Tiberio.
Augusto non osò sistemare il governo monarchico mediante uno statuto,
il quale ponendo limiti a' suoi successori, avrebbe fatto conoscere
ai Romani ch'egli non ne aveva. In conseguenza non si ebbe nè
elezione legale, nè ordine prefinito di successione, nè contrappesi
politici: la repubblica assoluta mutavasi in assoluta monarchia,
costituita unicamente sulla forza, dalla forza unicamente frenata;
l'imperatore, rappresentante del popolo, poteva quel che volesse[102],
e dell'onnipotenza valeasi a pareggiare tutti i sudditi nel diritto, e
a togliere al popolo ed al senato e l'autorità e l'apparenza.
Tanti anni d'assoluto dominio, mascherato con forme repubblicane,
aveano indocilito i Romani al giogo, sicchè vedeasi senza repugnanza
che l'impero passerebbe da Augusto in un altro. Tiberio, rampollo
dell'illustre casa Claudia, illustre egli stesso per imprese
guerresche, rivestito di molti onori e della tribunizia podestà,
figliastro e genero d'Augusto, tenevasi sicuro d'esserne chiamato
successore, quando lo vide voltar le sue grazie sopra gli orfani
d'Agrippa. Tra per dispetto e per rimuovere ogni gelosia, s'allontanò
da Roma, come dicemmo, e visse otto anni a Rodi, deposte armi, cavalli,
toga: lontano dal mare, in una casa posta fra dirupi, dal tetto di
quella faceva che gl'indovini investigassero negli astri l'avvenire;
e se la risposta riuscivagli sospetta, nel ritorno il liberto
scaraventava per le balze l'astrologo mal avvisato.
Morti i figli d'Agrippa (forse non senza opera sua) (4 d. C.), torna
a Roma, è adottato da Augusto, il quale pretendono sel destinasse
successore acciocchè la propria moderazione traesse risalto dal
lento strazio di costui[103], ch'e' conosceva pauroso, diffidente,
irresoluto, simulato. Alla morte dunque del patrigno (14), Tiberio
si trova padrone del mondo a cinquantasei anni. Non volendo accettar
l'impero dagl'intrighi d'una donna e dall'imbecillità d'un vecchio,
modestamente convoca il senato, come tribuno ch'egli era; e la
offertagli dominazione ricusa, come peso a cui poteva a pena bastare
il divin genio d'Augusto; solo dalle lunghe istanze lascia indursi ad
accettare, e purchè i senatori gli promettano assistenza in ogni passo.
Di fatto li consultava continuo, ne incoraggiva l'opposizione, gli
esortava a ripristinare la repubblica; cedeva la destra ai consoli, e
sorgeva al loro comparire in senato o al teatro; assisteva ai processi,
massime ove sperasse salvare il reo; non soffrì il titolo di signore,
nè di padre della patria, nè tampoco quello di Dio, dicendo: — Io
sono signore de' miei schiavi, imperatore de' soldati, primo fra gli
altri cittadini romani; mio uffizio è curar l'ordine, la giustizia,
la pubblica pace». Alleggeriva da' tributi i sudditi, e avvisava i
governatori delle provincie che un buon pastore tosa non iscortica
le pecore. Riformò i costumi, diminuendo le innumerevoli taverne,
restituendo ai padri l'autorità di punire le figliuole discole,
benchè maritate; vietò il baciarsi per saluto in pubblico; ai senatori
interdisse di comparire fra i pantomimi, e ai cavalieri di corteggiare
pubblicamente le commedianti; e per raffaccio allo scialacquo de'
banchetti, faceasi servire i rilievi del giorno antecedente, dicendo
che la parte non ha men sapore che il tutto. Spargonsi satire contro di
lui? — In libero Stato, liberi devono essere i pensieri e la parola».
Vuolsi in senato portar querela contro suoi diffamatori? — Non ci basta
ozio per tali bagattelle. Se aprite la porta ai delatori, non avrete
ad occuparvi d'altro che delle costoro denunzie; e col pretesto di
difendere me, ognuno vi recherà le proprie ingiurie da vendicare».
Ma per quanto dissimulatore e simulatore, non seppe mai comparire
grazioso; le larghezze e l'affabilità di Augusto disapprovava; non
diede molti spettacoli al popolo, non donativi ai soldati; nè tampoco
soddisfece ai legati del predecessore; e avendo uno de' legatarj detto
per celia all'orecchio d'un morto, annunziasse ad Augusto che l'ultima
sua volontà rimaneva inadempita, Tiberio gli pagò il lascito, poi di
presente lo fece trucidare perchè riferisse ad Augusto notizie più
fresche e più vere. Non soffrì si concedesse il littore o l'altare od
altra prerogativa a sua madre, la quale da tanti intrighi e delitti
non colse che l'amarezza d'aver posto in trono un ingrato. A Giulia,
indegna sua moglie, da tre lustri relegata, sospese la modica pensione
assegnatale dal padre, sicchè morì di fame; di ferro Sempronio Gracco,
drudo antico di lei.
Erano quasi le primizie d'una crudeltà, che ben tosto mostrossi
calcolata, inesorabile; e prima contro i pretendenti. Agrippa, nipote
d'Augusto, fu ucciso. Le legioni di Germania e di Pannonia avevano
offerto l'impero a Germanico, ma questi ne chetò la violenta sedizione:
pure Tiberio, che avea dovuto adottarlo, adombrato della popolarità
e del valore di lui, lo richiamò di mezzo ai trionfi per mandarlo a
calmare l'insorto Oriente. Ivi gli pose a fianco Gneo Pisone, uomo
tracotante e violento, il quale col profonder oro e calunnie ne
attraversava tutte le azioni, infine lo fece morire di veleno o di
crepacuore a trentaquattr'anni (19). Tutti, fin i nemici, piansero
il generoso giovane, e in Roma il dolore si rivelò con clamorose
dimostrazioni. Il giorno che le ceneri sue si riponevano nel sepolcro
d'Augusto, la città pareva, ora per lo silenzio una spelonca, ora
pel pianto un inferno; correvano per le vie; Campo Marzio ardeva di
doppieri; quivi soldati in arme, magistrati senza insegne, popolo
diviso per le sue tribù gridavano, esser la repubblica approfondata,
arditi e scoperti, come dimenticassero ch'ei v'era padrone. Ma nulla
punse Tiberio quanto l'ardor del popolo verso Agrippina moglie di
Germanico: chi la diceva ornamento della patria, chi unica reliquia del
sangue d'Augusto, specchio unico d'antichità; e vôlto al cielo e agli
Dei, pregava salvassero que' figliuoli, li lasciassero sopravivere agli
iniqui[104].
Tiberio, assicurato, strappò al despotismo la maschera lasciata da
Augusto: tolse al popolo l'eleggere i magistrati e il sanzionar le
leggi, trasferendo questi atti nel senato, sovvertimento radicale
della costituzione romana[105], sebbene già prima i comizj fossero
resi illusorj dacchè a spade non a voci si decideva. Il senato così
divenne legislatore e giudice dei delitti di maestà: affine poi che
neppur esso s'arrischiasse a libere sentenze, i senatori doveano votare
ad alta voce, e presente l'imperatore o suoi fidati. Per tal passo
quell'assemblea, augusta un tempo, allora si trovò avvilita a segno che
Tiberio medesimo ne prendeva nausea: pure se ne giovava per gli atti
legislativi, davanti ad essa proponendo o ventilando leggi, che nessuno
osava contraddire.
L'imperatore non era il popolo? adunque la legge contro chi menomasse
la maestà del popolo fu applicata all'imperatore, e gli offri modo
legale a grandi atrocità e a minute vessazioni. Prima l'applicò a
cavalieri oscuri o ribaldi, pubblicani rapaci, governatori infedeli,
adultere famigerate: e il popolo applause al severo mantenitore della
legge. Ma appena trapelò l'inclinazione del principe, ecco una fungaja
d'accusatori. I giovani educati a scuola nelle figure retoriche e in
un mondo ideale, insoffrenti di passare alla realtà dell'avvocatura
e alla prosa della vita, eppure avidi d'adoprare l'abilità imparata
per acquistarsi onori, fama, piaceri, levar rumore di sè, emulare il
lusso dei grandi, correvano, all'usanza antica[106], ad accusare chi
primeggiasse per gloria, virtù, ricchezze; sfogo delle invidie plebee
contro l'aristocrazia di averi o di merito.
Le ire, sopravissute alla libertà, insegnavano mille tranelli; traevasi
appicco dai dissidj delle famiglie; tenuissime prove bastavano dove
così piaceva al padrone; e ogni fatto, per quanto semplice, traducevasi
in caso di Stato. Tu ti spogliasti o vestisti al cospetto d'una statua
d'Augusto; tu soddisfacesti a un bisogno del corpo od entrasti in
postribolo con un anello o con una moneta portante l'effigie imperiale;
tu in una tragedia sparlasti di Agamennone; tu hai venduto un giardino,
nel quale sorgeva il simulacro dell'imperatore; tu interrogavi i
Caldei se un giorno potrai divenir re, e tanto ricco da lastricare
d'argento la via Appia: dunque sei reo di maestà; reo Aulo Cremuzio
Cordo che, nella storia delle guerre civili di Roma, intitolò Bruto
l'ultimo de' Romani. Cremuzio nel difendersi diceva: — Sono talmente
incolpevole di fatti, che m'accusano di parole», ed evitò la condanna
col lasciarsi morir di fame: gli edili arsero i libri di lui, ma il
divieto li fece più preziosi e cercati; ove Tacito esclama: — Ben è
folle la tirannia nel credere che il suo potere d'un momento possa
estinguere nell'avvenire il grido, la memoria. Punito l'ingegno, ne
cresce l'autorità; nè i re che lo punirono, riuscirono ad altro che a
procacciar gloria alle vittime, infamia a sè»[107].
Chi nomina libertà, medita rimettere la repubblica; chi piange Augusto,
riprova Tiberio; che tace, macchina; chi mostrasi mesto, è scontento;
chi allegro, confida in prossimi mutamenti. Fra straniero o fratello,
fra amico o sconosciuto non mettevasi divario nelle delazioni; anche
i primi del senato le esercitavano o all'aperta o alla macchia; ben
presto si accusò senza nè timore nè speranza, unicamente perchè era
l'andazzo; furono processate persone, non si sapeva di che, condannate,
non si sapeva perchè.
Appena uno fosse querelato, vedeasi cansato da amici e da parenti,
timorosi d'andare involti nella sua ruina. Fuggire era impossibile in
così vasto impero: la campagna ridondava di schiavi vendicativi: ognuno
agognava di cogliere il proscritto per salvare se stesso. Tradotto a
senatori complici o tremebondi, ostili fra di loro, a fronte di quattro
o cinque accusatori addestrati nelle scuole a trovare e ribattere
argomenti, ove nessuno ardiva assumere la difesa, ove la tortura
degli schiavi suppliva al difetto di prove, il convenuto quale scampo
poteva sperare? pensava dunque a vendicarsi coll'imputar di complicità
gli stessi accusatori o i giudici: scherma, di cui Tiberio prendeva
mirabile sollazzo. Solo gli facea noja che alcuni si sottraessero al
supplizio e quindi alla confisca coll'uccidersi; onde l'arte scherana
consisteva nel sorprenderli improvvisi. Uno si trafigge colla spada,
e i giudici s'avacciano di darlo al manigoldo: uno dinanzi ad essi
sorbisce il veleno, e senz'altro vien tradotto alle forche: di Carnuzio
che riuscì ad uccidersi, Tiberio disse, — E' m'è scappato»; a un altro
che il supplicava d'accelerargli il supplizio, — Non mi sono ancora
abbastanza rappattumato con te».
Come doveano andar calpesti gli affetti che serenano la vita e
alleggeriscono la sventura, allorchè in ciascuno si temeva un
traditore! Deboli e paurosi perchè isolati, piegano alla prepotenza,
o cospirano con essa; il senato, nel quale stavano accolti coloro che
poteano far fronte a Tiberio, glieli consegnava un dopo l'altro, lieto
ciascuno di veder salvo se stesso; e Tiberio viepiù sprezzava una genìa
così abjetta, e prorompeva senza ritegno al sangue. Il merito divien
colpa a' suoi occhi: un architetto che raddrizza un portico minacciante
ruina, è bandito; uno che sa restaurare un vaso di vetro spezzato, è
subito messo a morte[108].
In Roma, per quanto temuto, Tiberio s'ode volta a volta rimproverare o
da un viglietto gettatogli, o dal teatro col susurro o col silenzio;
ora uno che va a morte, si sfoga in invettive contro di lui, or una
spia gli ripete con troppa fedeltà quel che di lui Roma racconta;
poi lo stomacano le stesse umiliazioni del senato e dei cortigiani, e
vuole in più disimpedita guisa associare i due elementi del paganesimo,
sevizie e voluttà. Amplissima vista di mare, il prospetto della ridente
Campania, e la soave temperie rendono deliziosissima l'isoletta di
Capri, ove in estate l'orezzo marino mantiene la frescura, in inverno
il promontorio di Sorrento ne ripara i venti impetuosi. Quella scelse
per prigione e paradiso (26) il minaccioso e tremante imperatore: gli
scogli vi rendono disagevole l'approdo; di là potrebbe sorvegliare
i signori che di loro ville popolano la costa Campana e Pozzuoli e
Posilipo. Ivi fabbrica dodici ville, ciascuna dedicata a un Dio, terme,
acquedotti, portici, d'ogni maniera delizie. Ancor privato indulgeva
alla crapula, sicchè i soldati, invece di _Tiberius Claudius Nero_, lo
chiamavano _Biberius Caldius Mero_: allora creò un sovrantendente dei
piaceri; premiò colla questura uno che vuotò d'un fiato un'anfora, e
con ducentomila sesterzj Anselio Sabino per un dialogo, ove i funghi,
i beccafichi, le ostriche e i tordi si disputavano il primato. Laide
pitture, scene di mostruoso libertinaggio doveano solleticare lo
smidollato vecchio: se i genitori ricusano offrir le fanciulle alle
imperiali lascivie, schiavi e satelliti le rapiscono: se, brutto,
ulceroso, le donne il prendono a schifo, Saturnino inventa diletti da
trascendere la più lubrica immaginazione. Oscene medaglie conservarono
fin oggi la figura di sue turpi dilettanze; mentre un grazioso
bassorilievo del Museo Borbonico ce lo rappresenta sopra un cavallo
menato da uno schiavo, con davanti una fanciulla che colla lancia fa
cadere degli aranci: idillio fra le tragedie.
E perchè non gli manchino i piaceri della città, vi saranno accuse,
torture, supplizj; vi saranno sofisti e grammatici, coi quali disputa
del come si chiamasse Achille mentre stava da donna alla corte di
Sciro, chi fosse la madre di Ecuba, che cosa di solito cantassero
le Sirene, e regola ogni atto suo secondo gl'indicano gli astri,
gli animali, interrogati da Trasillo rodiano. I senatori deputati
a recargli o richiami od omaggi, dopo lungo aspettare son rinviati:
fin le lettere non riceve che per mano del suo ministro Elio Sejano,
prefetto de' pretoriani.
Costui, di mezzana condizione, di turpi costumi, di spirito e corpo
vigoroso, erasi traforato nella grazia di Tiberio col rendergli
rilevanti servizj e sleali. Ordì con esso di perdere Agrippina vedova
di Germanico, la quale col costume severo e coll'amorosa venerazione
verso l'estinto sposo dava ombra all'imperatore. I costei amici sono
un dopo l'uno accusati e morti; ond'essa vien guardata con una specie
d'orrore. Ucciderla però non ardiva Tiberio: onde uscito di Roma, ronza
nella parte più deliziosa d'Italia; poi restituitosi a Capri, scrive
una lettera ambigua al senato, imputando colei d'orgoglio, i suoi figli
d'impudicizia. Il senato vede la mina contro la casa di Germanico,
ma è rattenuto dal favore del popolo per questa. Quand'ecco da Capri
giungono rimproveri perchè non s'abbia verun riguardo alla sicurezza
dell'imperatore e dell'impero; e tosto Nerone è esigliato, Druso messo
prigione (30), nè tardarono a morire. Agrippina confinata nell'isola
Pandataria, dissero si fece poco poi ammazzare; e Tiberio si lodò al
senato di clemenza per non averla fatta esporre alle gemonie.
Snidatone Tiberio, Sejano governò Roma a sua posta. Rese importante il
comando de' pretoriani, ai quali, col raccorli in un campo solo sotto
Roma, attribuì pericolosissima potenza. Disponendo a suo arbitrio delle
cariche, poteva acquistarsi amici: colla promessa di sposarle, traeva
principali donne ad ajutare il suo ingrandimento, e scoprire i segreti
de' mariti: Tiberio stesso lo chiamava il consorte di sue fatiche,
lasciava effigiarlo sulle bandiere, e bruciar vittime quotidiane sulle
are di esso.
Non contento del dominio, Sejano vuole anche le apparenze; e poichè
fra lui e l'impero si frapponea Druso figlio di Tiberio e di Vipsania,
seduce la costui moglie Livilla e glielo fa avvelenare, poi chiede a
Tiberio la mano di essa. Da quel punto diviene presuntivo erede; in
conseguenza Tiberio lo teme, in conseguenza lo odia. Ma come abbatterlo
se ha tutto l'impero in mano? Tiberio comincia ad elevargli a fronte
Cajo Cesare Caligola, prediletto dal popolo e dai soldati perchè figlio
di Germanico; poi manda secretamente al senato Macrone (31), colonnello
dei pretoriani, con lettera nella quale sul principio getta qualche
lamento contro di Sejano, poi parla d'altro; torna alle querele, indi
divaga; si rifà sopra Sejano con parole sempre più acerbe; ordina
sieno condannati a morte due senatori, intimi del ministro; e mentre
questi stordito non osa proferir parola a loro scampo, ode chiudersi
la lettera col comando ch'e' sia arrestato. Detto fatto, gli amici
lo abbandonano; pretori e tribuni gli recidono la fuga; il popolo,
partigiano d'Agrippina e vindice de' figli di Germanico, lo insulta
allorchè il console lo mena al carcere; e mentre, se fosse riuscito,
avrebbe avuto adorazioni, vede dappertutto abbattersi le sue statue, e
il senato decretarlo al supplizio[109].
Tiberio, che peritavasi sull'esito di questo gravissimo colpo
di Stato, non aveva ommesso veruna precauzione; teneva vascelli
sull'àncora per fuggire, spiava d'in vetta agli scogli i concertati
segnali; tanto temeva che il gelo dell'egoismo non si squagliasse un
istante. Ma al cessare della potenza era cessato il favore al dio, al
futuro imperatore; i pretoriani, invece di difenderlo, si buttano a
saccheggiar Roma; il popolo si svelenisce sul cadavere esecrato del
nemico del popolo; quanti amici aveva egli avuto, sono perseguitati,
vuotate dal boja le prigioni ov'erano accumulati i complici del
ministro, messi a orribile carnificina i suoi figli; e perchè la legge
vietava il supplizio delle vergini, una sua figliuolina fu data prima
al carnefice da violare.
I sudditi, propensi sempre ad attribuire ai ministri le colpe de'
regnanti, persuadevansi che Sejano fosse la sola causa dei delitti di
Tiberio, e che, morto lui, il principe si mitigherebbe; al contrario,
Tiberio diventa più sitibondo di sangue: ciascun senatore, per
salvar sè, corre ad accusargli un complice del caduto; sicchè egli
non discerne tra amici e nemici, tra fatti recenti e inveterati;
sprezza e teme il senato, e ogni giorno un nuovo membro ne recide;
teme i governatori, e a molti, dopo nominati, impedisce di recarsi
alle provincie, rimaste così senz'amministrazione; teme le memorie,
e molti fa uccidere perchè compassionevoli (_ob lacrymas_); teme gli
avvenire, e fanciulli di nove anni manda al supplizio. Le più assurde
cagioni portano condanna: ad uno appose l'amicizia di un suo antenato
con Pompeo; ad un altro, onori divini attribuiti dai Greci al bisavolo
di lui: un nano che il divertiva a tavola gli domanda, — Perchè vive
ancora Paconio reo d'alto tradimento?» e Paconio poco dipoi è morto. La
storia di quegli anni può dirsi il registro mortuario delle famiglie
illustri, e notavasi come cosa rara il personaggio che morisse a suo
letto: una volta Tiberio mandò scannare tutti gl'imprigionati per
l'affare di Sejano, senza divario d'età, sesso o condizione; i mutili
loro corpi giacquero più giorni per le vie sotto la custodia dei
carnefici che denunziavano chi si dolesse.
Or tremendamente sardonico, or tremendamente serio, voleva essere
adulato, eppure sprezzava gli adulatori; sicchè diventava pericolo
fin la vigliaccheria. Voconio propose che venti senatori per turno
gli facessero la guardia qualvolta entrasse in senato; e toccò le
beffe dell'imperatore, troppo alieno dal concedere armi ai senatori, i
quali anzi volea fossero frugati all'entrare. Al suo ventesimo anno i
consoli decretano solennità, ringraziamenti, voti: Tiberio dice che con
ciò vogliono far intendere che gli prorogano per un altro decennio la
sovranità, e li fa mettere a morte.
Un animo sospettoso e severo può d'assai peggiorare invecchiando
fra l'aspetto della universale vigliaccheria e delle reciproche
malevolenze, e fra le sordide adulazioni che mascherano il rancore e
la trama. Pure, tanta frenesia di crudeltà, sottentrata alla severa ma
giusta onestà de' primi anni di Tiberio, tiene perplesso lo storico,
il quale abbia deplorato, anche ai proprj giorni, quella menzogna che
svisa i fatti meglio conosciuti, e quella credulità che accetta i meno
fondati.
Almeno per consolazione dell'umanità sappiasi che costui aveva
la coscienza de' proprj misfatti e dell'orrore che ispirava, onde
scriveva al senato: — S'io so che cosa dirvi, gli Dei e le Dee mi
facciano perire ancor più crudelmente di quel che mi senta perire ogni
giorno». Ma non che ridursi al meglio, ripeteva: — M'aborrano, purchè
m'obbediscano», e precipitava in eccessi, che non solo scrivere, ma nè
possono tampoco immaginarsi.
Qualora però trovasse resistenza, piegava. Marco Terenzio, accusato
della benevolenza di Sejano, disse in senato: — Dell'amicizia con esso
ci assolverà la ragione che assolve Cesare d'averlo avuto genero e
confidente»; e Cesare lo mandò giustificato. Getulio generale, imputato
di aver voluto dare nuora sua figlia a Sejano, risponde a Tiberio: —
M'ingannai io, ma anche tu. Io ti sarò fedele, se non m'offendono;
se ricevessi lo scambio, mi crederei minacciato di morte, e saprei
ripararla. Accordiamoci: tu resta padrone di tutto; a me lascia la mia
provincia». Così poteva scrivere un generale a quello che faceva tremar
Roma e il mondo.
Imperocchè non era egli robusto per amministrazione salda e compatta,
ma per la disunione degli altri; potentissimo dove arrivavano i suoi
carnefici, poco valea di lontano; chiunque fosse insorto intrepidamente
fra lo sgomento universale, era certo d'abbatterlo. Lo sentiva Tiberio,
e di qui la diffidenza, motrice sua prima. Mentre gira per Italia,
ode che alcuni da lui accusati furono rimandati dal senato senza
tampoco interrogarli, crede compromessa l'autorità sua e la vita, vuol
ritornare a Capri, ma tra via muore (37). Roma sulle prime la dubitò
arte di spie; accertata, esultò, quasi il cadere di lui restituisse la
libertà. Eppure egli tiranneggiava anche postumo, e trovandosi in Roma
de' prigionieri, che, secondo un consulto del senato, non si potevano
strozzare che dieci giorni dopo la condanna, nè essendovi ancora il
successore che li potesse assolvere, i manigoldi li strangolarono per
seguire la legalità.
Tiberio finì di demolire le barriere al despotismo; indocilì senato e
popolo agli assurdi talenti del dominatore; spense i sentimenti che
formano la dignità dell'uomo e del cittadino; pervertì la coscienza
pubblica, che, dopo caduto ogni altro sostegno, mantiene e reintegra
gli Stati; coll'uccidere i migliori, col contaminare i rimasti, col
mostrare che il senato e il popolo potevano spingere la viltà e la
paura fino ad adorare chi dispensava l'oltraggio e la morte, attestò
che nessuna forza morale esisteva più, che tutto poteva la materiale.