Il Ministro episcopale di Maylands, il reverendo Ambrogio Yule, era nel
suo studio intento a scrivere l'articolo mensile per la «Northern
Ecclesiastical Review.» Il soggetto lo interessava: «Le Nostre Domeniche
Peccaminose.» Pensieri e parole gli scorrevano facili; condannava con
focosa penna le conversazioni frivole, l'assenza dalla chiesa, la
frequentazione dei cinematografi e, in generale, il contegno festivo
deplorevole dell'anglosassone gioventù.
Scriveva rapido e fluente nella bella calligrafia nitida di cui assai si
compiaceva.
Un bussar lieve alla porta l'interruppe.
«Cosa c'è?» chiese, non senza un'ombra di impazienza.
«C'è una signora che desidera parlarle,» disse Parrot, la cameriera,
affacciata all'uscio.
«Una signora? Chi è? Tutti dovrebbero sapere che oggi non ricevo.»
«Scusi, signore. E' una di quelle persone forestiere che stanno in casa
della signora Whitaker.»
«Ah, va bene. Fatela entrare in salotto ed avvertite la vostra padrona.»
«Scusi, signore,» insistette timidamente la cameriera, «questa signora
ha chiesto proprio di Lei. Ha detto che desiderava» -- un lieve sorriso
balenò sull'amabile volto di Parrot mentre citava l'inglese esotico
della straniera -- «che desiderava parlare al Signor Ecclesiastico in
persona.»
«Va bene,» sospirò rassegnato il Vicario. «Fatela entrare.»
Collocò un ferma-carte sulle sue cartelle, si alzò e andò al caminetto;
ivi in piedi colle spalle al fuoco attese la sua visitatrice.
Questa entrò -- una figura alta, vestita di nero -- e fissò sul Vicario
due pupille di fuoco e di velluto, risplendenti in un viso pallidissimo.
«Signora, vogliate accomodarvi,» disse il Reverendo. «In che cosa vi
posso servire?»
«Perdoni ...» balbettò la straniera, sommesso, «posso parlarvi in
francese?»
«_Mais certainement, Madame_,» fece il cortese prelato che, venti o
trent'anni prima, aveva studiato _sur place_ con benevola attenzione le
domeniche peccaminose del Continente.
La signora sedette e tacque. Portava dei guanti di filo nero e stringeva
nervosamente tra le mani un fazzoletto, girandolo e rigirandolo fino a
ridurlo una pallottola sgualcita. L'amabile ministro protestante, col
capo leggermente piegato sull'omero, attese che parlasse. Ma poichè
perdurava il silenzio si decise a chiederle in francese:
«Ella sta qui a Maylands? In casa della signora Whitaker, se non erro?
Mi pare di averla incontrata talvolta con due giovanette....»
«Sì; mia figlia e mia cognata.» La donna parlava così piano ch'egli
dovette piegarsi in avanti per afferrarne le parole.
«Già, già, perfettamente.» Il vicario riunì insieme le punte delle dita,
poi le scostò, poi le picchiettò lievemente insieme aspettando ulteriori
schiarimenti. Ma la signora taceva ed egli si decise ad interrogarla.
«Posso chiederle il suo nome?»
«Luisa Brandès.»
«Ah, perfettamente. Già.» Un altro silenzio. «E.... il di Lei consorte?»
Il viso del Reverendo già si atteggiava ad un'espressione di
condoglianza.
«E' in un ospedale a Dunkerk -- ferito.»
Il Vicario scosse la bella testa grigia. «Triste, triste, invero,»
mormorò. «Ed Ella desidera probabilmente che io l'assista ad andarlo a
trovare?»
«No!» La parola uscì quasi come un grido dalle labbra della donna, ed
improvvise lagrime le soffusero gli occhi, le scesero per le guancie e
le caddero sulle mani giunte -- quelle povere mani inguantate di nero.
«E allora?...» interrogò il Ministro colla testa ancora più inclinata
sull'omero.
Luisa sollevò le nere ciglia e fissò lo sguardo angosciato su quella
bella faccia benigna che le stava dinanzi; vide quella fronte blanda e
benevola, quelle labbra sottili e strette, e le mani bellissime -- il
Vicario sapeva di avere le mani bellissime -- colla punta delle dieci
dita leggermente unite. E Luisa sentì nell'animo la certezza che se
avesse domandato a costui pietà, protezione o denaro -- tutto ciò le
sarebbe accordato. Ma sentì pure che ciò ch'ella stava per implorare da
lui avrebbe incontrato una inesorabile ripulsa. Tuttavia non potè, nè
volle indietreggiare. Ella ripetè a sè stessa che questo sarebbe stato
l'ultimo passo, l'ultimo sforzo che avrebbe tentato per ottenere
soccorso. Non era egli il sacerdote, il rappresentante del divino Potere
e della divina Pietà?
Con un singulto si fece il segno della croce, cadde in ginocchio davanti
a lui e gli afferrò la mano. «_Mon Père_...» balbettò -- non altrimenti
soleva ella rivolgersi al vecchio curato di Bomal, trucidato in quella
notte indimenticabile -- «ah! mon Père --»
Il prete inglese e protestante ritrasse bruscamente la mano da quella
stretta.
«Vi prego, signora, di non parlarmi così. Vi prego inoltre di rialzarvi
e di mettervi a sedere.» E tra sè e sè sospirò: «Ahimè! Come sono
melodrammatiche queste razze latine! Povera donna! Come se tutta questa
teatralità fosse necessaria per venire a chiedermi qualche sterlina, o
per annunciarmi che non va d'accordo con quella buona e irascibile
signora Whitaker!»
Luisa, fattasi prima rossa e poi pallida si era prontamente rialzata.
«Perdonate...» mormorò, profondamente mortificata.
E allora anche il buon Vicario si fece rosso e la coscienza gli rimorse
per averla trattata con tanta rudezza.
In quel momento si aprì la porta ed entrò la signora Yule, mite donna
dalla fronte serena e dagli occhi di bontà. Era con lei il dottor
Reynolds, che portava in mano la sua borsa chirurgica di pelle nera.
«Oh!» esclamò la moglie del Vicario, scorgendo Luisa. «Scusami,
Ambrogio. Non sapevo che tu avessi visite.»
«Vieni, cara,» disse il reverendo Yule, «vieni a far conoscenza con
Madame Brandès, una signora belga che sta in casa dei nostri amici
Whitaker. Essa è venuta a consultarmi per qualche cosa che la
riguarda....» Poi, volgendosi al dottor Reynolds: «Dunque, Reynolds,
come hai trovato il nostro ragazzo?»
«Bene! Benissimo! Lo rivedrete tra poco rompersi il collo in qualche
altro match di foot-ball,» rise quello. Poi soggiunse più serio: «Non si
tratta, te lo accerto, che di una stiratura di tendine. Cosa da nulla
assolutamente.»
La signora Yule era andata incontro a Luisa colla mano tesa.
«Sono felice di conoscerla,» disse cordialmente. «Resterà con noi a
prendere il thè, non è vero? Anche mia figlia Mary sarà così contenta di
vederla -- non già» soggiunse, e la voce le si velò -- «non già che essa
possa vederla davvero. Forse avrà sentito dire che la mia cara bimba è
cieca....»
«Cieca!» esclamò in un singulto Luisa.
Come un'onda immensa il dolore del mondo sembrò sommergerle il cuore.
Ella sentì terribile e insopportabile la tristezza della vita.
«Cieca!» ripetè. E chinando improvvisa il viso tra le mani scoppiò in
pianto.
Il cuore della signora Yule fremette; i suoi occhi materni avevano
notato subito l'aspetto affranto, la linea rivelatrice di quella mesta
figura. Le si accostò rapidamente e le prese ambo le mani.
«Suvvia, cara! Venga, venga qui accanto al fuoco. Vuole togliersi il
cappello? Sa... questo clima inglese... fa proprio male a chi non vi è
abituato,» mormorava la soave donna con quella specie di timidezza che
gli anglo-sassoni provano sempre di fronte all'emozione altrui. Anche i
due uomini avevano voltate le spalle e discorrevano tra loro vicino alla
finestra.
La signora Yule strinse fra le sue quelle mani inguantate di nero. Che
cosa conta, pensava, se quello scoppio di pianto fu provocato dalle
condizioni di salute di quest'infelice, dai suoi nervi sovreccitati, o
da qualche suo proprio intimo dolore?... Il fatto restava ch'essa era
scoppiata in lacrime alla notizia della sventura di Mary. L'anima della
signora Yule ne fu tocca. Nè mai più lo scordò.
Sedette accanto a Luisa e le parlò in francese affettuosamente:
«Voi siete belga, cara signora? Pensate che io sono stata in collegio a
Bruxelles.» Infatti il suo accento francese era perfetto, diverso dal
parigino soltanto per quel vezzo che hanno i valloni di chiudere le
vocali alla finale delle parole. «Già da tempo sarei venuta io stessa a
vedervi e pregarvi di fare amicizia colla mia Mary» -- e le strinse di
nuovo la mano -- «di cui la disgrazia ha tanto afflitto il vostro tenero
cuore; ma, come avrete forse saputo, mio figlio si è fatto male al
foot-ball, e da parecchie settimane io non esco di casa. -- Un momento,
dottore!» soggiunse, vedendo che questi si accommiatava da suo marito.
«Voglio presentarvi alla signora Brandès....» E, volta a Luisa, «Ecco,»
disse, «il nostro miglior amico -- il dottor Reynolds. Un angelo d'uomo,
e uno scienziato valente.»
«Ci conosciamo,» disse il dottor Reynolds stringendo la mano a Luisa e
guardandola bene in viso con que' suoi occhi miopi e penetranti. «La
figlioletta di Madame Brandès,» soggiunse rivolto alla signora Yule, «è
una mia piccola paziente.»
«Ah, davvero?» disse quella.
Vi fu un momento di silenzio; poi il medico, volgendosi al Vicario,
abbassò la voce:
«E' un caso pietosissimo. La loro abitazione è stata invasa, e pare che
la bambina ne abbia avuto un terribile spavento. Fatto sta che ha
perduto la ragione e la favella. E' un caso veramente doloroso.»
Fu la signora Yule cui questa volta le vivide lagrime di pietà
riempirono gli occhi. Con uno slancio di tenerezza si chinò
improvvisamente e baciò la pallida guancia dell'esiliata.
Allora, come al bagliore d'una folgore, s'illuminò il buio nell'anima di
Luisa. Essa sentì che ora o giammai doveva svelare il suo segreto; ora o
giammai doveva tentare l'ultimo sforzo, la suprema lotta per la
liberazione e la vita.
Le sue nere pupille andavano dai dolci occhi della signora Yule, ancora
nuotanti nel pianto, alla faccia grave e pietosa del dottore. E la
speranza come una cosa viva le corse nel cuore. Il sangue le affluì alle
guancia.
Balzò in piedi.
«Dottore!...» balbettò «Signora!... Devo dire... devo parlare....»
Si coprì il volto.
«Parlate, cara,» disse dolcemente la signora Yule.
Il Vicario mosse un passo innanzi. Guardò incerto da Luisa a sua moglie,
poi il dottore. «Forse desiderate che io vi lasci....»
Ma Luisa gli stese una mano tremante. «Ah, no!» supplicò. «Voi siete il
medico dell'anima. Ed è tanto malata l'anima mia!»
«Sono onorato della vostra confidenza, signora,» disse, grave e cortese.
E sedendo accanto a Luisa, aspettò che parlasse.
Nè aspettò invano. Coll'eloquenza della disperazione, colla veemenza
della follia, Luisa mise a nudo l'anima torturata, rivelò la storia del
suo martirio.
In quella stanza tranquilla, nella placida sicurtà di quella religiosa
dimora inglese furono rievocate le scene orrende di strage, d'orgia e di
brutale violenza, nelle quali il nemico coi piedi lordi di fango e di
sangue aveva calpestato l'anima di tre creature inermi. L'oltraggio fu
ricompiuto dinanzi agli ascoltatori inorriditi.
Luisa era sorta in piedi -- una figura alta, nera, con viso spettrale.
Era dessa la Tragedia vivente, lo Spirito della Femminilità che la
guerra strazia ed infrange; era ella il Cordoglio del Mondo.
Ella si gettò ai piedi della signora Yule con le braccia tese, con gli
occhi fuori dell'orbite:
«Signora! Signora! Voi che siete donna dovete capire -- capire che cosa
è stata quella notte.... colla porta aperta.... i soldati ubbriachi
nella casa!... Ah! vorrei nascondere la faccia sotto terra quando ci
penso...»
«Povera donna!» mormorò convulsa la signora Yule.
«Mille volte al giorno,» proseguì Luisa, «ringrazio Iddio che la mia
bambina -- ammutolita per chissà quale spavento! -- non possa
domandarmi: Mamma! cos'hai? Mamma, che cosa pensi? Dovrei dirle: «Penso
che sono maledetta tra le donne, che sono indegna di alzare la fronte.
Penso che porto nel mio seno un essere immondo che renderà eterna l'onta
che ho patito --»
«Coraggio, figlia mia,» disse grave il Reverendo ponendole una mano sul
capo chino.
«Ah! ne avrò, ne avrò del coraggio! Affronterò la morte con letizia, con
gratitudine!» Si volse al medico, che ascoltava impallidito e muto.
«Dottore, dottore! Se muoio non me n'importa. Ma il delitto non deve
vivere. Ciò che fu concepito nell'odio e nell'orrore non deve, non deve
vedere la luce.»
Il dottor Reynolds indietreggiò, colpito:
«Signora!... Che cosa mi domandate?»
«Domando la liberazione,» gridò Luisa, «La liberazione immediata,
completa! E se voi, dottore, non vi sentite di darmela -- la Morte me la
darà!»
E cadde bocconi ai piedi del medico, scossa da singhiozzi spasmodici
come nel parossismo d'un attacco epilettico.
Il dottore la sollevò, l'adagiò sul divano, mentre la signora Yule
correva a cercare dell'acqua e dell'aceto per bagnarle la fronte.
Ma il signor Yule fissava su quella figura di dolore il suo occhio grave
ed austero.
«Infelice donna,» mormorò. «Essa delira. La sua ragione è scossa.»
«Eh, sì, caro amico,» mormorò il dottore, lanciando sul sacerdote uno
sguardo quasi impaziente. «Dite bene: la sua ragione è scossa. E' una
creatura che sta sull'orlo della demenza.» E il suo occhio esperto
percorse la figura tesa e irrigidita, scossa ancora tratto tratto da un
tremito convulso.
«E' un caso pietoso, un caso assai pietoso,» ripetè il Vicario evitando
d'incontrare lo sguardo risoluto del medico. «Ella avrà le nostre più
fervide preghiere.»
«Ella avrà la nostra più valida assistenza,» disse il dottore.
Come se questa parola fosse giunta allo spirito di Luisa, essa fremette,
sospirò ed aprì gli occhi. La signora Yule era china sopra di lei, il
suo braccio protettore la circondava. Luisa con un singhiozzo richiuse
gli occhi.
Il Vicario guardò fisso il dottore; poi traversò la stanza e si fermò
accanto al divano.
«Signora,» disse con voce dolce e grave a Luisa. «Voi sarete coraggiosa,
non è vero? Noi siamo tutti qui per portarvi aiuto e conforto.»
Luisa aveva riaperto gli occhi. A queste parole un'abbagliante raggio di
speranza le illuminò il viso.
Il Vicario continuò pietoso e grave.
«Tutta la nostra amicizia, tutta la nostra pietà, vi è dovuta -- e
l'avrete. Se, com'è probabile, la signora Whitaker non desiderasse più
ospitarvi, voi rimarrete in questa casa come una figlia nostra, diletta
e sacra. Avrete da noi tutte le cure, tutte le tenerezze; sarete
rispettata ed onorata --»
Luisa ruppe in singhiozzi e afferrando la mano della signora Yule la
recò alle labbra.
«E nell'ora --» il Vicario si raddrizzò solenne ed imponente -- «e
nell'ora del vostro supremo martirio, voi non sarete abbandonata.»