V.

Le fanciulle, nelle vesti di mussola e le scarpette di raso, si

sparpagliarono verso le loro case come un volo di farfalle spaurite.

L'avevano sognato, o c'era stato proprio, mentr'esse correvano sopra il

ponte, un suono profondo e rimbombante come tuono lontano?... Ristettero

ad ascoltare.

Sì.... eccolo di nuovo quel profondo fragore, tuonante da lungi nella

notte stellata.

«Jésus, Marie, St. Joseph, ayez pitié de nous,» susurrò Jeannette, e le

altre ripeterono tremanti la invocazione. Quindi attraversarono correndo

il ponte e giunsero alle loro abitazioni.

***

Luisa, Chérie e Mirella erano rimaste sole nella casa deserta. Quando

salirono a cercare di Frida trovarono la sua stanza vuota. Nulla di suo

vi rimaneva, soltanto due libri -- il «_Deutscher Dichterschatz_», e

«_Der Trompeter von Säkkingen_» -- giacevano sulla tavola, e il busto in

gesso di Mozart stava ancora al suo posto sul caminetto.

«Sarà sgusciata via mentre noi parlavamo con Florian», disse a bassa

voce Chérie volgendo una faccia pallida e stravolta a Luisa che girava

lo sguardo stupefatto intorno alla stanza vuota.

«Era una vipera,» osservò Mirella tenendosi un po' più stretta al

braccio di sua madre. «E anche Fritz era un serpe.»

Al nome di Fritz Luisa fu scossa da un brivido.

«Fritz!... Non sarà tornato?» disse piano, lanciando uno sguardo pauroso

verso la finestra. Di là del cortile si scorgeva ancora nella

semi-oscurità il fabbricato rustico dove il domestico aveva la sua

camera. «Che ci sia?...»

Nel silenzio che seguì tutte guardarono quelle finestre chiuse e buie

sopra il garage; e l'idea che Fritz potesse essere là nascosto e in

agguato era assai inquietante.

«Bisogna andare a vedere,» disse Chérie, tremante ma risoluta.

Così -- tenendosi vicinissime l'una all'altra, e Luisa portando alta

sopra la testa una lanterna -- attraversarono il cortile silenzioso.

Spinsero la porta di legno, socchiusa, e salirono per le scale

scricchiolanti alla camera di Fritz.

Vuota! -- Era vuota anch'essa.

Luisa tirò un tremulo sospiro di sollievo; ma Chérie le additò il baule

accanto al letto, e gli abiti sparsi per la stanza.

«Si vede che ha l'idea di tornare,» susurrò Chérie; e tutt'e tre

tremarono a questo pensiero. Allora scesero rapide, attraversarono il

cortile e rientrarono in casa. Si trassero dietro la pesante porta

d'ingresso che si chiuse con fragore; ma quando vollero spingere il

catenaccio e chiudere a chiave trovarono che questa era stata portata

via, e la grossa spranga di ferro era staccata dal battente.

Fu in quel momento che il primo rombo lontano giunse alle loro orecchie.

«Che rumore è quello?» chiese Mirella, scotendo il braccio di sua madre.

«Rispondi!»

Chérie le prese la manina. «Niente.... era niente,» disse rapida.

«Andiamo su a preparare le nostre cose...» E vedendo Luisa che stava

ancora davanti alla porta, impietrita come una statua colla lanterna in

mano, le gridò: «Lulù! Ti prego.... va in camera tua a radunare ciò che

vuoi portar via domattina.»

Luisa si volse e la guardò con occhi di sonnambula; indi lentamente si

mosse, ed obbedì.

.... Ardua cosa scegliere fra tutti gli oggetti che ci circondano quelli

da portarsi via, così, nelle nostre due mani! Ah, queste cose inanimate

come ci crescono profondamente nel cuore, come diventano, col passar

degli anni, una parte integrale della nostra esistenza!

Ma come? Si devono prendere solamente i denari e pochi gioielli?... E

non questo quadro? Non queste lettere? Non questo dono prezioso di chi

non è più?... Non la massiccia argenteria che per generazioni è stata

nostra? Non il caro velo delle nostre nozze?.... Non lo sgualcito

libriccino da Messa della nostra Prima Comunione?... E non le preziose

medaglie che commemorano le campagne di guerra di nostro padre? Nè i

documenti che dimostrano chi siamo e ciò ch'è nostro?...

Ma -- e la gabbia con dentro i canarini che dormono -- lievi pallottole

di lanugine dorata? Si devono lasciarli qui a morire?... E il cane -- il

fedele compagno che alza su di noi i suoi occhi buoni e intelligenti?...

«Ah! Amour, a qualsiasi costo, lo portiamo con noi,» disse Chérie.

«Lo portiamo con noi...» ripetè trasognata Luisa che errava come

un'anima smarrita per le stanze raccogliendo degli oggetti e poi

rimettendoli giù.

Un orologio lontano suonò le undici.

Mirella, ancora nel suo vestitino di mussola rosa, s'era arrampicata sul

letto di Luisa e sonnecchiava.

Ah!... Eccolo di nuovo quel rimbombo cupo, tuonante, perdentesi in un

lungo e minaccioso brontolio....

«E' più vicino!» ansò Luisa, torcendosi le mani. «E' più vicino!» E

mentre ancora lo diceva, ecco ripetersi il suono terribile -- e più

vicino, infatti, e più cupo, più profondo, più temibile.... Le vetrate

della casa tremarono.

Mirella balzò a sedere sul letto cogli occhi spalancati e lucenti.

«Cos'è?» Poi gridò forte: «Mamma! dimmi cos'è?»

Luisa accorse. «Zitta, cara, zitta,» disse chinandosi su di lei e

baciandola.

«Ma cos'è?» insistette la bambina. «Voglio sapere! E' un temporale? O

sono i nemici?»

«Ma no, piccola cara, no!» la rassicurò Chérie, accorsa anch'essa. «Sono

i nostri cannoni, che sparano appunto per tenerli lontani.»

Mirella lasciò ricadere il capo sul guanciale e le chiome di seta bionda

si sparsero tutt'intorno al piccolo viso.

Dopo un attimo riaprì gli occhi.

«Ma vorranno venir qui, i tedeschi?»

Vi fu un silenzio. Poi Chérie disse: «Che idea!» e Luisa soggiunse: «Mai

più!»

«Ma... hanno voglia di venir qui?» insistette Mirella, cogli occhi che

si appesantivano.

«E che cosa verrebbero a fare, scioccherella?» balbettò Luisa colle

labbra pallide. «Che cosa potrebbero volere in questo piccolo

villaggio?»

«Ma già,» assenti Chérie. «Dormi, dormi, Mirella, che l'alba sarà subito

qui.»

Mirella chiuse gli occhi, e pensò ai tedeschi. I tedeschi -- secondo gli

insegnamenti di Frida e di un giornale umoristico settimanale chiamato

«_Fliegende Blätter_» -- si distinguevano in due categorie: Professori e

Tenenti. I Professori erano vecchi, calvi e comici; i Tenenti erano

giovani, aristocratici ed affascinanti. I Professori erano così

distratti che non sapevano mai nè dove andassero, nè che cosa facessero;

i Tenenti erano così irresistibili che solo a vederli tutte le ragazze

di Germania cadevano in deliquio, e morivano per essi di etisia e di

amore. Frida talvolta ammetteva che vi era qualche altro tedesco

all'infuori di queste due categorie. Vi erano dei poeti, per esempio, ma

questi erano già quasi tutti morti; vi erano delle buone madri di

famiglia, che facevano una conserva chiamata Konfitür; vi erano dei

camerieri d'albergo che andavano all'estero.... Ma certamente, pensò

Mirella, i tedeschi che volevano entrare nel Belgio questa sera erano i

Tenenti e i Professori....

Mirella si annidò più comodamente nei soffici cuscini e si addormentò.

Sognò che erano proprio arrivati, che erano molto amabili e che

ammiravano molto il suo vestito rosa.

Un rombo assordante la destò -- uno scoppio immane con uno scrosciar di

travi rotte e di vetri frantumati.

Mirella balzò dal letto, e subito un lampo l'acciecò, un altro rombo

riempì l'aria.

Pareva che crollasse il mondo.

«Mirella!!» Le braccia di sua madre erano intorno a lei, e Chérie si

aggrappava ad entrambe.

«Andiamo via -- andiamo via subito!» gridò Chérie. «Cercheremo rifugio

dal Borgomastro... dal Parroco... Non stiamo qui, non stiamo qui, sole!»

«Sì... sì... andiamo...» balbettò Luisa. «Ma chi ci porterà la roba?...»

«Che roba? Ma cosa dici?» gridò Chérie. «Non possiamo prender nulla --

nulla, Lulù! -- Per amor di Dio, andiamo!»

«Ma.... i denari?...»

«Fa presto!» gridò Chérie.

«Fa presto!» strillò anche Mirella battendo i denti.

«Ma come possiamo...» balbettò Luisa, toccandosi con mano tremula la

gonna di trine, «come possiamo andare per il mondo vestite così?»

«Non importa -- non importa -- andiamo! Facciamo presto! mio Dio!

facciamo presto!...»

Ma Luisa sembrava paralizzata e impietrita dal terrore.

«Adesso verranno... verranno,» mormorava fissando con occhi folli la

finestra frantumata. Le pareva che nell'oscurità di fuori pulsassero e

tuonassero le tremende parole di Florian: «Oltraggio, violenza e

strage.... oltraggio, violenza e strage.»

D'improvviso un gigantesco fascio di fiamme si alzò nel cielo,

illuminando la stanza d'un fantastico bagliore. Quindi un'immane

esplosione scosse la casa fino alle fondamenta.

Con un grido Luisa afferrò Mirella e si slanciò fuori dalla stanza.

Chérie le seguì scendendo a precipizio le scale. Ma un'altra esplosione

le arrestò, folli di panico, sul pianerottolo. La casa tremava, i vetri

della scala cadevano in mille frantumi intorno a loro.

Pazze di terrore si rifugiarono nella sala d'entrata.

----

Passarono ore, od istanti?... Non lo seppero mai.

A un tratto sopra l'assordante baccano percepirono altri suoni. Erano

voci -- voci forti e rauche -- giù, nella strada. Un frastuono di grida,

di comandi secchi e gutturali, un clicchettìo di sciabole e speroni.

«Lasciami -- voglio guardar fuori,» ansò Chérie, svincolandosi dalla

stretta convulsa di Luisa. E corse, barcollando alla finestra....

Indi volse a Luisa un volto stralunato.

«Eccoli. _Sono qui!_»

Mirella cacciò un urlo che si perdette nello strepito crescente, e Luisa

levò le mani al cielo.

«E' la morte -- la morte» gemette, e strinse tra le braccia la piangente

Mirella.

«Taci! Taci!» susurrò Chérie. «Forse non entreranno. Il portone è

chiuso...» Ma pur mentre lo diceva sentiva tutta la fallacia di tale

speranza. «Ah! mio Dio!» E Chérie, barcollante indietreggiò dalla

finestra, aggrappandosi alle tende per non cadere. «Luisa, c'è qualcuno

che apre la porta! _E' Fritz...._ E' Fritz.... E' lui che li fa

entrare!»

Ed ecco già per le scale un trepestìo e un vociar alto e rude tra il

tinnir di sciabole e speroni.

Allora, quasi se l'imminente incombere del fato l'avesse d'un tratto

investita d'una forza e dignità nuove, Luisa si raddrizzò alta e tragica

fra le due fanciulle tremanti, e con gesto solenne tracciò sulla fronte

ad entrambe il segno della croce. Poi anch'essa si segnò; e con le

braccia intrecciate stettero immobili. Erano pronte a morire.

Villanamente sbattuta da un calcio la porta si aprì; dei militari in

uniformi grigie apparvero sulla soglia; altri gremivano l'andito

spingendosi avanti rumorosamente. Ma alla vista delle tre figure

allacciate si arrestarono e vi fu un istante di silenzio; quindi un

ufficiale -- un uomo alto, magro, dai baffi grigi -- mosse un passo

davanti agli altri, ed entrò nella stanza. Quelli dietro a lui si

schierarono rigidi e impettiti sul limitare, evidentemente aspettando

ordini.

«_Tiens, tiens, tiens!_» fece l'ufficiale squadrando le tre figure

femminili da capo a piedi, dalle chiome lucenti alle scarpette eleganti.

«Che quadro delizioso!» -- e i suoi occhi sorridevano. «Si direbbe che

vi siete falle belle per riceverci?» Il suo francese era perfetto; il

tono, benchè lievemente sprezzante, non era nè rude nè scortese; i suoi

occhi azzurri erano intelligenti e un po' canzonatori. A dir vero non

sembrava una «jena infernale,» nè evocava l'idea di violenza,

d'oltraggio o di strage.

Nell'anima di Luisa una reazione improvvisa successe alla tensione

suprema di terrore. Le parve di fondersi e svanire in un'onda ineffabile

di conforto e di speranza; e il sangue agghiacciato le rifluì con un

caldo palpito nel cuore.

Frattanto l'ufficiale si era rivolto agli uomini immobili dietro di lui

-- due di questi parevano ufficiali di grado inferiore, gli altri otto o

dieci erano semplici soldati -- e diede loro un breve aspro comando in

tedesco. Tutti salutarono, rigidi; mentre i due ufficiali facevano un

passo avanti e si ponevano a lato del loro superiore. Uno di costoro --

un giovane alto, dagli occhi chiarissimi -- teneva un foglio di carta in

mano.

Dietro l'ordine secco dell'ufficiale anziano egli lesse ad alta voce

quanto vi stava scritto. L'ufficiale superiore, ascoltando quella

lettura, si guardava intorno; volgeva gli occhi dalla finestra alla

porta, poi all'altra porta, poi alla breve scalinata ricoperta di

tappeti rossi che conduceva agli appartamenti superiori....

Chérie e Mirella -- che capivano il tedesco -- ascoltavano stupefatte

quella lettura. Era una breve precisa descrizione della casa e dei suoi

inquilini.

«Abitazione di Claudio Leopoldo Brandès dottore e ufficiale di riserva;

età 34 anni; ammogliato con prole. Sua moglie, sua figlia e una sorella

vivono con lui. Al pian terreno cinque vani: cucine, studio del dottore,

camera da chirurgia e due sale d'aspetto; al primo piano, quattro vani;

ai piani superiori, nove vani. -- Garage; scuderia; rimessa (due

cavalli, una motocicletta, un'automobile -- requisiti); cantine e

telefono. -- _Das ist alles, Herr Kapitän._»

«Uomini adulti in casa?» chiese il Herr Kapitän.

No. Queste donne soltanto.

«Dov'è questo dottor Brandès?»

Partito nella notte del 3 luglio.

«Per la frontiera?»

No; probabilmente per la capitale. «Ma,» soggiunse il giovane ufficiale,

lanciando una fuggevole occhiata alle tre donne, «sarà facile

accertarsene.»

«Bene. E c'era un nostro incaricato qui?» chiese il capitano.

«Sì. Un certo Fritz Müller di Löhrrach.» Chérie fremette e strinse più

forte la mano di Luisa.

«Dov'è questo Müller?» domandò il capitano guardandosi intorno.

«E' giù.... dabbasso: quel domestico,» spiegò il tenente, «che ci aprì

la porta».

«Incaricatelo dei biglietti d'alloggio;» ordinò il capitano. «Si

provveda per 125 uomini. Quanto a noi --» prese di mano al giovane la

carta e la rigirò per guardare il piano della casa disegnato a tergo del

foglio -- «vediamo un po'... Tre stanze a questo piano... quattro di

sopra.... Glotz!» disse, volgendosi all'altro ufficiale, un sottotenente

giovanissimo che gli stava dietro, muto e impalato -- «Lei venga con me.

E porti due uomini.»

Glotz salutò rigido.

Il capitano gettò un'occhiata su Luisa e Chérie. «Von Wedel» --

l'ufficiale dagli occhi chiari si mise sull'attenti -- «tu starai qui.»

Indi il capitano girò sui tacchi, salì impettito i quattro gradini, e

sparve per le scale, seguìto dal sottotenente Glotz e due soldati.

Gli altri otto o dieci uomini rimasero nel vestibolo, schierati in fila,

rigidi e immobili come tanti soldati di piombo.

Von Wedel con un colpo di piede chiuse l'uscio in faccia a costoro;

quindi si volse a contemplare le tre donne lasciate in sua custodia.

Mosse lentamente, con passo deliberato, verso di loro; ed esse

indietreggiarono tenendosi ancora per mano e levando su di lui gli occhi

stellanti e spauriti.

Egli era molto alto e molto largo di spalle e torreggiava sopra le tre

figurette tremanti.

Rimase, così, fissandole per alcuni istanti; i suoi occhi chiarissimi

andavano da Luisa a Chérie, da Chérie a Mirella, poi tornavano a

soffermarsi su Chérie.

«Ebbene, colombelle?» disse alfine; e rise. «Ci aspettavate dunque? Vi

siete vestite da festa per riceverci?» Nei tre paia d'occhi alzati su di

lui fluttuava molta paura.

Egli rise ancora, e mosse d'un altro passo più vicino. Subito tutte e

tre indietreggiarono.

«Ebbene? Perchè non rispondete?»

Luisa si avanzò d'un passo mettendosi davanti alle altre due, quasi in

atto di difesa; poi parlò con voce bassa e tremante:

«Signore.... spero... che voi e i vostri amici.... avrete la bontà di

lasciare questa casa... Come vede.... non siamo che donne, qui.... E

siamo sole...»

«Permetterete a noi di tenervi compagnia,» fece in tono tra l'insinuante

e l'ironico Von Wedel; e soggiunse in aria d'amabile interrogazione:

«Vostro marito non è qui?»

«No,» disse Luisa, e al pensiero di Claudio il suo labbro inferiore

tremò, come quello d'un bambino che sta per piangere.

«Ah, non è qui? Ne sono desolato;» disse Von Wedel alzando un piede e

poggiandolo, nello stivale infangato, su una sedia di broccato chiaro.

«Aspetteremo che ritorni.»

«Ma,» balbettò Luisa «non torna stanotte.»

«Ah, no?... Che marito poco galante!» rise l'ufficiale sporgendosi in

avanti col gomito sul ginocchio ripiegato, e i suoi occhi chiari e

insolenti che finora, anche parlando con Luisa, erano sempre stati fissi

su Chérie, errarono sfrontatamente sopra la graziosa trepidante figura

della sua interlocutrice. «E dove sarebbe andato?»

Egli lanciò la domanda con noncuranza, traendosi di tasca un

portasigarette d'oro e togliendone l'unica sigaretta che conteneva. «Mi

pare che il vostro domestico dicesse che l'avevano mandato a Namur...»

«No, a Mons,» disse Luisa.

«Ah già, già -- Mons!... Interessante città, Mons.» Picchiò leggermente

un'estremità della sua sigaretta sul palmo della mano. «Già. Bella

cattedrale, quella di St. Waudru.... Ed è andato solo?»

Vae victis! Romanzo · 第 11 / 62 题