Chérie sussultò. «Mirella!... Mirella verrà qui?»

«Pensavi forse ch'io volessi lasciarla eternamente in casa d'estranei?»

Gli occhi di Luisa si riempirono di lacrime. «Ho sofferto già troppo

della sua lontananza.»

«Oh, lo so.... lo capisco,» balbettò Chérie. «Ma... io -- che cosa

farò?»

«Che cosa vuoi fare?» chiese con infinita amarezza Luisa.

Chérie si chinò sul piccino. «Non so. Vorrei che ci potessimo

nascondere, il bambino ed io; nascondere dove nessuno mai ci potesse

trovare.»

Luisa non rispose. Sedette, volgendo altrove il capo, cercando di non

essere spietata, lottando contro quel senso di feroce, implacabile

rancore di cui ella stessa era la prima a soffrire.

«Mirella verrà qui!» ripetè Chérie sommessa. «E quando vedrà il bambino

-- che cosa dirà?»

Luisa alzò il capo con un singulto di selvaggio dolore. «Ah, non dirà

nulla, povera Mirella! Non dirà nulla.»

No! No! qualunque cosa accadesse, Mirella -- quel folletto un tempo così

allegro e chiacchierino -- non direbbe nulla. Vedrebbe Chérie con un

bambino tra le braccia, e non direbbe nulla. Vedrebbe sua madre

inginocchiata davanti a lei implorando una parola -- e non direbbe

nulla. Vedrebbe tornare suo padre dalle trincee -- ed ella resterebbe

muta. O forse, egli non tornerebbe più, ed alla notizia della sua morte

ella non schiuderebbe il labbro.

Quest'altro bambino, questo intruso, questo essere aborrito e funesto,

crescerebbe allegro e sano, imparerebbe a parlare, imparerebbe il riso

ed il sorriso; chiamerebbe Chérie col dolcissimo nome che a Luisa

nessuno direbbe mai più. Mentre Mirella....

Chérie si era alzata col piccino in braccio. Trepida venne a

inginocchiarsi ai piedi della cognata.

«Luisa! Luisa!... Non puoi amarci un poco? Non puoi perdonarci? Che cosa

ti abbiamo fatto, Luisa? Che cosa ti ha fatto di male questo povero

piccolo essere, perchè tu debba odiarlo così? Non è per me, vedi, non è

per me che imploro la tua pietà, il tuo affetto. Io posso vivere

disprezzata e odiata, perchè so... perchè capisco.... Ma per lui

t'imploro, per lui! che entra nella vita credendo di essere come tutti

gli altri bambini, credendo che tutti l'ameranno... Ah, per lui ti

supplico, t'imploro -- una parola di tenerezza, Luisa, una parola di

benedizione!»

Aveva afferrato con mano tremante l'orlo della veste di Luisa, e si

chinava a baciarlo piangendo. «Luisa, se tu mettessi la mano sulla sua

fronte e dicessi: «Iddio ti benedica!» credo che io ne morrei di

felicità. Non puoi dirle, Luisa, queste tre parole che tutti dicono,

anche ai più poveri, anche ai più reietti? «Iddio ti benedica!...» Che

cosa ti costa? Questa piccola preghiera, la più breve di tutte -- dilla,

dilla per lui!»

Silenzio. Luisa non si mosse.

«Luisa,» singhiozzò disperata Chérie. «Pensa, pensa ai giorni di dolore

che verranno per me e per lui. E non vuoi fargli un augurio? Non vuoi

che Dio lo salvi e benedica?... Ah, Luisa, è troppo triste, è troppo

crudele che nessuno, nessuno abbia mai invocato una benedizione sopra un

bambino così derelitto e disgraziato!»

Gli occhi di Luisa si soffusero di pianto. Chinò lo sguardo sul tenero

viso del piccino -- e trasalì. Aveva incontrato lo sguardo strano di

quegli occhi chiarissimi fissi nei suoi.

Erano occhi crudeli. Erano gli stessi occhi che l'avevano fissata

beffardi e canzonatori dal fondo della stanza, quand'ella a ginocchi

davanti all'oppressore implorava pietà. Sì; nel momento supremo in cui

le sue preghiere e quelle di Mirella parevano aver commosso il cuore del

nemico -- quegli occhi, quegli stessi strani occhi grigio-chiari che ora

vedeva aperti nel piccolo volto di fiore, avevano lampeggiato su lei

freddi, ironici, spietati....

.... «_Il suggello della Germania deve essere impresso sul paese

nemico...._»

Erano quegli occhi che avevano pronunciato la sua condanna.

«Non posso, non posso benedirlo,» singhiozzò Luisa. E distolse il viso.

Vae victis! Romanzo · 第 46 / 62 题