XI.

_Diario di Chérie._

Lulù è malata ed io sono molto in pensiero per lei. Ne sarà causa questo

clima inglese, perchè a dir vero anch'io non mi sento bene come mi

sentivo a Bomal. Provo spesso uno strano malessere, un indescrivibile

senso di languore; e talvolta ho delle vertigini in cui tutto sembra

turbinare intorno a me.

Poi per certe cose e certe persone provo una invincibile ed

irragionevole antipatia. A pranzo mi accade che quando Mary porta in

tavola delle vivande o dei dolci che nei primi giorni del mio arrivo qui

mi parevano eccellenti, provo un tale orrore che devo stringere i denti

e fare un grande sforzo per non alzarmi e fuggire dalla stanza.

Ma ciò che vi è di peggio è che anche verso le persone più care provo la

stessa inspiegabile avversione. C'è per esempio Giorgio Whitaker, così

gentile e buono.... ebbene, non so dire ciò che soffro quando egli mi si

avvicina. E' come un brivido di terrore che mi percorre alla vista delle

sue spalle gagliarde, delle sue mani forti ed abbronzate, de' suoi occhi

grigi che pure mi guardano con tanta bontà. Non so spiegarmi questo

senso di raccapriccio invincibile ed irragionevole.

Che le ansie ed angoscie patite nei mesi scorsi mi abbiano sconvolto il

cervello?...

Ma torniamo a Luisa. Vedendola da qualche giorno così pallida e smarrita

mi dicevo che certo stava in pena per Claudio, da cui non avevamo più

notizie. Ma ecco che l'altro giorno ci è giunta da lui una cara lettera,

allegra e rassicurante. Ebbene -- da quel momento in poi Lulù sembra

star peggio di prima.

E' vero ch'egli è stato ferito ma -- come scrive egli stesso -- c'è

quasi da rallegrarsene, poichè la ferita non è grave, e nell'Ospedale a

Dunkerque egli è lontano da pericoli maggiori.

E' stato colpito al ginocchio e potrà forse rimanere zoppo. Ma -- dice

lui -- questo che cosa conta? Di salute, grazie al cielo, sta

perfettamente bene.

Naturalmente m'aspettavo che Lulù partisse subito per andarlo a trovare.

Era facile ottenere il permesso, e Claudio le ha anche mandato i denari

per il viaggio. Invece no; Luisa non ci pensa neppure. Anzi piange e si

dispera ogni volta che gliene parlo.

Di notte poi non dorme mai.

Siamo vicine di stanza e quando mi accade di svegliarmi nella notte, la

sento di là che piange, o che prega a bassa voce, o che cammina in su e

in giù.

Oggi le ho chiesto perchè, perchè non vuole andare a vedere il povero

Claudio? Ah! al suo posto, se sapessi dov'è Florian -- chi mai mi

tratterrebbe dal raggiungerlo?...

Ma ella scuote il capo, e piange, e il suo viso è pieno di terrore.

Le ho chiesto se è a causa di Mirella che gliene manca il coraggio. «Hai

forse paura di dovergli dire che la povera piccina non parla più?»

«Sì, sì, sì,» singhiozza lei. «Ho paura, ho paura di dirgli ciò che è

accaduto per ridurla così.»

«Ma lo sa pure, cara,» insisto «che i nemici vennero a Bomal; lo sa pure

che saccheggiarono la nostra casa; che uccisero il vecchio parroco ed il

povero Andrea...»

«Sì, questo lo sa;» mi risponde Luisa cogli occhi stralunati fissi nei

miei. «Ma non sa --» E tace.

«Che cosa non sa?»

Ella mi trae a sè stringendomi convulsamente le braccia, e i suoi occhi

si sprofondano nei miei con un'insistenza di demente.

«Ma -- Chérie! -- Ma è possibile.... che tu abbia scordato?...»

Scordato? In verità ho scordato molte cose. Vi sono delle lacune nella

mia memoria, dei larghi spazi vuoti che, per quanto mi torturi il

cervello, non riesco a colmare. Tratto tratto un fugace ricordo, una

visione sconnessa mi balena innanzi come una folgore -- ma subito tutto

si confonde, si cancella, svanisce.... Ed è come se una fitta nebbia

bianca mi calasse sullo spirito. Quando cerco di riafferrare ciò che ho

intraveduto, non esiste più. E più non ricordo ciò che ho ricordato.

«Dimmi, Luisa! dimmi -- che cosa ho io scordato?»

Ma ella mi fissa con quegli occhi tragici, ossessionati, e susurra:

«Taci, taci, mia povera Chérie.» E mi posa la mano fredda sulle labbra

come se volesse chiudermele.

Ma io voglio, voglio ricordare. Voglio riordinare i miei pensieri e

scrivere in queste pagine tutto ciò che di quei giorni e di quelle notti

terribili mi è rimasto nella memoria.

Da un punto in poi ricordo tutto. Non so quando nè come fuggimmo da casa

nostra.... ma mi ritrovo con Luisa e Mirella nascosta nei boschi;

affamata, assetata, battendo i denti per la febbre e il terrore. Il mio

primo ricordo è di aver visto, attraverso gli alberi, il campanile della

nostra chiesa ardere come una torcia, e vacillare, e crollare in una

densa nube di fumo e di fiamme.... Eravamo appiattate in un fosso, coi

ginocchi nell'acqua, le teste chine sotto a un folto di rovi che ci

laceravano il viso e le mani -- udivamo da lontano il furioso galoppo

degli ulani. Si avvicinavano.... si avvicinavano sempre più --

finalmente li scorgemmo tra il fogliame fermarsi a pochi passi da noi.

In un cespuglio poco discosto erano accovacciati i due bambini della

vedova Duroc, Carletto e Nino.

Ebbene noi vedemmo quei soldati -- sì, li vedemmo e mi par di vederli

ancora! -- stritolare col calcio dei loro fucili i piedini di quei

miseri bimbi, -- beffeggiandoli poi, invitandoli con grossolane risate a

«scappare a casa!...» Finchè vivo non mi uscirà dagli occhi quella

visione: i due ragazzetti che si dibattevano strillando nella stretta di

quegli uomini che, tenendoli per le spalle, li forzavano a star ritti --

mentre due altri colpivano, pestavano quei piccoli piedi che si

affondavano sanguinanti nel terreno....

Da quel punto in poi ricordo tutto. Ma prima?... Prima?

Quella nebbia bianca mi riempie il cervello, ora si sposta un poco, ora

si solleva per un attimo.... poi torna ad avvolgere tutto in una

impenetrabile nebulosità.

Cosa vuol dire Luisa quando mi chiede se ho scordato? Voglio forzarmi,

forzarmi a ricordare.

Ritorniamo alla sera del mio compleanno: il quattro agosto. Vengono le

nostre amiche. Si canta e si balla.

_«Sur le pont_

_«D'Avignon_

_«On y danse,_

_«On y danse....»_

Poi arriva Florian. -- E riparte.

Ecco! l'ultima cosa che chiaramente, luminosamente ricordo, è quella sua

partenza. Netto e preciso -- come un alto-rilievo scolpito nel mio

cervello -- io lo veggo ritto in sella laggiù in fondo alla strada. Si

volge, mi saluta colla mano....

Sparisce. Io resto sulla terrazza, sola. Riveggo ai miei piedi la fila

dei nostri vasi di garofani rossi; e le due piante di grandi margherite

che sembrano così stranamente bianche nella verdognola luce del

crepuscolo; sento ancora nell'aria il fine profumo dei garofani.

Io sono lì nella mia veste di velo bianco, e sulle spalle ho la sciarpa

di seta celeste regalatami quella mattina da Luisa.... Ma ecco la voce

gioconda di Mirella che mi chiama! Vengono tutte correndo a cercarmi --

Lucilla e Cricri, Verveine, Cecilia e Jeannette....

Poi, d'un tratto -- _il cannone_! Ah, quel primo rombo lontano!...

Le ragazze sono fuggite pallide e tremanti alle loro case. E noi

restiamo sole, Luisa, Mirella ed io -- sole, perchè Frida e Fritz --

Aspetta! Che cosa mi ricordo di Fritz? Che egli apre la porta al nemico

-- ? no; non è quello. E' un'altra cosa... una cosa che mi spaventa

ancora di più -- ma non so che cosa sia. Mi pare di vedere Fritz che

ride....

E' strano che sempre quando ricordo Fritz, lo vedo che ride. E'

appoggiato a una porta.... e c'è una tenda.... Già. Mi pare di vedere

una tenda rossa, strappata, che pende accanto a lui; ed egli ride, ride

rovesciando la testa all'indietro.... Perchè mai ride così? E' di me che

ride? Perchè? Che cosa accade per farlo ridere di me?... Ecco! ecco la

nebbia bianca che scende e ingolfa Fritz. Non lo vedo più.... E'

svanito. Non mi riesce trattenerne l'imagine... tutto dilegua e

svanisce.

Ma -- prima ancora di questo? Vediamo; devo pur ricordare altre cose

prima di questo! Torno indietro.

I cannoni tuonano, la casa trema, un gran fascio di fiamma s'alza nel

cielo.... Poi uno scroscio, un'esplosione -- ed è come se il mondo

crollasse intorno a noi.

Ed ecco la casa si riempie di soldati; i nemici s'impadroniscono delle

nostre stanze -- i loro cinturoni ingombrano le seggiole, i loro elmetti

sono buttati sul pianoforte.... Vi è fra di loro un giovane alto, cogli

occhi molto chiari....

Già. Un giovane alto, cogli occhi molto chiari....

Avanti, Chérie. Ricordati, ricordati!...

Questi uomini parlano con insolenza, ci ordinano di fare questo e

quello.

Luisa piange. Uno di loro è ferito -- vedo il sangue sul cotone

inumidito che Luisa gli ravvolge intorno al braccio... e adesso -- mio

Dio! -- torna la confusione nella mia mente, scende quella nube bianca

sul mio cervello....

Santa Vergine, sollevatela! Toglietela! e fatemi ricordare!

Due di quegli uomini mi sono vicini, mi soffiano in viso il fumo delle

loro sigarette; vogliono ch'io beva nei loro bicchieri.... Io piango....

Non voglio. E loro mi forzano... minacciano non so che cosa... _Eins,

zwei, drei!_...

Gli occhi chiari dell'uno sono vicinissimi ai miei.... minacciosi,

impellenti.

Ho paura -- e bevo.

Essi cantano, ridono, e uno di qua, uno di là mi fanno bere, e bere

ancora -- dello champagne freddo e spumante, del cognac che brucia come

il fuoco -- finchè mi vengono tali vertigini che sento il pavimento

ondeggiare sotto i miei piedi....

Piango e piango, e chiamo Luisa; ma ella non è più nella stanza.

Vedo Mirella appiattata in un angolo che mi fissa, bianca in viso,

terrorizzata.

«Mirella! Mirella!» le grido ed ella dà un balzo e si slancia verso di

me, strillando come una creatura impazzita; ma l'uomo dagli occhi chiari

l'afferra per i polsi e ride.

Quell'altro -- uno degli altri, non so quanti siano -- uno che aveva i

capelli rossi ed aveva declamato non so che cosa in tedesco, si sdraia

sul divano e s'addormenta.

Ma un altro ancora -- ricordo che aveva una faccia tonda, ricordo che

gli altri lo insultavano ed imprecavano contro di lui -- mi si avvicina

e mi susurra qualche cosa all'orecchio. Non ho paura di lui.... so che

cerca di aiutarmi. Ma mi sento così male, la testa mi gira a tal punto

che non capisco ciò che mi dice. Egli mi spinge verso l'uscio, e mi dice

in tedesco: «_Geh! Geh! Mach dass du fort kommst!_» E ancora mi spinge,

gridandomi: «Ma vattene dunque! Corri -- la porta è aperta!»

Ma io mi volgo per vedere cosa fanno a Mirella.

La vedo che tiene in mano un bicchiere rotto e tenta colpirne in viso

l'ufficiale alto, mirando a quegli occhi chiari, quasi volesse

acciecarli. Egli ha un po' di sangue sulla gota e sul mento, ma ride

ancora -- ride. Ora si china e afferra la mia sciarpa celeste ch'è

caduta in terra; prende Mirella e colla sciarpa le lega le braccia

dietro la schiena, e l'avvolge, l'avvolge tutta finchè ella non può più

muoversi....

Poi.... Aspetta! -- Aspetta! lasciate che ricordi!... poi prende una

delle cinture di cuoio rimaste sulla poltrona e con quella attacca la

bambina alla ringhiera -- a quella breve ringhiera di ferro che conduce

al primo pianerottolo. Ecco, sì. -- Lo vedo che la trascina e la solleva

su per quei quattro gradini; butta via con un calcio il vaso da fiori

cinese ch'è sull'ultimo scalino, per avvicinarsi meglio alla

ringhiera... e vi attacca colla cintura di cuoio la bambina... Ah! quel

piccolo viso folle che si volge verso di me! Ah, quelle braccia

legate!...

Sento ch'egli dice in tedesco -- e ride, e ride -- «_Da bleibst du...

und schaust zu!_» La ucciderà? Mio Dio! La ucciderà? No. Ripete ancora:

«Starai a vedere -- starai a vedere!»

Che cosa vuol fare? Vuole uccidere me? Uccidermi sotto agli occhi della

bimba?...

Adesso mi si avvicina.... Ancora la nebbia bianca.... la nebbia bianca

mi cala sul cervello! Vedo l'altro ufficiale, quello che aveva tentato

di spingermi verso la porta -- _Glotz!_ Sì! si chiamava Glotz! --

ebbene, lo vedo gettarglisi contro, afferrarlo per le braccia e cercare

di fermarlo, di trattenerlo lontano da me.... Allora mi slancio in

soccorso di Mirella, cerco di slegarla, di strapparla di lì, di

liberarla.... Non posso, non posso, non ho forza! E lei piange,

piange.....

Glotz mi grida ancora in tedesco: «Va via! Va via!» e vedo che lotta

coll'altro per darmi il tempo di fuggire.

Allora fuggo. Salgo le scale inciampando e cadendo ad ogni scalino,

gridando: «Luisa! Luisa!» Arrivo, non so come, alla sua porta. E'

chiusa! E dentro odo dei rumori -- il respiro affannoso d'un uomo e

parole rauche e concitate. Convulsa, soffocata da un indefinibile orrore

mi precipito verso la mia stanza. -- Mi chiuderò dentro, aprirò le

finestre e chiamerò aiuto....

Sulla soglia di camera mia, con un sussulto mi fermo. Cos'è, cos'è che

giace là sul limitare? Una cosa informe, nera... in una pozza di sangue!

-- Amour!

E' Amour -- morto! col cranio sfracellato.

Mentre lo sto a guardare odo dei passi che salgono correndo le scale. E'

lui -- è quell'uomo dagli occhi chiari -- che viene a cercarmi! Mi getto

innanzi alla cieca coi piedi che sdrucciolano nel sangue di Amour, e mi

nascondo dietro le tende dell'alcova dove sono appese le mie vesti.

L'uomo si ferma sulla soglia e guarda intorno. Vede il cane morto sul

limitare e con un'esclamazione di ribrezzo cerca di spingerlo in là col

piede. Dà un'occhiata in giro alla stanza; gli sembra vuota; allora si

volta e se ne va pel corridoio; lo sento aprire altre porte, battere col

pugno all'uscio di Luisa, donde una voce d'uomo gli risponde. Poi lo

sento correre su, all'ultimo piano, in cerca di me.

Striscio fuori dal mio nascondiglio, incespico in quella terribile cosa

che una volta era Amour, e scendo a precipizio giù per le scale e nel

salotto. Mirella è ancora lì, legata alla ringhiera, il suo viso è

rovesciato all'indietro, è livida, sembra una morta.

Ed è sola. -- Non c'è che l'ufficiale dai capelli rossi che giace

addormentato sul divano. Mi viene un'idea! Attraverso la stanza, che mi

ondeggia sotto ai piedi come un mare, vado alla mensola dove Luisa ha

lasciato la fiala del sublimato, l'afferro, l'apro, mi riempio le mani

di quelle pastiglie rosse. -- poi corro alla tavola.

C'è un calice ancora quasi colmo di champagne... vi lascio cadere le

pastiglie -- poi mi volto perchè sento qualcuno scendere le scale.

Eccolo! E' lui. E' apparso in cima alla gradinata, accanto a Mirella. Mi

vede e ride.

«Ah! la colombella che voleva sfuggirmi!...»

Io gli sorrido, indietreggiando verso la parte della tavola dove ho

posato il bicchiere. Egli si passa la mano sulla fronte, sui capelli. Ha

il viso acceso: certo beverà ancora --

E si accosta barcollando a me, mi cinge con un braccio la vita --

coll'altra mano -- sì!... sì!.... prende il bicchiere.

E ancora questo rivedo nella mia memoria, chiaro come se vi fosse

scolpito con un coltello: quell'uomo alto che mi sta a fianco, che mi

tiene stretta a sè -- ed alza il calice di champagne alle labbra.

Trattengo il respiro. Beverà!

No! Si è arrestato, come impietrito e guarda dentro al bicchiere.

Il suo sguardo è fisso, senza espressione. Guarda in fondo al bicchiere

quella sostanza colorata da cui salgono e si svolgono delle lenti

spirali di colore, tingendo di rosa vivo il pallido vino ambrato.

Per un tempo che a me sembra un'ora, un'eternità, egli fissa così il

fondo del calice, poi quelle sue iridi chiare si volgono lentamente

verso di me. Ed è quella l'ultima cosa ch'io vedo.

Nel deliquio in cui piombo e m'affondo porto ancora con me il ricordo di

quegli occhi chiari, di quello sguardo fisso -- odo vagamente lo

scroscio del bicchiere ch'egli getta lontano da sè.... poi sulle mie

braccia è la stretta delle sue mani ardenti.... E nulla più.

Odo Mirella che strilla e strilla.... mi dibatto disperatamente contro

le tenebre che m'avvolgono....

Poi, più nulla....

Più nulla.

. . . . .

La nube che grava sul mio cervello, fluttua, si dirada.... si risolleva.

E' trascorso un istante?... Un'ora? Un'eternità?... L'ignoro! Sento che

qualcuno mi solleva.... mi trasporta....

Mi sento la testa violentemente rovesciata all'indietro, sento i capelli

tesi sulla mia fronte come se qualcuno me li strappasse....

Ed ora il mondo è pieno di orrori indefiniti, di tortura, di strazio

lacerante....

E ripiombo nel nulla.

Fritz?... E' allora che lo vedo guardarmi, e ridere? Ritto, vicino a un

cortinaggio rosso, mi pare che parli con qualcuno, ma i suoi occhi non

si staccano da me, e ride.... ride....

Ancora una volta, l'incoscienza, come una caverna nera, m'inghiotte.

----

Mi ridesta la voce di Luisa. Pare che mi chiami, mi chiami da

lontano....

Poi quella voce si fa più forte... più vicina -- ecco! grida il mio

nome. Ed apro gli occhi.

Sì, Luisa è china sopra di me. Mi solleva, mi ravvolge in uno scialle,

mi trae con sè... Dove andiamo? Non so. Luisa mi porta fuori di casa, e

via per un viottolo sassoso che conduce ai boschi.

Non è giorno e non è notte. Forse è l'alba.

Una sete terribile mi consuma, un malore indescrivibile mi dilania, e

sempre Luisa mi trascina avanti, e avanti ancora. Non posso andar oltre.

Appoggio la fronte al tronco d'un albero, e la sua rude corteccia mi

lacera tutto il viso quando sdrucciolo e cado a terra, abbattendomi

sull'erbe umide e sul musco.

Piango e mi lamento....

«Zitta! Per amor del cielo! non farti sentire!» E' la voce di Luisa.

«Nasconditi,» susurra, «nasconditi. Giù!... giù!» E mi trascina dentro

un fosso umido, pieno di spini.

E' allora che odo il galoppo di cavalli e un clamore di voci rudi e

gutturali. Mio Dio! Eccoli. S'avvicinano. Passano --

No -- si sono fermati.

Hanno trovato i due ragazzetti della vedova Duroc nascosti nei cespugli.

Carletto che ha sei anni impugna il fucile di legno, e con riso spavaldo

fa il gesto di mirare.....

In un attimo tre o quattro uomini sono balzati di sella per punire i

ragazzi....

Vae victis! Romanzo · 第 26 / 62 题