La mattina seguente Chérie si svegliò presto. Non le riuscì di capire
che cosa l'avesse strappata d'improvviso al sonno. Certo ella si trovò
desta a un tratto cogli occhi sbarrati, con ogni nervo teso e vibrante
in una specie d'aspettazione intensa. Che cosa aspettava? Ella stessa
non l'avrebbe saputo dire. Era accaduto qualche cosa che l'aveva
svegliata, ed alla ora stava aspettando che questa cosa si rivelasse, si
ripetesse; aspettava di riudire o di riprovare ciò che l'aveva così di
soprassalto destata. Ma la misteriosa causa del suo improvviso
risveglio, fosse suono o sensazione, non si ripetè.
Chérie si alzò rapida, infilò i piedini nelle babbuccie e andò alla
finestra; appoggiò i gomiti nudi sul davanzale e guardò nel giardino. Il
suo sguardo azzurro vagò sul prato luccicante di pioggia, sugli alberi
spogli che si disegnavano neri e nitidi contro il cielo mattinale. Era
un'alba grigio-rosata, d'una luminosità così soave che si sarebbe detta
di primavera e non d'autunno. Vi era nell'aria pallida e radiosa come
una promessa di giornate serene.
D'un tratto Chérie si sentì invasa da quell'onda di stordimento e
vertigine che ormai era solita provare. Il pavimento ondeggiò sotto ai
suoi piedi, e la mortale nausea che conosceva e temeva le serrò la gola.
Poi questi fenomeni svanirono e Chérie si sentì perfettamente bene; le
parve anzi di provare uno strano e lieto senso di benessere che le era
nuovo. Era una sensazione indefinita di gioia -- di gioia morale e
fisica, era... che cosa era? Era come una pulsazione lieve, un fremito
d'una dolcezza impossibile a definire. Ma non appena questo strano senso
la scosse, che già era svanito. Allora Chérie si rammentò: ecco ciò che
l'aveva svegliata! Sì, era quello stesso palpito strano ch'ella aveva
sentito nel sonno -- quel lieve tremolio somigliante a un batter d'ali,
quasi che un altro cuore pulsasse entro al suo.
Così strano, così nuovo, così profondo era questo brivido di gioia
ch'ella pensò per un momento di correre in camera di Luisa a chiederle
che cosa potesse significare. Ma già la sensazione era cessata, lo
stranissimo senso di gioia fisica era svanito e a Chérie parve quasi
impossibile rammentare a sè stessa, tanto meno descrivere ad altri ciò
che aveva provato.
Chérie, certa di non poter più dormire, si vestì, rapida e silenziosa
per non destare Luisa, avvolse le gracili spalle in uno scialletto e
scese nel giardino.
Quel mattino anche Giorgio Whitaker si era svegliato di buon'ora. Erano
questi i suoi ultimi giorni di licenza prima di partire per il fronte,
ed egli aveva nell'animo una febbrile irrequietezza. Sua sorella Eva
doveva tornare da Hastings quella mattina stessa; passerebbero insieme
questi ultimi due giorni felici prima della sua partenza per quella
meravigliosa e spaventosa avventura ch'è la guerra.
Aveva obbedito al desiderio di sua madre e non aveva più cercato di
trovarsi o di discorrere colle loro ospiti belghe. Invero era facile --
troppo facile! pensò Giorgio con un sospiro -- evitare ogni incontro con
loro, poichè sembravano farsi ogni giorno più timide e ritrose. Giorgio
appena le scorgeva, apparizioni fugaci, dietro le loro finestre chiuse;
tal'altra volta gli era concessa una visione del capo lucente di Chérie,
chino sopra un lavoro o un libro presso il balcone dello studio.
Quel mattino mentre egli stava vigorosamente spazzolandosi i folti
capelli il suo sguardo distratto errò sul giardino; allora scorse Chérie
collo scialletto bianco intorno alle spalle e un libro in mano che se ne
andava lenta pel viale verso il pergolato. Giorgio buttò giù le spazzole
e finì di vestirsi in fretta e furia.
Dopo tutto -- riflettè -- erano queste le sue ultime quarantott'ore in
Inghilterra. Poi sarebbe partito, partito per andare chissà dove, per
ritornare chissà quando! Forse non avrebbe più avuto un'occasione come
questa per vedere e salutare la fanciulla belga. A dir vero, era un po'
presto per dirle addio; l'avrebbe poi incontrata ad ogni istante nei
giorni seguenti, poichè Eva, tornando, soleva sempre tenersi d'accanto
la sua piccola amica straniera. Già; Eva aveva un certo modo di passare
il suo braccio sotto quello di Chérie e di portarsela via, dicendo:
«Allons, Chérie!» che Giorgio, ripensandovi, trovava molto simpatico.
Non sarebbe spiaciuto neppure a lui di prendere per il braccio bianco e
delicato la soave creatura e dirle: «Allons, Chérie!...»
E si figurava lo stupore nei grandi occhi azzurri e il rossor vivo sulle
guancia delicate -- forse un corrugar sdegnato delle ciglia.... oppure,
chissà? le sarebbe brillato nel volto soave la fuggevole meraviglia del
sorriso.
Corse giù per le scale e in giardino; in un attimo fu sotto al
pergolato, ma Chérie non c'era più. La trovò che passeggiava lungo il
laghetto artificiale nel bosco; era immersa nella lettura d'un libro.
«Buon giorno,» disse Giorgio in tono di eccessiva naturalezza, quasi
fosse cosa abituale l'incontrarsi in giardino a quell'ora.
Ella, assai sorpresa, alzò il viso.
«Oh! buon giorno, Monsieur Georges!» e la morbidezza francese dei «g»
nel suo nome suonò assai dolce al signor Giorgio.
«Che cosa fate levata così presto?»
«_Et vous?_» ribattè lei con quel suo breve, vivido sorriso.
«Io... io... sono venuto a dirvi addio!»
«Addio? Ma come mai? Credevo non partiste che domani sera?» esclamò
Chérie.
«Perfettamente,» rispose Giorgio. «Ma io amo fare le cose senza fretta.
Perciò comincio a salutare gli amici due giorni prima del tempo.»
E di nuovo gli piacque il rapido sorgere e sparire del sorriso che le
arcuava la bocca e le metteva delle fossette nelle guancie.
«Allora -- addio,» fece lei guardandolo per un attimo e presentendo che
quella partenza l'avrebbe lasciata più triste.
Egli le prese di mano il libro, e poi le stese la mano destra.
«Addio!»
Chérie pose in quella di lui la sua mano piccola e fredda. E Giorgio,
poichè non trovava altro da dire, ripetè: «Addio!»
«Addio,» rispose lei ridendo. «Ma adesso bisogna che ve n'andiate. Non
potete continuare a dirmi addio, e restar qui.»
«Già;» ammise Giorgio. «Adesso me ne vado.» Poi tossì per darsi un
contegno, e soggiunse con aria che voleva essere indifferente: «Sarete
ancora qui, quando ritorno dal fronte? Ho idea che non vi piacerebbe
vivere sempre in Inghilterra.»
«Non lo so,» rispose Chérie, incerta. «A dir vero non ci ho mai
pensato.»
«Capisco,» ribattè Giorgio con qualche insistenza. «Ma vi piace
l'Inghilterra? O non vi piace?»
«_S'il vous plaît Londres?_» citò essa alzando a lui gli occhi ridenti.
Ah! certo, pensò Giorgio, non vi erano nel mondo altri occhi colle
ciglia così lunghe, altre pupille così stellanti e raggianti!
«E' vero che per certe cose l'Inghilterra non mi piace,» ella osservò
pensosa. «Per esempio, le donne inglesi -- non è che non mi piacciano...
ma non le capisco. Sembrano -- come dire? -- così rigide, così aride
d'anima....» Aveva staccato un ramoscello di bacche invernali e con esso
giocherellava distratta camminando accanto a lui. «Pare sempre che
abbiano paura di essere troppo espansive o troppo cortesi.»
«E' forse vero,» riflettè Giorgio.
«Appena arrivate qui, vostra sorella ce ne parlò per metterci
sull'avvisato. -- Guardatevi bene -- disse -- dal far vedere ad una
donna inglese che avete della simpatia per lei. Qui non si usa; e
sareste fraintese.»
«Perfettamente,» osservò Giorgio. «A noi non piacciono le effusioni
esagerate. Se siete molto amabile si pensa subito che avete bisogno di
qualche cosa; che state per chiedere denari o qualche altro favore.»
«Che strana idea!» esclamò Chérie.
«Eppure è così. Dovreste vedere mia madre com'è squisitamente villana
colla gente che incontra per la prima volta! E' questo il segreto dei
suoi grandi successi in società.»
Chérie rise. Giorgio, dopo un momento di silenzio, parlò esitante:
«E.... e gli uomini di questo paese? Vi piacciono poco anche quelli?»
«A dir vero non li conosco,» disse lei. «A guardarli» -- e volse lo
schietto sguardo azzurro in pieno su di lui -- «a guardarli sono belli.»
Un vivido rossore tinse la fronte abbronzata di Giorgio.
«E... e non vi verrebbe mai in mente, vero? l'idea di.... di sposare un
inglese?»
Chérie scosse il capo, e le lunghe ciglia batterono sulle iridi
stellanti. «Sono fidanzata,» disse piano. E con una stretta al cuore,
soggiunse: «ad un soldato belga.»
«Ah. Già. Sicuro. Naturale,» disse Giorgio in fretta.
Proseguirono a fianco l'uno dell'altro in silenzio. Finalmente egli, non
sapendo che cosa dire, aprì il libro che ancora teneva tra le mani.
«Che cosa leggevate?... Poesia?»
Diede un'occhiata al frontispizio e vide scritto le parole: «_Florian
Audet à Chérie._» Voltò subito il foglio.
«Sì,» disse Chérie.
«Già... poesia...» ripetè Giorgio, «di Victor Hugo. -- Ma ecco un verso
che pare scritto per voi:
_«Elle était pâle et pourtant rose...»_