che lo
acclama suo bambolo, alunno suo, suo pulcino, sua stella[110]; e dal
senato, che ripiglia la sua potenza col cassare il testamento del
defunto che aveagli associato il giovane Tiberio. Egli recita l'elogio
del predecessore con parole poche e assai lacrime; deroga le azioni
di lesa maestà, brucia i processi iniziati, permette i libri proibiti
da Tiberio; denunziatagli una congiura, non vi dà retta, dicendo —
Nulla feci da rendermi odioso»; mostra voler restituire al popolo
le elezioni, appena nel creda capace; vuol pubblicati i conti dello
Stato; cresce il numero de' cavalieri, scegliendoli accuratamente; va
a raccorre le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli per riporle
nel mausoleo d'Augusto, talchè si concilia tutti i cuori: e in feste
universali, inni, tripudj, sacrifizj, vacanza da affari, si gode
una di quelle illusioni, a cui Roma e in antico e in moderno sempre
eccessivamente si abbandonò, per lagnarsi poi al domani che sia svanito
il castello da essa medesima fabbricato colla nebbia.
Il povero orfanello epilettico, balocco de' soldati, tremante ad
ogni occhiata dello zio, quando si sentì padrone del mondo, quando,
in una sua malattia, vide sacrificarsi censessantamila vittime agli
Dei perchè lo risanassero, divenne pazzo d'orgoglio, di sangue, di
brutalità; quasi accinto a mostrare a qual bassezza fossero gli uomini
nel momento più splendido dell'antichità. Ripristina i processi di
maestà, facendoli spicciativi, e dì per dì _ragguagliando i conti_,
cioè spuntando sulla lista quelli da uccidere. Al giovane Tiberio, che
erasi munito di controveleni, mandò l'invito di uccidersi; lo mandò
a Silano suo suocero; lo mandò a Macrone, antico suo confidente che
lo rimbrottava di far da buffone a tavola ed al teatro. Ad un esule
richiamato domanda: — Che pensavi tu in esiglio? — Facevo voti per la
morte di Tiberio e pel tuo regno» risponde il piacentiere; e Caligola
riflette: — Gli esigliati da me desiderano dunque la mia morte»; e per
siffatta logica, ordina siano tutti uccisi.
Due uomini aveano votato la propria vita per la guarigione di lui; ed
egli risanato dice che accetta, e l'uno fa dare a' gladiatori, l'altro
dirupare, incoronato come le vittime. Combattendo da gladiatore,
l'antagonista per adularlo gli cade a' piedi confessandosi vinto, ed
egli lo scanna. Un'altra volta sedendo a banchetto co' due consoli,
prorompe in risa smascellate, e chiesto del perchè, — Perchè penso che
ad un cenno posso farvi decollare entrambi». Immolandosi all'altare,
egli compare da sacerdote, e brandita l'ascia, invece della bestia
percuote il vittimario. In quell'ingordigia di sangue, fa gettare alle
fiere gladiatori vecchi e infermi; se no, qualcuno degli spettatori:
visita le carceri, e colpevoli o no, designa chi dar alle belve,
essendo la carne troppo cara; strappate prima le lingue acciò nol
molestino colle grida.
Durante i pasti, faceva mettere alcuno alla tortura; e se non v'erano
rei, il primo che capitasse; e voleva che gli uccisi s'accorgessero
di morire. Obbligava i padri ad assistere ai supplizj de' figliuoli;
ed allegando uno di trovarsi infermo, gli mandò la propria lettiga:
poi que' padri stessi la notte seguente mandava a scannare. Fece
imprigionare un tal Pastore, solo perchè bel giovine; ed essendo il
costui padre, cavalier romano, venuto a supplicarlo per esso, Caligola
ordinò fosse il garzone immediatamente ucciso, il padre venisse a
pranzo con lui, e se mostrasse dolore manderebbe uccidergli anche
l'altro figliuolo. Il senato più non sapea con quali viltà ammansarlo;
gli decretò nella curia un trono tant'alto che nessuno vi potesse
arrivare, e guardie all'intorno; guardie perfino alle sue statue;
ed essendo Scribonio Proculo indicato come avverso all'imperatore, i
senatori se gli avventarono, e cogli stiletti da scrivere l'uccisero.
Talvolta sospende le sevizie per farsi letterato, e all'ara d'Augusto
in Lione stabilisce concorsi di greco e latino, ne' quali il vinto
dovea pagare il premio e scrivere l'elogio del vincitore; e chi
presentasse un lavoro indegno, cancellarlo colla spugna o colla
lingua; se no, mazzerato nel Rodano. Avendogli Domizio Afro eretta una
statua coll'iscrizione _A Cajo Cesare console per la seconda volta
a ventisette anni_, Caligola pretese che con ciò gli rinfacciasse
l'età non legale; onde l'accusò in senato con elaborata arringa.
Domizio, fingendosi men tocco dal proprio pericolo che dall'eloquenza
dell'imperatore, prende a dar rilievo alle stupende cose dette
dall'imperatore, confessandosi inetto a rispondere a tanta eloquenza; e
fu modo sicuro di farsi assolvere.
Perocchè il primeggiare in tutto è il suo farnetico: Livio, Virgilio,
Omero gli destano gelosia, e li bistratta e proscrive: proscrive
alcuni, soltanto perchè di antica nobiltà: i Torquati più non portino
il monile, trofeo di lor famiglia; nè i discendenti di Pompeo il
soprannome di Magno: vede un de' Cincinnati colla zazzera ricciuta da
cui aveano tratto il nome? lo fa prima zucconare, poi morire. Egli
gladiatore, egli cantarino, egli cocchiere; al teatro accompagna le
arie degli attori, e ne appunta i gesti; una notte manda a chiamare
in diligenza tre senatori, e venuti tremando, sale in palco, fa due
capriole, e riscossone l'applauso, li rinvia. Anche conquistatore
vuol essere; e mentre fa una rassegna sulle tranquille rive del Reno,
decreta una correria per le terre germaniche; ma non sì tosto vi pone
piede, fugge con sì precipitosa paura, che impedendolo i carri, bisogna
toglierlo sulle braccia de' soldati, e d'uno in altro ridurlo in salvo.
Eppure volle menarne trionfo; e presi alquanti Germani suoi mercenarj,
e scelti nella Gallia fra' nobili e plebei gli uomini di statura più
trionfale[111], gli acconcia alla germanica, e spedisce a Roma ad
aspettare la solennità della sua ovazione.
Roma, che l'avrebbe ucciso se avesse voluto esser re, l'adorò quando
volle esser dio: il senato affrettossi d'erigergli tempj, fu ambito
il suo sacerdozio, moltiplicati i sacrifizj di pavoni, fagiani, galli
d'India. Elegge Castore e Polluce a portinaj; una teoria lo accompagna;
di notte (non più di tre ore dormiva) sorge ad amoreggiare la luna,
invitandola a' suoi amplessi; or mostrasi da Ercole, or da Mercurio,
da Venere perfino, più spesso da Giove sopra una macchina che tuona.
Natagli una bambina, la porta a tutti gli Dei, poscia l'affida a
Minerva: povera bambina, da cui gli Dei padrini non istorneranno le
conseguenze delle follie paterne!
Furibondo nell'affetto non men che nell'odio, amò il suo cavallo
Incitato, cui dispose scuderie di marmo, mangiatoje d'avorio, cavezze
a perle, copertine di porpora, e un intendente, paggi assai, fin un
segretario: talvolta i consolari erano invitati a pranzar col cavallo,
talaltra il cavallo era convitato dall'imperatore, che gli serviva
avena dorata e vin del migliore: la notte precedente al giorno che
Incitato doveva uscire, i pretoriani vigilavano che nessun rumore
ne turbasse i sonni: lo aggregò al collegio de' sacerdoti suoi; lo
designava console per l'anno vegnente. Amò il tragedo Apelle, e se
lo fece intimo consigliere: amò Citico guidator di cocchi al circo, e
in un'orgia gli regalò quattrocentomila lire: amò il mimo Mnestero, e
al teatro l'accarezzava, e di propria mano flagellava chi col minimo
zitto ne turbasse le recite. Non parendo stargli abbastanza attento
un cavalier romano, lo manda con lettere a Tolomeo re di Mauritania;
l'atterrito va, passa i mari, si presenta all'Africano, il quale aperta
la lettera, vi trova scritto: — A costui non fare nè ben nè male».
Amò una donna, e carezzandole il capo diceva: — Lo trovo tanto più
bello quando penso che ad un cenno posso fartelo balzare». Amò Cesonia
moglie sua nè giovane nè bella nè onorata, ma che l'aveva affascinato
con mostruosa lubricità; la mostrava agli amici nuda, ai soldati a
cavallo con elmo e clamide; e in un accesso d'amor sanguinario le
diceva: — Per entro le viscere tue, come in quelle d'una vittima, vo'
cercar la ragione del bene che ti porto». Amò tutte le sue sorelle
come mogli, e principalmente Drusilla: morta la quale, ordinò non si
giurasse che per lei; un senatore protestò averla veduta ascendere
all'Olimpo; e tutti i Romani in lutto non potevano ridere, non lavarsi,
non pranzar colla moglie e coi figli, o morte. Fra tanto squallore
Caligola giunge alla città, e — Perchè piangere una dea?» esclama, e
punisce del pari i costernati e gli esultanti. Così all'anniversario
della battaglia di Azio, discendendo egli per madre da Augusto, per
l'ava da Antonio, trovò felloni e quei che esultavano e quei che
gemevano.
Amò anche la plebe al modo suo, e le dava spettacoli e largizioni di
non più veduta suntuosità: lamentavasi che nessuna grande calamità
succedesse, per potersi mostrar generoso. Una volta fa raccorre
al teatro quel vulgo suo diletto, indi levar improvvisamente il
velario, lasciandolo esposto al sollione: un'altra gli getta denari
e viveri, e miste fra quelli delle lame affilate: un'altra ancora,
quando fu ben pieno il circo, li fa cacciare a furia, talchè molti
periscono schiacciati. Il vulgo indispettito non s'affolla più a' suoi
spettacoli, ed egli chiude i pubblici granaj per affamarlo. Un giorno
che gli applausi non sonavano quanto il suo desiderio, proruppe: — Deh
avesse il popolo romano una testa sola, per reciderla d'un colpo!»
E avrebbe potuto farlo, egli che ripeteva, — Ricordati che tutto io
posso e contro tutti; io solo padrone, io solo re»[112]. Talora gli
brillavano per la pazza fantasia concetti grandiosi: trasferire la
sede dell'impero ad Anzio o ad Alessandria, appena uccisi i senatori
e i cavalieri principali, che avea già notati sopra due liste, l'una
intestata _spada_, l'altra _pugnale_; tagliare l'istmo di Corinto;
fabbricare una città sul più elevato vertice delle Alpi: erge una
villa? sia dove il mare è più fondo e tempestoso, dove più scabra
la montagna; e quivi si preparino bagni di profumi, vivande le più
squisite, e si stemprino le perle: poi costeggia la deliziosa Campania
in barche di cedro, ove e sale e terme e vigne, e le poppe sfolgoranti
di gemme. Ogni cosa insomma esca dall'ordinario.
— Sarai re quando potrai galoppare sul golfo di Baja», gli aveano
detto per un impossibile; ed egli volle poterlo. Raccolgonsi vascelli
e navi da formare la lunghezza di quattro miglia, e sovr'essi spianasi
la strada, con terra e sabbia ed alberi e ruscelli ed osterie. Quel
forsennato la scorre tra una folla immensa, poi la notte fa splendida
luminaria, vantandosi d'aver passeggiato il mare più veramente che
Serse, e convertito la notte in giorno; e acciocchè allo spettacolo
non manchi il sangue, fa cogliere alla ventura alcuni degli accorsi,
e gettar alle onde. Intanto Roma affama, priva delle navi che sogliono
portarle l'annona.
In un pranzo sciupò due milioni; in un anno diede fondo a
cinquecentoventisei milioni raccolti da Tiberio. Per rifarsene pone
accatti su tutto, poi multe a chi li froda; e per moltiplicare le
trasgressioni, pubblica le leggi col maggior segreto, e in caratteri
sì minuti da non potersi leggere. Quando gli nasce una figlia, e'
limosina: a gennajo vuol le strenne, ed egli in persona le raccoglie,
misurando la devozione dalla generosità: trae fin lucro dal mantenere
un postribolo. A Lione fece portare quantità di mobili, e vendere
all'asta, presedendo egli stesso e lodandoli: — Questo era di Germanico
mio padre; questo m'è venuto da Agrippa; quel vaso egizio fu d'Antonio,
ed Augusto acquistollo ad Azio»; e ne concludeva enormi prezzi. Avendo
le tante confische svilito i beni fondi, egli si mette a incantarli in
persona, ed assegna i prezzi e il compratore: dal che taluni si trovano
ridotti a mendicare, altri escono per uccidersi. Si facea mettere ne'
testamenti de' ricchi, ai quali poi, se tardavano a morire, mandava
de' manicaretti di sua cucina. Giocando un giorno ai dadi con disdetta,
chiede il catasto della provincia gallica, designa a morte alcuni de'
più larghi possessori, e dice ai compagni: — Voi mi vincete a spizzico;
io ad un tiro guadagnai cencinquanta milioni».
Cassio Cherea, tribuno de' pretoriani (41), memore dell'antica dignità
romana, o nojato delle ribalde celie usategli da Caligola, congiurò con
altri pretoriani, i quali vedevano in pericolo continuo la vita loro
se non troncassero quella dell'imperatore; e lo scannarono. Cesonia,
moglie sua, stette colla bambina presso al cadavere del marito; e
quando avventaronsi anche a lei, offrì il petto ignudo, chiedendo
facessero presto.
I soldati partecipi delle sue rapine, massime i mercenarj germani; le
donnacce e i garzoni cui fruttava quella sconsigliata prodigalità;
i tanti che, nulla possedendo, nulla temevano; gli schiavi ch'egli
allettava a denunziare i padroni e arricchirsi delle spoglie loro,
compiangono Caligola, e per vendicarlo tagliano teste e le recano in
trionfo, dicendo falsa la nuova della sua morte. Accertatine però, e
che nulla più resta a sperarne, cambiano stile, e gridano la libertà:
libertà è la parola d'ordine data dal senato, che, maledetto il nome
di Caligola, dopo settant'anni di avvilimento pensa a ripristinare
la repubblica, armando gli schiavi, esercito grosso e formidabile. Ma
potevano persistere in generosa volontà quei padri, dalle proscrizioni
decimati, dalle confische impoveriti, diffamati dalle adulazioni?
E i pretoriani volevano non libertà, ma chi avesse bisogno del
braccio loro; un imperatore, poco importa chi e qual fosse. Intanto
saccheggiano il palazzo; e tra il fare, vedono di sotto la cortina d'un
nascondiglio sporgere due piedi, e scoprendo trovano un figurone grasso
e vecchio, che gettasi a' piedi loro, chiedendo misericordia.
Era Tiberio Claudio, fratello di Germanico, e zio e trastullo di
Caligola, uomo sui cinquant'anni, mezzo imbambito, alquanto letterato,
e nemico de' rumori. I pretoriani l'acclamano imperatore, e se lo
portano al loro campo; lo acclama il popolo, lo acclamano i soldati,
i gladiatori, i marinaj. Cherea ebbe un bel ricordare la maestà del
senato, l'imbecillità di Claudio, la dolcezza del vivere repubblicano:
nessuno voleva esser libero se non coloro che avrebbero tiranneggiato
a nome della libertà. Claudio bandì intera perdonanza; solo Cherea,
immolato all'ombra di Caligola, domandò d'esser decollato colla spada
onde avea trafitto il tiranno, e morì da antico repubblicano. Il popolo
l'ammirò, gli chiese perdono dell'ingratitudine, gli fece libagioni,
poi si volse a corteggiare e adorar Claudio.
Costui era il balocco di casa Giulia. A lui nulla degli onori e de'
sacerdozj che fioccavano ai figli imperiali appena adolescenti: per
maestro gli diedero un palafreniere: sua ava Livia non gli drizzò
mai la parola, ma gli scriveva viglietti asciutti o prediche severe:
sua madre diceva — Bestia come il mio Claudio»: Augusto lo chiamava
— Quel poveretto (_misellus_)», e tutto cuore com'era pei nipoti,
scriveva: — Bisogna prendervi sopra alcun partito; se è sano di
facoltà, trattarlo come suo fratello; se scemo, badare non si facciano
scene di lui e di noi: può presedere al banchetto dei pontefici,
mettendogli a fianco suo cugino Sillano che lo rattenga dal dire
scempiaggini: al circo non sieda sul pulvinare, perchè darebbe troppo
nell'occhio. L'inviterò a pranzo tutti i giorni; ma non si mostri così
distratto: scelga un amico, di cui imitare gli atti, il vestimento,
l'andare». Meno amorevoli gli altri, ne pigliavano spasso: giungeva
tardo a cena? doveva correre innanzi indietro pel triclinio prima di
trovarsi un posto; sopra mangiare addormentavasi? gli scoccavano ossi
di datteri e d'ulivo, gli mettevano le scarpe sulle mani, per vederne
l'attonitaggine e il dispetto quando si destasse.
Ignorante però non era, ed Augusto, udendolo declamare, ebbe a
meravigliarsi che, parlando sì male, scrivesse sì bene: ad esporre le
guerre civili fu consigliato da Tito Livio, ma dissuaso dalla madre e
dall'ava: amava i classici, studiava il greco, volle introdurre tre
lettere nuove (_V. Appendice I_), che durarono quanto lui: sapeva
delle antichità romane più che Livio stesso: dettò anche la storia
degli Etruschi, che, se ci fosse rimasta, avrebbe risparmiato tanto
fantasticare ai nostri contemporanei. Ma non che la sua dottrina gli
acquistasse dignità, mettevangli attorno soltanto donne, buffoni,
liberti, la spazzatura della casa; perchè (colpa enorme) non era ricco.
Augusto gli lasciò soltanto ottocentomila sesterzj: chiesti onori a
Tiberio, n'ebbe quaranta monete d'oro da comprar ninnoli alla festa
de' Saturnali: venuto al trono Caligola, Claudio per la paura comprò
la dignità di sacerdote del dio nipote per otto milioni di sesterzi,
e perchè non li pagava, vide messi all'asta i suoi beni. Eppure la
fortuna sel teneva in petto.
Balestrato al trono da questa, e da una Roma che voleva un capo ed
era pronta ad obbedirne ogni volontà, Claudio sulle prime si prestò
modestissimo coi senatori, non voleva essere adorato, abrogò la tortura
dei liberi ne' casi di Stato, vietò ai sacerdoti gallici i sacrifizj
umani, migliorò la condizione degli schiavi, dichiarando liberi
quelli che per malattia fossero dai padroni abbandonati nell'isola
d'Esculapio; e perchè i padroni presero lo spediente di ucciderli,
Claudio gl'imputò d'omicidio. Ma ben presto messosi in mano di chi
lo dispensasse dal volere e dal pensare, per fiacchezza commise
tanti delitti, quanti Tiberio per atrocità, e Caligola per frenesia.
Padroni del padrone del mondo erano Palla, Narcisso, Felice, Polibio,
Arpocrate, Posideo, ballerini, cinedi e simili lordure; e Messalina
Valeria moglie sua. A quelli ricorrevano privati, città, re, volendo
Claudio che i loro comandi avessero forza quanto i suoi; adoperavano
il sigillo e la firma di esso per disporre di potenza, oro, teste. Se
talora egli usava del proprio senno, essi disfacevano; alteravano e
sopprimevano i suoi decreti, o vi mutavano i nomi; prendeansi spasso
di fargli fare il preciso contrario di quelli. Un centurione viene
a dire a Cesare d'avere, secondo l'ordine suo, ucciso un senatore,
«Io non l'ordinai (esclama egli), ma il fatto è fatto», e si volge ad
altro. Un liberto entra a pregarlo di concedere la scelta della morte
ad Asiatico, ch'egli non condannò. Talora vedendo tardare qualche
convitato, manda a sollecitarlo; e gli si risponde che l'ha fatto
uccidere quella mattina. Andando ai soliti esercizj al Campo Marzio,
vede disporsi il rogo per bruciare uno ch'egli non ha sentenziato; ed
esercita la sua autorità col far rimovere la catasta perchè le vampe
non pregiudichino al fogliame.
Chi non voleva largheggiare con Palla, non lussuriare con Messalina,
era involto nell'accusa solita di lesa maestà; per la quale perirono
trentacinque senatori e meglio di trecento cavalieri. Lauto mestiere
tornarono lo spionaggio, l'accusa, la difesa. I giudizj erano uno
de' trattenimenti di Claudio; v'era continuo, e talora dava sentenze
sensate, talora insulse, sovente espresse con versi di Omero, sua
delizia; per lo più dava ragione ai presenti e all'ultimo che parlava.
In una causa di falso, avendo un assistente esclamato che il reo
meritava la morte, l'imperatore mandò pel manigoldo; in un'altra,
ricusando una donna di riconoscere un figlio, e le ragioni essendo
molto bilanciate, l'imperatore le intima di riceverlo o per figlio
o per marito. Più spesso addormentavasi in mezzo al frastuono della
discussione, e svegliandosi proferiva: — Do vinta la causa a chi ha più
ragione».
E qui pure erano le celie: or lo chiamavano indietro dopo levata
l'adunanza, ora la prolungavano tenendolo pel manto; un litigante lo
lascia domandare a lungo il testimonio prima di dirgli che è morto; gli
si denunzia come povero un cavaliere ricco sfondolato, come celibe uno
che aveva una nidiata di ragazzi, d'essersi ferito volontariamente uno
che non aveva tampoco una scalfittura. Un tale gli gridò, — Tutti ti
conoscono per un vecchio barbogio»; un altro gli avventò le tavolette e
lo stilo.
Per erudizione risuscita leggi antiche, i riti feciali, le ordinanze
sul celibato: vuol ripristinare la censura, disusata dopo Augusto,
quasi fosse possibile indagar la vita privata di seicento senatori,
almen diecimila cavalieri e sette milioni di cittadini: indi prodiga
decreti, fin sulle più minute pratiche; uno perchè s'impecino bene le
botti; uno perchè s'adoperi il succo del tasso contro il morso della
vipera. Legge in senato un editto per reprimere la sfrenatezza delle
dame nell'abbandonarsi agli schiavi; e levatosi un applauso concorde,
l'ingenuo Cesare dice: — Mi fu suggerito da Palla», quel suo liberto
e padrone. A Palla dunque il senato decreta l'ammirazione, le grazie e
trecentomila lire: ma costui ricusa la somma, accontentandosi della sua
povertà; e il senato promulga un editto per immortalare il disinteresse
d'un liberto che s'era fatti sessanta milioni. Anche Narcisso erasi
trarricchito; onde a Claudio, che lagnavasi di scarso denaro, fu detto:
— Ne troverai a ribocco sol che tu faccia a metà co' tuoi liberti».
Altra passione di Claudio fu il giuoco, e avea sin tavole per giocare
in viaggio senza che i pezzi si spostassero. Da buon romano, amava
anch'egli il sangue; voleva i supplizj al modo ch'egli avea letti
nelle storie; durava giornate intere ad osservare i gladiatori, e se
ne mancassero, costringeva a combattere chi primo capitava. Ma se
fra le cause o le commedie o le arringhe sente odore delle vivande
cucinate dai sacerdoti, nulla più lo rattiene, corre, divora; poi si
fa imbandire immensi piatti in immense sale, convitando fin seicento
persone; s'empie a gola, indi vomita, e si rimpinza, e rivomita; e
medita fare un decreto perchè la buona creanza non metta a pericolo la
salute[113].
Pure condusse fabbriche insigni; il porto in faccia ad Ostia con un
faro simile a quel d'Alessandria; opera delle più utili e meravigliose
degl'imperatori è il suo acquedotto, che costò undici milioni, e a
conservarlo furono deputate quattrocentosessanta persone. Piantò anche
colonie nella Cappadocia e nella Fenicia e sull'Eufrate, e ricevette
ambasciadori fino da Seilan: in Africa con una larga strada mise la
provincia in comunicazione colla Mauritania, e ne aprì una nuova in
Inghilterra. Dopo che trentamila operaj ebbero lavorato undici anni
a travasare il lago Fucino nel Liri, per inaugurare quest'operazione
dispose un combattimento navale di diciannovemila condannati. Questi,
passandogli davanti, esclamano secondo il costume: — I morituri ti
salutano»; e il cortese imperatore risponde: — State sani»; onde quelli
credendosi graziati, negano di più uccidersi; ma egli strepita, smania,
minaccia, finchè li persuade ad ammazzarsi tra di loro.
Messalina frattanto divulgasi su' postriboli, stancata, non sazia
mai[114]. Con pompa recavasi agli abbracciamenti di un tal Publio
Silio; e dandole pel sozzo genio l'infamia di sposare un doppio
marito, celebrò con costui solenni nozze, con dote, testimoni, auspizj,
vittime, e il talamo preparato al pubblico cospetto. Claudio soscrisse
il contratto nuziale, credendolo un talismano per istornare non so
che malurie de' Caldei: ma quando i liberti e le bagascie lo informano
del vero, si sgomenta, e va chiedendo se imperatore sia ancora desso
o Silio. Per sottrarsi al pericolo che gli descrivono imminente, si
lascia indurre a cedere per un giorno il comando a Narcisso: questi
lo porta a Roma, ove i soldati invocano vendetta, non perchè ad essi
caglia dell'onore di lui, ma per farne lor pro; onde si moltiplicano i
supplizj e Messalina stessa è uccisa. Quando l'imperatore l'udì morta,
non chiese il come; e dopo alcuni giorni, mettendosi a tavola, domandò
— Chè non viene Messalina?»
Allora volle sposare la nipote Agrippina, vedova di Domizio Enobarbo;
e benchè la legge considerasse tal nodo come incestuoso, il popolo e
il senato gliel'imposero. Costei, sorella e druda di Caligola, cara al
popolo perchè figlia di Germanico, scostumata e crudele come Messalina,
era salda di volontà, sicchè da imperatrice sedendo accanto al cesare,
dava udienza agli ambasciatori, rendeva giustizia, e fece moltiplicare
supplizj per incanti, per oracoli, per sortilegi, per gelosia.
Principalmente tendeva a far che Lucio Domizio Nerone, che essa avea
avuto da Enobarbo, si sostituisse a Britannico figlio di Claudio e
Messalina: in un istante di debolezza indusse Claudio a nominarlo
successore; poi temendo non questi mutasse proposito, gl'imbandì de'
funghi avvelenati (54); il medico fece il resto, e lo mandò fra gli
Dei, tra cui Roma lo adorò.
All'istante designato per propizio da' Caldei, Nerone, di appena
diciassette anni, presentossi alle coorti, che lo salutarono
imperatore, il senato lo confermò, le provincie lo accettarono. Popolo,
senato, tribuni sussistevano ancora colle antiche prerogative, e potea
darsi che qualche volta volessero esercitarle, e toglier via un potere
ch'era sempre nuovo perchè non ereditario. Pertanto gl'imperatori, al
primo venir al trono, stavano in apprensione, e dissimulavano finchè
non si fossero convinti o che tutto era inane apparato, o che fra tanto
egoismo non era cosa che non si potesse osare. Anche Nerone cominciò
umanamente; largheggiò col popolo e coi senatori bisognosi; tolse od
alleggerì imposizioni; l'antica giurisdizione lasciò al senato, il
quale statuì che le cause si patrocinassero gratuitamente; i questori
designati dispensò dal dare i giuochi gladiatorj. Propose perfino
d'abolir le dogane, e se non altro le riformò; dava pronto spaccio
alle suppliche; nelle cause sostituì alle arringhe l'interrogatorio;
misurò le sportule degli avvocati; impedì le falsificazioni di carte
e testamenti. Quando il senato gli decretò statue d'oro e d'argento,
disse — Aspettino ch'io le abbia meritate»; dovendo firmare una
sentenza capitale, esclamò — Deh! non sapessi scrivere!» e clemenza
spiravano i discorsi che gli preparava Lucio Anneo Seneca cordovano,
suo maestro di retorica.
Ma nè questi, nè Afranio Burro suo maestro d'armi, desiderosi di
conservarsi in potere, non ne frenavano le passioni. Cominciò dunque a
correre la notte per taverne e mali luoghi vestito da schiavo, rubando
alle botteghe, azzeccando i passeggeri; e poichè l'esempio suo trovava
seguaci, Roma la notte parea presa d'assalto. Aizzava gl'istrioni
e i combattenti ne' giuochi, e mentre essi litigavano e il popolo
affollavasi, egli dall'alto lanciava pietre. I banchetti suoi erano il
colmo della prodigalità: uno ospitandolo spese ottocentomila lire in
sole ghirlande; un altro assai più nei profumi: le matrone collocavansi
sul suo passaggio, e nelle tende rizzategli ad Ostia, a Baja, a Ponte
Milvio disputavansi l'onore d'esser da lui contaminate.
Agrippina amava tanto Nerone, che avendole gli astrologi predetto
ch'egli regnerebbe, ma a gran costo della madre, rispose: — M'uccida,
purchè regni». Costei da principio continuò a dominare dispotica,
scriveva a re e provincie, assisteva al senato di dietro una cortina,
e sfogava le sanguinarie vendette: ma poco tardò a perdere l'autorità
sul figlio; e vedendo congedato Palla, padrone di Claudio e di lei,
monta in collera, e minaccia favorire i diritti di Britannico. Nerone
dunque domanda alla strega Locusta non un veleno lento, arcano, come
quello ch'essa stillò per Claudio, ma fulminante[115]; e Britannico
cade morto stecchito (55) alla mensa imperiale. Mentre è sepolto fretta
fretta, e che una pioggerella, guastando la vernice datagli sul volto,
scopre al popolo le livide traccie dell'avvelenamento, i due maestri
s'arricchiscono delle ville di Britannico; Agrippina stessa è fra breve
esclusa dal palazzo, e carica delle accuse che mai non mancano a cui il
principe vuol male. La nefanda procurò ricuperare autorità, esibendosi
in un'orgia al figlio; ma Seneca prevenne l'incesto introducendo
Actea liberta di Nerone, impudica che respinse una peggiore, come col
morso della vipera si cerca elidere l'idrofobia. Il colpo fallito diè
l'ultimo crollo ad Agrippina. Nerone tre volte tentò avvelenarla, e
invano; la invitò a Baja sopra un vascello che dovea sfasciarsi, ed
ella campò a nuoto; ond'egli accusatala di tradimento, le mandò sicarj,
ai quali ella disse: — Feritemi qui, nel ventre che portò Nerone»
(59). Il parricida volle esaminarne il cadavere, lodò, censurò, poi
fece recar da bere, e disse che allora veramente sentivasi padrone
dell'impero.
All'annunzio di tale delitto prorompe non l'indignazione, ma la
servilità romana: Burro manda tribuni e centurioni a stringer la mano
al matricida, congratulandosi fosse campato da tanto pericolo; Seneca
ne scrive la giustificazione al senato, che decreta pubbliche grazie
ed annue commemorazioni, e maledice Agrippina nel solo momento che era
compassionevole; gli altari della Campania fumano di ringraziamenti
agli Dei. Nerone per timore della pubblica infamia erasi slontanato da
Roma, ma rassicurato tornò; a gara cavalieri, tribuni, senatori gli si
fecero incontro affollati come a trionfo; e traverso ai palchi eretti
sul suo passaggio, egli ascese a render grazie al Campidoglio. Ah! ben
era dritto se Nerone prendeva in disprezzo questa ciurma codarda, e si
disponeva a trattarla senza riserbi.
Non gli bastava esser padrone del mondo, ambiva anche la fama di
artista. Giovani esperti dovevano limare le odi e gl'improvvisi
di lui, che poi erano ripetuti per le vie; e il passeggero che
ricusasse attenzione o regalo ai cantambanchi rendevasi sospetto.
L'imperatore meditava scrivere una storia di Roma in versi, e gli
adulatori diceangli la facesse di quattrocento libri; al che Anneo
Cornuto stoico riflettè che nessuno li leggerebbe. — Il tuo Crisippo
(soggiunse un cortigiano) ne scrisse pure il doppio». — Sì (riprese
Cornuto); ma quelli sono utili all'umanità». La franca parola fu punita
coll'esiglio.
In un immenso chiuso nella valle del Vaticano, Nerone guidò un
cocchio fra gli applausi, e con largizioni ed onori invitò ad emularlo
cavalieri di gran nobiltà. Innanzi a Tiridate re d'Armenia comparve
vestito da Apollo, guidando un carro fra i viva del popolo; mentre
l'Arsacide indignavasi de' frivoli gusti e della stravagante vanità
del padrone del mondo. Il quale istituì un fonasco per vegliare sulla
celeste sua voce, avvertirlo quando non v'avesse abbastanza riguardo,
chiudergli la bocca qualora, nell'impeto d'una passione, non badasse
al suo avviso. In Napoli comparve sul teatro modulando gesto e voce
secondo l'arte; in Roma si fece iscrivere fra i sonatori; e quando
sortì il suo nome, cantò sulla cetra, sostenutagli dai prefetti del
pretorio. Altre volte recitava versi proprj, o in giuochi scenici
dati da particolari, purchè la maschera dell'eroe ch'ei rappresentava
ritraesse le sue sembianze, e quelle dell'eroina il viso della sua
amata. Creò un corpo di cinquemila cavalieri, che gli applaudissero
quando cantava al popolo, con maestri che regolassero i battimani e i
viva, or come pioggia battente, or come castagnette; e Burro con una
coorte pretoria doveva assistere e applaudire. Inorgoglito, trasferì
a Roma i giuochi di Grecia, invitando a' suoi quinquennali il fiore
dell'Impero.
Seicento cavalieri, quattrocento senatori, donne di gran casa, sono
addestrati per l'arena; altri cantano, suonano il flauto, fanno il
buffone. Il vinto mondo va a contemplare colà i discendenti de' suoi
vincitori, ridere ai lazzi d'un Fabio o ai sonori schiaffi che si danno
i Mamerci[116]. Il virtuoso Trasea Peto sostiene una parte ne' giuochi
giovanili: la nobilissima Elia Catulla viene di ottant'anni a ballare
sul teatro: un rinomatissimo cavalier romano cavalca un elefante:
l'istrione Paride guadagna le patenti di cittadino col farsi dal suo
Nerone dare per camerata tutti i patrizj[117], vendicando così il
dispregio dell'antica Roma pei pari suoi.
Morto Burro (62), o pel dolore d'essersi disonorato colla viltà, o
per veleno del principe, cui ne dispiaceva la tarda franchezza, gli
fu surrogato l'infame Sofenio Tigellino, resosi grato al padrone col
moltiplicare olocausti al terrore e all'avarizia di lui, e oscene
feste. In una sul lago d'Agrippa, allestì un naviglio sfolgorante d'oro
e d'avorio, rimorchiato da altri poco meno magnifici, ove remigavano
garzoni leggiadri, graduati secondo l'infamia; quanto il mondo poteva
offrire di pellegrino v'era raccolto, e lungo l'acque padiglioni, ove a
torme si prostituivano le dame, al cospetto di ignude meretrici.
Nerone s'attedia della moglie Ottavia, e Tigellino la accusa
d'adulterio; sebbene scolpata a mille prove, è relegata; ma perchè
il popolo ne mormora, Nerone la richiama, e le appone un reato di più
facile prova, l'alto tradimento; ed esigliata in Pandataria (62), la
fa scannare a vent'anni. Il senato rese grazie agli Dei, come quando
furono uccisi Palla, Doriforo, altri liberti; Poppea ne esultò, Poppea
tanto colta quanto bella e raffinata nelle arti del piacere; che
cinquecento asine manteneva per avere il latte da lavarsi; che cambiati
amanti e mariti secondo l'ambizione, tenne lungamente l'imperatore,
finchè questi diede un calcio a lei incinta e l'uccise. Pentito,
la fece imbalsamare, proclamar dea, bruciare in onor di essa quanti
profumi produce l'Arabia in un anno.
All'artista imperiale mal garbava questa Roma, irregolare, tortuosa,
con vecchi edifizj; e ambendo la gloria eroica di fabbricarne una nuova
ed imporle il nome suo, vi fece mettere il fuoco. Le guardie rimovevano
i soccorsi; fu vista gente aggiungervi esca, e schiavi scorrazzare
armati di faci: e Nerone sale sul teatro, e ispirato da quello
spettacolo canta sulla cetra l'esizio di Troja. I sacelli della prisca
religione, sottratti fin all'incendio de' Galli; capi d'arte, frutto
della conquista, perirono allora; molti uomini perdettero la vita; agli
altri Nerone aprì il Campo Marzio, i monumenti d'Agrippina, i suoi
giardini; fece costruire e arredare ricoveri, vendere grano a buon
patto; indi sulle macerie fabbricò il palazzo d'oro, che abbracciava
parte del monte Palatino, del Celio, dell'Esquilino, e la frapposta
valle estesa quanto l'antica città, e di lusso appena credibile. Nel
vestibolo sorgeva l'effigie di Nerone alta quaranta metri, e triplici
colonne formavano un portico d'un miglio. Ivi campi e vigne, pascoli
e foreste, e un pelaghetto cinto d'edifizj: oro, pietre, madreperla
a fusone. Nelle sale a mangiare, dalla soffitta di mobili tavolette
d'avorio piovevano fiori e profumi sui convitati; la principale era
rotonda, e dì e notte girava, imitando il moto del mondo. Le acque
del mare e dell'Albula ne alimentavano i bagni; e l'imperatore quando
v'entrò disse, — Eccomi finalmente alloggiato da uomo». Le abitazioni
all'intorno furono disposte a disegno, a filo le vie, meglio compartite
le acque, eretti portici: ma il pubblico sdegno non cessava di
ridomandargli le case avite, i beni perduti e le persone.
Per questi lavori adunò da tutto l'impero i prigionieri, nè per lungo
tempo altra pena che questa s'inflisse. Tutti dovettero contribuire
alle spese; il senato due milioni di lire, cavalieri e trafficanti
in proporzione. D'altro denaro lo fornivano le depredazioni e gli
assassinj. A qualunque magistrato eleggesse, dicea: — Sai quel che mi
manca; facciamo che nessuno possieda una cosa che possa dir sua». Alla
zia Domizia affrettò la morte per ereditarne i pingui poderi. Vatinio,
mostruoso ciabattino di Benevento, salito a gran ricchezza e alla
Corte per via d'accuse, rinfocava l'odio di Nerone contro i patrizj,
esclamando: — Io t'aborro perchè sei senatore». Ad alcuni fe grazia
perchè Seneca gli disse: — Per quanti ne uccidiate, non vi verrà fatto
di dar morte al vostro successore».
Calpurnio Pisone (65) congiurò per assassinarlo nel palazzo d'oro; ma
scoperto, causò un macello. La guardia germanica si sparse cercando
gl'imputati, o chi era odioso a Tigellino e a Poppea. Fu tra i primi
il poeta Lucano, che d'amico a Nerone gli s'era avversato dacchè lo
vide addormentarsi alla recita de' suoi versi, e che fattesi aprir le
vene, morì di ventisette anni recitando un brano della sua _Farsaglia_.
Fu tra i secondi Seneca, che pei maneggi de' nuovi favoriti spogliato
d'autorità, non avea avuto coraggio di sottrarsi alla Corte, quantunque
infamata da tante brutture; e con fermezza terminò una vita troppo
disforme dalle sue dottrine. La liberta Epicari, messa al tormento,
stette al niego, finchè trovò modo di strozzarsi. Sulpicio Aspro,
interrogato perchè avesse fallito alla fedeltà: — Perchè non conoscevo
altro riparo a' tuoi delitti». E Scevino Flavio tribuno: — Nessun
soldato ti fu più fedele sinchè il meritasti; presi ad odiarti dacchè
ti vidi assassino della madre e della moglie, cocchiere, istrione,
incendiario»; risposta che ferì Nerone più che tutta la congiura. Il
console Giulio Vestino, malvoluto da Nerone ma da nessuno imputato,
adempite le funzioni della sua carica, banchettava molti amici, quando
gli si annunzia che un tribuno lo cerca: esce, è chiuso in una camera,
svenato senza un lamento, e a' suoi convitati solo a tardissima notte
si concede partire. Parenti, figli, precettori, servi furono spesso
avvolti nella condanna. I tempj intanto sonavano di grazie, e i
prossimi degli uccisi affrettavansi ad ornar di fiori le case, e baciar
la mano a Nerone, il quale non men che di supplizj, fu prodigo di
ricompense.
Il senatore Trasea Peto, serbatosi come un vivente raffaccio di
tanta contaminazione, avea saputo tacere quando tutti collaudavano;
uscì dal senato quando vi si deliberava sul discolpare l'assassinio
d'Agrippina; non assistette ai funerali di Poppea; non applaudiva alle
scede imperiali; faceva insomma la resistenza che può ogni onest'uomo
in qualunque ribaldo governo. Venerato dal popolo e dalle provincie,
quando si vide accusato esortò la moglie Arria a serbarsi in vita per
la figlia loro; e fattesi aprir le vene, chiamò il questore che gli
aveva portato la condanna, acciocchè lo contemplasse morente, — Poichè
(diceva) siamo in un secolo ove importa ingagliardirsi con grandi
esempj».
Con Peto, erasi accusato Trasea Sorano; e Servilia figliuola di questo
ricorse agli indovini per sapere qual sarebbe la sorte di suo padre.
Gliene fu fatta colpa, e un accusatore al Tribunale le appose d'aver
venduto le sue gioje da nozze e fin la collana, per usare il denaro
a cerimonie misteriose. Ma ella, inavvezza ai tribunali e sbigottita
d'avere accresciuto il pericolo di suo padre, lungo tempo non potè
che piangere, poi abbracciando gli altari, — Nessun nume infernale ho
io invocato; non feci imprecazioni; unicamente chiesi che la volontà
di Cesare e la sentenza del senato mi conservassero il padre. I miei
giojelli, i miei addobbi, tutti i fregi dell'antica mia fortuna ho dato
a tal uopo; data avrei anche la vita e il sangue. Non ho nominato il
principe che fra gli Dei; e nè tampoco mio padre lo seppe». Padre e
figlia furon messi a morte.
All'orrore di questi delitti pareva aggiungere flagelli la natura.
Turbini desolarono la Campania, Lione un incendio; la peste mietè
trentamila vite in Roma. Varj portenti, e singolarmente una cometa,
atterrirono Nerone, il quale, udito che in simili casi volevasi
stornare la maluria con qualche straordinario macello, proponeasi di
scannare tutti i senatori, e conferir le provincie e gli eserciti a
cavalieri e liberti. Sospese il colpo per nuovi trionfi d'artista,
meditando i quali, partì per la Grecia a rivaleggiare co' migliori
citaredi (66). Non trae solo l'abituale corteggio di mille vetture,
e bufali ferrati d'argento, e mulattieri vestiti magnificamente,
e corrieri e cavalieri africani ricchissimamente in arnese; ma un
esercito intero, avente per arma la lira, la maschera comica, i
trampoli da saltimbanco. Un inno cantato da Nerone saluta la greca
riva; il padrone del mondo le concede tutto un anno di gioja e di feste
incessanti; i giuochi Olimpici, gl'Istmici, e quanti si celebravano a
lunghi intervalli, saranno accumulati in dodici mesi. Egli rappresentò
in teatri, gareggiò alla corsa, da' presidenti aspettando in ginocchio
le decisioni; per gelosia fe gittar nelle cloache le statue d'antichi
atleti. Guai a chi è condannato ad esser suo competitore! vinto in
prevenzione, è, ciò non ostante, esposto a tutti i maneggi d'un emulo
inquieto; calunniato in segreto, ingiuriato in pubblico. Uno osa cantar
meglio di Nerone, e il popolo artista di Grecia l'ascolta rapito,
quando gli altri attori lo ghermiscono, lo serrano contro una colonna e
lo sgozzano: ordine del principe.
Travisato da toro, per le strade violava il pudore e la natura;
pubblicamente sposò un Pitagora, colle cerimonie sacre e civili
praticate dai Romani; poi volle far nozze con un certo Sporo, e
vestitolo da imperatrice col velo nuziale, lo condusse in lettiga per
le assemblee. In compenso degli applausi e della vigliaccheria, regalò
alla Grecia la libertà, che, in tanta immoralità e sotto un tal uomo,
non so che cosa volesse dire nè potesse fruttare.
Non per ciò metteva sosta alle uccisioni. Avea menato con sè molte
ragguardevoli persone sospette, e per via le fece trucidare.
A Corbulone, il più prode suo generale, specchio di modestia,
disinteresse e fedeltà, mandò ordine di morire; e quegli esclamando —
Lo merito», si trafisse. Molti uccise o condannò perchè coi precetti
o coll'esempio disfavorivano la tirannia. Poi udito che la nauseata
Italia mormorava sordamente, volò a Roma, e perduti i tesori in mare,
disse: — Me ne rifaranno di corto i veleni». Entrò sul carro trionfale
d'Augusto con mille ottocento corone côlte sui teatri, e il senato gli
decretò tante feste che un anno non sarebbe bastato a celebrarle; onde
un senatore osò proporre si lasciasse qualche giorno anche al popolo
per le sue faccende.
La forza militare rendea possibili tali eccessi: ella sola potea porvi
un termine. Giulio Vindice, stirpe degli antichi re d'Aquitania, allora
vicepretore nella Gallia Celtica, alzò bandiera contro Nerone (67), e
centomila provinciali si unirono ad esso, onde avrebbe potuto ergersi
imperatore. Però Virginio Rufo, semplice cavaliere, ma grandemente
riverito e allora luogotenente dell'Alta Germania, non soffrì che
l'impero si conferisse altrimenti che per voto de' senatori e de'
cittadini, sconfisse Vindice (68) il quale si uccise, ma ricusò lo
scettro offertogli dall'esercito vincitore che dichiarava scaduto
Nerone.
Costui ode in Napoli siffatte mosse, nè però interrompe i giuochi
del ginnasio; solo al sentire che Vindice l'avea trattato di cattivo
citarista, s'indispettisce, comanda ai senatori di vendicarlo, viene
egli stesso a Roma, e tra via vedendo scolpito sopra un monumento
un soldato gallo abbattuto da un cavaliere romano, ne piglia fausto
augurio e coraggio. Pure non osando presentarsi al popolo o al senato,
raccoglie ed ascolta alcuni primati, poi passa il giorno a mostrar loro
certi nuovi organi idraulici, di cui voleva fare esperimento in teatro,
— Se Vindice (soggiungeva) me lo permetta».
Tra fiacco sgomento, spensierati tripudj e meditate vendette alternando
secondo le notizie, dovette pur muoversi contro i ribelli; ma ebbe
cura di portare strumenti musicali, e cortigiane che da amazoni lo
seguissero. Era grande stretta di vettovaglie, e se ne aspettavano
d'Egitto; quand'ecco approdar navi, ma invece di frumento son cariche
di sabbia pe' gladiatori. Il popolo ne infuria, abbatte le statue di
Nerone; i pretoriani stessi disertano; le sue guardie gli tolgono fin
le coperte del letto e una scatoletta di veleno, preparatogli da quella
Locusta che avea, per ordine di lui, stillato la morte di tanti. Egli
or chimerizza passare nella Gallia, e quivi a ginocchioni propiziarsi
i soldati; ora fuggire tra i Parti; ora dalla tribuna commovere il
popolo coll'eloquenza imparata da Seneca: agli emuli proponeva gli
concedessero la prefettura d'Egitto; se non altro, il lasciassero
andare, che guadagnerebbe sonando. Insultato nei teatri, maledetto da
tutti, egli che avea versato tanto sangue, non possedeva la virtù, sì
comune a' suoi tempi, di versare il proprio. Chiese chi l'uccidesse,
e niuno si prestò; corse per gettarsi nel Tevere, poi si diresse alla
villa del liberto Faone, sopra un ronzino, con quattro servi appena,
ogni tratto in pericolo o in paura. Giuntovi, si fece scavar la fossa,
e intanto andava esclamando: — Che grande artista perisce!» Vile fino
agli estremi, sol quando udì lo scalpitare de' cavalli che venivano per
trarlo alle forche decretategli dal senato, si trafisse, dopo funestato
il mondo per tredici anni e otto mesi.
Consoliamoci che qui finisce quel progresso di malvagità
degl'imperatori, sebbene ad ora ad ora ne riapparisse qualcuno,
inclinato ad emularli. Ma qui pure può dirsi finita la storia delle
insigni famiglie romane. L'aristocrazia patrizia era stata decimata
dalle proscrizioni; salì al suo posto una nobiltà di famiglie nuove
arrivate alle dignità: ma Tiberio cominciò, Caligola proseguì, Nerone
compì la loro ruina, spogliando e trucidando i ricchi, disonorando i
poveri. Quei che sopravissero, terminarono il proprio crollo colla
scostumatezza; e sebbene la vanità nobiliare non fosse dissipata,
pure difficilmente si potrebbe seguirne la storia traverso alla
confusione dei nomi, alle adozioni moltiplicate, al vezzo di cangiare i
soprannomi.