Eva, frattanto, salite le scale, andò a battere leggermente all'uscio
dello studio, trasformato ora in un salotto per le rifugiate.
Nessuno rispose; ed ella, stette un momento incerta. Poi udì una voce
che diceva tra i singhiozzi: «Mirella! Mirella!»
Era tale la disperazione in quella voce che la fanciulla con subitaneo
impulso girò la maniglia e socchiuse l'uscio.
Nel cerchio di luce sotto la lampada, un quadro, quasi biblico nella sua
tragica bellezza, apparve ai suoi occhi e la fermò incantata sulla
soglia.
La più giovane delle profughe -- la pallida bambina -- stava ritta e
immobile coi lunghi capelli che le cadevano lisci e lucenti come acqua
aurata intorno al viso; guardava fissa dinanzi a sè, rigida come una
statuetta di marmo. Prostrata a' suoi piedi -- e le lunghe vesti nere si
spandevano come un cerchio di lutto intorno a lei -- era la maggiore
delle tre, il volto e le braccia levate in gesto disperato verso la
figuretta immota. Era la sua voce singhiozzante quella che Eva aveva
udito. E in piedi accanto a loro, tenendo alto tra le mani giunte un
piccolo crocifisso d'oro, l'altra -- la giovanetta che aveva sorriso --
pregava: «_Sainte Vierge, aidez-nous! Mère de Dieu, faites le miracle!_»
Ma immobile, senza udito, senza sguardo, la bambina per cui le donne
pregavano rimaneva ritta e rigida, cogli occhi spalancati fissi nel
vuoto.
Eva sentì serrarsi il cuore e indietreggiò, richiudendo piano la porta.
Indi, dopo un istante d'esitazione tornò a bussare, un po' più forte.