L'ufficiale l'udì e rise. Presala per un braccio l'allontanò dolcemente
dal fianco di sua madre.
«Ma guarda, guarda!» disse, sempre ridendo, «come siamo furbe e
diplomatiche!» E stringendole forte il piccolo braccio la fece
indietreggiare traverso tutta la stanza; indi, dandole una lieve spinta
la lasciò, e rivolse di nuovo la sua attenzione alle altre due.
Luisa, che si era lanciata in soccorso di Mirella ristette pallidissima,
mentre dal fondo della stanza Mirella, incolume e indoma, la rassicurava
cacciando fuori la lingua dietro le spalle del nemico, in segno di sfida
e di disprezzo.
Von Wedel fissava di nuovo Chérie, e sotto l'insolente insistenza di
quello sguardo essa tremò come una fiammella al vento.
«Perchè tremate?» chiese egli. «Avete paura di me?»
«Sì,» mormorò la fanciulla, chinando il capo.
Egli rise. «Perchè? Non sono una belva feroce. Ho forse l'aria di una
belva feroce?» E le andò più vicino.
Luisa con un passo si pose davanti a Chérie. «Mia cognata, signore, è
molto giovane, e non è avvezza alle attenzioni degli estranei.»
«Buona donna,» replicò Von Wedel con tranquilla insolenza, «andate un
po' a prendermi delle sigarette.».
E siccome Luisa lo fissava, sbigottita e immobile, egli alzò alquanto la
voce. «Sigarette, ho detto. Preferibilmente turche. Vostro marito certo
ne avrà. Su! movetevi, buona donna. _Eins, zwei, drei -- marsch!_»
Per un attimo Luisa esitò; indi si volse e lasciò la stanza; Mirella
correndo la seguì.
Anche Chérie si lanciò per seguirle, ma Von Wedel con un balzo le fu
accanto e le afferrò il braccio.
«Halt, halt!» fece ridendo. «Voi starete qui, colombella; starete qui a
discorrere con me.»
La fanciulla arrossì, impallidì e tremò.
«Che colombella timida,» disse Von Wedel curvandosi sopra di lei. «E
come vi chiamate?»
«Chérie,» rispose essa, a voce così bassa che quasi non si udiva.
«Come, come? _Chéri?_ E' a me che lo dici? Altrettanto a te, caruccia
mia!»
E Von Wedel sedette sopra un angolo della tavola chinandosi vicinissimo
a lei. «Ma di che cosa hai paura? E di chi hai paura?... Del capitano
Fischer?... Di me?... Dei soldati?...»
«Di tutti,» mormorò Chérie.
«Di tutti! Ma guarda un po'! E dire che siamo così brava gente,» disse
lui, e soffiò una boccata di fumo in lungo getto davanti a sè; poi buttò
sul tappeto la sigaretta e la spense col piede. «Ma non sai che non
faremmo male ad una mosca, noi? E neppure a un cane,» soggiunse ridendo
alla vista di Amour, che comparso in cima agli scalini ne scendeva a
piccoli salti zoppicanti, mandando dei guaiti dolorosi. «Tanto meno poi
faremmo del male a un'adorabile tortorella come te.»
Il cane, lamentandosi pietosamente, venne ad appiattarsi ai piedi di
Chérie.
Essa si chinò e lo prese tra le braccia. Evidentemente la bestiola
soffriva.
Von Wedel disse: «Che bravo cagnolino,» e allungò la mano per
accarezzarlo, ma Amour ringhiò mostrando i denti e l'ufficiale ritrasse
in fretta la mano.
Luisa riapparve portando delle scatole di sigari e sigarette, e le
depose sulla tavola. Mirella che la seguiva scorse Amour tra le braccia
di Chérie è ne udì il minaccioso brontolìo. Al suo accorrere la bestiola
riprese il suo fioco lamento.
Mirella lo guardò, gli toccò la zampa, poi volse due occhi saettanti
sull'ufficiale: «Cosa gli avete fatto?» gridò, alzando in gesto quasi di
minaccia la piccola mano.
L'ufficiale diede in una risata. «Toh, toh! che piccola Furia! che
viperetta!» esclamò. «Del resto puoi portartelo pur via quel cagnaccio!
A me le bestie non piacciono.»
A queste parole Chérie subito si mosse verso la scala portando seco
Amour, ma l'ufficiale la trattenne.
«No, no, no, cara! Dà il cane alla piccola Furia. -- Tu resti qui con
me!»
Chérie, mordendosi le labbra per non piangere obbedì; indi si rifugiò
accanto a Luisa, mentre Mirella correva di sopra con Amour tra le
braccia. Essa lo portò nella camera di Chérie, gli baciò la ruvida testa
nera, gli accarezzò la povera zampa che pendeva come spezzata, poi lo
adagiò in un cantuccio bene accomodato su di un cuscino.
Indi tornò giù, correndo, a vedere cosa succedeva.
Amour lasciato solo espresse la sua sofferenza ed indignazione in lunghi
urli e lamenti. Qualche istante più tardi il capitano Fischer, seguìto
dal sottotenente Glotz e dai due soldati, scendendo dal suo giro
d'ispezione nei solai, udì gli strazianti gemiti e si fermò sul
pianerottolo.
«Cos'è questo rumore? Chi grida così?» chiese rivolto a Glotz.
«Sarà quel cane, signor capitano, a cui avete dato un calcio poco fa.»
«Orribile strepito,» disse il capitano. «Fatelo cessare.»
Allora uno dei soldati entrò nella stanza -- e lo fece cessare.
Il capitano Fischer scese al primo piano seguìto da Glotz.
Quando Von Wedel lo vide entrare si allontanò da Chérie e si pose
sull'attenti.
Di fuori era cessato già da tempo il rombo del cannone, ma si udivano
ogni tanto degli scoppi d'arma da fuoco -- improvvise scariche di
fucileria che cessavano di colpo com'erano principiate.
I tre ufficiali parevano non badare a questi rumori. Si erano radunati
intorno al tavolo e parlavano tra loro a bassa voce; il capitano dava
ordini secchi e concisi; Von Wedel ogni tanto interrompeva domandando
una cosa o un'altra; mentre Glotz, rigido e diritto come un balocco
meccanico, diceva ad intervalli: «Ja, Herr Hauptmann -- ja, Herr
Leutnant,» senza alcuna espressione sul viso tondo, rosso e solenne.
Egli non aveva mai rivolto gli occhi sulle donne. Pareva che per lui non
esistessero.
Luisa, con Chérie e Mirella, si era rifugiata in un angolo della stanza
e tutt'e tre tenevano fissi gli occhi pieni d'ansia sul gruppo degli
ufficiali.
«Chissà cosa dicono,» susurrò Luisa. «Cercate di capire....»
Chérie tese l'orecchio.
«Stanno parlando... aspetta... dicono dove andranno a dormire.»