Il secolo d'oro della letteratura latina.
Un'altra fortuna ebbe Augusto, che al suo corrispondesse il secolo
d'oro della letteratura latina, talchè il nome di lui, non solo si
associò all'immortalità di quegli scrittori, ma rimase come appellativo
de' protettori del bel sapere.
Ne' primordj, Roma s'occupò a difendersi e trionfare, non ad
ingentilire gl'intelletti. Sol quando penetrò nella Grecia italica,
poi nella Grecia propria, conobbe una coltura più raffinata, e la
introdusse coi prigionieri e coi vinti, i quali allogaronsi come
maestri o clienti nelle principali famiglie; e tal ne prese vaghezza
che dimenticò i modi nazionali per tenersi affatto sulle orme greche.
Quand'anche non fosse natura degl'Italiani, sappiamo per iscritto che
il popolo nostro dilettavasi grandemente di canzoni nelle varie fasi
della vita; specialmente alle vendemmie, e quando la riposta messe
lusingava terminate le fatiche, e alle solennità della rustica Pale i
prischi agricoli, forti e contenti di poco, coi figli, colla fedele
consorte e coi compagni di lavoro esilaravano l'anima e il corpo
nel suono e nel ballo[1]; e la gioja bacchica esultava in canti e
gesticolazioni, e forse anche dialoghi, di versi regolati dall'orecchio
e misurati dalla battuta del piede.
Questa fu per gran pezzo l'unica drammatica, ben lontana dalla
artistica che pur già grandeggiava in Sicilia, e che richiede
un'azione, un intreccio, e caratteri e affetti. Abbiamo notizia di
recite che si facevano in siffatti versi, chiamati _saturnini_ dal
favoloso Saturno, o _fescennini_ da Fescennia, città dove molto erano
usati alle _Sature_, mescolanza di musica, recita e danza. Inconditi e
mal composti, smentiscono però Orazio quando di letteratura romana non
trova lampo se non dopo l'occupazione della Grecia[2]; più lo smentisce
la storia. Tito Livio, in un passo d'oro[3], fa che i Romani desumano
anche i giuochi scenici dagli Etruschi, dicendo che nell'epidemia
del 390 di Roma, la collera celeste serbandosi inesorabile alle
supplicazioni consuete, si introdussero (cosa nuova al popolo
bellicoso, avvezzo soltanto agli spettacoli del circo) rappresentazioni
sceniche, fatte da commedianti etruschi che nella costoro lingua
chiamavansi _istrioni_, i quali ballavano artifiziosamente a suon
di flauto e gestendo senza parole: i garzoni romani gl'imitarono,
aggiungendo versi rozzi ma lepidi: in appresso s'introdussero buoni
istrioni che ne recitarono di studiati, e rappresentarono satire,
le cui parole convenivano al suono del flauto e al movimento. Livio
Andronico (segue egli), più d'un secolo dopo, osò far meglio, e
comporre drammi con unità d'azione; e avendo perduto la voce, ottenne
di collocare davanti all'attore un giovane che cantava i suoi versi,
mentr'esso faceva i gesti, viepiù espressivi perchè non era distratto
dalla cura della voce. Di qui l'uso agli istrioni di accompagnare col
gesto ciò che un altro canta, non parlando essi che nel dialogo.
Adunque Livio Andronico introdusse la favola teatrale, che soggetti
forestieri riproduceva in favella _barbara_, cioè nella nostra[4]. Al
solo ritmo, consueto nei carmi latini ed osci, sostituì il senario,
libero verso, che traeva dall'accompagnamento della tibia quel tenor
regolare e cadenzato che nella sua libertà gli mancava, e che formò
passaggio fra la ritmica indigena e la metrica esotica. A quel modo
continuarono e Nevio e Plauto, sempre scusandosi di tradurre i Greci
in _barbaro_, cioè nel parlare di que' Romani, che per chiamare poi
barbari gli altri popoli dovettero persuadersi d'essere divenuti Greci.
Ennio diede un passo innanzi, e abbandonando il pedestre senario,
introdusse l'eroico greco: laonde si dava vanto d'aver «superato
egli primo i monti delle muse, mentre fin a lui erasi detto soltanto
coi versi che cantavano i fauni e i _vati_», cioè gl'indigeni[5]:
introdusse il dattilo e il verso esametro, la cui musicalità era
accessibile del pari ai dotti e al vulgo.
Andronico, Ennio, Plauto, Azzio, Nevio trattarono soltanto soggetti
greci, benchè in Grecia non fossero ancora penetrati i Romani,
non avessero «cercato le bellezze di Tespi, Eschilo, Sofocle», nè
Mummio avesse recato gli spettacoli teatrali da Corinto[6]: laonde
possiamo credere che quest'arte derivasse piuttosto dalla Sicilia,
dove Aristotele e Solino la fanno nascere, e trasportare in Atene da
Epicarmo e Formione; ovvero dalla Magna Grecia, ove molti Pitagorici
aveano scritto commedie[7].
Di tre parti constava la commedia: diverbio, cantico, coro. Pel primo
intendeasi l'atteggiare di più persone: nel cantico parlava una sola,
o se ve n'era un'altra, udiva di nascosto e parlava da sè: nel coro
era indefinito il numero de' personaggi[8]. Molta varietà v'ebbe poi
di commedie: le gravi diceansi _palliatæ_ o _togatæ_, secondo che di
soggetto greco o romano; nelle _prætextatæ_ s'introducevano persone di
grand'affare, vestite della pretesta; inferiori erano le _tabernariæ_ e
i _mimi_.
Dal succitato passo di Livio i teatri romani compajono non semplice
passatempo, ma un'istituzione civile e sacerdotale, e la recita come
un'appendice di quelli che i romani tenevano per veri divertimenti,
i giuochi del circo. Inoltre gli scrittori di commedie non erano
romani, ma Ennio di Calabria, Pacuvio di Brindisi, Plauto di Sarsina
nell'Umbria, Terenzio di Cartagine; talmente convenzionale era il
linguaggio di quelle. Il romano popolesco rimase alle _atellanæ_, che
alcuno vorrebbe somigliare alle nostre commedie a soggetto: recitavansi
in osco[9] da giovani bennati, e allettavano grandemente il popolo per
lo scherzo vivace e per l'originalità.
Diciannove tragedie di Marco Pacuvio sono lodate da Quintiliano per
profondità di sentenze, nerbo di stile, varietà di caratteri; ma nel
pochissimo rimastoci non troviamo che liberissime imitazioni, in istile
bujo e disarmonico. Lucio Azzio, nato a Roma da un liberto, ne compose
e raffazzonò di molte, fra le quali il _Bruto_ e il _Decio_, soggetti
patrj; e recitavansi ancora ai tempi di Cicerone, e più volentieri si
leggevano. Delle diciannove tragedie di Andronico sol qualche frammento
sopravive: compose pure un inno da cantarsi da ventisette fanciulle,
e voltò dal greco l'_Odissea_. Gneo Nevio campano verseggiò anche la
prima guerra punica.
Marco Accio Plauto[10] (n. 227) scrisse molte commedie; ad altre
non facea che dar una mano, e correvano poi sotto il suo nome: ma
sempre tradotte o imitate dal greco, e di greche costumanze. Ce ne
sopravanzano venti, fra cui l'_Amfitrione_ mette in burletta gli Dei;
e fanno per le migliori l'_Aulularia_ incompleta, il _Trinummus_ e i
_Captivi_ di serio e morale intreccio. Guadagnato un bel gruzzolo col
poetare, lo avventurò in commercio, sì male speculando che fu ridotto a
girar macine da mugnajo.
Tutti i comici superò Publio Terenzio africano (n. 193). Rapito
fanciullo dai pirati, fu compro da Terenzio Lucano senatore romano,
che, educato, gli donò la libertà; ed egli, raccolto qualche denaro,
passò in Grecia, ove morì di trentacinque anni. In Grecia, dopo la
commedia democratica e politica di Aristofane, tutta allusioni ed
attualità e baldanza, era stata introdotta la civile, in cui grandeggiò
Menandro, che la elevò a qualche dignità con fatti serj e intento
filosofico, rendendola, qual poi rimase, il quadro dei vizj e delle
ridicolaggini, scevra di satira personale. Centotto commedie di
quest'ultimo poeta ateniese avea tradotte Terenzio, che le perdette in
un naufragio; nelle sei che ci rimangono, appajono purezza ed eleganza
di stile e precisione di sentenze[11], quale in Roma non aveva ancora
alcun modello. L'_Eunuco_ sembra originale, sebbene i caratteri di
Gnatone e Trasone sieno desunti dall'_Adulatore_ di Menandro; e tanto
piacque, che fu replicato fin due volte nel giorno stesso, e guadagnò
all'autore ottomila sesterzj.
Plauto coll'asprezza e la facezia palesasi famigliare col vulgo,
Terenzio ritrae della società signorile; quello esagera l'allegria,
questo la tempera, e i caratteri e le descrizioni esprime al vivo.
Orazio (che giudicando solo dall'espressione, vilipende tutti i comici
della prima maniera) chiama grossolano Plauto, e lo taccia d'avere
abborracciato per toccare più presto la mercede; alle commedie di
Terenzio fu asserito mettesser mano i coltissimi fra i Romani d'allora,
Scipione Emiliano e Lelio: l'un e l'altro però sono troppo lontani
dalla finezza dei comici greci, vuoi nel senso, vuoi nell'esposizione.
La bagascia, il lenone, il servo che tiene il sacco al padroncino
scapestrato, il ligio parasito, il padre avaro, il soldato
millantatore, ricorrono in ciascuna commedia di Plauto, fin coi nomi
stessi, come le maschere del vecchio nostro teatro; e si ricambiano
improperj a gola, o fanno prolissi soliloquj, o rivolgonsi agli
spettatori, o scapestransi ad oscenità da bordello. Egli stesso
professa in qualche commedia di non seguire l'attica eleganza, ma la
siciliana rusticità[12]; il verso talmente trascura, che si dubita se
verso sia[13]; grossolano e licenzioso il frizzo; il dialogo da plebe.
Meno che pei letterati ha importanza pei filologi, che vi riscontrano
idiotismi ancor viventi sulle bocche nostre, e ripudiati dagli autori
forbiti: altra prova che il parlare del vulgo si scostasse da quello
dei letterati, e forse viepiù nell'Umbria.
Meglio si splebejò Terenzio. Neppur egli poteva produrre altre donne
che cortigiane, ma le fa involate da bambine, e consueta soluzione
della commedia è il riconoscimento loro[14] per mezzi miracolosi:
anche all'uomo dabbene trova un luogo fra i suoi: più corretto
nella morale, men procace nel motteggio, eletto e spontaneo nel
dialogo, pittorescamente semplice nei racconti, attraente nelle
situazioni, resta inferiore in vivezza comica e gaja fantasia: quanto
all'invenzione, e' si scusa col dire che non è più possibile atteggiar
cosa nuova[15]. Nè l'uno nè l'altro conobbero l'_ammaestrare ridendo_,
proponendosi unicamente di recare sollazzo al pubblico[16].
Le commedie di Terenzio e Plauto erano palliate, cioè eseguivansi in
abito greco: nelle togate fu celebre Afranio, ma pochissimi versi ce
ne restano. Poco merito, in generale, si attribuiva alla drammatica,
tantochè Quintiliano confessa che, in questa parte, la letteratura
latina va zoppa. E per vero, come poteva fiorire tra un popolo che si
dilettava di belve combattenti e dei veri spasimi e del sangue d'uomini
accoltellantisi? Terenzio racconta che, alla prima rappresentazione
della sua _Ecira_, il popolo costrinse a interromperla perchè si erano
annunziati gladiatori e saltambanchi.
D'Asinio Pollione, il più celebre tragico, nulla sopravisse: di Ovidio
sappiamo che scrisse la _Medea_; ma i luoghi comuni onde farcì le sue
_Eroidi_, e la dilavata facilità del suo stile non ci lasciano troppo
rimpiangere questa perdita, nè quella de' molti altri tragici romani
ricordati[17].
Della burletta si prendea molto spasso, e fino a quell'antichità
risalgono le maschere: il Macco o Sannio, progenitore del nostro
Zanni o Arlecchino, era un buffone, raso il capo, vestito di cenci
a vario colore, e che _rideva in tutto il corpo_; a Pompej si trovò
il Pulcinella, maschera atellana. Sul finire della repubblica si
preferivano i mimi, mescolanza di ballo e di drammatica, non ridotta ad
un'azione perfetta, ma in scene staccate, un carattere plebeo esponendo
nelle differenti sue situazioni, con parlar vulgare e locuzioni
scorrette; di che il basso popolo, riconoscendo se stesso, prendeva
mirabile dilettazione. Il poeta dava solo la traccia, lasciando che
l'attore improvvisasse; attore sovente era l'autor medesimo, e i
più famosi furono Siro e Laberio. Di questo abbiamo un prologo, dove
lagnasi d'essere stato costretto da Cesare a montare sul palco: di
Siro alquante sentenze morali, che teneva in serbo per intrometterle
all'occasione, e che ci danno alta idea della farsa romana. Anche Gneo
Mattio, amico di Cesare e di Cicerone, scrisse _Mimiambi_ assai lodati,
oltre una _Iliade_.
La legge sopravvide sempre agli spettacoli teatrali, che perciò
non attinsero mai la democratica licenza degli Ateniesi. Già la
primitiva nobiltà, gelosa di questa plebe che della scena valevasi per
bersagliarla, le pose freno applicandovi la legge delle XII Tavole che
condannava a morte o alle verghe il diffamatore[18]. Ogni oppressore
della pubblica libertà rinvigoriva queste repressioni, come fece Silla;
e Cicerone scriveva ad Attico che, nessuno osando chiarire in iscritto
il proprio parere, nè apertamente riprovare i grandi, unica via restava
il far ripetere in teatro versi o passi che paressero alludere ai
pubblici affari[19].
In principio i teatri erano posticci, durando al più un mese,
quantunque l'armadura di legno si ornasse con grand'eleganza, fino a
dorarla e argentarla, e vi si collocassero statue ed altre spoglie de'
popoli soggiogati. Scauro ne fece uno capace di ottantamila spettatori,
adorno di tremila statue e trecentosessanta colonne di marmo, di vetro,
di legno dorato. Primo Pompeo, dopo vinto Mitradate, ne fabbricò
uno stabile, capace di quarantamila spettatori, con quindici ordini
che salivano dall'orchestra fino alla galleria superiore. Quel di
Marcello, fatto da Augusto, era un emiciclo del diametro inferiore
di circa cinquantacinque metri allo interno, e di cenventiquattro al
recinto esterno. Cajo Curione, volendo sorpassare i predecessori in
bizzarria se non in magnificenza, nei funerali di suo padre costruì due
teatri semicircolari, tali che potessero girare sopra un pernio con
tutti gli spettatori; sicchè, compite le rappresentazioni sceniche,
venivano riuniti, e gli spettatori si trovavano trasportati in un
anfiteatro[20].
Alla romana severità parea vile un uomo inteso, non a soddisfare
coll'abilità sua verun bisogno, ma solo a dar diletto; infame chi per
denaro fingeva affetti, dava se medesimo a spettacolo, ed esponevasi
agl'insulti degli spettatori. Laonde i mimi rimanevano privati delle
prerogative civili, i censori poteano degradarli di tribù, i magistrati
farli staffilare a capriccio; un marchio impresso sul loro corpo gli
escludeva da ogni magistratura, e fin dal servire nelle legioni. Anche
donne poteano comparir sulla scena romana, a differenza della greca,
purchè vestite decente: ma restavano diffamate, proibito ai senatori di
sposare le attrici, nè le figlie o le nipoti d'istrioni.
Somma doveva essere l'abilità degli attori se tanta ammirazione
destarono Batillo e Pilade, Esopo e Roscio. Eppure generalmente erano
schiavi o liberti greci, che a forza di studio avevano imparato la
giusta pronunzia del latino. Inoltre, vastissimi essendo i teatri,
doveano forzar la voce perchè fosse intesa da ottantamila spettatori;
le parti femminili erano spesso sostenute da uomini; il viso coprivasi
con maschere: lo che rende inesplicabile l'effetto che Cicerone e
Quintiliano dicono producessero.
Esopo e Roscio non mancavano mai al fôro qualvolta si agitasse causa
interessante, per osservare i movimenti dell'oratore, del reo, degli
astanti. Il primo fu amico di Cicerone, e benchè magnifico all'eccesso,
lasciò a suo figlio venti milioni di sesterzj, cioè quattro milioni di
lire. Da Roscio, che pel primo abbandonò la maschera, prese lezioni
Cicerone, che poi gli divenne amico, e sfidavansi a chi meglio
esprimerebbe un pensiero, questi colle parole, quegli col gesto:
all'anno riceveva cinquecento sesterzj grossi, o centomila lire:
ducentomila n'ebbe Dionisia attrice, per una stagione del 377. Neppure
questo scialacquo è dunque novità.
Dove finisce l'età eroica, spettanza della poesia e dell'arte libera,
ivi comincia la scienza storica; e quando il carattere preciso dei
fatti e la prosa della vita si rivelano in situazioni reali, e nel
modo di concepirli e rappresentarli. Quale scienza più degna d'un gran
popolo? pure i Romani nè anche in essa seppero essere originali, e
negligendo le patrie tradizioni, e sprezzando i monumenti, accolsero
e rimpastarono le origini favoleggiate dai Greci. Fabio Pittore, che
primo ne scrisse in latino, Cincio Alimento senatore e Cajo Acilio
tribuno che dettarono annali in greco, copiavano l'un dall'altro,
senza interrogare il popolo nè verificare coi documenti. Quando Catone
censorio trattò delle _Origini italiche_, i popoli della prisca
Italia sussistevano ancora, e in libri ed iscrizioni conservavano
i loro fasti; sapevansi leggere e interpretare i caratteri oschi ed
etruschi, che ora eludono la pazienza degli eruditi; non era per anco
stata dilapidata l'Italia dalla guerra de' Marsi, nè le sistematiche
proscrizioni di Silla aveano distrutte le memorie della prisca
nazionalità. Un desiderio del censore sarebbe stato legge a tutte le
città italiane, che gli avrebbero a gara recato i loro annali pel
lavoro che preparava. Eppure, malgrado l'affettata sua avversione
per le cose greche, egli si abbandonò alla corrente; e d'idee e di
etimologie forestiere è rimpinzato quel poco che ci tramandò. Peggio
ancora adoperarono Cornelio Polistore al tempo di Silla, Calpurnio
Pisone Frugi[21], e più tardi Giulio Igino, o creduli o ingannatori.
Il migliore storico di Roma le venne dalla Grecia, Polibio di
Megalopoli (n. 205), che deportato con quelli traditi da Callicrate
(vol. I, pag. 348), acquistò la grazia degli Scipioni, principalmente
dell'Emiliano, lo seguì in Africa, e narrò la storia contemporanea dal
220 al 167. Di scarso gusto e d'arte scadente, attiensi al positivo;
vide i luoghi, seppe il latino, lesse in Roma documenti ignorati da'
natii, e meglio di questi c'informa della loro costituzione, che egli
reputa non solo superiore alla spartana e alla cartaginese, ma tale
che, a petto di essa, la repubblica di Platone somiglia una statua
accanto d'uomo vivo. In serena tranquillità narra non declama; cura
la moltitudine, quanto Livio gli eroi; ma escludendo la Provvidenza
regolatrice, e tutto riducendo a invenzione degli uomini: eppure non
sa guardarsi dalla funesta simpatia per la prosperità, rimprovera e
ingiuria i nemici de' suoi Scipioni, dice che le leggi della guerra
permettono di fare tutto ciò ch'è utile al vincitore o nocevole al
nemico. Vero è che fa giungere qualche disapprovazione alle orecchie
degli oppressori della Grecia: vede la colpa de' Romani nella seconda
guerra punica; la terza considera come un delitto: professa che
fine della vittoria non dev'essere la distruzione del nemico, ma il
riparare dall'ingiuria (v. 11. 5); che il vincitore non dee confondere
l'innocente col reo, e piuttosto risparmiare i rei in grazia degli
innocenti; tralasciare i guasti inutili perchè provocheranno eccessi
contrarj: la pace è di tutti i beni il solo che nessuno si perita a
considerar per tale; tutti preghiamo gli Dei a concedercelo, nè v'ha
cosa che non sopportiamo per ottenerlo[22].
Le _Antichità romane_ di Dionigi d'Alicarnasso, stendentisi fin
all'anno dove Polibio comincia, toccano delle origini di Roma, ma
sempre per blandirla, e «sminuire lo scherno e l'aborrimento che i
Greci le professavano». Questo proposito già il rende sospetto, e
ancor più la pienezza simmetrica del suo racconto, ch'era impossibile
deducesse da cronache indigeste. Come estranio ch'egli era a Roma, ce
ne espone con particolarità il governo e il diritto, sebbene non sempre
ne intenda lo spirito: ma da una parte per amor di patria tutte le
origini trascina dalla Grecia, dall'altra vanta i Romani come popolo
equo e temperato, che i vinti trattò non con crudeltà o vendetta,
ma da amico e benefattore, moderò la vittoria con una magnanimità
senza esempio, e in cinquecento anni di lotte così violente, mai non
insanguinò il fôro; racconta senza biasimo la distruzione di Cartagine,
di Corinto, di Numanzia, e conchiude che, in tanto conquistar di paesi
e tanto opprimere di nazioni, mai non operò che di giustizia[23].
Moltissimi Greci scrissero de' fatti della Sicilia; alcuni anche
Siciliani, fra cui il più antico e lodato è Antioco figlio di Serofane
siracusano, autore di una storia di quell'isola, e d'una dell'Italia:
fioriva ai tempi di Serse. Temistogene, oltre la storia patria, divisò
la spedizione di Ciro il giovane in Persia, che alcuno pretende
sia quella che va sotto il nome di Senofonte. Anche i due Dionigi
tiranni storiarono; e Filisto, condottiero di eserciti nella guerra
cogli Ateniesi, poi relegato a Turio, richiamato per ordinar le cose
siracusane, infine ucciso a strazio da' suoi cittadini il 400, aveva
esposto la storia siciliana fin a tutto il regno del vecchio Dionigi;
conciso, dicono, quanto Tucidide e più chiaro. Un altro Filisto è
lodato d'avere pel primo applicato alla storia gli artifizj retorici.
Callia, scolaro di Demostene, nelle imprese di Agatocle parve più
elegante che veritiero.
Timeo da Taormina scrisse una storia universale e varie particolari,
e una critica sugli errori degli storici: se il lodano per buona
distribuzione cronologica, l'appuntano di soverchia mordacità, e di
raccogliere ogni cosa senza discernimento. Celebratissimo da Cicerone
è Dicearco messinese, morto al principio del regno di Gerone, e
vissuto il più in Grecia: in istile attico delineò vite d'illustri
uomini e dei sette Sapienti, le feste e i giuochi, e una descrizione
della Grecia fisica e morale: per incarico de' re macedoni fece e
descrisse la misura de' monti (ὀρῶν καταμέτρησις) del Peloponneso, con
buone idee sulla conformazione generale della terra. Aristocle, pur
da Messina, raccolse la serie degli antichi filosofi e la somma dei
loro insegnamenti. Polo d'Agrigento lasciava la genealogia de' Greci
e de' Barbari venuti alla guerra di Troja. Filino, suo compatrioto,
militò sotto Annibale, e ne descrisse le imprese adulando; sicchè più
rincresce l'averlo perduto, giacchè farebbe contrapposto ai Romani che
lo calunniarono[24]. Le guerre Servili furono narrate da Cecilio di
Calutta, che trattò pure sul modo di leggere gli storici. Andera da
Palermo narrò le cose memorabili di ciascuna città della Sicilia.
Di tutti questi ci rimane o soltanto il nome o poche righe; nè
direttamente possiam giudicare che Diodoro di Argiro, noto col titolo
di Diodoro Siculo. Venuto ultimo, egli potè giovarsi di tutti i greci e
siciliani; e dopo trent'anni di viaggi e di ricerche fermatosi a Roma,
allora centro d'ogni civiltà e convegno di tutte le nazioni, vi compilò
in greco una storia universale, intitolata _Biblioteca storica_,
dai tempi precedenti alla guerra di Troja fino a Giulio Cesare. De'
quaranta libri ci restano solo i primi cinque sui tempi favolosi, la
seconda decade, e alquanti frammenti. Chiaro, lontano dall'affettazione
come dalla bassezza, procede sconnesso, talvolta declamatorio, più
spesso freddo e uniforme compilatore piuttosto che autore; bee grosso,
accetta tutte le ubbie, e si corruccia con chi ne dubita; di tanti
materiali che doveano esistere, non trae bastante profitto, nè quindi
ci ajuta gran fatto a conoscere la prisca istoria italiana; sulla
romana poi erra spesso nei nomi, più spesso ne' tempi, e in generale è
scarso, quanto invece abbonda intorno ai Cartaginesi e ai Greci. Piace
trovarvi il sentimento dell'umanità, d'una giustizia divina, d'una
provvidenza.
Sulla primitiva Italia nessuna luce spandono gli scrittori latini,
sempre scuranti dell'erudizione. Tito Livio, volendo dilettare e
istruire il suo popolo, ne adotta le idee tradizionali senza curarsi
di appurarle, segue e spesso traduce Polibio, nè entra tampoco nei
tempj di Roma a leggere ed esaminare i trattati e monumenti antichi
conosciuti da quello e da Dionigi: pochi anche fra i più dotti videro
le opere di Aristotele: Cicerone, che tutto seppe, conosce soltanto per
un _dicesi_ i Latini che prima di lui scrissero di filosofia; e quando
vuol informare della costituzione romana, egli uom di Stato, traduce
Polibio: ignoravansi le lingue forestiere, nè gl'interpreti servivano
che ai negozj; e Cesare, che sì lungo tempo campeggiò nelle Gallie, non
ne apprese la favella; e a vicenda, volendo servirsi d'una cifra perchè
i suoi dispacci non fossero intesi dal nemico, adoprava l'alfabeto
greco.
Pure molte biblioteche eransi in Roma raccolte. Paolo Emilio, come
altri nobili, per diletto de' suoi figli trasportò in città quella
di Perseo re di Macedonia: Silla da Atene quella di Apellicone Tejo,
che fu messa in ordine da Tirannione, il quale pure ne raccolse una
di trentamila volumi: più insigne l'ebbe il suntuoso Lucullo, che
gli eruditi del suo tempo vi raccoglieva a dotte conferenze. Anche
Attico ne formò una doviziosa, e molti schiavi occupava a ricopiare
per farne traffico; onde Cicerone iteratamente il prega a non vendere
certe opere, giacchè spera poter comprarle lui[25] per aggiungerle alle
molte che già aveva unite con varie anticaglie. E probabilmente per
opera degli schiavi ogni lauto romano procacciavasi una biblioteca:
ma sebbene ai copisti sovrantendessero grammatici destinati a
collazionare, i testi riuscivano scorrettissimi[26]. Primo Cesare
pensò ad una biblioteca pubblica, e n'affidò la cura a Varrone; il
qual pensiero interrottogli dalla morte, fu messo ad effetto da Asinio
Pollione: poi Augusto ne applicò una al tempio d'Apollo Palatino[27],
ed una al portico d'Ottavio: e di rado ai pubblici bagni mancava un
gabinetto per la lettura.
A malgrado di ciò, i Romani furono negligentissimi in esaminare
l'antichità, e rintracciare i documenti che sono occhio della storia.
Li precedette una civiltà potente, qual fu la pelasga; gli educò
l'etrusca: e nè di questa nè di quella curarono, o fosse orgoglio
nazionale, o cieca preferenza al bello sopra il vero. Danno per
portentoso erudito Marco Terenzio Varrone (n. 116), che a settantotto
anni aveva scritto quattrocennovanta libri di varia materia. Nelle
_Antichità delle cose umane e divine_ cominciava dall'uomo, dal suo
organismo e dalla natura morale; veniva all'Italia, all'arrivo di Enea,
alla fondazione di Roma, dalla quale egli pel primo fissò la cronologia
(_æra Varronis_); e indagava tutto ciò che potesse illustrare la storia
e le condizioni politiche e morali. Le _Cose divine_ erano un profondo
trattato sulle religioni italiche e sulla romana in ispecie, i miti,
i sagrifizj, la liturgia, forse dirigendo tutto a reprimere l'ateismo
e la corruzione de' costumi; al che forse diresse anche l'altra opera
_Della vita del popolo romano_.
Cicerone lo loda di avere finalmente dato a conoscer Roma ai cittadini,
che prima vi stavano come stranieri[28]; e gli antichi s'accordano a
tributargli il titolo di _dottissimo_: ma se dai tre dei ventiquattro
libri suoi sulla lingua latina, dai tre intorno all'agricoltura, e da
pochi altri frammenti vogliam giudicarlo, ne appare scarso d'erudizione
e più di critica, e ansioso di rintracciar lontano quel che aveva in
casa[29]. Nell'esaminare le etimologie della lingua latina, ignora i
metodi che lo spirito segue nel creare, adoprare, trasformar le parole;
e suppone che i Latini inventassero il proprio parlare, mentre non
fecero che torlo da altri (vedi Appendice I); non istudia gli idiomi
allora viventi, e al più ricorre al dialetto greco eolico, congenere
del latino.
Nel trattato _De re rustica_, dopo le generalità, viene alle vigne,
agli ulivi, agli orti; il secondo libro tratta dell'allevamento del
bestiame, de' formaggi e della lana; il terzo degli animali, della
bassa corte, della caccia e della pesca. Al semplice esordio di
Catone (vol. I, pag. 373) si paragoni questo suo: — Se ozio avessi,
ti scriverei a mio agio ciò che ora ti schizzo come posso sulla
carta, pensando che conviene accelerarsi, perchè quel proverbio che
l'uomo è null'altro che una bolla, ancor più s'attaglia a vecchio.
I miei ottant'anni m'avvertono di fare il fardello pel gran viaggio.
Avendo tu, o Fondania moglie, acquistato un podere che desideri render
fruttifero con buona coltura, procurerò informarti di ciò che convien
fare non solo mentr'io vivo, ma anche dopo morto... Non invocherò a
soccorso le muse come Omero ed Ennio, ma le dodici divinità maggiori;
non i dodici Dei della città, sei maschi e sei femmine, le cui statue
sorgono nel fòro, ma i dodici che presiedono all'agricoltura. E prima
Giove e Terra, che in cielo e quaggiù racchiudono tutte le produzioni
dell'agricoltura, onde son detti i gran genitori; poi il Sole e
la Luna, di cui si osserva il corso per seminare e piantare; indi
Cerere e Libero, i cui frutti sono indispensabili alla vita; Rubigo
e Flora, pel cui patrocinio il frumento e gli alberi vanno immuni
dal bruciore, e fioriscono a debito tempo; poi Venere e Minerva, che
tutelano l'una gli ulivi, l'altra gli orti; Linfa e Benevento, perchè
senz'acqua immiserisce l'agricoltura, e senza buon successo la coltura
è illusione». Dopo questa litania introduce gl'interlocutori[30].
Varrone aveva anche raccolte settecento vite d'uomini illustri di
Grecia e di Roma in cento fascicoli da sette ciascuno, donde il titolo
di _Hebdomades_, e coi ritratti; e Plinio lo loda di aver trovato un
modo di moltiplicarne le copie, e così agevolarne la conservazione e la
diffusione. Molti, e fin l'illustre Ennio Quirino Visconti immaginarono
fossero disegnati sopra pergamena, adoprandosi una qualche maniera
d'incisione: ma il passo di Plinio[31] ci trae piuttosto a crederli di
cera, fatti collo stampo, e chiusi in scatolette, al modo de' sigilli.
Accennammo (vol. II, p. 161) come molti vergassero le proprie memorie,
solitamente in greco: e insigni sono quelle di Giulio Cesare. La
difficoltà di propagare i manoscritti obbligava gli antichi a scriver
serrato; oltre che sapeano aggruppare gli sparsi accidenti, quanto
oggi si suole sbricciolarli e decomporli. Cesare, meglio d'ogni altro
vedendo le forze e i vizj del tempo e del paese suo, narrò grandissime
geste in piccolissimo volume, la cui naturale semplicità e la limpida
ed evidente concisione già erano in delizia a' contemporanei[32], e fin
ad ora non trovarono emulo. Gli altri Latini ricalcano continuamente i
Greci; egli dice quel che ha pensato e sentito, nè ci si mostra altro
che Cesare, Cesare invitto generale e invitto scrittore: rapido nel
narrare come nel compir le imprese, trova l'eleganza, non la cerca;
non prepara gli effetti; va tutto spontaneo: e sebbene nol possiam
credere imparziale, e chi vi pon mente ravvisi un sottofine in quel che
narra, indovini quel che tace, e l'arte di lumeggiare una circostanza,
un'altra adombrarne, eccedette chi pretese scorgervi il proposito
deliberato di mentire e di presentar se stesso al popolo e ai posteri
in maschera, valendosi d'una fredda ironia, e con profondo sprezzo del
genere umano attribuendo tutto alla fortuna. Oltre molte arringhe, avea
composto tragedie, due libri delle analogie grammaticali, trattati
sugli auspizj e sull'aruspicina, sul moto degli astri, un poema
nominato _Iter_ ed altre poesie.
Da antico si registravano gli avvenimenti giornalieri negli Annali
Pontifizj; ma al tempo della sedizione dei Gracchi rimasero interrotti.
Cesare pel primo istituì un giornale degli atti del senato, ed uno di
quei del popolo, affine di conservarli e pubblicarli. Augusto ordinò si
continuasse il primo, ma guai a pubblicarlo, ed elesse egli medesimo
chi dovea compilarlo[33]. Su quello del popolo si notavano le accuse
recate ai tribunali, le sentenze loro, l'inaugurazione de' magistrati,
le costruzioni pubbliche, e in appresso la nascita e le vicende dei
principi. Somiglia dunque ai giornali moderni, lontanissimo però
dall'averne la diffusione, che ne costituisce l'importanza.
Ma già colle altre ambizioni era nata quella della parola, e al finire
della repubblica apparvero storie degne di questo nome; e il primo che
v'adoperi stile conveniente è Crispo Sallustio (vol. II, p. 155). Solo
i due episodj su Giugurta e Catilina ce ne arrivarono; ma egli avea
narrato in cinque libri anche l'intervallo fra quei due fatti; e ancor
si leggevano al tempo del Petrarca, il quale nelle _Lettere_ soggiunge
aver trovato in veracissimi autori che Sallustio, per esporre al vero
le cose d'Africa, guardò i libri punici, anzi si recò sui luoghi;
diligenza ben rara fra i Romani.
I nostri lettori sono già familiarizzati col più insigne storico
latino, Tito Livio, e conoscono come per patriotismo riducesse la
storia romana ad un'epopea, cui conviene più che ad altra quell'epiteto
affatto romano di magnifica. Con un'ammirazione candidissima[34],
con una persuasione che sente dell'ispirato, concepisce poeticamente,
narra ampio e maestoso, qual conviene al paese dove si congiungevano
l'eloquenza poetica con quella del fôro; rifugge ogni trivialità, ogni
arcaismo di pensieri o di linguaggio, talchè nell'uniforme splendore
del suo stile, come in certe moderne tragedie, non ci presenta se non
i contemporanei d'Augusto, esprimenti con accento gentile le passioni
d'età gagliarde. Come arte non sapremmo qual lavoro antico o moderno
pareggi quella sua eloquenza, neppur un istante dimentica della
propostasi gravità; quella chiarezza che nulla lascia d'indeciso nelle
idee, di faticoso all'attenzione; quell'eleganza semplice che cresce
grazia al pensiero, vivezza ai sentimenti; quell'armonia penetrante che
diffonde sulla storia tutto il vezzo della poesia; quella perfezione di
stile, ove nuove bellezze rivela ogni nuova lettura. Qual successione
di mirabili quadri, di grandiosi caratteri, di stupende arringhe! quale
industria nello scegliere le circostanze! Quindi di poche opere antiche
la perdita è a deplorare quanto de' libri suoi; e il mondo letterario
tripudiò ad ora ad ora della speranza sempre tradita di vederli
scoperti o nei serragli di Costantinopoli o nei conventi della Scozia.
Le _Storie Filippiche_ di Trogo Pompeo non ci sono conosciute che per
un compendio fattone da Giustino, di scarsissimo frutto, e senz'arte di
disporre e concatenare: ma alcuni frammenti pubblicati testè[35] ce ne
fanno viepiù rincrescere la perdita.
Altri ancora andarono smarriti, quali Sesto e Gneo Gellj, Clodio
Licinio, Giulio Graccano, Ottacilio Petito, primo liberto che osasse
applicarsi a un genere che tanta franchezza richiede; Lucio Lisenna
amico di Pomponio, e Ortensio, e Pollione, e le _Famiglie illustri_ di
Messala Corvino. Giuba, figlio di quello che fu vinto da Cesare, dettò
la geografia dell'Africa e dell'Arabia, e una storia romana, lodata da
Plutarco per esattezza.
Cornelio Nepote di Ostilia aveva composto una storia universale in tre
libri[36], ed altre che andarono perdute, non avanzandoci che qualche
brano, e le vite di Catone e d'Attico pregevolissime per urbanità di
stile. Le vite degli illustri capitani di Grecia, quali corrono sotto
il nome di lui, senza colore nel racconto, senza originalità e coerenza
ne' pensamenti, senza vigore nello stile, nè quelle particolarità
che fan conoscere al vero i personaggi, nè ampia notizia di fatti,
o appropriata scelta delle circostanze; accompagnate di costruzioni
strane, forme inusitate e fin solecismi, sembrano una compilazione
d'età bassa. Se è vero che siano tanto opportune alle scuole, almen si
corredino di note che non lascino imbevere i giovani di tanti errori di
fatto e di giudizio.
Esso Cornelio, confessando inferiori gli storici latini ai greci, crede
che il solo capace d'uguagliarli sarebbe stato Cicerone[37]. Giudizio
d'amico, ma che nella forma stessa onde è espresso manifesta che i
Romani nella storia poneano mente anzitutto all'esposizione; più bella
la più eloquente. Nè Tullio, gonfio di sè, inebbriato di patriotismo,
sprezzatore dell'antichità, potea riuscire storico quale oggi lo
intendiamo. Eppure tanta materia di storia egli ci esibì in opere
non a ciò dirette. Le _Lettere_ sue, scritte giorno per giorno sotto
l'impressione degli avvenimenti, e da uomo sensatissimo, tanto più
fedele osservatore perchè indeciso nella politica, sono il monumento
storico forse più importante che s'abbia: nei libri delle _Leggi_,
della _Repubblica_, dell'_Oratore_, nel _Bruto_, e ancor meglio nelle
_Orazioni_, apre inesausti tesori per la conoscenza del diritto. Già da
lui estraemmo la storia dell'eloquenza; e il potremmo della filosofia
greca, se il tema nostro non ci restringesse all'italiana.
Periti i monumenti di questa, si cercò ricomporla mediante il
linguaggio e la giurisprudenza (tom. I, p. 135); e per quanto incerte
sieno tali congetture, ce n'esce però una filosofia non di scuola come
fra' Greci, ma pratica e civile. Quanto avea d'originale ben tosto
andò mescolato alla greca, alla quale tutti accorrevano, e che essendo
fatta men per la vita che per la scuola e per esercizj di penetrazione,
variava secondo il differente punto d'aspetto, e menava facilmente al
rifugio de' tempi scredenti, l'eclettismo.
Qui dunque come nel resto i Romani si mostrarono utilitarj, stimando
la scienza in ragione del vantaggio che recava; e la filosofia
disprezzavano non solo come inutile e cianciera, ma come pericolosa,
imputando ad essa la decadenza della Grecia[38]. Perciò attesero
piuttosto alla morale, cui proposero uno scopo immediato: e Panezio,
che iniziò i Romani alle dottrine della stoa, non restringeasi ad
angustie di partiti, venerava Platone come il più saggio e santo de'
filosofi, ma insieme ammirava Aristotele; non approvava negli Stoici
la durezza affettata, e giungeva sino a raccomandare il libro d'un
Accademico, ove s'insegnava che la pietà ci è data dalla natura per
renderci clementi[39].
Questo avvicinare delle varie filosofie teneva all'indole conciliatrice
di Roma: nè scuola filosofica propria vi si costituì, solo studiandola
come necessaria coltura, e come opportuna a formar l'oratore, a
dar fermezza e consolazione nelle calamità. Perciò prediligevasi la
scuola stoica: l'epicureismo era piuttosto praticato che insegnato.
Le opere di Aristotele, quantunque da Silla fossero portate a Roma,
rimasero chiuse nella biblioteca di lui, finchè Tirannione grammatico
non vi diede pubblicità; corrette poi e supplite da Andronico di Rodi
contemporaneo a Cicerone, se ne fecero copie: ma anche persone erudite
ignoravano quel filosofo[40].
De' Latini che scrissero di filosofia, nessuno vi recò nè gran
dottrina nè bastante pulitezza; i libri di Varrone, anzichè istruire,
stimolavano ad istruirsi[41]; alfine Cicerone presentò agli ultimi
nipoti di Pompilio e di Cincinnato le raffinatezze della filosofia
greca. Sinchè egli potesse occuparsi della cosa pubblica, in questa si
concentrava; n'era escluso? ritiravasi nelle sue ville di Tusculo o del
Palatino, dove, senza perdere di vista Roma, s'occupava di filosofia
per esercizio dello scrivere, per isfoggiare la propria abilità, e per
fare che nella letteratura romana non rimanesse questa lacuna[42]: i
Greci mescevano versi, ed egli fa altrettanto, e non dissimula che
le sue sono traduzioni[43], mediante le quali in vero ci conservò
memoria di molte opere ora perdute. Ma novità sua vera è l'intento
civile, proponendosi d'indirizzare a una nuova operosità scientifica
e intellettuale i Romani, quando chiudevasi la politica; e preparare
ristori alle vicende della fortuna, cui poteano essere esposti.
Si riferiscono alla filosofia teoretica i trattati della _Natura
degli Dei_, della _Divinazione e del Fato_, delle _Leggi_, della
_Repubblica_: alla morale le _Quistioni Tusculane_, gli _Uffizj_, i
_Paradossi_, i libri dell'_Amicizia_, della _Vecchiaja_. Più sobrj che
le orazioni, li troviamo più lodati dai contemporanei; pure l'abitudine
del declamare impedisce Cicerone di sapere piegarsi alla esattezza
delle voci e delle frasi, le accatta sovente dal greco, e sagrifica
la precisione alla circonlocuzione, valendosi delle definizioni greche
benchè le parole non avessero equivalente significato, rispettando le
conclusioni de' Greci benchè dedotte da tutt'altre premesse; rompe
il filato ragionare, e mostrasi inetto a raggiungere il fondo della
scienza. Lasciati a parte i sommi modelli Aristotele e Platone,
prevaleva allora la setta eclettica de' Nuovi Accademici, che con
leggerezza mostrava come, deducendo ragioni pro o contro delle
altre Sette, si arrivasse a conseguenze opposte. Questo metodo calza
perfettamente a coloro che vogliono avere una tintura di molte cose,
piuttosto che approfondirsi in una. E appunto per secondare tal gusto,
Cicerone, che pur chiama Platone l'autor suo, il suo Dio[44], si ferma
alla probabilità, anzichè posare in convinzioni risolute; tante sono
le cose che asserisce, che tu dubiti se profondamente n'abbia meditato
veruna; e come varia di stile, di lingua, di calore secondo l'autore
che segue, così muta sentenza secondo la parte cui s'accosta.
Con Posidonio e Panezio crede al diritto e alla giustizia; quando
posa i grandi problemi religiosi, s'accosta alla verità assoluta,
ha la volontà di raggiungerla, ma si fa scrupolo de' dubbj che, per
amore di scuola, deve apporre ad ogni affermazione, arrestandosi
nel probabile, cogli Accademici, che objezioni facevano a tutto e
non riuscivano a veruna certezza, speculatori sempre, non pratici
mai, perturbatori d'ogni principio[45]. Effetto inevitabile in una
credenza mancante di base, e che dal panteismo o dalla fatalità non
deriva che illogicamente: laonde i dogmi più venerati Cicerone non può
recarli che come probabilità, dove il sentimento prevale quand'anche
l'argomentazione sia stringente[46].
Per lui la filosofia è una raccolta di ricerche particolari
sovra quistioni date[47]; e la divide in _luoghi_, cui tratta
indipendentemente gli uni dagli altri. Dall'esperienza sua del mondo
deduce riflessioni vere, argute, evidenti; ma occorrono ricerche
sulle basi della verità, analisi esatta del pensiero, dell'azione,
della natura umana? s'avviluppa ed abbuja. La sua filosofia è fatta
pel galantuomo, anzichè pel sapiente; i doveri risultanti dallo
stato sociale siano preferiti a quelli che derivano dalla indagine
scientifica; ed ogni ricerca mettasi da banda, non appena sorga
occasione di operare.
E vivissimo è il sentimento della sociabilità in Cicerone: crede
istinto dell'uomo l'associazione, indipendentemente da bisogni; che
di tale convivere sia legge la indulgenza e benevolenza universale:
nulla v'ha di meglio che l'amare i nostri simili, che l'esser buoni
e far bene[48]: il riscattare i prigionieri e nutrire i poveri trova
generosità ben maggiore che non le larghezze onde i grandi di Roma
blandivano il popolo[49]: estende anzi la patria a tutto il mondo,
volendo che l'umanità stia di sopra del patriotismo, e reclamando
diritti anche per gli stranieri: fin dei servi si cura, volendo se
n'abbia riguardo quanto almeno degli armenti[50]. Ma il patriotismo e
gl'istinti pagani ricompajono spesso; Fontejo è accusato di estorsioni
e crudeltà, e Cicerone chiede: — Chi è che lo accusa? son barbari,
persone in brache e sajo. Chi attestimonia per lui? cittadini romani.
Il più nobile de' Galli potrebbe essere paragonato coll'infimo de'
Romani?»
Però le applicazioni sono il più delle volte generose: e se mette
alquanto della natura sua allorchè predica doversi seguitare la virtù
in modo da non pregiudicar la salute, essere da sapiente il secondare
i tempi e adattarsi alla procella nel navigare, piace nella Roma di
Silla e di Marc'Antonio l'udirlo proclamare che scopo della guerra è la
pace, e non doversi quella intraprendere che per rimovere l'offesa[51].
Siffatte aspirazioni pacifiche in verità erano comuni al cadere della
repubblica, quando della guerra sentivansi tutti i guaj. Come letterato
poi preferisce la toga alle armi, e trova qualcosa di feroce nel
precipitarsi ciecamente alla strage e lottare corpo a corpo col nemico,
e vi prepone la gloria di grandi e numerosi servigi resi alla patria e
all'umanità.
Ma fra gli Stati esiste una moralità come fra' particolari, o norma
unica ne è l'interesse? Come platonico, egli unisce la morale e la
politica, e fa da Lelio proclamare che alle società nulla nuoce più
che l'ingiustizia, nè alle genti è possibile governarsi e vivere senza
rispettare il diritto: ma nell'applicazione ricasca all'angustia
del patriotismo, crede che Roma conquistò il mondo nel difendere
i suoi alleati, e sostiene legittima la conquista di essa, cogli
argomenti onde Aristotele sosteneva legittima la schiavitù: natura ha
stabilito che chi è superiore per ragione sia anche per autorità, e
la dominazione di Roma è giusta perchè fu un bene pei popoli, i quali
perivano in grazia dell'indipendenza[52]. Il patrioto dimentica che
la filosofia non dee fondarsi sopra le conseguenze delle azioni, ma
sopra le azioni stesse; che l'avvenire è di Dio, ma regola invariabile
dell'uomo dev'essere il dovere.
Tirone suo liberto raccolse le lettere di lui ad Attico, al fratello
Quinto e a varj personaggi, carteggio importantissimo a quella
posterità cui non lo destinava. Ivi non più retorica, ma parla col
cuore in mano, con lingua svincolata dal periodare oratorio; e sebbene
le molteplici allusioni, i proverbj, le prudenti reticenze, naturali
in così fatte scritture, le oscurino a volta a volta, siamo empiti di
meraviglia da quell'elegante naturalezza, dall'erudizione spontanea,
dal frizzo, dalla concisione, dal felice accoppiamento dell'ingegno col
gusto[53].
Non esitammo a tornare e ritornare sopra questo grand'uomo, il quale
ci presenta l'intero circolo della sapienza romana, e i cui libri,
eternati dalla chiarezza ed eleganza, esercitarono non solo sulla
successiva scuola romana, ma su quella ben anche de' secoli nuovi,
maggior efficacia che non i filosofi profondi.
— Possiedi la materia, le parole verranno dietro, _rem tene, verba
sequentur_», avea detto il prisco Catone, conforme al vecchio spirito
di Roma, e alla natura stessa della lingua latina, sì poco poetica
quanto mal appropriata alle indagini del pensiero sopra se stesso. Ma
i letterati la alterarono colla fraseologia, nè mai ci si persuaderà
che veruno parlasse come scrivono Sallustio, Livio o Cicerone. Misurava
essa piuttosto il valor delle sillabe dall'accento, e a ciò crediamo
si conformassero i metri originali: ma quando adottarono i greci,
non poteano togliere per fondamento la lunghezza o brevità naturale
delle sillabe, e doveano riportarsi all'uso de' Greci. Se non che
il metro greco perdette la serenità e l'anima, contrasse alcun che
di duro, principalmente in grazia della divisione fissa della cesura
nell'esametro e nei versi alcaici e saffici.
Quinto Ennio che adottò il verso esametro come eroico, è da Oidio
detto _massimo d'ingegno, d'arte rozzo_, e Quintiliano lo paragona a un
bosco antico, le cui elevate quercie ispirano venerazione più che non
dilettino all'occhio. Oltre voltar drammi e poemi dal greco, consueto
esercizio delle letterature nuove, dotò Roma della prima epopea,
intitolata _Annali romani_, la quale si continuò a leggere lungo tempo
in pubblico; e d'un'altra in onor di Scipione Africano (t. I, p. 360).
Unico genere cui la poesia latina trattasse con originalità fu la
satira[54], di cui fanno merito a Lucilio di Suessa, che ne scrisse
trenta libri di mordacissime, dando all'esametro l'andar libero e
la sprezzatura che lo avvicinano alla prosa. Di genere diverso erano
quelle di Ennio; sul cui modello Varrone scrisse le _Menippee_, dette
così da un tal Menippo di Gadara scrittore mordace, e dove la prosa
alternavasi col verso.
Questi appartengono all'età arcaica; ma anche i posteriori, poetando
d'imitazione più che di lena, dovettero fondare il linguaggio poetico
sopra forme metriche e grammaticali differenti dalle popolari; talchè
quello risultò di una mal fusa mescolanza, finchè si sbandirono le
parole composte e le costruzioni esotiche. Di tale appuramento la lode
appartiene a Cajo Valerio Catullo veronese (n. 86), il quale adempì
colla latina quel che il Petrarca colla lingua nostra, spogliandola
delle forme aspre, e vestendola di grazie ingenue, al tempo stesso che
da austeri argomenti la volgeva a lepidi e amorosi. Vi si sente però
ancora la scabrezza; non ancora il suo pentametro finisce in bisillabo,
come negli elegi posteriori, nè chiude il senso; frequenti gli iati,
non iscarse le parole composte: talchè, sebbene accuratissimo nei
brevi suoi componimenti, sebbene in alcuni, come l'episodio di Arianna
abbandonata nelle nozze di Teti e Peleo, mostri bellezze virgiliane di
concetto, di sentimento, d'espressione, in generale quell'aria al tempo
stesso di negletto e d'affettato lo disgiunge troppo da Virgilio, al
quale di sedici anni appena era maggiore.
Ma se il Petrarca nostro ornò l'amore di velo candidissimo, Catullo
il presentò colla procacia della Venere terrestre. Perocchè abbiam già
notato (Cap. XXVIII) come la poesia si facesse ministra di corruzione
e divulgatrice d'errori; nel che la assodò Tito Lucrezio Caro (n.
95). Al modo degli antichi nostri Pitagorici, e più specialmente di
Empedocle, trasse costui in versi la filosofia epicurea nel libro _De
natura rerum_, cioè delle cose che posson nascere o no, proponendosi
di sciogliere gli animi dalle pastoje della religione[55]. Chi
crede bellezza la difficoltà superata, gli farà merito d'averla
vestita di frasi o almeno di numeri poetici. Confessa egli medesimo
che, per la povertà della lingua e la novità della cosa, è assai
difficile illustrare con versi latini le oscure dottrine greche;
laonde vegliava le notti nel pensare con quali parole e con quali
versi potesse illuminar il lettore sopra le cose occulte[56]: ma
il genio di accoppiare la meditazione intima dei sentimenti e delle
idee coll'ispirazione delle grandezze naturali, gli manca. Perchè ha
viso di pensator forte, alcuni gli riscontrano tutti i meriti; può
ad altri piacere quel fare antico; ma realmente mostra più studio
che ingegno, accumula ancora le parole composte[57]: ben talvolta
esce in armonie che Virgilio non isdegnò; ma se eccettui la protasi
del poema, l'esordio del secondo libro, la descrizione della peste,
e il fine del terzo ove Natura rimprovera agli uomini il timor della
morte, il restante è agghiacciato argomentare e arido addottrinamento:
e se per estro ed elevazione toglie la mano a tutti i Latini, cede
ai migliori in quella rapida vigoria che nel tempo stesso sviluppa e
compendia, e nell'artifizioso concatenare bellezze a bellezze, produrre
variate impressioni ad un solo tratto senza stemperarle con lungherìe
disopportune.
Tutti dolcezza sono invece Albio Tibullo e Sesto Aurelio Properzio. Il
primo, di famiglia equestre, sdegnò i favori di Mecenate e d'Augusto; e
«possedendo ricchezze e l'arte di goderne»[58], tranquillavasi in una
villa fra Preneste e Tivoli, cantando gli amori suoi con Delia, con
Glicera, con Nemesi, e le lodi di Messala Corvino, alle cui spedizioni
era ito compagno. Il suo linguaggio si direbbe di quieta ma sentita
passione; talmente parla, racconta, si lagna, si contraddice, senza far
mente mai al lettore: il che somiglia a naturalezza, mentre il terso
stile e l'artifizioso magistero rivelano una cura attentissima, e già
gli antichi gli assicuravano l'immortalità.
L'elegia, cioè il verso esametro avvicendato col pentametro, era
stata dai Greci de' migliori tempi adoperata alla precettiva ed alla
politica, e da' posteriori all'erotica. Di quest'ultima si fecero
imitatori i Latini, meglio all'indole loro affacendosi la descrizione e
la riflessione, e le impressero quel tono querulo e patetico, che venne
poi carattere dell'elegia, e che in Tibullo principalmente tocca a
quella malinconia, che forse troppo vien cercata dai moderni. Ogni cosa
egli riferisce all'amore; se brama la pace, si è perchè lo strepito di
Marte non conturbi Delia; se deplora il rapitogli patrimonio, gli è
perchè Delia non può passeggiare sotto l'ombre avite; se della morte
si consola, gli è perchè Delia accenderà il suo rogo, e gli darà il
triplice addio.
Properzio di Mevania nell'Umbria[59], figlio d'un ricco il quale,
per aver favorito Lucio Antonio, perdè la maggior parte dei beni,
abbandonata la giurisprudenza, si fece poeta godendo l'amicizia de'
migliori, cantò Cinzia, e morì giovane. Prevale a Tibullo in vigor di
fantasia, d'espressione, di colorito, quanto a lui cede in grazia,
spontaneità e delicata sensitività, ed a Catullo in agevolezza,
profondità ed affetto. Dotto lo dicono perchè mai non dimentica l'arte,
limando, levigando, non dando passo che sull'orme dei Greci; e non de'
Greci del miglior tempo, ma dell'età Alessandrina, come Callimaco e
Fileta, i quali rinzeppano erudizione, mitologia, allusioni nocevoli
all'affetto. Vantandosi di aver egli primo fra gli elegiaci maritato le
feste romane alle danze greche, non pare che senta se non in relazione
di avvenimenti mitologici. Cintia piange? ha più lagrime che Niobe
conversa in sasso, che Briseide rapita, o Andromaca prigioniera:
dorme? somiglia alla figliuola di Minosse abbandonata sulla spiaggia,
o a quella di Cefeo liberata dal mostro, o (ch'è più strano) ad una
baccante del monte Edonio, quando briaca si corca sulle smaltate rive
dell'Apidano. I suoi capelli son del colore di quelli di Pallade: la
statura, quella d'Iscomaca e d'altre eroine. Vuole invaghirla per le
semplici bellezze, pei fiori spontanei, per le conchiglie del lido,
pel gorgheggio degli uccelli? a queste ingenue pitture mesce Castore,
Polluce, Ippodamia: le rammenta che Diana non si perdeva troppo
allo specchio; che Febea e sua sorella Ilaa faceano senza di tanti
ornamenti; che de' soli suoi vezzi era vestita la figlia del fiume
Eveno, quando Apollo ne disputò il cuore a Ida.
Nè solo gli amori rimpinza di ricordi, ma non sa ornare le leggende
d'Italia che con miti greci, non deplorar Roma che rammentando le
sventure d'Andromaca e l'afflitta casa di Lajo. Eppure, quando mette
da banda questi fronzoli, fa sentire voci nazionali, siccome in alcune
elegie veramente sublimi, e la propria emozione sa trasfondere nel
lettore e volentieri si rileggono i versi ove dipinge gli antichi
costumi degli Italiani a raffaccio dell'attuale corruzione: nel
calendario ha men arte e più nobiltà che Ovidio, e descrive la
campagna, non come questo dalla città, ma come uom che la vede.
Il quale Publio Ovidio Nasone (43 a. C.-17 d. C.), cavaliere da Sulmona
terra ne' Peligni denominata dal frigio Solimo[60], di rimpatto mostra
maggior brio, ed è il verseggiatore più limpido, più fluido. Però in
quella spontaneità da improvvisatore, ch'egli stesso confessa eppur
non ismette[61], cerchi invano o l'eleganza di Tibullo o la dignità di
Properzio; spesso si ripete, sminuzza in particolarità indiligenti[62];
talvolta lede persino la grammatica[63]; ma purchè riesca a farsi
leggere, che gl'importano difetti e censure?[64].
Sebbene l'illustre nascita gli spianasse il calle agli onori, antepose
la vita gaudente, e divenne carissimo alle corrotte compagnie ed alla
Corte d'Augusto. Se non che improvvisamente è relegato a Tomi, esigilo
mite nelle ridenti glebe della Bulgaria; esiglio non inflitto dal
senato ma dal padre della patria, dall'amico dei dotti, senza torgli nè
le sostanze nè i diritti, ma senza processo, senza addurre motivi[65].
Teneva egli mano alle scostumatezze di Giulia? vide, e non seppe tacere
le costei dimestichezze col padre? stomacò Augusto co' laidi versi?
Il bel mondo susurra della mancanza del suo poeta, ma non ardisce
scandagliarne la cagione, finchè dimentica i gemiti impotenti della
vittima e l'illegalità del punitore.
Nelle _Tristi_ e nelle elegie _dal Ponto_ verseggia un dolore senza
dignità nè rassegnazione, erige altari e brucia incensi al suo
persecutore; in femminei rimpianti e monotone rimembranze rincorre la
parte più superficiale della vita, e a forza di stemprar le lacrime,
s'interclude il vero. Ma per quanti versi e suppliche mandasse, non
potè impedire che le sue ossa giacessero sotto terra straniera. Le
_Elegie amatorie_ sono il giornale di sue galanti avventure: brioso e
festevole, a differenza del piagnucolare de' precedenti, sebbene non
ostenti sguajatamente i nomi proprj, come Catullo, Orazio o Marziale,
nè faccia pompa come essi d'infamie contro natura, è il più osceno
poeta latino; e tale lo rivela pure la sua _Arte d'amare_, di cui
troppo parlammo. Le _Eroidi_ sono epistole che suppone scritte da
antichi, ma senza investirsi dell'indole de' tempi, nè indovinare il
sentimento delle età remote; e dall'erudizione lasciando soffocare
l'affetto, che si riduce a lamenti lambiccati per separazioni.
Nelle _Metamorfosi_, in dodicimila esametri canta le forme mutate
degli Dei e degli uomini; scioglimento troppo uniforme alle
ducentoquarantasei favole, raccozzate con intrecci poco naturali, nè
quasi altro collegamento che della successione. Le forme sotto cui
vengono rappresentati gli Dei nella mitologia primitiva, appartengono
al simbolo, o derivano dall'idea della metempsicosi: ma in Ovidio
alcune son mere favole della mitologia, in altre i personaggi perdono
il carattere simbolico e il senso religioso, o lo alterano coll'unione
di elementi disparati; le tradizioni non vengono nobilitate; spesso
oscene, avventure si applicano a divinità morali; ogni cosa poi
è dedotta da poemi e drammi d'antichi e di contemporanei, eccetto
forse il bellissimo episodio di Piramo e Tisbe. Nei _Fasti_ espone
il calendario e l'origine delle feste romane, come già avevano fatto
altri in Alessandria, e a Roma Properzio ed Aulo Sabino: ma nulla
suggerendo di elevato o di recondito, lascia dominarvi la leggenda e
la menzogna consacrata dai sacerdoti; e poichè gli Dei e la religione
al suo tempo erano sferre da antiquarj, egli se ne valse celiando, come
della cavalleria fece l'Ariosto che tanto gli somiglia. Pure dovendo di
preferenza toccare a favole latine pastorizie, ce ne conservò alcune,
che altrimenti ignoreremmo. Come in tutti i componimenti del tempo, vi
predomina l'idea di Roma: questa è la sola unità de' Fasti; di questa
intesse i destini nella troppo facile orditura delle Metamorfosi[66],
che finiscono con Romolo e Numa, colla stella di Giulio Cesare, e colle
preci per la conservazione d'Augusto.
La favola nasce dall'osservare le relazioni tra un fatto della natura,
e particolarmente del regno animale, e un fatto analogo della vita
umana, di modo che, preso nel suo carattere generale, acquisti una
significazione per l'uomo, e segni una regola pratica. N'abbiamo
un esempio antico in Menenio Agrippa, ma neppur qui troviamo alcuna
originalità romana. Fedro (30 a. C.-14 d. C.), che s'intitola liberto
di Augusto e nato in Pieria di Macedonia, trovando occupato ogn'altro
campo della greca imitazione[67], tradusse le favole esopiane in
candidissimo stile, con felice epitetare e brevità arguta e proprietà
costante, non disgiunta da varietà[68], spargendole qui e qua
d'allusioni; ma non possiede quell'arguzia e quel frizzo che colpisce e
passa. Talvolta si eleva a maggior grandezza e a morale sublime, come
là dove canta: — O Febo, che abiti Delfo e il bel Parnaso, dinne, ti
preghiamo, qual cosa a noi sia più utile. Che? le sacrate chiome della
profetessa si fanno irte, scuotonsi i tripodi, mugge la religione dai
penetrali, tremano i lauri, e il giorno s'offusca: la Pitia, tocca dal
nume, scioglie le voci: _Udite, o genti, gli avvisi del dio di Delo.
Osservate la pietà; rendete voti ai celesti; la patria, i padri, le
caste mogli, i figliuoli difendete colle armi, respingete il nemico
col ferro; soccorrete agli amici, compassionate i miseri, favorite
ai buoni; resistete ai tristi, vendicate le colpe, frenate gli empj,
punite quei che stuprano i talami, schivate i malvagi, non credete
troppo a nessuno._ Ciò detto, cadde la vergine forsennata: forsennata
da vero, giacchè quelle parole furono gittate al vento».
Marco Manilio, sebbene si sentisse angustiato fra il rigore del
soggetto e le esigenze del verso, pure vedendo preoccupato ogn'altro
genere, tentò un trattato d'astronomia, ove l'aridità dell'insegnamento
di rado è illeggiadrita dallo stile[69]. Pochissimi pure leggeranno il
_Cinegetico_ di Grazio Falisco.
Di molti poeti latini andarono smarrite le opere; e le commedie di
Fendanio, le tragedie di Pollione e di Vario, e le epopee di Vario
stesso, di Rabirio, di Cornelio Severo, di Pedo Albinovano, il poema
di Cicerone sopra Mario, le didascaliche di Marco, i versi di Giulio
Calido, riputato il più elegante poeta dopo Catullo, non ci son noti
che di nome. Cornelio Gallo, confidente di Virgilio, combattè contro
Antonio ed ebbe il governo dell'Egitto, poi caduto in disfavore, si
uccise.
Da quelli che ci restano e che erano i migliori, siam chiariti come
in Roma dominasse una letteratura di tradizione e d'imitazione,
sicchè tutti si esercitavano in eguali generi, eguali soggetti,
quasi eguali sentimenti. In generale imitavano i poeti della scuola
Alessandrina, e più che dell'invenzione si occupavano della forma,
mostrando maggiore erudizione che originalità; letterati insomma, non
genj. Della loro vita conosciamo poco più di quel ch'essi medesimi ce
ne tramandarono per incidenza; e in un tempo in cui dotti e indotti
faceano versi, ma pochissimi leggevano, altro pubblico non aveano
che i pochi ricchi, altro applauso che di qualche consorteria, a
meritar il quale bisognava sagrificassero l'indipendenza. Ammusolata
l'eloquenza, la poesia per sopravivere si fa stromento alla corruzione,
onestata col nome di pacificamento; e colle blandizie e colle armonie
delicate abitua la pubblica opinione a lodare il fortunato, il quale
s'annojava di questi adulatori, ma per interesse li proteggeva e
concedeva loro i piccoli onori, avendo della letteratura fatto uno
spediente di governo. Da tutti trapela una società infracidita dai
vizj del conquistato universo, fiaccata dalla guerra civile, assopita
dall'elegante despotismo, indifferente ai pubblici interessi e ai gravi
doveri, anelante al riposo, ai godimenti del senso, allo stordimento
delle voluttà. Sulle iniquità passate hanno cura di stendere un velo
recamato, di scusare o anche giustificare l'ingiustizia, e travolgere
o pervertire i giudizj. Quale oserà lodare chi è disfavorito dal
principe? Al comparire d'una cometa il popolo si sgomenta? i poeti
canteranno che è la stella di Giulio Cesare. Augusto ha paura?
ripeteranno quanto sia necessaria la sua vita, che tardi ascenda ai
meritati onori dell'Olimpo, e (cosa strana, non singolare) vanteranno
la beatitudine d'un tempo, del quale gli storici s'accordano a piangere
la decadenza.
Del resto que' poeti non s'affannino troppo a perseverare in opinioni
meditate e di coscienza; vaghino di scuola in scuola, sfiorino tutto,
non approfondiscano nulla; principalmente persuadano che il godere la
vita, usar moderatamente de' piaceri, fare germogliar rose di mezzo
alle spine, è il fiore della sapienza: uffizio tanto più efficace,
quanto che adempiuto con giusto equilibrio delle locuzioni patrie colle
forestiere, e colla correzione delle forme e la finezza del gusto, che
sì breve doveano durare.
Tali vizj compajono anche nei due maggiori, Orazio e Virgilio. Il
liberto padre di Quinto Orazio Flacco da Venosa (66-8 a. C.), lo fece
accuratamente educare col _magro camperello_; si trasferì egli medesimo
a Roma, e cercò un impieguccio di usciere all'aste pubbliche, acciocchè
il figlio fosse istrutto non altrimenti che i cavalieri ed i patrizj,
e per vesti e servi non discomparisse dagli altri. Esso padre lo
vigilava, lo istruiva, e lo pose sotto Pupilio Orbilio, che spoverito
dalle proscrizioni, s'era messo soldato, poi grammatico, e che
severamente educando senza risparmiar lo staffile, meritò una statua.
Da questo conobbe Orazio i vecchi Latini, ma li sentì inferiori ai
Greci, e massime ad Omero, nel quale esso trovava poesia, morale,
politica, tutto, siccome avviene dei libri che spesso si rileggono.
Entrato nella milizia, di ventitre anni capitanò una legione[70]
nelle file pompejane, come la gioventù che imita, non sceglie: ma
nella giornata di Filippi gettò lo scudo e fuggì. Pacificate le cose,
toltogli dai soldati il modesto retaggio, nè rimastegli che le lettere,
si tenne alcun tempo colle vittime e cogli imbronciati, reso audace
dalla povertà[71]: e se fosse perdurato in questo eroismo negativo,
sarebbe riuscito inopportuno come Catone, mentre invece si immortalò
coll'accostarsi ai potenti e trascendere in adulazioni. Perocchè
Virgilio e Vario lo introdussero a Mecenate, che accolse freddamente
questo partigiano di Bruto; ma conosciutone l'ingegno, se lo guadagnò,
e presentollo ad Augusto. In quel vivere pubblico sul fôro, al portico,
nel campo, era facile che s'accomunassero i cittadini anche in gran
diversità di nascita e di posizione; ed Orazio, gioviale e tollerante,
divenne amico senza invidia e senza bassezza del buon Virgilio, come
del dovizioso Mecenate e d'Augusto stesso; gli uni invitava a cena,
dagli altri riceveva e anche domandava pranzi, campagne, ville, quando
tante ce n'era da distribuire, confiscate, occupate militarmente,
vacanti per padroni uccisi.
E un podere sulle colline di quel Tivoli che una volta s'intitolava
superbo e allora solitario (_vacuum Tibur_), bastante al lavoro di
cinque famiglie[72], ebbe Orazio in dono, e colà godeva i suoi giorni,
gustando il più che potesse della vita, non pretendendo sottoporre a sè
le circostanze, ma a quelle sottoponendosi; tanto scarco d'ambizione e
aborrente da legami, che nè tampoco volle essere segretario di Augusto:
ma alle lusinghe di questo non potè negar le lodi, anzi divenne il
poeta di Corte, che nella sua faretra aveva pronto uno strale per ogni
evento; per celebrar natalizj o vittorie de' nipoti del suo padrone,
da buon Romano esecrando tutto ciò ch'era forestiero, e pregando che il
sole non potesse veder cosa più grande di Roma[73].
Fedele alle regole d'un gusto squisitissimo, del resto egli vaga
per ogni tono della sua lira, per ogni varietà d'opinioni[74]: ora
vagheggia la tracia Cloe a dispetto della romana Lidia, e sberteggia
l'invecchiata Lice e la mal paventata strega Canidia; poi di repente
vanta a Licino l'aurea mediocrità, o tesse un inno ai numi: aborre
dal lusso persiano e dall'avorio e dalle travi dorate, e desidera che
Tivoli dia riposo alla sua vecchiaja, stancata nell'armi: una volta
dipinge le delizie campestri, in modo che tu nel credi sinceramente
innamorato e già già per divenire campagnuolo; ma due versi di chiusa
ti rivelano che tutto fu ironia. A Mecenate, suo sostegno e suo decoro,
egli ricanta che senza lui non può vivere, che vuole con lui morire; ma
il genio suo l'assicura d'avere alzato un monumento più perenne che di
bronzo.
Come dell'esser nato da padre liberto, così celia dello scudo che gettò
via a Filippi, e chiama se stesso un ciacco delle stalle d'Epicuro,
mentre raccomanda che la gioventù romana si educhi a soffrire l'augusta
povertà, e faccia impallidire la sposa del purpureo tiranno, allorchè,
come lione entro un branco di pecore, egli s'avventa fra' nemici. Per
blandire Augusto, si astiene dal lodar Cicerone: agli Offelj, dalla
rapace largizione del triumviro convertiti da possessori in fittajuoli,
predica di vivere con poco, d'opporre saldo petto all'avversa fortuna:
tratta da pazzo il gran giureconsulto Labeone, perchè non si mostra
ligio all'imperatore: di Cassio Parmense fa un sommo poeta sinchè
favorito, lo vilipende quando cade in disgrazia: colla stessa meditata
facilità geme se minacciano rinnovarsi le guerre civili, e solleva il
velo che copre gli arcani della politica. Ma quando encomia la virtù
originale di Regolo o la imitatrice di Catone, e coloro che furono
prodighi della grand'anima per la patria, e geme su' guaj che toccano
al popolo pe' delirj dei re, vien di credere che vagasse nella lirica
per disviarsi dal cantare epicamente le glorie, su cui il secolo d'oro
voleva disteso l'oblio.
E sempre più ci si palesa che la lirica romana non era impeto spontaneo
di devozione, d'affetto, di patriotismo, sibbene un godimento preparato
all'intelletto, un artifizio di gusto, sopra una mitologia forestiera.
Anche Orazio in tutto questo imitò, anzi le più volte tradusse i
Greci[75], sebbene sentisse che invano aspirerebbe ad emulare Pindaro.
In fatti questo si lancia con un entusiasmo spontaneo che appare fin
anche dal ritmo, animato, vario nella robusta misura; mentre Orazio
sentesi calmo e riflessivo colà appunto ove più vuole elevarsi,
ed invano nell'imitazione artifiziosa cerca mascherare il calcolo
che guida la sua composizione: in Pindaro è un onore pe' vincitori
l'esser lodati da esso e fatti partecipi della sua gloria; Orazio loda
d'uffizio, sebbene abbia l'arte di dissimularlo col cacciar avanti se
stesso[76]; e poichè scrive all'occasione di avvenimenti giornalieri,
generalmente s'attiene alla personalità degli affetti e delle
sensazioni, parla ogni tratto di sè e de' suoi, talchè c'introduce e
addomestica colla vita degli antichi; e viepiù nelle _Epistole_ e nelle
_Satire_, dove ripigliando la libera misura e il tono famigliare di
Lucilio, riuscì incomparabile maestro del fare difficilmente facili
versi.
La satira, poesia dei tempi critici, o coopera a distruggere e
riformare; o associandosi colla elegia, sorge alla sublimità della
poesia civile; oppure si contenta di ridere, come fece con Orazio.
Conservando la finezza di cortigiano e la docilità di liberto anche in
questo genere essenzialmente democratico, mostrasi dedito a frequentare
la società, il che ne scopre il ridicolo, anzichè al vivere solitario,
che ne scopre i vizj. E perchè i vizj di Roma erano dalla prosperità
pubblica ammantati, potevasi ancora sorridere di quello onde al tempo
di Giovenale un'anima onesta non poteva se non bestemmiare. Poi le
monarchie tendono sempre a diffondere uno spirito di moderazione; e
come Augusto col lodare gli antichi costumi adottava i nuovi, Orazio
il secondò scalfendo senza ferire, ponendo se stesso in prima fila tra
que' peccatori; sicchè punzecchia le colpe senza mostrarne aborrimento,
esorta alla virtù senza farsene apostolo, rimprovera la onnipotenza
attribuita al denaro[77], ma i denarosi corteggia e ne implora le cene
e i doni; e colloca la morale nel fuggire gli eccessi, i desiderj
misurare ai mezzi di soddisfarvi, viver pago di sè e accetto agli
altri; e pingue e lucido in ben curata pelle, ingagliardisce nelle
lussurie e non si dà un pensiero dell'avvenire. Nel che, lontano
dallo stoicismo desolante di Persio, dall'atrabile di Giovenale, e
dal cinismo in cui alcuni ripongono la forza della satira, mai non si
scosta da quella finezza di vedere e aggiustatezza d'esprimere, che non
si possono cogliere se non nelle grandi città e nella conversazione. E
poichè i mediocri, sì nei meriti sì nei peccati, sono sempre il numero
maggiore, perciò dura eterno il morso ch'egli diede ai costumi, e gli
originali suoi ci troviamo accanto tuttodì; sicchè, in fuori della
settima del libro primo, composta a ventitre anni, nessuna delle sue
satire invecchiò[78].
L'autorità dittatoria da alcuni attribuitale, rese insigne l'epistola
ai Pisoni, che meno propriamente s'intitola _Dell'arte poetica_;
componimento didascalico con episodj satirici, ove di famigliarità e
di sali sono conditi i precetti. Ivi, colla varietà che alle epistole
s'addice, Orazio discorre sopra la letteratura, nella quale, diremmo
oggi, egli apparteneva alla scuola romantica, alla giovane Roma, che
disapprovava i sali di Plauto e i versi zoppicanti di Ennio, e beffava
gli ammiratori di ciò che sentisse d'arcaico, e quei che rincresceansi
di disimparare maturi ciò che avean imparato a scuola, e asceticamente
deploravano la perdita del buon gusto[79]. Principalmente egli
insiste sulla drammatica: ma il vero talento non è mai esclusivo, e
mentre sembra che in questa ponga ceppi arbitrarj al genio, tende a
svincolarlo dalla paura dei pedanti, i quali pretendevano la lingua si
restringesse ad un tempo solo e a certi autori, anzichè riconoscerne
supremo arbitro l'uso[80]; chiamavano sacrilegio il negar venerazione
agli antichi, quanto il concederla a coloro il cui nome non fosse
ancora dalla morte consacrato[81]; al censore cianciero e petulante
attribuivano maggiore autorità che al giudizio de' pochi savj modesti.
Molto egli trae da Aristotele, ma molto dalla propria sperienza;
nè quell'epistola è inutile in tempo che, salite ai primi posti
l'erudizione e la storia, molti sostengono non darsi principj certi
di critica, canoni non potersi dedurre che dai capolavori, ed esser
tiranniche tutte le regole antiche, per verità nulla più severe di
quelle che s'impongono a nome della libertà.
In quel gran latrocinio contro i prischi Italiani, per cui i campi
furono ripartiti fra i soldati d'Ottaviano, Publio Virgilio Marone
(70-19 a. C.), nato nel villaggio d'Andes (_Piétola_) presso Mantova,
educato a Cremona e a Milano, venne a Roma a reclamare l'avito suo
poderetto; e coll'ingegno trovato grazia appo Augusto, l'ebbe come un
dio e ne accettò i favori. Candido, forbito, innamorato dell'arte e
della pace, era il poeta nato fatto per quei tempi, in cui dal mareggio
civile importava richiamare alle operose dolcezze della villa, e
mutare le spade in aratri, l'attualità in memorie. Quest'era l'uffizio
a cui Augusto convitava le Muse: e tutti i poeti dell'età sua si
mostrano credenti a tutta la litania degli Dei, fin nelle più beffate
loro trasformazioni; predicatori del buon costume e della sobrietà
degli antenati, plaudenti al ritorno della pace, del pudore antico,
della casta famiglia; encomiatori dell'agricoltura, e di quel vivere
campagnuolo che avea prodotto i vincitori di Cartagine[82].
Pertanto Mecenate con insistenza persuase Virgilio a nobilitare
l'agricoltura, e cantare i campi; e Virgilio scrisse le _Georgiche_,
capolavoro di gusto, di retto senso e di stile, il monumento più
forbito di qualsiasi letteratura, la disperazione di quelli che si
ostinano alla poesia didattica, e che delle apparenti difficoltà
ottengono agevole vittoria se si considerino isolati, ma messi a petto
a Virgilio restano d'infinito spazio inferiori. Nelle _Bucoliche_
copia Greci e Siciliani; colle frequenti allegorie ed allusioni alle
proprie venture dissipa l'illusione, e svisa i pastori facendoli colti
e raffinati tanto, da esprimere i sentimenti proprj dell'autore; mai
non dimentica Roma sua, fra i campi cresciuta; i pastori stupiranno
alle fortune di essa e alla magnificenza di Augusto; ciò che spiace a
questo, verrà disapprovato anche dal poeta; ed esaltando la beatitudine
campestre, ne farà raffaccio alle abitudini repubblicane de' clienti
affollantisi, dell'ambir le magistrature e i fragori forensi, al lusso
delle case e del vestire, alle guerre civili che fanno le case vuote di
famiglie[83].
Come gli altri Romani, Virgilio non si propone d'inventare, ma di far
una poesia finita; copia le bellezze di quei che lo precedettero[84],
aggiungendovi finezze tutte sue; collo studio migliora ciò che a quelli
il genio somministrò, eliminandone ogni scabrezza, ogni sconvenienza; e
col maggior garbo lusinga il lettore, il quale s'affeziona ad un poeta
tutto occupato nel recargli diletto. E qual altri conobbe sì addentro
ogni artifizio dello stile? Con varietà inesauribile di voci, di frasi,
di ritmo, carezza gli orecchi del lettore, non lasciandone un istante
rallentare la schizzinosa attenzione, senza per questo solleticarla
con lambiccamenti o con pruriginose vivezze. Quel che imparò nella
colta conversazione dell'aula d'Augusto, egli nella solitudine raffina
col delicato sentire; e dalla maestosa onda del suo esametro fino
alla scelta de' vocaboli ben equilibrati di vocali e consonanti, e di
dolci ed aspre, tutto è nel dimostrare che di pari sieno proceduti il
pensiero e l'espressione.
Ma opera maggiore gli chiedevano i suoi protettori, la quale non
lasciasse a Roma alcuna invidia delle greche ricchezze; un'epopea.
I popoli raffinandosi perdono quell'ingenua credenza nell'immediata
intervenzione degli Dei, sopra la quale si fondano le epopee
primitive, storia ed enciclopedia delle nazioni ancor prive di critica
e d'annali; la scienza ingrandendo spiega ciò che pareva mistero;
l'industria toglie la grazia infantile ai famigliari nonnulla della
società nascente: laonde all'epica grandiosa devono succedere i lavori
d'erudizione ragionatamente condotti, e gran pezza lontani dalla
generosa sprezzatura dei poemi popolari e nazionali. Il genio di
Virgilio e il suo tempo non portavano ad un'epopea naturale; ma a forza
di studio, cognizioni, arte, conducevano ad armonizzare quanto sin là
erasi fatto di meglio.
E fatto già s'era in Roma. Moderni critici vollero la fanciullezza di
questa dotare di poemi primitivi, dove le idee fossero personificate in
tipi, quali i sette re e gli altri eroi fino alla battaglia del lago
Regillo, accettati poi come storia. Un popolo tutto giurisprudenza,
il cui _carme_ sono le XII Tavole, le cui imprese caratteristiche
sono contese di diritto, non dovette cullarsi in fasce poetiche, nè
possedette quel sentimento elevato dell'esistenza, il cui più insigne
frutto sono i poemi eroici. A questi, come al resto, si applicarono
i Romani per imitazione, e nell'intento di conciliare l'esempio di
Omero colla favola ausonia, il meraviglioso dell'epopea colla storica
realtà. Nevio cantò la prima guerra punica, Ennio la seconda e la
etolica[85], in via episodica risalendo alle origini di Roma. Ma al
costoro tempo già si scriveva la storia, onde non potevano che esporre
in versi i fasti romani: Ennio poi, traduttore d'Eveemero e d'Epicarmo,
i quali scomponevano il cielo in simboli o apoteosi, come poteva
usare sinceramente la macchina? Nè l'innesto de' fatti storici coi
soprannaturali, fondamento dell'epopea greca, avea più luogo quando
s'attuarono grandi eventi, degnissimi di poema. Ben alcuni assunsero
a tema la guerra dei Cimri, o il consolato di Cicerone; le costui
lodi celebrò Cornelio Severo nella Guerra di Sicilia; Archia cantò
le spedizioni di Lucullo, Teofane quelle di Pompeo, Furio Bibaculo
le imprese di Catulo, altri quelle di Cesare, le vittorie d'Antonio o
quelle d'Ottaviano, come fece Cotta nella _Farsaglia_: ma la vicinanza
delle imprese riduceva il poeta a storiografo, a tradurre in versi i
commentarj di qualche famiglia; e la protezione imponeva di adulare un
uomo o una fazione, anzichè sublimare la nazione tutta, o interessare
l'umanità.
Altri, dietro a Lucio Andronico, assumevano soggetti mitologici,
rifritti e non creduti, come Varrone d'Atace che riprodusse le
Argonautiche, Cicerone gli Alcioni e Glauco, Calvo l'Io, Cinna
la Mirra, Catullo il Teti e Peleo, e tante Tebaidi, Ercoleidi,
Amazonidi[86], dove al racconto si associavano movimenti lirici e
tragici. Fra i quali va distinto Rabirio, che Ovidio chiama grande e
Vellejo Patercolo appaja a Virgilio, e del quale non conosciamo che
alcuni versi sulla guerra d'Alessandro, ritrovati ad Ercolano. Altri
ricorrevano le antiche memorie patrie, e i fievoli cominciamenti di
Roma, mettendoli a fronte della presente grandezza: di ciò un Sabino
fece soggetto a canti, tronchi dalla morte; su ciò fondansi i _Fasti_
d'Ovidio; Properzio si proponeva di celebrare le antiche feste e i
prischi nomi dei luoghi[87].
Virgilio, venuto al tempo che la vecchia Roma perisce, e la
trasformazione dell'impero eccita vaghi presentimenti d'un avvenire
incomprensibile, pensò combinare gli elementi che gli altri adoperavano
distinti. Le memorie repubblicane poteano recar ombra al pacificatore
fortunato, e a troppe passioni avrebbe dato di cozzo se, come Lucano,
avesse tolto a cantare armi tinte di sangue non ancora espiato. Si
gittò dunque sull'antichità, da Omero desumendo il soggetto, gli
eroi, l'orditura persino e il verso e il tono, come era consueto da'
suoi predecessori; ideò di unire i viaggi dell'_Odissea_ e le guerre
dell'_Iliade_, ma collocarsi nella favola omerica per mirare fatti
storici lontani e vicini, e cantando Trojani essere eminentemente
romano. Il trarre la favola iliaca a significazione italiana era
tutt'altro che cosa nuova[88], e ne restava blandita la vanità di
tutta la nazione, e specialmente di questa gente Giulia, giganteggiata
sulle rovine dell'aristocrazia. Più non basta però che la musa gli
canti le origini della romana gente, ma deve accertarle; onde esamina
la tradizione, vaglia, ordina, sicchè rimane buon testimonio delle
tradizioni antiche, e fa un esercizio d'arte, non una poesia di getto.
A quella lontananza, favorevole all'immaginazione, per via d'episodj
potrà facilmente annestare i nomi di coloro per cui crebbe e s'assodò
la romana cosa; potrà coll'episodio di Didone adombrare la guerra
punica, il cui esito accertò la grandezza di Roma; e colle antichissime
cagioni delle nimistà e colle imprecazioni di Elisa che invocava
irreconciliabili gli odj e le vendette contro la schiatta d'Enea,
giustificare la distruzione di Cartagine per titolo di sicurezza.
Infine metterà a confronto la Roma non nata ancora presso al regio
tugurio d'Evandro, con quella meravigliosamente marmorea di Augusto,
sulla quale egli concentrerà tutto lo splendore della storia italica e
del tempo de' semidei.
Orditura così compassata, quanto dovea restare di sotto della spontanea
ispirazione di Omero! In questo terra e cielo uniti cospirano a
comun fine, e le divinità perpetuamente intervengono alle azioni e ai
consigli de' mortali. Perduta quella iniziazione divina, in Virgilio
gli Dei s'affacciano solo tratto tratto per macchina d'arte; e lo
scetticismo filosofico gli accetta come spediente letterario. Virgilio
vede ed ammira la grande unità di Omero, ed esclama esser più facile
togliere la clava ad Ercole che un verso a quello: eppure compagina un
poema di frammenti, di erudizione avvivata con grand'ingegno, ma non
riuscendo a idealizzare le raccozzate rimembranze.
Se, invece d'imitare separatamente i didascalici di Alessandria, i
bucolici siciliani e l'epico Meonio, avesse fuso gli uni coll'altro,
e nell'esposizione della civiltà italica antica (dove rimase tanto
inferiore) non introdotte in forma precettiva, ma atteggiate le ingenue
dipinture del viver campestre dei prischi Italiani, avrebbe fatto opera
non soltanto romana ma italica, causato il troppo immediato confronto
coi poeti imitati, e la dissonanza che, come negli altri Latini, vi
si scorge fra quello che ha di proprio o quel che toglie a prestanza.
Nè tampoco si propose egli di ritrarre particolarmente veruna età,
non la sua, non quella che descrive[89], né di aprire un nuovo calle
ai successori; ma fu tutto amor dell'arte, tutto romana predilezione:
l'adulazione stessa non fece sguajata come quella onde Ariosto cantò
gl'indegni suoi mecenati, ma fina e convenevole alla forbita corte
d'Augusto.
Nella quale vivendo, Virgilio ingentilisce gli eroi: Enea depose la
pelasgica rozzezza: la donna non è più una Criseide che passi a chi
vince; non un'Andromaca che, da vedova di Ettore, si contenti di
divenire la sposa di Elleno; ma una regina che giurò fede al perduto
consorte, che soccombe solo alla potenza dell'amore, e all'amore
tradito non sa sopravivere[90]. Nell'inferno di Omero, Achille ribrama
avidamente la vita: nell'Eliso di Virgilio, Didone guata silenziosa il
suo traditore e passa.
In quest'ultimo tratto scorgiamo un merito che renderà Virgilio
eternamente prezioso a chi è capace di sentire. Fra tanti poeti
che menzionammo, i quali cantarono prolissamente i loro amori, pur
uno non troviamo che tratteggi al vero il procedere della passione,
accontentandosi essi di ritrarne qualche accidente o le crisi più
rilevate, e sfogarsi in sentenze, in lamenti ingegnosi, in ricche
descrizioni, in tutto ciò che è esterno. La meditata conoscenza della
vita interiore doveva ai moderni venire da una fonte nuova; e parve
preludervi Virgilio, che, impedito dai tempi d'essere ingenuo, si
conservò semplice, eloquente, patetico; trasfuse nella poesia il
proprio cuore, e ciò che dapprima era soltanto esteriore, ridusse
subjettivo coll'insistere sopra un sentimento, e scovar dai cuori i
secreti più ritrosi, e seguir passo passo il crescere e il declinare
d'una passione. Vedetelo in quell'amore di Didone, del quale son
gettati i primi semi colla pietà nata dalla fama, poi cresce colla
vista, col racconto, colla consuetudine, col raziocinio, finchè deluso,
non può cessare che colla vita.
A questo fino sentire va debitore Virgilio d'un genere di bellezze
nuove, qual è l'avvicendarsi delle pitture, per cui dalla desolazione
di Troja incendiata s'insinua ad una scena di famiglia; di mezzo
all'ira disperata, Enea è rattenuto dalla vista di Elena; alla
procella succedono la placidissima descrizione del porto, e le ospitali
accoglienze; l'episodio puramente guerresco dell'esplorazione notturna
nel campo, è risanguato dall'affettuoso episodio di Niso ed Eurialo;
perocchè il patetico è il vero dominio dell'arte, siccome la cosa
essenzialmente efficace nella vita umana.
Di là un'altra delle vaghezze più care in questo amabilissimo
poeta; quel condurre la realtà esteriore alla spiritualità, quel
tradurre l'idea in immagini che offre vive vive all'occhio, e in cui
forse consiste quel _bello stile_ che Dante riconosce aver tolto
da lui, e che Virgilio avea forse dedotto dall'assiduo suo studio
ne' tragici[91]. Quella fanciulla che getta al pastore un pomo e si
nasconde fra' salici, ma prima desidera d'esser veduta; quel bambino
che col primo riso conosce la madre; quell'Apollo che tira l'orecchio
al poeta per avvertirlo di non trascendere i pastorali argomenti;
quel garzoncello che a fatica attinge i fragili rami; quell'idea della
speranza, rappresentata in Dafni che innesta i peri, di cui coglieranno
le frutta i nipoti; que' pastorelli che incidono sulle piante i cari
nomi, le piante cresceranno e gli amori con esse[92]; sono idillj
compiuti, che il pittore può rendervi in altrettanti quadretti. Poi,
per belli che sieno i paesaggi, Virgilio sente quanto vi manchi finchè
non siano avvivati dalla presenza dell'uomo: adunque tra i noti fiumi
e i sacri fonti non mancherà un fortunato vecchio, godente l'opaca
frescura; o un afflitto che, sotto l'ombra di densi faggi, alle selve
e ai monti sparge inutili querele; e i molli prati e i limpidi fonti
e i boschi gli dilettano solo in riflettere qual sarebbe dolcezza il
vivervi eternamente colla sua Licori[93].
Eccetto le primissime composizioni, non volse egli la musa a
particolari sue affezioni ed avventure; ma sappiamo che placida
fluì la sua vita, più che non soglia in poeta. Caro ad Augusto e
copiosissimamente da lui rimunerato[94], non prendeasi briga delle
_romane cose_ e dei _perituri regni_, ma ritirato presso Táranto, fra i
pineti dell'ombroso Galéso[95] cantava Tirsi e Dafni, come l'usignuolo
che, senz'altro pensiero, la sera empie il bosco de' suoi gorgheggi.
Lo mordevano i Mevj e i Bavj, peste d'ogni tempo? ma di encomj lo
elevavano a gara i migliori dell'età sua, la curiosità ammiratrice
veniva a cercarlo nel suo ritiro, ed una volta, al suo entrare in
teatro, il popolo tutto s'alzò, come all'arrivo dell'imperatore[96].
Ammirando però quella forma così temperata, così pudica della sua
bellezza, non per questo diremo superasse i suoi modelli. Come noi
esaltiamo l'Ariosto per la forma, pur ridendoci delle sue favole,
così, mentre si smarriva la tradizione religiosa d'Omero, durava,
anzi cresceva di reputazione l'artistica, e Virgilio non se ne volle
staccare. Ma in Omero quell'inserire s'un fatto pubblico passioni
personali, quell'elevare l'individualità mediante la grandezza dello
scopo e la serietà del destino, quell'equilibrare la natura collo
spirito, ci portano ben più in là che non un'epopea dotta, la quale
in fatto non potè divenire il libro de' Latini, come divennero Omero
e Dante. Quella parola de' genj contemplativi e creatori, che è
possente a trarre in terra l'ideale, è negata a Virgilio, il quale
riesce soltanto a magnificare la restaurazione d'Augusto, avvenimento
passeggero.
Con Omero versiamo continuo nel mondo greco, dov'egli passeggia da
padrone; non così con Virgilio, costretto a lavorare d'erudizione.
Omero è più universale ne' suoi concetti, e se vuole il meraviglioso
infernale, fa da Ulisse evocar le ombre entro una fossa ch'egli
medesimo scavò e asperse di sangue; mentre Virgilio guida Enea per
regolare viaggio ai morti regni.
Il cuore dell'uomo deve rivelarsi ne' suoi Dei, forme generali,
personificazione degli interni suoi motori, nel qual caso sono gli Dei
del proprio sentimento, delle proprie passioni: in Omero son essi una
cosa sola cogli eroi; in Virgilio convivono ancora, intervengono ancora
in avvenimenti semplici, come per indicare la via di Cartagine. Pure,
non foss'altro, la diligenza del verso avvisa che si è già a quel punto
di civiltà ove più non vi si crede; e quegli Dei appajono macchine,
inserite nella ragione positiva, non altrimenti che i prodigi in Tito
Livio. Circe e Calipso sono abbandonate come Didone, ma in modo ben più
naturale e ingenuo.
Alla descrizione dei giuochi, tanto semplice nel Meonio, Virgilio
oppone un tale affastellamento di artifizii, che sarebbero troppi a
narrare la distruzione d'un impero. Chi non ha sentito la sublimità
delle battaglie d'Omero? ogni uomo che cade v'ha il suo compianto,
al tempo stesso che tutt'insieme è un fragore, una mescolanza di
cielo e terra, che rimbomba nei versi e nelle parole. Quale assurdità
invece i serpenti che strozzano Laocoonte in mezzo a un popolo! qual
meschino spediente quel cavallo di legno! cento prodi che si chiudono
in una macchina, esponendo lor vita ai nemici: Sinone che intesse la
più inverosimile menzogna: Trojani così ciechi, da non mandar fino
a Tenedo, che dico? da non salire sopra una torre per avverare se la
flotta nemica abbia preso il largo nell'Ellesponto: in brev'ora, sì
smisurata mole è trascinata dal lido fin alla ròcca di Troja, superando
due fiumi e gli aperti spaldi; poi non appena Sinone l'ha schiusa, è
incendiata e presa quella città vastissima, folta di popolo, con un
esercito intatto; avanti l'alba ogni resistenza cessò, i vincitori
ridussero le spoglie ne' magazzini e i prigionieri; i vinti raccolsero
altrove quel che poterono sottrarre.
In Omero ciascuno ha un carattere; benchè Agamennone sia re dei re,
ciascuno serba volontà e compie imprese personali; ogni minima cosa
è contraddistinta, il mare, la rôcca, lo scettro, le vesti, le porte
e i cardini loro, semplice la vita degli eroi, e perciò interessante
ogni loro atto, e per da poco che sembri alla raffinatezza odierna,
serve però a intrattenere sopra quel personaggio. Nei caratteri invece
sta il debole di Virgilio. Giunone al principio è triviale, nè tutta
la sua enfasi esprime quanto il sacerdote Crise che torna mortificato
verso il lido, e prega vendetta, e l'ottiene dal Dio. Evandro nel
congedare Pallante mostrasi femminetta al confronto di Priamo a' piedi
di Achille. Ettore che bacia Astianatte e invoca che chi lo vedrà
dica — Non fu sì valoroso il padre», ha ben altro decoro che Enea
nello staccarsi dal figlio. Enea poi combatte per tôrre ad un altro
il regno e la sposa, mentre Ettore per difendere la patria. Nè forse
un solo carattere riscontriamo in Virgilio ben ideato e a se medesimo
consentaneo: Acate non sai che è _fido_ se non dall'epiteto del poeta:
chi il _pio_ applicato ad Enea non intenda nel primo senso di religioso
ed obbediente agli Dei, dee scandolezzarsi al vederlo applicato ad uomo
il quale, ospitalmente accolto in terra straniera, seduce la donna che
sa di dover abbandonare; approdato altrove, rapisce quella d'un altro.
Ma per tutta ragione sta il comando degli Dei, che lo destinavano a
creare i padri Albani, e le alte mura di Roma, e la grandezza d'Italia,
gravida d'imperi e fremente di guerra.
Molti di questi difetti appartengono all'essenza del suo componimento;
alcuni sarebbero scomparsi se avesse potuto dare l'ultima mano
all'opera sua. La quale, com'è stile dei grandi, pareagli sì discosta
dalla perfezione, che, morendo ancor fresco, raccomandava ad Augusto di
bruciarla; voto che l'imperatore si guardò bene di adempire. Tal quale
la lasciò, male ordinata nell'insieme, e ad ora ad ora imperfetta nella
rappresentazione e nelle espressioni, è squisito lavoro, e come epopea
definitiva servì di norma e talvolta di ceppo agli epici posteriori,
che professavano seguirla da lungi e adorarne le vestigia[97].
In somma la letteratura romana può considerarsi come una fasi della
greca. Nei Greci si trovavano in armonia il sentimento dell'ordine
generale qual base della moralità, e il sentimento della libertà
personale, non ancora essendosi manifestata l'opposizione fra la legge
politica e la legge morale; sicchè ciascuno cercava la propria libertà
nel trionfo dell'interesse generale. In questo istante dell'umanità,
fu prodotta nel suo più splendido fiore la bellezza sotto la forma
dell'individualità plastica; gli Dei ottennero un aspetto armonizzante
colle idee che rappresentavano, sicchè la greca fu la religione
dell'arte; la poesia che ha per oggetto l'impero indefinito dello
spirito, raggiunse il perfetto equilibrio fra l'immaginativa e la
ragione; la civiltà profittò di tutti i passi precedenti, unificandoli
e perfezionandoli in quel patriotismo che della greca fu lo scopo più
elevato.
I Romani, stupiti a quella incomparabile bellezza, non credettero
potere far meglio che imitarla. Il linguaggio della magistratura,
dell'imperio, era il latino; ma il greco quel della coltura, della
eleganza; sarebbe parso sacrilegio il parlare altro che latino dal
tribunale o dalla ringhiera; Tiberio cancella una parola greca scappata
in un senatoconsulto; Claudio toglie la cittadinanza ad uno che non
sa il latino: ma nella conversazione si parla il greco; in greco si
scrivono le note e le memorie; il greco si usa in famiglia, si usa
coll'amante, dicendole ζωὴ, φυχὴ; greci sono i maestri, nè i filosofi
di quella lingua si varrebbero mai della latina, anzi non la imparano;
e Plutarco, che tanto n'avea bisogno per iscrivere le sue vite, ben
tardi cominciò a leggere qualche scritto romano, comprendendolo dal
senso piuttosto che letteralmente. Cicerone affetta di non capire la
bellezza delle statue greche, d'ignorare i nomi de' loro artisti; ma
appena sceso dai rostri, parla greco, va in Grecia a perfezionare la
sua educazione, traduce i greci filosofi.
Se fosse prevalsa l'Etruria, Italia avrebbe serbato una poesia
originale, con forma e lingua proprie: Roma invece dal bel principio
s'acconciò all'imitazione, e ricevendo gli Dei della Grecia, dovette
pur riceverne l'arte che sulla religione era fondata. Ma la religione
fra i Greci era culto e dogma, ai Romani era favola e convenzione;
e tale si mostra in tutta la loro poesia. Potrebbe mai credersi che
Virgilio, Orazio, Ovidio prestassero fede a quei numi, che adopravano
per macchina ed ornamento? nè mai dalla lira latina uscì un inno
ove apparisse, non dirò la divota ispirazione ebraica, ma neppure la
convinzione che alita in Omero, in Eschilo, in Pindaro. Il poeta non
sentiva i numi nel cuore, non era ascoltato dal popolo, preoccupato
da positivi interessi; riducevasi dunque a pura arte, nè in ciò poteva
far di meglio che seguitare i Greci, i quali ne avevano esibito i più
squisiti esemplari.
— Questi esemplari sfoglia giorno e notte», raccomandasi ai giovani di
buone speranze; non già meditare sopra se stessi, sulla natura, sul
mondo: divenire per gloria eterni si confida non tanto per coscienza
delle proprie forze, quanto per la gran pratica coi capolavori dei
maestri, per averne scelto il meglio a guisa d'ape[98], e tradotte le
muse di quelli a favellare con intelligenza la lingua del Lazio. Che se
poniam mente a questa moderata pretensione, men vanitoso ci sembra quel
loro continuo assicurarsi dell'immortalità, e d'associare il proprio
nome all'eternità della romana fortuna[99].
Nè trattavasi soltanto dell'imitazione, naturale a chi, venendo dopo,
eredita dai predecessori, senza perdere quel che v'ha di proprio nello
spirito, nella lingua, nella tradizione, nel pensar nazionale; ma si
faceano ligi alle forme artistiche, particolari di quella gente, per
conseguenza non riuscivano coll'artifizio a raggiungere l'altezza, cui
soltanto colla naturale vivacità dell'ingegno si perviene. Quel bisogno
artistico di esprimere e di comunicare i sentimenti più nobili e più
profondi, dal quale è creata e conservata una letteratura, fu poco
sentito da' Romani, sprovveduti dello slancio ideale, dell'intuizione
calma della natura, e dello spirito estetico tanto proprio de' Greci;
l'elemento religioso vi rimaneva interamente subordinato al politico;
di rado seppero il semplice ed il naturale elevare all'idealità;
e diedero facilmente nel falso, e in quel sublime di parole scarso
d'idee, che costituisce il declamatorio. La poesia romana non differì
dalla greca per lo spirito, pel sentimento, pel modo di osservar
l'universo, per l'espressione; ma l'arte vi si scorge troppo, tutto è
riflesso e calcolato, nulla della semplicità di Omero, e l'abilità del
linguaggio e l'arte retorica mal suppliscono alla forza spontanea e
alla fecondità d'invenzione.
Eccettuata la satira, non un genere letterario apersero, e nessuno
raggiunse i loro modelli. Ai quali taluno si attenne senza restrizione,
come Livio, Virgilio, Orazio, mentre più nazionali si conservarono
Ennio, Varrone, Lucrezio, poi Giovenale e Lucano, perciò più robusti
ma meno colti. Povero fu il teatro, il quale non può reggersi che su
tradizioni e sentimenti nazionali. La lirica massimamente ne risentì,
poichè a quest'armonica espressione degl'intimi sentimenti nulla più
nuoce che il trovare la reminiscenza ove si cercava l'ispirazione, ed
esser frenati nella commozione dal pensare che il poeta non s'ispira ma
ricorda.
Ma in tutti costoro quale squisita verità di sentimento! qual perfetta
aggiustatezza di pensiero! qual compiuta venustà di forme, e purezza
ed eleganza e nobile armonia di stile, e variazioni di ritmo! Un alito
di regola e di calma penetra ogni particolarità, un ordine semplice ed
austero dà a conoscere che l'autore è padrone di sè e del suo soggetto.
Tutti poi s'improntano d'un marchio, che li fa originali da ogni altro;
ed è l'idea di Roma, che in tutti predomina, e che supplisce al difetto
di quel tipo particolare che distingue ciascuno dei grandi autori di
Grecia. La quale differenza è portata naturalmente dal diverso vivere
d'un popolo eminentemente individuale e libero nell'esercitare come gli
piace le forze del suo spirito, e d'un altro fra cui ad ogni altra idea
predomina quella della patria grandezza.
A stampare questo carattere assai valse l'esser le romane lettere
fiorite per opera de' principali cittadini, i quali abbracciando intera
la vita nazionale, considerano ogni cosa nelle più ampie sue relazioni,
a differenza di que' meri scrittori che rimpicciniscono la letteratura
riducendola a semplice arte. E la letteratura latina, a tacere di noi
pei quali è un vanto patrio, merita maggiore studio che non la greca,
perchè, provenendo da un grandissimo centro di civiltà, meglio rivela
la condizione sociale del genere umano.
Ma quando una letteratura si regge sull'artifizio, prontamente decade.
Augusto ben poco merito ebbe all'apparire dei genj, di cui esso fu il
contemporaneo, non il creatore, e che, nati nella repubblica, aveano
lasciato il campo senza successori prima ch'egli morisse. Già egli
derideva lo stile pretensivo di qualcheduno e le parole antiquate
di Tiberio; e alla nipote Agrippina diceva: — Il più che cerco è
di parlare e scrivere naturalmente»; ma le idee che contenevano,
faceangli mal gradito lo studio degli antichi. Poi Mecenate suo
dilettavasi di uno stile floscio e ricercato. Come avviene allorchè
cessa la produzione, si sottigliava la critica: Asinio Pollione poeta e
storico appuntava Sallustio di vecchiume, Livio di padovanità, Cesare
di negligenza e mala fede; singolarmente professava nimicizia per
Cicerone; egli poi scriveva stecchito, oscuro, balzellante[100]; ma era
l'amico dell'imperatore, avea buona biblioteca, bella villa, esperto
cuoco; sicchè dovea trovar non solo l'indulgenza che agli altri negava,
ma anche lode, e ai suoi giudizj forza di oracolo.
Ritiratosi dalla vita pubblica, scriveva orazioni, somiglianti agli
articoli di fondo de' nostri giornali, cioè di lettura amena, e che
diffondessero certe idee di politica e di letteratura. Così svoltavansi
gli spiriti dall'eloquenza pubblica verso quella di scuola. Di quella
conservavano ancora qualche ombra Azzio Labieno libero parlatore
«unendo il colore della vecchia orazione col vigore della nuova»
(SENECA); e Cassio Severo amico suo e altrettanto franco dicitore, che
satireggiava anche le persone cospicue, onde Augusto fe bruciare gli
scritti di esso, ne' quali gli antichi ammiravano lo stile vigoroso,
oltre la mordacità; e fu lui veramente che schiuse la nuova via, alla
quale l'eloquenza si trovò ridotta dopo respinta dalla tribuna[101].
Perocchè, mutata la pubblica attività nella monarchica sonnolenza,
cessato il giudizio tremendo e inappellabile delle assemblee, si
sentenziava degli autori secondo l'aura delle consorterie e dei grandi
che davano da pranzo ai letterati.
Quando Augusto morì, più non sonava che la piangolosa voce d'Ovidio,
cui l'infingarda abbondanza, lo sminuzzamento, i contorcimenti della
lingua, i giocherelli di parole collocano lontano da Orazio, Virgilio e
Tibullo, quanto Euripide da Sofocle e il Tasso dall'Ariosto. Così breve
tempo era bastato perchè la letteratura romana passasse da Catullo non
ancor dirozzato ad Ovidio già corrotto.