Dopo la partenza di Miss Elliot la casa sembrò più che mai deserta e
malinconica. Luisa stava per lo più chiusa in camera sua e Chérie non
parlava mai. Già, con chi avrebbe parlato? E di che cosa avrebbe parlato
se non del suo bambino?
Altre mamme -- rifletteva Chérie con amarezza -- parlavano tutto il
giorno dei loro bambini; anch'ella avrebbe voluto parlarne. Ma chi le
avrebbe dato ascolto?
A chi poteva essa raccontare tutte le meraviglie che andava scoprendo di
giorno in giorno nella sua creatura? A chi dire che nei sogni il piccino
sorrideva sempre? (E questo, tutti lo sanno, significa che gli angeli
gli vengono a parlare!) A chi mostrare la fossetta nel mento, le
fossette nei gomiti, i morbidi riccioli d'oro chiaro, i piedini rosati
come petali di eglantina? Luisa stessa di tutte queste meraviglie non
sapeva nulla, nè Chérie osava parlargliene.
No. Il silenzio -- un silenzio profondo e crudele -- era intorno a
quella povera culla.
Per timore che il bambino disturbasse Luisa, Chérie aveva lasciato fin
dai primi giorni la sua camera, e dormiva nella stanza degli ospiti
accanto al salotto -- quella stanza dalla portiera rossa che, strano a
dirsi, pareva non ridestare in lei alcuna memoria.
Un giorno ch'ella vi sedeva malinconica, col suo bambino tra le braccia,
Luisa -- che non varcava quasi mai quella soglia -- aprì l'uscio ed
entrò.
Con un sorriso di gioia Chérie alzò il viso per darle il benvenuto, ma
vedendo che Luisa distoglieva lo sguardo da lei e dal bambino dormente,
non osò dir nulla.
«Vengo a dirti,» fece Luisa ad occhi bassi, «che questa sera verrà qui
Mirella. Vado adesso da Madame Doré a prenderla.»