Il Reverendo Smyth aveva organizzato un concerto di beneficenza in
favore dei profughi ospitati dalle varie famiglie di Pinner. Il concerto
avrebbe luogo nel salone della scuola, l'ultima domenica di settembre.
Il ricavato sarebbe andato diviso tra i rifugiati belgi del vicinato, ai
quali furono pure mandati dei biglietti d'invito.
Le due prime file di posti erano riservate esclusivamente per loro.
Già da qualche settimana ferveva intensa l'agitazione tra i dilettanti
che avevano offerto il loro concorso. Miss Sophy Slepper, la vicina dei
Whitaker, doveva cantare «Goodbye» di Tosti e «Il Bacio» di Arditi; essa
passava le sue giornate in alterni gargarismi e gorgheggi; e sovente
l'ascoltatore non riusciva a distinguere quale delle due cose ella
stesse facendo.
Infine la gola le si irritò a tal segno che dovette rinunciare al
concerto; e il Comitato si recò a pregare Madame Mellon di cantare in
sua vece.
Madame Mellon, bruna, grassa ed amabile signora, dichiarò che era pronta
a qualunque cosa: e così sul programma al «Goodbye» e al «Bacio» venne
sostituita «la Habanera» della Carmen -- ben noto pezzo di resistenza di
Madame Mellon.
Questa sguernì per l'occasione il suo più bel capello -- modello
parigino -- per averne la rosa di velluto rosso da mettere nei capelli.
«Ma come!» esclamò la povera Miss Slepper in un bisbiglio roco --
ell'era andata generosamente a trovare la sua rivale per sentire un po'
come stava di gola -- «Ma come! Avete forse idea di cantare la Carmen in
costume?!»
Madame Mellon, ampia ed equanime davanti allo specchio, inarcò le folte
sopracciglia «Ma... non precisamente,» disse provandosi la rosa prima
sulla tempia sinistra, e poi accanto all'orecchio destro, «non
precisamente in costume. Ma bisognerà pur dare, anche
nell'abbigliamento, quel tocco spagnolo... quel non so che di folle e di
felino che la romanza esige... Non vi pare, cara?»
Miss Slepper strinse le sottili labbra in un sorriso acidulo e beffardo.
«Ho fatto accorciare la mia veste di merletto nero,» continuò Madame
Mellon: «e vi ho aggiunto una nota di colore audace qua e là....»
E accennava all'esuberante petto e ai poderosi fianchi.
«Metterò una cintura scarlatta, con un nodo qui. Quanto a questa rosa
forse, come la Carmen di Merimée, la terrò fra i denti entrando. Sarà di
molto effetto. Avevo anche pensato,» soggiunse, «di avere in mano una
sigaretta accesa. Ma mio marito e il Reverendo Smyth me l'hanno
sconsigliato.»
«_L'amor, sel sappia il mio bel damo_»
gorgheggiò giocosa nella ricca e pastosa voce di contralto. E la povera
Miss Slepper si sentì contrarre in gola per l'invidia le sue note
asprette di soprano, che le raschiavano l'ugola come tanti pezzetti di
vetro rotto....
Giorgio Whitaker doveva eseguire qualche gioco di prestigio che aveva
imparato in un libro intitolato: «La Magia in Famiglia.» Li aveva
eseguiti varie volte in casa con grande destrezza e successo; ma il
giorno del concerto sentì a un tratto mancargli la bella e balda
sicurezza di sè. Girava per la casa dicendo a tutti: «Ho idea che
stasera farò una figura barbina.» E nessuno aveva il tempo o la voglia
di contraddirlo.
Circa mezz'ora prima che si dovesse partire egli si trovò con Chérie
nell'atrio, aspettando gli altri che stavano ancora vestendosi.
Chérie indossava una veste prestatale da Eva, una veste di mussola
bianca con nastri celesti che Giorgio conosceva bene, e gli faceva
provare verso di lei un vago senso di fraterna tenerezza. Sua sorella e
sua madre erano ancora disopra a fare toletta, ed anche Luisa non era
ancora scesa, avendo dovuto mettere a letto Mirella e raccomandarla --
in un inglese più febbrile che corretto -- alle cure di Mary, la
cameriera.
«Farò una figura da perfetto imbecille,» ripetè Giorgio per la millesima
volta fissando con cupo sguardo Chérie. «Lo sento nelle ossa.»
«Ma no,» lo incoraggiò essa.
«Ma sì,» asserì Giorgio rabbiosamente. «Ho le mani umide e diaccie. Non
potrò far niente.»
«Peccato!» sospirò Chérie scotendo la vezzosa testa.
«Sentite... sentite un po' che mani,» disse Giorgio stendendogliele
perchè essa le toccasse.
«Poveretto!» disse Chérie.
«Ma sentitele!» insistè Giorgio. «Sono gelide.»
E Chérie colla punta d'un dito gli toccò la mano.
«Gelide, davvero,» affermò con profonda commiserazione. E allora Giorgio
rise, e rise anche lei.
«Vi assicuro,» confessò il prestigiatore, «che sono nervoso;
straordinariamente nervoso. Ho anche il batticuore.»
«Possibile!» fece Chérie.
«Sì, sì, un terribile batticuore,» disse Giorgio; e sospirò
profondamente. «Ricordatevi che ve l'ho detto. Farò una figura barbina.»
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La fece.
Il primo numero del programma era il suo; e quando egli apparve fu
salutato da applausi prolungati ed entusiastici. Ma appena la sala si fu
accomodata in un silenzio pieno d'aspettativa, il panico lo colse.
Svariate cose gli scapparono subito dalle maniche; oggetti inattesi che
non avrebbero dovuto ancora presentarsi gli facevano capolino dalle
tasche; quando voltava le spalle gli si vedeva la schiena gonfia di
oggetti nascosti; e per colmo di sventura delle bandierine apparvero e
si spiegarono di moto proprio molto prima del tempo, e in certe parti
della persona dove non è solito esporre bandiere.
Sua madre guardandolo, era tutta in un bagno di sudor freddo. Eva aveva
chiuso gli occhi e pregava il cielo che la finisse presto.
Ma non finiva. Quelle bandiere che avrebbero dovuto essere la chiusa
patriottica e trionfale della sua rappresentazione essendo apparse al
bel principio, pareva ora all'angosciato Giorgio che non vi fosse più
modo di finire. Tirò avanti, smarrito, colla gola arida, frugando qui,
abbrancando là, trovandosi nelle mani un cappello a cilindro, un
fazzoletto e un uovo, senza la più lontana idea di che cosa ne avrebbe
fatto.
Chérie da principio lo aveva seguìto con serietà ed attenzione, ma
quando egli, incontrando improvvisamente il suo sguardo, lasciò cadere
l'uovo -- le parve di dover ridere o morire.
Quando poi una palla da tennis gli cadde dalla manica ed egli andò
carponi a cercarla sotto il pianoforte a coda, mentre la bandiera
britannica gli scendeva lentamente da sotto alla marsina e si svolgeva
solenne dietro a lui -- Chérie si sentì mancare. E rise, rise
nascondendo la faccia tra le mani, rossa la fronte, rosso il collo,
colle sottili spalle sussultanti, mentre Luisa le dava bruscamente di
gomito susurrando: «Sta ferma!... Non ridere!... Non ridere, che ti
guarda!»
Difatti Giorgio uscendo di sotto il pianoforte vide subito quella
figuretta scossa dalle risa in prima fila; e le mani gli divennero più
umide e la gola più secca.
Finalmente il Reverendo Smyth nelle quinte, per porre fine alla
prolungata angoscia di Giorgio e del pubblico, si diede ad applaudire
rumorosamente; e l'umiliato prestigiatore se ne andò rapidamente, mentre
dalla tasca posteriore della sua marsina sporgeva il capo, con occhio
curioso e perturbato, un coniglio.
Dietro le quinte il Reverendo tentò di confortarlo:
«Ma via! Non disperarti così. Non c'è poi stato tanto male!» disse
giovialmente battendogli sulle spalle. «Ti ha fatto confondere quella
scioccherella che rideva in prima fila!»
«Ma no; ma niente affatto!» dichiarò Giorgio asciugandosi il sudore. «E'
stato quel maledetto uovo.»
«Ah, già! l'uovo,» disse il Reverendo coprendosi la bocca col programma.
«E quando mai m'è venuta l'idea del coniglio! Si dimenava come un
ossesso, mi faceva un solletico insopportabile.... E' stato lui che ha
fatto venir giù la bandiera --»
«Già. La bandiera,» mormorò il Reverendo.
«Basta,» disse l'infelice Giorgio; «bisognerà spiegare che ho fatto così
apposta. Che questo doveva essere un numero buffo....»
«Non occorre spiegarlo,» disse il crudele Reverendo.
Ma già cominciava il secondo numero. Madame Mellon era uscita sul
palcoscenico colla rosa in bocca e la mano sull'anca. Il suo gomito
rosso e possente appariva ignudo tra le brevi maniche e i guanti troppo
corti.
Madame Mellon ricordandosi di dover essere folle e felina volgeva in
giro gli occhi sfolgoranti d'appassionata vivacità spagnuola.
Al pianoforte il timido e miope signor Mellon, dopo molte aggiustature
dello sgabello scricchiolante, prese il suo posto e cominciò. Ma aveva
appena attaccato nervosamente le prime note delle battute
d'introduzione, che la «Habanera» irruppe turbolenta dal petto di Madame
Mellon. Con uno scoppio di voce ella informò l'uditorio che l'amore era
un misterioso augello....
Il signor Mellon, che aveva ancora da suonare tre battute
d'introduzione, si confuse, perse il segno, andò avanti un poco
brancolando mollemente tra gli accordi sbagliati -- poi si fermò e volse
alla moglie un viso sbalordito.
Seguì una breve discussione a bassa voce, ciascuno rimproverando l'altro
d'aver sbagliato -- ella chiedendogli perchè non andava avanti, e lui
spiegando che lei avrebbe dovuto aspettare ancora quattro battute.
Ricominciarono. E per la seconda volta Madame Mellon informò il suo
uditorio che l'amore è un misterioso augello.
Con impeto latino, con molto ansar del seno e fiammeggiar delle pupille,
ella dichiarò con selvaggia noncuranza:
«_Se tu non m'ami -- ebben io t'amo!_»
e le parole: «_E se mai t'amo dêi tremar per te!_» sembrarono acquistare
sulle sue labbra un significato di minaccia nuova e temibile.
E ancora una volta Chérie che aveva ascoltato seria e composta le prime
battute, fu presa da un accesso d'irrefrenabile ilarità, e dovette
nascondere il viso fra le mani, scossa da uno spasmodico accesso di
riso.
Luisa guardò Chérie; poi guardò Madame Mellon; ed ecco che lei pure fu
colta da una voglia di ridere quasi isterica. Le labbra serrate fra i
denti, le narici frementi, ella si tenne rigida e dritta, cogli occhi
fissi sul palcoscenico, ma le sue spalle susultavano, e le lagrime le
scorrevano pel viso.
Certo Madame Mellon vide quelle due colpevoli in prima fila; ma ne
distolse con disprezzo lo sguardo. Il suo canto si fece più forte, più
impetuoso e più stonato. Le sue note si libravano crescenti di un
semitono, in strida selvaggie sommergendo il timido accompagnamento del
povero signor Mellon che arpeggiava querulo tre battute dietro di lei.
Gli altri profughi accorgendosi che Chérie e Luisa ridevano si volsero a
guardarle; i ragazzi Pitou cominciarono a ridacchiare, ma furono
rapidamente ricondotti alla serietà da qualche ben assestato pizzicotto
materno.
Il numero che seguiva era una danza; una specie di danza di Salomé --
modificata e moderata per uso inglese -- ed eseguita da Miss Tilly Prim.
Quando Miss Prim mise fuori dalle quinte pudicamente i piedi e le gambe
nude, e s'avanzò angolosa e arridente negli scarsi drappeggi, anche la
signora Pitou fu presa da un irrefrenabile parossismo di risa, e dovette
lasciare che i piccoli Pitou si torcessero dall'allegria, mentre ella
nascondeva il viso paonazzo nel fazzoletto. In breve tutti i profughi
furono presi dal contagio di un'insensata ilarità. Ogni gesto di Miss
Prim, ogni suo passo di danza, ogni suo sorriso svenevole e promettitore
evocava nuovi convulsivi accessi di risa. Ella danzava ignara e
passionale; mentre ogni sua piroetta, ogni salto che scoteva con sordo
tonfo il palcoscenico faceva ondeggiare dalle risa tutti gli occupanti
delle due prime file.
Quelli immediatamente dietro a loro se ne avvidero. Poi altri. Si
cominciò a sussurrare per la sala che i profughi ridevano.
In breve tutto l'uditorio allungò il collo per vedere questi indegni e
ingrati stranieri, a beneficio dei quali il concerto veniva dato, e che
stavano scioccamente ridendo come tanti mentecatti.
La inconsapevole Miss Prim stava appunto rialzandosi da un atteggiamento
di genuflessione, con un sorriso estatico e due macchie nere sulle
ginocchia, allorchè scorse il ragazzo Pitou che si torceva in silenziosa
allegria all'estremità della prima fila. Gli occhi di lei vagarono
allora lungo tutta la prima e la seconda fila, ed ella vide tutte quelle
faccie sconvolte dalle risa, tutti quegli atteggiamenti spasmodici e
quelle spalle in sussulto.
Lanciando su di loro una sguardo di sdegno ineffabile, ella rientrò
altezzosa, colle sue gambe nude, nelle quinte.
Il signor Mellon seguitò ad arpeggiare un pochino, trepido, sul
pianoforte, e poi egli pure si alzò e si affrettò a sparire dalla più
vicina uscita.
Dietro le scene gli artisti erano riuniti in un congresso
d'indignazione. Vi erano sul programma altri undici numeri, ma nessuno
voleva più prodursi.
Qualcuno propose che il Reverendo Smyth si presentasse e facesse un
discorso breve, ma tagliente; ed egli si avanzò infatti fino a metà del
proscenio, ma tornò indietro non avendo nulla di pronto da dire; ed
anche perchè la vista di quei profughi che si dimenavano nelle risa lo
sconvolse.
Quanto a loro, il vederlo apparire e sparire non servì certo ad
alleviare la loro condizione che ora rasentava l'isterismo collettivo.
Finalmente, dopo un rapido consulto dietro le quinte, la buona Miss
Johnson si lasciò persuadere a uscir fuori a cantare i «Pifferi di Pan.»
Ripassò in fretta mentalmente le parole:
_«Torna il Dio Pan_
_su questa terra in fiore..._
E poi il ritornello:
_«Quale mai suon di giubilo_
_Echeggia da lontan?_
_«Ah! Sono i folli pifferi,_
_I lieti, folli pifferi,_
_«I folli allegri pifferi,_
_I pifferi di Pan.»_
Intanto il signor Mellon, colla gola arida per il nervosismo e la paura
di quanto Madame Mellon potesse avere a dirgli a concerto terminato, era
andato a trangugiare un bicchiere di birra al buffet, nella sala di
ginnastica.
Quando Miss Johnson si presentò alla ribalta vide che il signor Mellon
non era al pianoforte per accompagnarla; lo attese qualche momento con
dignitosa calma; indi rientrò nelle quinte da una parte, al momento
stesso in cui il signor Mellon -- asciugandosi la bocca -- usciva
frettoloso dall'altra.
Allora ci volle del bello e del buono per placare Miss Johnson, e
persuaderla e spingerla fuori una seconda volta. E tutto ciò la confuse
tanto che dimenticò tutte le parole e dovette contentarsi di fare dei
suoni inarticolati finchè non arrivò al ritornello.
Qui si sentì salva.
_«Ah! sono i polli fifferi...»_
cominciò. C'era o non c'era qualche cosa di sbagliato in quelle parole?
_«I pieti polli fifferi --»_
Miss Johnson girò intorno gli occhi stralunati, che cosa stava cantando?
_«I polli --»_
gridò disperata sul là diesis acuto.
E la voce le mancò per il resto.
«Misericordia!» mormorò la afona Miss Slepper alla signora Whitaker che
le sedeva vicino. «Che voce stridula!»
«Già,» assentì la signora Whitaker. «E che strana canzone! I polli
fifferi -- che cosa saranno mai?»
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Inutile negarlo. Il concerto era un fiasco.
L'esecrabile contegno dei profughi e il contagio del loro ridere
insensato aveva dato luogo ad una specie d'isterismo che si era
propagato per tutta la sala. L'intero uditorio aveva finito col cedere
ad una ilarità pazzesca e irrefrenabile.
Ogni numero del programma veniva accolto da risa soffocate, talvolta
addirittura da strilli di risa frenetiche dalla parte più giovane del
pubblico.
Il Reverendo -- che anche lui a dire del signor Mellon era stato trovato
convulso ed esausto su di una panca in un'aula vuota della scuola --
fece, alla fine dello spettacolo un discorsetto breve ma caustico.
«Sarà colpa nostra e dei nostri troppo modesti talenti,» disse, «se non
abbiamo saputo che destare le facoltà risive dei nostri ospiti
forestieri... Ad ogni modo,» concluse, «ho il piacere di annunciare che
la somma raccolta è di lire sterline 16, sette scellini, e sei pence.»
I profughi se la svignarono umiliati e vergognosi; e per molto tempo
furono trattati come paria da tutta la contea di Surrey.
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Quanto agli artisti, da quel funesto giorno in poi nessuno ha mai più
osato pronunciare la parola «concerto» in presenza di Madame Mellon, di
Miss Johnson o di Miss Prim.