Lo fissava stravolta, cogli occhi che ardevano come torcie nere nel viso
color di cenere.
«Dico,» pronunziò solenne il prete, tenendo lo sguardo fermo e fisso
sulla donna tremante; «dico che perchè voi avete sofferto della nequizia
umana, non avete il diritto» -- egli levò la mano e la sua voce vibrò
sonora ed imperiosa -- «non avete il diritto nè di proporvi, nè di
spingere altri, a commettere un atto delittuoso.»
Un profondo silenzio regnò nella stanza. L'autorità sacerdotale reggeva
il suo potente dominio.
«Un atto delittuoso!» ansò Luisa e si levò in piedi, vacillando. «Ma non
sarebbe maggiore delitto spingermi alla morte? O voler forzarmi a dare
la vita ad un essere che non può, che non deve vivere? Ah!» gridò con,
violenza folle, «ma io mi strapperò gli occhi prima di vederlo, mi
lacererò il petto prima di nutrirlo -- e con queste mani, se nasce, lo
strangolerò!»
Il reverendo Yule, impallidendo, tese le mani.
«Donna, voi bestemmiate!»
«No, no! Non bestemmio,» gridò Luisa. «Pensate... pensate.... che ho un
marito...! che m'ama.... che combatte per noi nelle trincee! Che un
giorno» -- la voce le si spezzò in un singulto -- «se il cielo è pietoso
-- tornerà!» Vi fu un attimo in cui nessuno parlò. «E non basta dovergli
dire che la sua bambina è impazzita e muta? Volete ch'io gli vada
incontro recando in braccio il figlio di un nemico?»
Un profondo silenzio tenne la stanza.
Allora Luisa, stralunata, nel rapido mormorio della demenza, continuò:
«Ma io lo sento... lo sento che divento pazza sotto quest'incubo! Pazza,
pazza di terrore e d'odio. Cerco di sfuggire a me stessa, di sottrarmi
alla velenosa cosa ch'è in me, che ogni giorno prende maggior forza,
ogni giorno diviene più vitale, ogni giorno m'invade di più! Dottore!
dottore!» -- con un grido gli cadde ai piedi -- «è un cancro -- un
cancro vivente ch'è in me! Toglietemelo! Liberatemene!... o mi darò la
morte.»
Cadde prona ai piedi del dottore. Questi, pallidissimo anch'egli, la
sollevò.
Poi affidatala alle materne braccia della signora Yule, che col viso
inondato di lagrime l'accolse, il medico si volse risoluto al sacerdote.
«Io non prenderò alcuna decisione affrettata,» disse. «Ma se dopo
ulteriore riflessione mi convinco che -- come uomo e come medico --
debbo intervenire ed interrompere il corso degli eventi, non è detto che
io non abbia a farlo.»
Il Vicario lo guardò atterrito.
«Reynolds, mio buon amico! non dirmi dunque che oseresti intervenire!»
Il dottore tacque. Luisa, con le pallide labbra aperte, gli occhi
smarriti e fissi sui due uomini, aspettava la sua sentenza.
«A priori,» soggiunse il dottore studiando il viso disfatto e il corpo
macilento di Luisa, «a priori credo poter asserire che le condizioni
mentali e fisiche di questa donna giustificano il mio intervento.»
«Ah!» Fu un urlo di gioia delirante che proruppe dalle labbra di Luisa.
Ella si strappava dal collo la veste, soffocata, cercando il respiro,
scossa da un riso frenetico e da singhiozzi, ripresa da un nuovo
violento spasimo isterico.
Dovettero riportarla sul divano; mentre la signora Yule le bagnava le
tempia, il dottore sciolse nell'acqua un calmante: glielo forzò tra i
denti serrati; poi le sedette vicino, tenendole l'esile polso.
In breve sentì che le pulsazioni disordinate si facevano più ritmiche e
i tesi muscoli si allentavano. Si alzò e traversò la stanza.
Il sacerdote stava muto e immobile accanto alla finestra, guardando
fuori sullo squallido giardino battuto dalla pioggia.
«Yule,» disse il dottore, «sarò desolato se per seguire il dettato della
mia coscienza dovessi perdere la tua amicizia -- un'amicizia che dura da
quando dura la nostra vita, e che» -- la voce gli si spezzò -- «mi è
indicibilmente preziosa.»
Il Vicario non rispose. Ma la signora Yule, abbandonando Luisa che
pallida come un cadavere giaceva ad occhi chiusi sul divano, traversò
senza rumore la stanza e venne a mettersi accanto al dottore -- a colui
che da tanti anni aveva vegliato su lei e sui suoi cari, curando,
guarendo, confortando; colui che, quindici anni prima, le aveva messo
tra le braccia con tanta mesta tenerezza la sua figliolina cieca....
Ella gli si tenne vicina, tremante, col volto acceso, e le sue labbra si
movevano come in silenziosa preghiera.
Suo marito, immobile, continuava a guardar fuori nel nebbioso crepuscolo
autunnale.
«Ma nessun vincolo d'amicizia, nessuno scrupolo religioso,» continuò il
medico, «devono impedirmi di compiere ciò che sento essere mio dovere.
Yule, qui si tratta di ubbidire ai sentimenti della più elementare
umanità, che nel caso attuale, coincidono esattamente cogli insegnamenti
della scienza. Date le condizioni in cui trovo questa donna, devo
tentare di tutto per salvare la sua ragione e la sua vita. -- E così
farò.»
«E farete bene, sant'uomo che siete!» L'inattesa esclamazione irruppe
impetuosa dalle labbra della signora Yule; e pur tremando sotto lo
sguardo stupito e sdegnato di suo marito ella nè ritrasse, nè rimpianse
quelle parole.
«Clara, tu hai detto un'empietà!» e nella voce del prete tremava più che
lo sdegno una profonda sofferenza. «Non si infrangono impunemente le
leggi divine --».
Il dottore scattò:
«Ma via, Yule! Non è per legge divina che quella sciagurata si trova
oggi in queste condizioni. Ogni legge divina e umana è stata infranta
dagli immondi bruti che la guerra ha scatenato!»
Il Vicario non rispose; e l'uomo di scienza continuò:
«La legge divina dà alla donna il diritto di selezione. Essa ha il
diritto di scegliere chi sarà il padre delle sue creature. E questo
sacrosanto diritto è stato violato.»
«E questo giustifica forse un delitto? Reynolds, Reynolds -- ti
renderesti reo di un crimine?»
«Reo o non reo,» dichiarò il dottore, «davanti a questo caso sento
l'obbligo di intervenire.»
Il Reverendo tremava, scuotendo le mani congiunte: «Tu -- tu uccideresti
un essere umano?»
«Non è quasi ancora un essere umano,» fece il dottore crollando
impaziente le spalle. «Per me, questa donna è afflitta da un morbo, da
una infermità. Porta in sè un male che va estirpato, un male che
corrompe ed avvelena le più profonde sorgenti della vita. Se questa
donna in queste stesse condizioni fosse tisica, tu lo sai che si
ammetterebbe senz'altro l'intervento. Orbene, essa è malata; essa è
psicopatica. Il continuare in queste condizioni mette a repentaglio la
sua vita e la sua ragione. Il dottore ha il diritto, anzi, ha il
sacrosanto dovere di salvarla -- se può.»
«A spese della vita umana ch'essa porta in sè?» chiese il Vicario, colla
voce soffocata.
«Sì, sì. A spese di questo germe di vita malefico e intossicato.»
Il Vicario con gesto di orrore si portò la mano alla fronte; ma lo
scienziato, irremovibile, continuò:
«Se gli eventi seguissero il loro corso, tu lo sai al pari di me ciò che
ne risulterebbe. Ammetterai che la creatura concepita nella violenza e
nell'alcoolismo sarà probabilmente un anormale, un degenerato, un
epilettico.» Il dottore additò il divano dove giaceva Luisa livida e
svenuta. «E la madre? Guardala! La madre andrà al cimitero o al
manicomio.»
Il Vicario non rispose. La signora Yule con gli occhi pieni di lagrime e
le mani tremanti gli si avvicinò, ma egli distolse il viso e guardò
fuori sul giardino ormai quasi buio sotto la scrosciante pioggia.
Finalmente si volse, austero e pallido, verso il dottore:
«Reynolds, noi siamo dei vecchi amici, non è vero? Orbene, con quanto
affetto, con quanta autorità ho, ti prego -- ti comando di desistere dal
tuo proposito.» E poichè il dottore taceva, soggiunse: «Ricordati,
Reynolds, l'atto che stai per compiere non è solamente immorale -- è
anche illegale.»
«Se la tua coscienza, Yule, ti spinge a denunziarlo all'autorità, fa
pure.» E il dottore si chinò sopra l'incosciente Luisa e le toccò la
fronte e il polso. «Quanto a me, farò il mio dovere.»
«Ed io farò il mio,» dichiarò tremando il sacerdote.
«Che sarà -- di pregare per loro!» implorò sua moglie, ponendogli le
braccia intorno al collo e tentando di trarre a sè quel viso severo e
doloroso.
Ma egli si sciolse dal suo abbraccio e senza una parola uscì dalla
stanza.