Era calato il crepuscolo, e la nebbia sottile saliva strisciante su dai
due fiumi, allorchè Luisa col capo avvolto in una sciarpa nera, uscì di
casa per andare alla Maisonnette des Lilas. Si guardò intorno. Le strade
erano deserte e quasi buie. Per arrivare alla casa di Madame Doré senza
passare dal piazzale della chiesa dove a quest'ora si riunivano a
crocchi i soldati tedeschi, Luisa decise di passare per la straduccia
scura e stretta detta Ruelle de la Bise. Già stava per svoltarvi
allorchè scorse in fondo al vicolo una figura curva e sbilenca; era un
contadino fiammingo, che s'avvicinava lento e zoppicante. Borbottava tra
sè e sè, ed aveva un aspetto così poco rassicurante sotto il
cappellaccio di feltro calato sugli occhi, che per evitarlo Luisa
preferì tornare indietro e attraversare la piazza.
I soldati che vi stavano raggruppati chiacchierando e fumando non
badarono a lei ed ella s'affrettò, quasi correndo, verso la casa
dell'amica.
Nel suo cuore era nata una nuova ineffabile speranza. Ella andava a
prendere Mirella; l'avrebbe ricondotta a casa. Per la prima volta da
quella terribile alba in poi, la fanciulletta si sarebbe ritrovata
nell'ambiente noto alla sua infanzia, e -- Luisa lo pensò con un
sussulto -- e nella stanza stessa in cui si era compiuto il suo
martirio.
Ora, ritrovandosi d'improvviso in quell'ambiente in cui il trauma
psichico lo aveva tolto la favella, non poteva darsi -- Luisa quasi non
osava formulare nel suo pensiero la folle speranza -- non poteva darsi
che Mirella sarebbe d'un tratto guarita? Casi simili se ne erano pur
dati. Luisa ricordava d'aver sentito dire -- o forse l'aveva letto? --
di persone dementi che ritrovavano subitamente la ragione, di persone
mute che ritrovavano la favella sotto la scossa morale di qualche grande
emozione.
Col cuore in tumulto ella affrettò il passo per le silenziose vie.
Frattanto, nella Ruelle de la Bise, l'uomo che Luisa aveva scorto
proseguiva zoppicante per la sua strada. Uscendo dal vicolo egli volse a
destra e si trovò di fronte alla casa del dottor Brandès.
Si fermò di botto e guardò su. Le finestre erano aperte, tutte aperte
alla fresca aria vespertina. A quella vista un fiero palpito di gioia
gli scosse il cuore. La casa era dunque abitata. Da chi? Da chi? Erano
tornate le esule? Erano tornate sane e salve a Bomal? Claudio aveva pur
scritto che erano partite dall'Inghilterra per tornarsene in patria....
Erano dunque qui -- qui a due passi da lui?
Un brivido di gioia scosse Florian Audet.
Era stata questa speranza che gli aveva ispirato il coraggio di tentare
un'impresa quasi impossibile -- la fuga dall'ospedale di Liegi traverso
il paese invaso. Era il pensiero di rivedere Chérie che lo aveva
sorretto in quel viaggio temerario traverso tante miglia di terreno
battuto dalle pattuglie tedesche. Quando per la prima volta in
quell'ospedale, dove tutti parevano ancora incerti se trattarlo da
ammalato o da prigioniero, gli era balenata l'idea della fuga, egli
l'aveva scacciata da sè, dicendosi che era una follia del suo cervello
indebolito. Ma sempre la visione di Chérie pareva invocarlo; ella gli
era al fianco, fantasma incalzante, quando nel cuor della notte colle
mani lacere e sanguinanti egli lavorò ad allentare e sciogliere le
maglie del reticolato che sorgeva intorno all'infermeria; la bianca sua
mano lo aveva guidato per monti e valli, la sua voce soave lo aveva
confortato nelle lunghe giornate senza cibo, nelle lunghe notti di
veglia; lo aveva incalzato a celarsi nei boschi, ad accovacciarsi nei
fossati, a traversare a nuoto i fiumi, a scavalcare muraglie e roccie, a
vincere perigli d'ogni sorta, ad affrontare mille morti per arrivare a
lei.
Ed ora ella forse era là! Là in quella casa davanti a lui -- a portata
della sua voce, in vista de' suoi occhi! Là, dietro quelle gaie finestre
aperte!...
Florian ricordò come in quella sera fatale, non anco un anno fa -- ah,
come la Morte e la Devastazione erano passate sul mondo in quel
frattempo! -- egli era venuto a galoppo per queste vie tranquille ed
aveva veduto, come ora, le finestre spalancate alla blanda aria serale.
Come allora, gli parve di udire un coro di chiare voci che cantavano:
_«Sur le pont_
_«D'Avignon_
_«On y danse_
_«On y danse....»_
Dette una rapida occhiata in giro, poi alzando il capo, fischiò sommesso
il ben noto motivo.
_«Sur le pont_
_«D'Avignon_
_«On y danse_
_«Tout en rond....»_
. . . . .
Chérie era rimasta sola col suo bambino che le dormiva fra le braccia.
Ella aveva sentito uscire Luisa; l'aveva udita chiudere la porta
esterna; per un istante anche il suono dei suoi passi che
s'allontanavano leggeri e frettolosi le era giunto all'orecchio, tanto
era silenziosa e deserta la via.
Ed ora Chérie era sola; sola coi suoi pensieri.
Ecco. Luisa andava a prendere Mirella. Tra poco sarebbero ritornate
insieme. Bisognava venire ad una decisione. Che cosa doveva fare Chérie?
Come poteva incontrarsi con Mirella? Andarle incontro col bambino tra le
braccia? Ah, mai, mai!
No, bisognava nascondersi, nascondersi col bambino perchè Mirella non lo
vedesse. Certo, come diceva Luisa, la povera Mirella non avrebbe detto
nulla -- nulla, cioè, che orecchio umano potesse percepire. Ma l'anima
di Mirella che cosa avrebbe detto? Chi poteva sapere ciò che Mirella
vedeva o non vedeva? Come essere certi che non fosse capace di vedere,
di ricordare, di odiare, forse, come Luisa odiava? Ah, Chérie sentì che
tale odio -- l'odio silenzioso di quella piccola anima di mistero --
sarebbe anche più terribile, più impossibile a sopportare che non
l'esecrazione palese di Luisa.
Già, era possibile anche questo strazio. Mirella, la piccola Mirella,
vedendo quegli occhi strani, chiarissimi, spalancati nel viso del
bambino -- forse ricorderebbe.... Ricorderebbe l'uomo che l'aveva
martirizzata, che l'aveva torturata e legata alla ringhiera, legata col
piccolo viso folle rivolto all'uscio.... già, proprio a quest'uscio
dalla tenda rossa....
Sì, potrebbe essere così. Il ricordo e l'orrore tornerebbero alla mente
smarrita di Mirella ogni volta che scorgeva quei grandi occhi chiari del
bambino.... Chérie abbassò lo sguardo per vederli; in questo momento
erano dolcemente socchiusi, mentre la testolina s'annidava assonnata sul
petto materno.
Chérie si chinò sopra la sua creatura, baciò i biondi capelli e gli
occhi assonnati e la piccola bocca dolce. E che importava a lei se tutti
l'odiavano? Essa lo amava, lo amava coll'amore di tutte le mamme, lo
amava d'un amore fatto più grande dalla sofferenza, dalla disperazione,
dalla vergogna.
«Piccolo mio,» susurrò, «perchè non ci hanno lasciati morire tutt'e due
in quel mattino di maggio, quando tu non eri ancora entrato nella vita
ed io ero già così vicina alla morte? Perchè non ci hanno lasciati
sparire, dileguare nell'eterna pace, te ed io insieme, lontani da queste
tristezze e da queste pene?»
Ma il bambino dormiva sorridendo agli angeli.
E poichè era tardi, ed era l'ora di metterlo nella culla, ella si levò e
con passo leggiero e colla guancia appoggiata al piccolo capo biondo, se
lo portò nella stanza vicina, allontanando col gomito, nel passare, la
tenda rossa che pendeva sull'uscio.
«Ninna-nanna,» mormorò mettendolo nella culla.
E mentre così faceva si trovò d'improvviso a rammentare, senza una
ragione, la sera del suo compleanno; le veniva in mente -- chissà
perchè? -- la danza con Jeannette, Cricri, Cecilia....
Questo ricordo correva come un filo luminoso e sconnesso tra mezzo ai
suoi foschi pensieri. Come mai le ritornava alla mente in quest'ora?
Perchè mai riviveva così d'un tratto quella breve ora felice che aveva
preceduto la catastrofe immane, lo scoppio della procella che l'aveva
travolta e ruinata?
Le fanciullesche parole di quella vecchia canzonetta, ecco, le tornavano
alla mente.
_«Sur le pont_
_«D'Avignon_
_«On y danse_
_«Tout en rond.»_
Chérie sostò; un brivido la percorse. C'era una ragione per quel
ricordo. Qualcuno nella strada fischiettava quella melodia.
Gli occhi le si riempirono di lagrime per i ricordi che quel puerile
motivo le rievocava in cuore.
_«Sur le pont_
_«D'Avignon_
_«On y danse_
_«On y danse_
_«Sur le pont_
_«D'Avignon_
_«On y danse_
_«Tout en rond.»_
Piano e pur chiara la melodia persisteva. Non cessava. Non si
allontanava. Persisteva con sommessa insistenza.
Chérie accomodò la coperta e i guanciali della culla, si chinò a baciare
il piccino; poi andò alla finestra. Dovette rizzarsi in punta de' piedi
per guardar fuori, poichè quella stanza aveva una finestrina ogivale,
alta e tonda come quella della cabina d'una nave.
Appena ella guardò fuori il fischiare cessò. Laggiù nella via una figura
si mosse staccandosi dall'ombra del muro.
Il cuore di Chérie dette un balzo -- poi si fermò.
_Florian!_