»Della disfida ecco il segnal: se ardito
»V'ha tra voi per raccorlo, in pensier volga
»Qual nemico potria vedersi a petto.
_Shakspeare._
Persino Luca di Beaumanoir fu commosso dal modo pieno di grazia e di
nobiltà, onde Rebecca ricorse a quest'ultima appellazione. Per natura
non era egli crudele, nè tampoco sarebbe stato severo, se il suo
cuore, serbatosi peregrino alle soavi passioni, non avesse acquistato
a grado a grado inflessibil durezza dalla vita ascetica professata,
dalla consuetudine delle pugne, dalla coscienza del supremo potere in
lui concentrato, e finalmente dalla supposta necessità di sradicare
l'eresia e di soggiogar gli Infedeli, la qual cosa ei riguardava come
supremo dovere. I suoi lineamenti perdettero alcun poco dell'ordinaria
austerità, in fisando gli sguardi sull'amabile creatura, che sola,
priva di soccorritori e d'amici con tanto coraggio e nobiltà da sè
medesima si difendea. Fece per tre volte il segno della croce, temendo
senza dubbio che la nuova commozione cui soggiacea l'animo suo, di
tempera per solito più dura dell'acciaio della sua spada, fosse ella
pure l'opera di qualche sortilegio.
«Giovinetta» finalmente le disse «se la pietà che tu m'inspiri è
cagionata da qualche pratica di magia alla quale tu abbia avuto
ricorso, grand'è il tuo delitto, ma più mi giova il credere tale pietà
un sentimento naturale al mio cuore, che è addolorato in veggendo
come una creatura fornita di tanti esterni doni sia divenuta un vaso
di perdizione. Confessa le tue colpe, o mia figlia; pentiti, abbiura
i tuoi errori; abbraccia la nostra santa fede, di cui questo bastone
porta l'emblema, e puoi ancora essere felice in questo mondo, come
nell'altro. Collocata in qualche casa religiosa d'un ordine de'
più austeri, ti rimarrà tempo ad orare ed a far penitenza. A tai
patti ricevi la vita. Quai vantaggi ritraesti dalla legge di Mosè ad
ostinarti a morire per essa?»
«Ella è la legge de' miei padri» Rebecca rispose: «fu data sulla cima
del Sinai in mezzo a' tuoni ed ai lampi, e lo credete voi medesimi, se
pure siete cristiani. Voi dite che una tal legge fu ritrattata; e ciò è
quanto non m'hanno insegnato a credere ancora.»
«Si chiami il nostro cappellano» disse Beaumanoir «e ch'egli spieghi a
questa Infedele ostinata....»
«Perdonatemi se v'interrompo. Io non sono che una giovane inesperta, e
incapace di argomentare sulla verità della mia religione; ben so morire
per essa, se tale è il volere di Dio. Permettetemi di domandarvi se
accettate la mia istanza per ottenere il combattimento giudiziario.»
«Mi si trasmetta il suo guanto» disse allora Beaumanoir. «Gli è un
pegno ben debole, ben leggiero» soggiunse egli nell'esaminarlo «per
una domanda sì rilevante quant'è quella d'un combattimento all'ultimo
sangue. Considera bene questo guanto, o mia figlia, e fanne confronto
colle manopole che coprono le nostre mani; e tal differenza passa
appunto fra la tua causa e quella del Tempio. Pensa essere il nostro
Ordine che tu disfidi.»
«Mettete nella bilancia la mia innocenza» rispose Rebecca «e il guanto
di seta farà sollevare il piattello che conterrà la manopola di ferro.»
«Tu persisti adunque nel rifiuto di confessare le tue colpe, e nella
audace disfida da te promossa?»
«Vi persisto, nobil signore.»
«Ebbene, sia fatto a norma dell'inchiesta, e il giudizio di Dio provi
qual sia la buona causa.»
«_Amen!_» risposero i commendatori collocati presso il Gran-Mastro.
«_Amen!_» ripeterono i cavalieri e tutta quell'adunanza.
«Miei fratelli» disse Beaumanoir «vi è noto come potremmo ricusare a
cotesta donna il privilegio del combattimento giudiziario. Ma, benchè
ebrea e infetta di magia, ella è straniera e priva d'altra difesa.
Implora il benefizio delle salutari nostre leggi. Non sia mai che
glielo neghiamo. Per altra parte, quantunque ci siam consacrati allo
stato religioso, non perdemmo quindi l'essere nostro di cavalieri e
soldati, e arrossiremmo di ricusarle tal prova qualunque ne fosse il
pretesto. Udite pertanto, fratelli miei, lo stato di tale bisogna.
Rebecca, figlia di Isacco, ebrea di religione, che una moltitudine di
circostanze più che sospette accusa d'avere operati sortilegi sopra
la persona d'un nobile cavaliere del nostro sant'Ordine, domanda
il combattimento per fare prova di sua innocenza. A chi giudicate
voi debba consegnarsi il pegno della battaglia, nominandolo nostro
campione?»
«A Brian di Bois-Guilbert» disse tosto il commendatore di Goodalrick.
«A lui particolarmente un tale affare si aspetta, ed egli ne conosce la
giustizia meglio di ognuno.»
«Ma il nostro fratello Brian vive ora sotto l'influenza d'un
sortilegio. Ciò vi facciamo osservare per un riguardo di prudenza;
non già che trovisi in tutto l'Ordine un braccio cui più di buon grado
volessimo affidare la difesa dell'Ordine stesso.»
«Reverendo Gran-Mastro» il Commendatore riprese a dire «vi debbe esser
noto non trovarsi malefizio assai forte per prevalere sopra un campione
allorquando si offre ad un cimento che è giudizio di Dio.»
«A tal ragione mi arrendo» soggiunse Beaumanoir. «Alberto di Malvoisin,
rimettete a Brian di Bois-Guilbert il pegno della battaglia. Fratello
Brian, noi vi esortiamo a combattere col vostro coraggio, e a non
dubitare del trionfo della buona causa. Rebecca, ti concediamo tre
giorni, incominciando da questo, onde tu possa provvederti d'un
campione.»
«Ben è breve sì fatto indugio, onde una straniera, una donna di
religione diversa dalla vostra, possa sperare di rinvenire un uomo che
voglia cimentare per essa il proprio onore e la vita.»
«Non ne è lecito prolungarlo» rispose il Gran-Mastro. «Il combattimento
dee seguire alla nostra presenza, e possenti motivi nel quarto giorno
ne chiamano altrove.»
«Sia fatta la volontà di Dio!» rispose Rebecca. «Pongo ogni mia fiducia
in quel solo che può in un punto operare più cose di quante ne possa
l'uomo nel durare d'una eternità.»
«Non v'ha obbiezione contra un tal detto» soggiunse Beaumanoir «ma
noi sappiamo chi è colui che può talora vestir le sembianze d'angelo
di luce. Non resta più che a deliberare sul luogo della pugna, e del
supplizio, se questo dovrà accadere. Ove è il commendatore Malvoisin?»
Malvoisin stavasi presso a Bois-Guilbert, tenendo tuttavia fra le mani
il guanto di Rebecca, e parlandogli sommessamente, ma con voce animata.
«Ricuserebbe egli il pegno della battaglia?» chiese in tuono severo il
Gran-Mastro.
«No, reverendo Gran-Mastro,» rispose Malvoisin, sollecito di nascondere
il guanto sotto al mantello; «egli accetta. Quanto al luogo della
lizza, io vi propongo il campo di san Giorgio, pertenente alla
commenda, e ove siam soliti condurci ad armeggiare.»
«Ottimamente» disse il Gran-Mastro. «Rebecca, gli è in campo chiuso
che dovrai presentare il tuo campione; e s'ei non riporta vittoria, se
niuno si presenta a combattere in tua difesa, tu perirai della morte
serbata alle fattucchiere, perchè tale è la nostra sentenza. Che questo
giudizio venga registrato ne' nostri archivi, e se ne faccia pubblica
lettura, onde nessuno possa allegare eccezion d'ignoranza.»
Uno de' cappellani, che adempiea ufizio di notaro, scrisse tale
giudizio, sopra un grosso registro _in foglio_, ove si soleano
trascrivere gli atti capitolari del Tempio, e poi ch'ebbe terminato,
uno de' suoi colleghi ne fece lettura ad alta ed intelligibile voce.
«Dio soccorra la buona causa!» disse il Gran-Mastro terminata che fu la
lettura medesima.
«_Amen!_» rispose tutta quell'assemblea. Rebecca serbò il silenzio,
sollevò gli occhi al cielo, ed incrocicchiate le braccia sul
petto, rimase un istante in tal atto. Poi, voltasi modestamente al
Gran-Mastro, gli rimostrò come fosse d'uopo il permetterle di porsi in
corrispondenza coi propri amici a fine d'instruirli dello stato in cui
si trovava, e di procacciarsi meglio un campione che la causa di lei
difendesse.
«È giustissima si fatta inchiesta» Beaumanoir le rispose. «Scegli il
messo che più t'aggrada, e gli sarà libero l'ingresso alla stanza della
tua prigione.»
«Avvi alcuno tra voi» disse Rebecca volgendosi all'uditorio «che mosso
da amor di giustizia, o dalla speranza di una larga ricompensa, voglia
prestar tal servigio ad una giovane innocente altrettanto quant'è
sventurata?»
Niuno rispose, perchè non trovavasi chi ardisse alla presenza del
Gran-Mastro esternare premura per un'ebrea dallo stesso Gran-Mastro
condannata siccome strega, e mettersi così a rischio di venir
sospettato partigiano del giudaismo o della negromanzia. Quindi nè la
pietà, nè l'adescamento medesimo d'una ricompensa ebbero forza bastante
a vincere un tale timore.
Rebecca rimase alcuni istanti in uno stato d'inquietezza, che sarebbe
impossibile cosa il descrivere. «E il crederò a me medesima?» ella
esclamava «ed è sul suolo inglese ch'io mi vedo priva di quella debole
speranza di salvezza, su cui mi era lecito ancora fondarmi, e ciò per
non esservi chi si presti ad un atto caritatevole che non verrebbe
negato a qualsivoglia reo anche il più abbietto?»
«Io non posso camminare che reggendomi alle stampelle» sclamò Higg,
figliuolo di Snell «ma se movo alcun poco le gambe, a voi sola ne ho
l'obbligazione. Quindi adempirò io le vostre commissioni quanto meglio
mi verrà fatto. Oh! piaccia a Dio che i miei piedi possano ammendare le
colpe della mia lingua! Me infelice! quando ebbi la sfortuna di render
giustizia alla vostra carità, non m'immaginai certamente che v'avrei
posta in pericolo.»
«Dio ordina a suo grado le cose» rispose Rebecca. «Fra le sue mani lo
strumento il più debole può bastare a rompere i ferri della nostra
cattività; e sol ch'ei vuole la lumaca ne diviene messaggero agile
quanto il falcone.»
Sopra un pezzo di pergamena che uno de' cappellani le porse per ordine
del Gran-Mastro, ella scrisse diverse righe in ebraico. «Cerca Isacco
d'York» diss'ella ad Higg, «e consegnagli questo biglietto. Eccoti il
danaro onde tu possa noleggiare un cavallo e pagar le tue spese. Non
saprei dire se tal presentimento mi derivi dal cielo, ma spero non
morire della morte che a me si crede serbata. Il giusto Iddio susciterà
un difensore a mio scampo. Addio, pensa che la mia vita dipende dalla
tua sollecitudine.»
Molti spettatori cercarono stogliere Higg dal toccar solamente un
biglietto scritto in caratteri cabalistici, ma egli rimase fermo in
volere render servigio alla propria benefattrice. «Ella sanò il mio
corpo» loro dicea «nè so persuadermi che sia mente di lei mettere in
rischio l'anima mia.»
Dette le quali cose uscì tosto di Templestowe.
«Mi farò prestare il cavallo del mio vicino Buthan» meditava egli nel
riprendere la via del proprio villaggio «e con questa cavalcatura, e
aiutato dalla grazia di Dio, giugnerò sollecito a York.»
Per una fortunata combinazione non gli fu d'uopo di far tanto viaggio.
Non si era scostato che d'un quarto di miglio dalla Commenda,
allorquando s'accorse di due uomini a cavallo, che ai loro gialli
berrettoni ravvisò per ebrei; ed anzi giunto più vicino ai medesimi
vide che l'un di essi era lo stesso Isacco, l'altro il rabbino
Ben-Samuel. Questi facean la ronda attorno del castello di Templestowe,
ma non osavano entrarvi per essere stato detto loro, che in quel tempo
il Gran-Mastro s'interteneva a processare una strega.
«Fratello Ben-Samuel» all'altro diceva Isacco «la mia anima è inquieta,
nè senza cagione. L'accusa di negromanzia è uno fra i pretesti di cui
spesse volte si valgono i nostri persecutori.»
«Calmatevi, fratello» rispondeva Nathan; «voi siete ricco abbastanza
per non temere i Nazareni. Tutto si ridurrà a spendere, un po' più,
un po' men di danaro. Il danaro ha sovr'essi tanta virtù, quanta ne
avea su i cattivi spiriti l'anello di Salomone. Ma chi è questo povero
sgraziato che s'avanza ver noi reggendosi alle stampelle? Sembra ci
voglia parlare. Amico» diss'egli ad Higg «hai tu bisogno de' soccorsi
dell'arte mia? non te li ricuso, ma avverti questo: non darei un
_aspro_ ad un che io trovi accattando sulla strada maestra. Non ti
servono più le tue gambe? Capisco bene che non potresti far nè il
corriere, nè il pastore, nè il soldato: ma a quanto mi sembra hai buone
braccia, e vi sono altri mestieri ne' quali avresti modo.... In somma,
fratello, che male avete?»
Nel durare di tale arringa Isacco avea preso il biglietto presentatogli
da Higg, e appena postivi gli occhi sopra cambiò di colore, mise un
profondo gemito e stramazzò da cavallo, rimanendo per qualche istante
fuori di sentimento.
Della qual cosa turbato il rabbino saltò di sella, e dopo avere fatto
fiutare un elissire che portava seco al compagno, diede mano agli
strumenti di chirurgia cui parimente professava, accingendosi a trargli
sangue, allorchè Isacco rinvenne. Qual fu la maraviglia di Nathan in
veggendolo gettar lunge da sè il berrettone e spargere di polve i suoi
grigi capelli! Lo credè assalito da un'impeto di vertigine; laonde, non
declinando dalla prima intenzione, riprese in mano i suoi strumenti. Ma
Isacco non tardò a fargli manifesta la vera origine di quel suo stato.
«Figlia del dolore!» esclamò «Ti doveva essere imposto il nome di
_Benoni_, e non di Rebecca. Possa la mia morte preceder la tua,
affinchè io non mi tragga a maledire il creatore e perder l'anima mia!»
«Che osate voi dire, o fratello?» sclamò il rabbino. «E un figlio
d'Israele può favellare in tal guisa? Qual cosa dunque è accaduta a
vostra figlia? Io spero ch'ella non sia ancor tolta dal novero dei
viventi.»
«Ella vive» rispose Isacco «ma come Daniele nella fossa de' leoni,
come i tre fanciulli nella fornace. Ella è prigioniera de' figli di
Belial, che stanno per compiere sovr'essa gli atti di lor crudeltà,
sordi a qualunque voce di compassione per la sua innocenza, per la sua
giovinezza. Ella era sul canuto mio crine una corona di palme, eccola
appassita in una notte come la zucca di Giona. Figlia dell'amor mio!
conforto di mia vecchiezza! solo rampollo della mia amata Rachele! le
tenebre della morte già ti circondano!»
«Però quali cose si contengono in questo scritto? non indica forse
quanto può farsi per liberarla?»
«Leggete, fratel mio, leggete, perchè i miei occhi sono appannati dalle
lagrime.»
Presosi dal rabbino il biglietto di Rebecca, lesse le note scritte in
ebraico, delle quali sì era il tenore:
— _Ad Isacco, figlio d'Adonikam, nomato dai gentili Isacco d'York._
_Che le benedizioni della Terra Promessa crescano sopra di lui._