Le fanciulle, nelle vesti di mussola e le scarpette di raso, si
sparpagliarono verso le loro case come un volo di farfalle spaurite.
L'avevano sognato, o c'era stato proprio, mentr'esse correvano sopra il
ponte, un suono profondo e rimbombante come tuono lontano?... Ristettero
ad ascoltare.
Sì.... eccolo di nuovo quel profondo fragore, tuonante da lungi nella
notte stellata.
«Jésus, Marie, St. Joseph, ayez pitié de nous,» susurrò Jeannette, e le
altre ripeterono tremanti la invocazione. Quindi attraversarono correndo
il ponte e giunsero alle loro abitazioni.
***
Luisa, Chérie e Mirella erano rimaste sole nella casa deserta. Quando
salirono a cercare di Frida trovarono la sua stanza vuota. Nulla di suo
vi rimaneva, soltanto due libri -- il «_Deutscher Dichterschatz_», e
«_Der Trompeter von Säkkingen_» -- giacevano sulla tavola, e il busto in
gesso di Mozart stava ancora al suo posto sul caminetto.
«Sarà sgusciata via mentre noi parlavamo con Florian», disse a bassa
voce Chérie volgendo una faccia pallida e stravolta a Luisa che girava
lo sguardo stupefatto intorno alla stanza vuota.
«Era una vipera,» osservò Mirella tenendosi un po' più stretta al
braccio di sua madre. «E anche Fritz era un serpe.»
Al nome di Fritz Luisa fu scossa da un brivido.
«Fritz!... Non sarà tornato?» disse piano, lanciando uno sguardo pauroso
verso la finestra. Di là del cortile si scorgeva ancora nella
semi-oscurità il fabbricato rustico dove il domestico aveva la sua
camera. «Che ci sia?...»
Nel silenzio che seguì tutte guardarono quelle finestre chiuse e buie
sopra il garage; e l'idea che Fritz potesse essere là nascosto e in
agguato era assai inquietante.
«Bisogna andare a vedere,» disse Chérie, tremante ma risoluta.
Così -- tenendosi vicinissime l'una all'altra, e Luisa portando alta
sopra la testa una lanterna -- attraversarono il cortile silenzioso.
Spinsero la porta di legno, socchiusa, e salirono per le scale
scricchiolanti alla camera di Fritz.
Vuota! -- Era vuota anch'essa.
Luisa tirò un tremulo sospiro di sollievo; ma Chérie le additò il baule
accanto al letto, e gli abiti sparsi per la stanza.
«Si vede che ha l'idea di tornare,» susurrò Chérie; e tutt'e tre
tremarono a questo pensiero. Allora scesero rapide, attraversarono il
cortile e rientrarono in casa. Si trassero dietro la pesante porta
d'ingresso che si chiuse con fragore; ma quando vollero spingere il
catenaccio e chiudere a chiave trovarono che questa era stata portata
via, e la grossa spranga di ferro era staccata dal battente.
Fu in quel momento che il primo rombo lontano giunse alle loro orecchie.
«Che rumore è quello?» chiese Mirella, scotendo il braccio di sua madre.
«Rispondi!»
Chérie le prese la manina. «Niente.... era niente,» disse rapida.
«Andiamo su a preparare le nostre cose...» E vedendo Luisa che stava
ancora davanti alla porta, impietrita come una statua colla lanterna in
mano, le gridò: «Lulù! Ti prego.... va in camera tua a radunare ciò che
vuoi portar via domattina.»
Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula; indi lentamente si
mosse, ed obbedì.
.... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti che ci circondano quelli
da portarsi via, così, nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate
come ci crescono profondamente nel cuore, come diventano, col passar
degli anni, una parte integrale della nostra esistenza!
Ma come? Si devono prendere solamente i denari e pochi gioielli?... E
non questo quadro? Non queste lettere? Non questo dono prezioso di chi
non è più?... Non la massiccia argenteria che per generazioni è stata
nostra? Non il caro velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito
libriccino da Messa della nostra Prima Comunione?... E non le preziose
medaglie che commemorano le campagne di guerra di nostro padre? Nè i
documenti che dimostrano chi siamo e ciò ch'è nostro?...
Ma -- e la gabbia con dentro i canarini che dormono -- lievi pallottole
di lanugine dorata? Si devono lasciarli qui a morire?... E il cane -- il
fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi buoni e intelligenti?...
«Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo con noi,» disse Chérie.
«Lo portiamo con noi...» ripetè trasognata Luisa che errava come
un'anima smarrita per le stanze raccogliendo degli oggetti e poi
rimettendoli giù.
Un orologio lontano suonò le undici.
Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola rosa, s'era arrampicata sul
letto di Luisa e sonnecchiava.
Ah!... Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo, tuonante, perdentesi in un
lungo e minaccioso brontolio....
«E' più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le mani. «E' più vicino!» E
mentre ancora lo diceva, ecco ripetersi il suono terribile -- e più
vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più temibile.... Le vetrate
della casa tremarono.
Mirella balzò a sedere sul letto cogli occhi spalancati e lucenti.
«Cos'è?» Poi gridò forte: «Mamma! dimmi cos'è?»
Luisa accorse. «Zitta, cara, zitta,» disse chinandosi su di lei e
baciandola.
«Ma cos'è?» insistette la bambina. «Voglio sapere! E' un temporale? O
sono i nemici?»
«Ma no, piccola cara, no!» la rassicurò Chérie, accorsa anch'essa. «Sono
i nostri cannoni, che sparano appunto per tenerli lontani.»
Mirella lasciò ricadere il capo sul guanciale e le chiome di seta bionda
si sparsero tutt'intorno al piccolo viso.
Dopo un attimo riaprì gli occhi.
«Ma vorranno venir qui, i tedeschi?»
Vi fu un silenzio. Poi Chérie disse: «Che idea!» e Luisa soggiunse: «Mai
più!»
«Ma... hanno voglia di venir qui?» insistette Mirella, cogli occhi che
si appesantivano.
«E che cosa verrebbero a fare, scioccherella?» balbettò Luisa colle
labbra pallide. «Che cosa potrebbero volere in questo piccolo
villaggio?»
«Ma già,» assenti Chérie. «Dormi, dormi, Mirella, che l'alba sarà subito
qui.»
Mirella chiuse gli occhi, e pensò ai tedeschi. I tedeschi -- secondo gli
insegnamenti di Frida e di un giornale umoristico settimanale chiamato
«_Fliegende Blätter_» -- si distinguevano in due categorie: Professori e
Tenenti. I Professori erano vecchi, calvi e comici; i Tenenti erano
giovani, aristocratici ed affascinanti. I Professori erano così
distratti che non sapevano mai nè dove andassero, nè che cosa facessero;
i Tenenti erano così irresistibili che solo a vederli tutte le ragazze
di Germania cadevano in deliquio, e morivano per essi di etisia e di
amore. Frida talvolta ammetteva che vi era qualche altro tedesco
all'infuori di queste due categorie. Vi erano dei poeti, per esempio, ma
questi erano già quasi tutti morti; vi erano delle buone madri di
famiglia, che facevano una conserva chiamata Konfitür; vi erano dei
camerieri d'albergo che andavano all'estero.... Ma certamente, pensò
Mirella, i tedeschi che volevano entrare nel Belgio questa sera erano i
Tenenti e i Professori....
Mirella si annidò più comodamente nei soffici cuscini e si addormentò.
Sognò che erano proprio arrivati, che erano molto amabili e che
ammiravano molto il suo vestito rosa.
Un rombo assordante la destò -- uno scoppio immane con uno scrosciar di
travi rotte e di vetri frantumati.
Mirella balzò dal letto, e subito un lampo l'acciecò, un altro rombo
riempì l'aria.
Pareva che crollasse il mondo.
«Mirella!!» Le braccia di sua madre erano intorno a lei, e Chérie si
aggrappava ad entrambe.
«Andiamo via -- andiamo via subito!» gridò Chérie. «Cercheremo rifugio
dal Borgomastro... dal Parroco... Non stiamo qui, non stiamo qui, sole!»
«Sì... sì... andiamo...» balbettò Luisa. «Ma chi ci porterà la roba?...»
«Che roba? Ma cosa dici?» gridò Chérie. «Non possiamo prender nulla --
nulla, Lulù! -- Per amor di Dio, andiamo!»
«Ma.... i denari?...»
«Fa presto!» gridò Chérie.
«Fa presto!» strillò anche Mirella battendo i denti.
«Ma come possiamo...» balbettò Luisa, toccandosi con mano tremula la
gonna di trine, «come possiamo andare per il mondo vestite così?»
«Non importa -- non importa -- andiamo! Facciamo presto! mio Dio!
facciamo presto!...»
Ma Luisa sembrava paralizzata e impietrita dal terrore.
«Adesso verranno... verranno,» mormorava fissando con occhi folli la
finestra frantumata. Le pareva che nell'oscurità di fuori pulsassero e
tuonassero le tremende parole di Florian: «Oltraggio, violenza e
strage.... oltraggio, violenza e strage.»
D'improvviso un gigantesco fascio di fiamme si alzò nel cielo,
illuminando la stanza d'un fantastico bagliore. Quindi un'immane
esplosione scosse la casa fino alle fondamenta.
Con un grido Luisa afferrò Mirella e si slanciò fuori dalla stanza.
Chérie le seguì scendendo a precipizio le scale. Ma un'altra esplosione
le arrestò, folli di panico, sul pianerottolo. La casa tremava, i vetri
della scala cadevano in mille frantumi intorno a loro.
Pazze di terrore si rifugiarono nella sala d'entrata.
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Passarono ore, od istanti?... Non lo seppero mai.
A un tratto sopra l'assordante baccano percepirono altri suoni. Erano
voci -- voci forti e rauche -- giù, nella strada. Un frastuono di grida,
di comandi secchi e gutturali, un clicchettìo di sciabole e speroni.
«Lasciami -- voglio guardar fuori,» ansò Chérie, svincolandosi dalla
stretta convulsa di Luisa. E corse, barcollando alla finestra....
Indi volse a Luisa un volto stralunato.
«Eccoli. _Sono qui!_»
Mirella cacciò un urlo che si perdette nello strepito crescente, e Luisa
levò le mani al cielo.
«E' la morte -- la morte» gemette, e strinse tra le braccia la piangente
Mirella.
«Taci! Taci!» susurrò Chérie. «Forse non entreranno. Il portone è
chiuso...» Ma pur mentre lo diceva sentiva tutta la fallacia di tale
speranza. «Ah! mio Dio!» E Chérie, barcollante indietreggiò dalla
finestra, aggrappandosi alle tende per non cadere. «Luisa, c'è qualcuno
che apre la porta! _E' Fritz...._ E' Fritz.... E' lui che li fa
entrare!»
Ed ecco già per le scale un trepestìo e un vociar alto e rude tra il
tinnir di sciabole e speroni.
Allora, quasi se l'imminente incombere del fato l'avesse d'un tratto
investita d'una forza e dignità nuove, Luisa si raddrizzò alta e tragica
fra le due fanciulle tremanti, e con gesto solenne tracciò sulla fronte
ad entrambe il segno della croce. Poi anch'essa si segnò; e con le
braccia intrecciate stettero immobili. Erano pronte a morire.
Villanamente sbattuta da un calcio la porta si aprì; dei militari in
uniformi grigie apparvero sulla soglia; altri gremivano l'andito
spingendosi avanti rumorosamente. Ma alla vista delle tre figure
allacciate si arrestarono e vi fu un istante di silenzio; quindi un
ufficiale -- un uomo alto, magro, dai baffi grigi -- mosse un passo
davanti agli altri, ed entrò nella stanza. Quelli dietro a lui si
schierarono rigidi e impettiti sul limitare, evidentemente aspettando
ordini.
«_Tiens, tiens, tiens!_» fece l'ufficiale squadrando le tre figure
femminili da capo a piedi, dalle chiome lucenti alle scarpette eleganti.
«Che quadro delizioso!» -- e i suoi occhi sorridevano. «Si direbbe che
vi siete falle belle per riceverci?» Il suo francese era perfetto; il
tono, benchè lievemente sprezzante, non era nè rude nè scortese; i suoi
occhi azzurri erano intelligenti e un po' canzonatori. A dir vero non
sembrava una «jena infernale,» nè evocava l'idea di violenza,
d'oltraggio o di strage.
Nell'anima di Luisa una reazione improvvisa successe alla tensione
suprema di terrore. Le parve di fondersi e svanire in un'onda ineffabile
di conforto e di speranza; e il sangue agghiacciato le rifluì con un
caldo palpito nel cuore.
Frattanto l'ufficiale si era rivolto agli uomini immobili dietro di lui
-- due di questi parevano ufficiali di grado inferiore, gli altri otto o
dieci erano semplici soldati -- e diede loro un breve aspro comando in
tedesco. Tutti salutarono, rigidi; mentre i due ufficiali facevano un
passo avanti e si ponevano a lato del loro superiore. Uno di costoro --
un giovane alto, dagli occhi chiarissimi -- teneva un foglio di carta in
mano.
Dietro l'ordine secco dell'ufficiale anziano egli lesse ad alta voce
quanto vi stava scritto. L'ufficiale superiore, ascoltando quella
lettura, si guardava intorno; volgeva gli occhi dalla finestra alla
porta, poi all'altra porta, poi alla breve scalinata ricoperta di
tappeti rossi che conduceva agli appartamenti superiori....
Chérie e Mirella -- che capivano il tedesco -- ascoltavano stupefatte
quella lettura. Era una breve precisa descrizione della casa e dei suoi
inquilini.
«Abitazione di Claudio Leopoldo Brandès dottore e ufficiale di riserva;
età 34 anni; ammogliato con prole. Sua moglie, sua figlia e una sorella
vivono con lui. Al pian terreno cinque vani: cucine, studio del dottore,
camera da chirurgia e due sale d'aspetto; al primo piano, quattro vani;
ai piani superiori, nove vani. -- Garage; scuderia; rimessa (due
cavalli, una motocicletta, un'automobile -- requisiti); cantine e
telefono. -- _Das ist alles, Herr Kapitän._»
«Uomini adulti in casa?» chiese il Herr Kapitän.
No. Queste donne soltanto.
«Dov'è questo dottor Brandès?»
Partito nella notte del 3 luglio.
«Per la frontiera?»
No; probabilmente per la capitale. «Ma,» soggiunse il giovane ufficiale,
lanciando una fuggevole occhiata alle tre donne, «sarà facile
accertarsene.»
«Bene. E c'era un nostro incaricato qui?» chiese il capitano.
«Sì. Un certo Fritz Müller di Löhrrach.» Chérie fremette e strinse più
forte la mano di Luisa.
«Dov'è questo Müller?» domandò il capitano guardandosi intorno.
«E' giù.... dabbasso: quel domestico,» spiegò il tenente, «che ci aprì
la porta».
«Incaricatelo dei biglietti d'alloggio;» ordinò il capitano. «Si
provveda per 125 uomini. Quanto a noi --» prese di mano al giovane la
carta e la rigirò per guardare il piano della casa disegnato a tergo del
foglio -- «vediamo un po'... Tre stanze a questo piano... quattro di
sopra.... Glotz!» disse, volgendosi all'altro ufficiale, un sottotenente
giovanissimo che gli stava dietro, muto e impalato -- «Lei venga con me.
E porti due uomini.»
Glotz salutò rigido.
Il capitano gettò un'occhiata su Luisa e Chérie. «Von Wedel» --
l'ufficiale dagli occhi chiari si mise sull'attenti -- «tu starai qui.»
Indi il capitano girò sui tacchi, salì impettito i quattro gradini, e
sparve per le scale, seguìto dal sottotenente Glotz e due soldati.
Gli altri otto o dieci uomini rimasero nel vestibolo, schierati in fila,
rigidi e immobili come tanti soldati di piombo.
Von Wedel con un colpo di piede chiuse l'uscio in faccia a costoro;
quindi si volse a contemplare le tre donne lasciate in sua custodia.
Mosse lentamente, con passo deliberato, verso di loro; ed esse
indietreggiarono tenendosi ancora per mano e levando su di lui gli occhi
stellanti e spauriti.
Egli era molto alto e molto largo di spalle e torreggiava sopra le tre
figurette tremanti.
Rimase, così, fissandole per alcuni istanti; i suoi occhi chiarissimi
andavano da Luisa a Chérie, da Chérie a Mirella, poi tornavano a
soffermarsi su Chérie.
«Ebbene, colombelle?» disse alfine; e rise. «Ci aspettavate dunque? Vi
siete vestite da festa per riceverci?» Nei tre paia d'occhi alzati su di
lui fluttuava molta paura.
Egli rise ancora, e mosse d'un altro passo più vicino. Subito tutte e
tre indietreggiarono.
«Ebbene? Perchè non rispondete?»
Luisa si avanzò d'un passo mettendosi davanti alle altre due, quasi in
atto di difesa; poi parlò con voce bassa e tremante:
«Signore.... spero... che voi e i vostri amici.... avrete la bontà di
lasciare questa casa... Come vede.... non siamo che donne, qui.... E
siamo sole...»
«Permetterete a noi di tenervi compagnia,» fece in tono tra l'insinuante
e l'ironico Von Wedel; e soggiunse in aria d'amabile interrogazione:
«Vostro marito non è qui?»
«No,» disse Luisa, e al pensiero di Claudio il suo labbro inferiore
tremò, come quello d'un bambino che sta per piangere.
«Ah, non è qui? Ne sono desolato;» disse Von Wedel alzando un piede e
poggiandolo, nello stivale infangato, su una sedia di broccato chiaro.
«Aspetteremo che ritorni.»
«Ma,» balbettò Luisa «non torna stanotte.»
«Ah, no?... Che marito poco galante!» rise l'ufficiale sporgendosi in
avanti col gomito sul ginocchio ripiegato, e i suoi occhi chiari e
insolenti che finora, anche parlando con Luisa, erano sempre stati fissi
su Chérie, errarono sfrontatamente sopra la graziosa trepidante figura
della sua interlocutrice. «E dove sarebbe andato?»
Egli lanciò la domanda con noncuranza, traendosi di tasca un
portasigarette d'oro e togliendone l'unica sigaretta che conteneva. «Mi
pare che il vostro domestico dicesse che l'avevano mandato a Namur...»
«No, a Mons,» disse Luisa.
«Ah già, già -- Mons!... Interessante città, Mons.» Picchiò leggermente
un'estremità della sua sigaretta sul palmo della mano. «Già. Bella
cattedrale, quella di St. Waudru.... Ed è andato solo?»