Giorgio riflettè alquanto; poi tradusse: «_Venné._»

«Ma come? Basta così?» chiese sua madre.

«Sì, sì; basta,» assicurò Giorgio.

La signora Whitaker si avviò ma Lady Mulholland la raggiunse.

«Non sarebbe meglio che facessimo entrambe un giretto in giardino....

passando casualmente pel boschetto?»

E fecero così.

Giorgio le seguì a distanza, ed Eva gli si attaccò al braccio; ella era

molto superba del suo bel fratello soldato.

Entrarono tutti nel boschetto, dove tre figure vestite a lutto sedevano

su una panca.

«Misericordia!» esclamò a bassa voce Lady Mulholland. «Sono macabre

davvero. Quasi quasi mi sembrano peggiori dei miei Pitou.»

Le tre nere figure si levarono lentamente in piedi; poi stettero

immobili e silenziose. Lady Mulholland si avvicinò sorridente, ma provò

subito uno strano turbamento quando i suoi occhi incontrarono quei tre

paia d'occhi cupi e profondi che la fissavano senza sorriso. Anche lei

si trovò a fissarli come allucinata.

La signora Whitaker rivolse loro la parola in inglese, parlando molto

forte coll'idea di farsi capir meglio. Ma pareva che non la udissero.

Certo non fecero alcun tentativo per rispondere alle sue amabili

osservazioni sul tempo.

Lady Mulholland colpita dal lugubre aspetto delle tre sventurate stese

loro commossa la mano.

Due di quegli spettri risposero al suo gesto ponendo per un istante le

loro mani inerti e fredde nella mano di lei. Ma la terza -- Lady

Mulholland si accorse con stupore che questa era una bambina, benchè

portasse come le altre una lunga veste nera -- nè si mosse, nè mutò la

fissità dello sguardo impietrito.

Vi fu un silenzio un poco imbarazzante. Allora Lady Mulholland, facendo

la sua più amabile voce da società domandò: «E così? Come vi piace

l'Inghilterra?»

Nessuna risposta.

La signora Whitaker si volse a suo figlio: «Giorgio mio, domandaglielo

tu in francese.»

Il «mezzo parigino» si fece avanti -- timido come tutti gli inglesi

davanti alle donne o al dolore. Il rossore gli salì alla fronte

abbronzata, tossì e si schiarì la gola. Finalmente domandò con impeto:

«_S'il vous plaît Londres?_»

Aveva rivolto questa interrogazione alla più alta delle tre, ma essa lo

guardò con occhi trasognati e parve non capire. Vicino a lei stava la

bambina, ma anche questa nè rispose, nè parve avere udito; teneva i

grandi occhi sbarrati, fissi in volto alla sconosciuta signora

Mulholland, nè sembrava accorgersi che altri fossero intorno a lei.

Giorgio si fece anche più rosso in viso e si rivolse verso il terzo

spettro. Tossì nuovamente, e ripetè la sua domanda:

«_S'il vous plaît Londres?_»

Allora accadde una cosa strana.

Il terzo spettro -- sorrise!

Fu un vero sorriso, un sorriso radioso, un sorriso a fossette che

trasformò subitamente lo spettro in una fanciulla incantevole.

«_Merci. L'Angleterre nous plaît beaucoup;_» diss'ella in francese per

non offendere il suo interlocutore. Poi soggiunse in un inglese timido e

corretto: «Abbiamo trovato che Londra è molto bella.»

«Oh! guarda!» esclamò la signora Whitaker in tono risentito. «Ma voi

sapete dunque l'inglese?»

E la sua voce esprimeva lo stupore e l'offesa di chi vede altri

adoperare senza suo permesso una cosa di sua esclusiva proprietà.

«Un poco, signora,» mormorò la giovanetta. E sotto lo sguardo austero

della signora Whitaker il soave sorriso svanì, le fossette sparvero e la

fanciulla ridiventò il pallido spettro di prima.

Le due dame con un cenno di saluto si allontanarono.

Giorgio ed Eva, dopo un momento d'esitazione e d'imbarazzo, le

seguirono.

«Ma guarda che ipocrisia! Che falsità!» esclamò sdegnata la signora

Whitaker. «Non mi hanno mai detto che capivano l'inglese!»

«Già. Avranno voluto scoprire tutti i vostri fatti di casa,» commentò

Lady Mulholland.

Un mormorio indistinto uscì dalle labbra di Giorgio. Ma Lady Mulholland

si convinse d'aver frainteso. Impossibile che quel caro ragazzo avesse

detto «Vecchia pettegola!»

In tutti i modi non potè accertarsene, perchè il giovane senza dir altro

era entrato in casa.

«Non credo affatto che siano ipocrite,» asserì Eva. «Mi sembrano

piuttosto intontite, sbalordite ancora dalle sofferenze, dal viaggio....

Povere creature! Non m'ero accorta che fossero così giovani. Hai visto,

mamma? La più piccola è proprio una bambina.» Fece una piroetta sui

tacchi ed esclamò: «Io torno da loro a discorrere un pochino.»

«No!» fece sua madre secca e recisa. «Resterai qui.»

Quella sera, allorchè il signor Whitaker tornò dalla città, la sua

diletta figliola Eva aveva molte cose da raccontargli; e anche Giorgio,

che di solito aveva un contegno piuttosto distratto e indifferente,

degnò interessarsi alla conversazione.

«Figurati! I fantasmi hanno parlato, babbo!» gridò Eva correndogli

incontro nell'anticamera. Poi, attaccatasi al suo braccio lo trasse in

salotto e lo fece sedere in poltrona. «Ti assicuro -- una rivelazione!

Non sono fantasmi! E te lo dirà anche Giorgio. Sono tutte giovani; e ce

n'è una che è bellissima. Vero, mamma?»

Ma sua madre non rispose, nè alzò gli occhi dal lavoro.

Fu il signor Whitaker che parlò.

«Al Comitato mi hanno detto che erano ottime persone -- moglie, sorella

e figlia di un dottore.»

«Misericordia! E sembrano pezzenti!» fece Eva.

«Sembrano spaventa-passeri,» disse Giorgio.

«Anche il console belga,» continuò il signor Whitaker, «mi ha detto che

erano persone distintissime. Teresa,» soggiunse guardando sua moglie,

«credo che avremmo dovuto insistere perchè prendessero i loro pasti con

noi.»

«Ma se ho insistito,» rispose un po' aspra la signora. «Mi hanno

risposto che preferivano mangiare da sole.»

«E allora rispettiamo il loro desiderio,» concluse il signor Whitaker,

aprendo una rivista commerciale.

«Ma pensa, papà,» seguitò Eva, issandosi sul bracciolo della poltrona e

carezzando i capelli un po' radi di suo padre; «pensa! la più piccola --

quella cogli occhi così spauriti -- è sordomuta.»

«Chi te l'ha detto?» chiese la signora Whitaker alzando gli occhi dal

lavoro. «Sua madre?»

«No; me l'ha detto quell'altra -- quella delle fossette, che parla

inglese. Ah! quanto è carina quella! Vero, Giorgio?»

«Si chiama Chérie,» osservò il fratello.

«Si può sapere chi t'ha detto il suo nome?» chiese severamente la

signora Whitaker posando in grembo il lavoro e fissando gli occhi

inquisitori sul figliolo.

«Me l'ha detto lei,» rispose questi, senza scomporsi.

«Te l'ha detto lei?» ripetè sua madre. «Io non sapevo che tu facessi

della conversazione con quelle donne.»

«Non ho fatto conversazione. L'ho incontrata in giardino, l'ho fermata e

le ho chiesto: «Come vi chiamate?» E lei mi ha risposto «Chérie.» Ecco

tutto.»

«Un nome curioso,» osservò il babbo.

«Caro Anselmo; la questione non è lì --»

Ma Anselmo non seppe mai la questione dove fosse, perchè il sonoro

appello del gong li mandò tutti nelle loro camere a vestirsi per il

pranzo.

Quella sera, dopo il pranzo, Eva andò come di consueto nel salotto

attiguo e aprì il pianoforte; suo padre, in poltrona in sala da pranzo

colle doppie porte aperte, la vedeva e ne udiva la musica mentre gustava

tranquillamente il suo bicchiere di Porto e la sua pipa.

«Che cosa ti suono stasera, papà? -- Rachmaninoff?»

«No. Quello che hai suonato ieri,» disse il signor Whitaker

accomodandosi meglio nella poltrona, mentre il domestico sparecchiava

silenziosamente la tavola.

«Ma è precisamente Rachmaninoff, angelo di un papà,» rise Eva aprendo il

magnifico Erard.

Giorgio le si avvicinò e si chinò a dirle qualche cosa sottovoce.

«Sì! sì!» esclamò Eva. «Dillo alla mamma.»

«Diglielo tu,» fece Giorgio; e tornò in sala da pranzo a sedere accanto

a suo padre, accendendo una sigaretta.

La signora Whitaker si fece un poco pregare; ma Eva, che sapeva essere

molto carezzevole e persuasiva ottenne il consenso chiesto.

Uscì correndo dalla stanza, e ritornò quasi subito conducendo seco le

tre figure nero-vestite; e poichè queste ristavano esitanti sulla

soglia, essa infilò amichevolmente il suo braccio sotto quello della

riluttante «Chérie.»

«Avanti, avanti! _Venné!_»

E i tre fantasmi entrarono.

Parevano fantasmi davvero con quei tre visi pallidi, quegli occhi fissi,

e l'andatura a scatti come sonnambule.

Sedettero mute, in fila, lungo il muro. Eva andò al pianoforte e suonò.

Suonò il preludio di Rachmaninoff.

Quando l'ebbe terminato le tre ascoltatici nè si mossero, nè parlarono.

Allora con arpeggiante preludio Eva passò alla Barcarola di Godard; ma

la dolce malinconia di quella musica non strappò alle tre ombre nè un

commento, nè un gesto. Il Carnevale di Schumann non le rallegrò; nè le

commosse la Sonata al Chiaro di Luna.

Infine Eva chiuse il pianoforte.

Allora le due più alte si alzarono, s'inchinarono in silenzio ed

uscirono, conducendo per mano come si conduce una cieca la più piccola,

il cui pallore sembrava ancor più spettrale, il cui silenzio pareva

ancor più profondo del loro.

«Infelici! Infelici!» mormorò il signor Whitaker seguendole con occhio

commosso. «Teresa mia, guarda che non manchino di nulla. E quanto a

voialtri» volgendosi ad Eva e a Giorgio «spero che avrete sempre tutti i

riguardi per queste sventurate che abbiamo l'onore di ospitare.

Giorgio,» soggiunse volgendosi al suo bel figliolo con un cipiglio che

intendeva essere assai severo, «ho notato che tu le guardavi molto. Non

farlo più. La sventura è sensitiva e non vuole essere osservata.»

Giorgio mormorò che non le aveva affatto guardate e se ne andò,

imbronciato. Eva mise le braccia intorno al collo del babbo e gli scoccò

sulle guancie quei baci rumorosi ed infantili ch'egli tanto amava.

«Vero papà, che posso andare da loro a discorrere un pochino?» gli

susurrò.

«E perchè no?»

Eva non aspettò altro e se ne andò correndo nel momento stesso in cui

sua madre alzando gli occhi dal suo lavoro domandava: «Che cosa c'è?»

«Ho mandato Eva a fare un po' di compagnia a quelle infelici,» disse suo

marito. «E' nostro dovere il cercare di sollevarle, anche moralmente,

quelle disgraziate! Veramente, Teresa,» sospirò, «non ho mai veduto uno

spettacolo più desolante!»

La signora Whitaker si levò, agitata.

«Dove vai?» le chiese suo marito.

«A richiamare Eva,» rispose la signora.

Il signor Whitaker le prese la mano e la trattenne.

«Ma che idea, Teresa? Perchè non vuoi che quella bambina segua gli

impulsi generosi del suo cuore?»

Sua moglie volse verso di lui gli occhi azzurri e turbati -- begli occhi

irlandesi che vent'anni fa a Dublino.... Ma quella è un'altra storia.

«Anselmo, tu non capisci. Eva non è più una bambina.»

«E che c'entra?»

«C'entra.... Insomma, non voglio che stia con quelle donne.»

Il brav'uomo si raddrizzò con viso severo. «Teresa, vuoi ch'io ti creda

senza cuore?»

La fronte di lei si colorò fin sotto le morbide chiome ancora bionde,

pacatamente e rigidamente divise nel mezzo della fronte.

«Pensa ciò che vuoi,» disse. «Io ti confesso che a me quelle donne

dispiacciono e fanno paura.» E leggendo lo sdegno e lo stupore nel viso

di lui, continuò:

«Sì, sì! paura. Non so... mi pare che qualche cosa di sinistro aleggi

intorno a loro. Quando vedo Eva avvicinarle, parlare con loro... mi vien

freddo -- come se la nostra figliola entrasse in un mondo buio e

sconosciuto. Ah! che cosa avranno veduto -- che cosa avranno subìto

quelle donne? E tu, Anselmo, vuoi mettere a contatto di questi sinistri

misteri la candida anima di tua figlia?»

Suo marito la fissava attonito, senza rispondere.

«So che mi credi cattiva, Anselmo; so che mi credi fredda e senza cuore

--»

«Un po' severa lo sei...» disse Anselmo approfittando subito di questo

stato d'animo e di cose.

«E guai se non lo fossi con voi altri tre,» disse la signora Whitaker, e

gli occhi azzurri lampeggiarono.

Anselmo non osò proseguire su quella via.

«Mi pare che dovresti essere più gentile, più tenera per queste

sventurate.»

«Lo so. E lo vorrei. Vorrei poter essere gentile ed affettuosa, vorrei

incoraggiare i figlioli alla bontà verso di loro. Ma c'è qualche cosa --

qualche cosa negli occhi di quelle donne, che mi fa orrore. E non posso,

non posso vedere Eva a contatto con loro. Non so spiegarti questo

istinto -- ma è più forte di me.»

Vi fu un breve silenzio.

«Non ti nascondo,» disse suo marito, «che a me sembra un istinto egoista

e crudele.»

Ella si alzò in piedi e di nuovo una vampa dolorosa le salì alla fronte.

«Dovremo dunque sacrificare la purezza d'animo di nostra figlia a queste

estranee? Immolare a loro la sua ignoranza del male? E' possibile che

sia nostro dovere incoraggiare dei rapporti che potrebbero strappare dai

suoi occhi il candido velo dell'innocenza?»

«Non lo so,» rispose grave il signor Whitaker. «Mi pare che qui ci

troviamo di faccia ad uno dei mille problemi creati dalla guerra. Un

problema minore se si vuole, ma tuttavia un problema. Secondo me, una

ragazza che oggi è chiamata a curare i feriti -- i feriti nel corpo e

nell'anima -- non può più vivere nella bella e puerile ignoranza d'una

volta... La vera carità non può essere cieca. Per poter compatire le

miserie umane bisogna conoscerle.» E come, con un gesto di dolore, sua

moglie protestava, «Teresa,» continuò, «è questo un altro sacrificio che

noi genitori dobbiamo portare in olocausto alla guerra. Dobbiamo dare

non soltanto la vita dei nostri ragazzi -- ma, se ci viene richiesta,

anche la santa innocenza delle nostre figlie.»

«E' crudele, è crudele!» esclamò la signora Whitaker.

«Sì. La guerra è crudele. E la vita è crudele. Ma non aggiungiamo, tu ed

io, altre crudeltà alle umane tristezze!» Egli le posò una mano

affettuosa sulla spalla. «Se per poter fare il bene, nostra figlia deve

conoscere il male -- così sia. Muoia l'incoscienza nel suo cuore, purchè

vi nasca qualche cosa di più nobile -- la pietà.»

Vi fu un altro silenzio; un lungo silenzio.

Indi la signora Whitaker prese la mano di suo marito, e la baciò.

Vae victis! Romanzo · 第 21 / 62 题