»Primier delitto, cui feroce zelo
»Trasse l'iniqua turba de' mortali
»Il far di rei decreti auspice il Cielo
_Il medio evo._
Il tribunale preparato al giudizio dell'innocente quanto infelice
Rebecca occupava il _pulvinare_, ossia la parte alta della grande
sala, specie di pianerottolo da noi già descritto, e sede privilegiata
de' signori de' castelli e di que' loro ospiti cui questi voleano far
onore.
Rimpetto alla donzella accusata, sopra un seggio più alto di tutti
gli altri, sedeva il Gran-Mastro coperto di bianco mantello, e tenendo
colla mano il bastone mistico che presentava il simbolo dell'Ordine. Ai
piè di lui vedeasi una tavola, e innanzi a questa seduti due scribi,
cappellani dell'ordine, de' quali era ufizio il registrare a mano a
mano le cose che ivi accadevano. Le negre vesti, i capi calvi e le
figure gravi de' ridetti scribi presentavano una specie di chiaroscuro
a petto del contegno bellicoso in cui mostravansi i cavalieri presenti
a quell'adunata: d'essi una parte avea stanza in Templestowe, ed
un'altra al corteggio del Gran-Mastro spettava. Quattro commendatori
erano collocati sopra scanni meno alti del seggio assegnato al
Gran-Mastro, e posti in una linea meno avanzata. Venivano dopo di
questi semplici cavalieri seduti sopra panche ancor meno alte, e così
distanti dai commendatori, come questi lo erano dal Gran-Mastro, dietro
essi ed in piedi scorgeansi gli aspiranti, poi in ultima fila gli
scudieri dell'Ordine.
Tutto aspirava gravità profonda in quell'assemblea. Ciò nullameno
scorgeansi sulla fisonomia de' cavalieri le tracce d'un ardimento
militare temperato da una specie di solenne raccoglimento che la
presenza del Gran-Mastro inspirava.
Tutt'all'intorno della sala stavano guardie armate di partigiane, e
la moltitudine che empieva la parte inferiore era stata ivi condotta
dalla curiosità egualmente e dal desiderio di vedere un Gran-Mastro e
una strega ebrea. Beaumanoir avea voluto in tal giorno che le porte
di Templestowe fossero aperte ad ognuno, affinchè non mancasse ogni
possibile pubblicità all'atto di giustizia cui intendeva d'accignersi.
I suoi grand'occhi azzurri s'aprivano, parea quasi, più dell'usato, in
fisando quell'adunanza, composta per vero in gran parte di contadini
dei vicini villaggi, e sarebbesi detto che la fisonomia di lui veniva
dilatata dalla coscienza dell'alta sua dignità, e del merito ch'egli
attribuiva a quel ministerio, in cui avea parte primiera. Si aperse
l'adunata con un salmo che intonarono i due cappellani, e ch'egli
accompagnò con sonora voce, cui gli anni non aveano tolta la forza.
I solenni versetti del _Venite exultamus Domino_, che i Templarii
rintronavano sì sovente nel dar battaglia ai nemici terrestri gli
sembrarono i più addicevoli a celebrare il trionfo cui si prefiggea
riportare contra le potenze infernali; perchè sotto simile aspetto
ei riguardava il giudizio al quale si preparava, e che in sua
deliberazione aveva già pronunziato.
Cessati i canti, il Gran-Mastro volse gli occhi sopra la comitiva che
gli stava dintorno, e vide vôto il seggio assegnato ad uno di que'
cavalieri. Bois-Guilbert, che vi stava da prima, l'aveva abbandonato,
tenendosi in piedi ad un angolo in vicinanza degli aspiranti, e
dispiegando quanto potea con mano il mantello, quasi sollecito di
nascondere il volto; coll'altra mano strignea l'impugnatura della
spada guernita del fodero, e colla punta di essa descriveva, com'uomo
distratto, linee irregolari su quel pavimento di quercia.
«Lo sfortunato!» dicea Beaumanoir riguardandolo con aria
compassionevole. «Vedete, Corrado, qual effetto opera sovr'esso la
solennità di questo spettacolo! vedete a qual deplorabile stato un
degno e valoroso cavaliere può essere ridotto dagli sguardi d'una
femmina, se il nemico del genere umano ti aggiugne il soccorso della
magia! Osservate ch'ei non osa alzar gli occhi, nè sovra la donna, nè
sovra di noi! E forse è un incitamento dello spirito maligno che move
la sua mano a descrivere sul pavimento quelle linee cabalistiche. Chi
sa che que' segni non minaccino la nostra vita, la sicurezza di tutti
noi! Ma nulla rileva. Noi disfidiamo le potenze dell'abisso, e ne
trionferemo: _Semper leo percutiatur_.»
Queste cose egli diceva sommessamente al suo commendator Montfichet,
che gli stava a man destra; indi in tali termini addirizzò la parola
all'assemblea:
«Valenti e reverendi commendatori e Cavalieri di questo santo Ordine,
miei fratelli e figli, aspiranti, che desiderate portare questa
rispettabile croce, degni scudieri, che partecipate alle nostre
fatiche, e voi cristiani d'ogni classe, sappiate prima di ogn'altra
cosa non essere mancanza in noi di potere, che ne mosse a radunare
questo capitolo. Quantunque poco sia il merito che ravvisiamo in noi
medesimi, pure allorchè ricevemmo questo baston di comando, ne fu
conferito il diritto di giudicare, di condannare, di punire in tutto
quanto riguarda il bene del nostro Ordine. Il beato san Bernardo nelle
regole che ne ha trasmesse lasciò scritto all'articolo cinquantesimo,
che i fratelli non si assembrerebbero in capitolo se non se col
beneplacito del Gran-Mastro, al quale commise il potere di convocare
capitoli generali o particolari secondo lo giudicherebbe a proposito,
nel luogo o tempo che meglio a lui piacerebbe. In questi capitoli è
nostro dovere l'ascoltare gli avvisi di ciascun fratello, e operare
indi giusta le norme del nostro proprio intendimento. Ma ogni qual
volta il lupo infuriato assale il gregge, e rapisce un'agnella,
è dovere del buon pastore il chiamare in soccorso i compagni onde
assalire coll'arco e colla fionda il nemico, non ci scostando mai dalla
massima ben nota a ciascun di noi: _Si percota sempre il leone che
rugge_.»
«Per tutte queste cagioni abbiamo chiamata alla nostra presenza una
ebrea di nome Rebecca, figlia d'Isacco d'York, femmina conosciuta pei
sortilegi e pei talismani che adopera, ed ai quali ha avuto ricorso
per isviare lo spirito e sedurre il cuore non già d'un abbietto servo,
ma di un nobile cavaliere, non d'un laico, ma d'un uomo dedicatosi
al santo Ordine del Tempio, non d'uno scudiere o d'un aspirante, ma
d'un cavaliere celebre per le sue imprese, e d'uno de' primi in questa
chiara corporazione. Il nostro fratello Brian di Bois-Guilbert ci è
conosciuto, e lo è parimente a tutti coloro che m'ascoltano, come uno
zelante campion della Croce, il cui braccio operò prodigi di valore in
Palestina, e purificò i luoghi santi spargendo il sangue degl'infedeli
che colla loro presenza li contaminavano. La prudenza e la sagacia
non furono in lui men commendevoli del coraggio e del valore; laonde
così in Oriente come in Occidente, i nostri cavalieri ravvisavano in
esso il personaggio più degno d'aspirare a portar questo bastone, ogni
qualvolta sarebbe piaciuto a Dio di alleggerirmi di simil peso.»
«Venuti noi a sapere che un tal uomo, sì meritevole d'onore e sì
onorato, dimenticò d'improvviso quanto egli doveva al suo carattere,
ai suoi voti, alle sue massime, ai suoi fratelli; che ha veduta con
occhio di concupiscenza una spregevole Ebrea; che ha dimenticati i
pericoli cui si commettea, premuroso unicamente di salvarle la vita,
che per ultimo ha spinto l'accecamento e il delirio fino a condurla
in una delle nostre commende, qual cosa possiamo noi credere se non
se che il ridetto cavaliere sia posseduto dal maligno spirito, o viva
sotto l'influenza di qualche sortilegio e malefizio? Che se ne fosse
lecito pensare altrimenti, nè il grado, nè il valore, nè la fama, in
cui è pervenuto il nostro fratello, nè verun'altra umana considerazione
lo avrebbero posto al sicuro dai nostri giusti castighi. Avremmo
obbedito al sacro testo che ne prescrive rompere qualsivoglia patto
coll'iniquità, _auferte malum e vobis_; e Brian di Bois-Guilbert
verrebbe escluso dalla nostra santa congregazione, quand'anche ne fosse
l'occhio o la mano diritta.»
«Ma se per via di qualche sortilegio il demonio si è impadronito del
suo spirito, forse perchè questo cavaliere fisò con troppa imprudenza
gli sguardi sopra costei, noi dobbiamo anzichè punirlo, compiangerlo;
prescrivergli una penitenza che lo purifichi, che lo liberi dal suo
traviamento, e rivolgere, il coltello della nostra indignazione sul
maladetto strumento che per poco non fu cagione della sua totale
rovina. Alzatevi dunque, voi tutti che avete cognizione de' fatti
accaduti, e testificate la verità, affinchè ci assicuriamo se la
nostra giustizia possa riposare tranquilla dopo la punizione di questa
Infedele, o se ne sia d'uopo, con mortale ferita del nostro cuore,
procedere ad espedienti più rigorosi contra un nostro fratello.»
Vennero chiamati molti testimonii per attestare i pericoli a' quali
Brian di Bois-Guilbert s'era commesso per sottrarre la giovane Ebrea
all'incendio del castello, e i modi onde l'aveva indi protetta a
rischio dei propri giorni. Tali particolarità furono narrate con tutta
quella amplificazione, cui generalmente si abbandona lo spirito del
volgo allorchè cadono indagini sopra straordinari avvenimenti, e questa
inclinazione naturale di aggiugnere ebbe nuovo incitamento dall'aria
di soddisfazione, cui nell'udire sì fatti racconti manifestava lo
spettabile personaggio presidente di quell'assemblea. Quindi i pericoli
superati da Bois-Guilbert, assai grandi per sè medesimi, ornati da
que' racconti divennero tali ch'uom ne potea campare in modo sol
prodigioso. Le cure ch'ei si diede onde far salva Rebecca, divennero
un affascinamento di cui non si trovava appena altro esempio; la
docilità colla quale il cavaliere si prestava ad ogni detto dell'ebrea,
quantunque ella non facesse altro che rimprocciarlo, si dipignea
pure come cosa soprannaturale, attesa l'indole violenta ed altera del
cavaliere.
Venne poscia eccitato il commendatore di Templestowe a descrivere
il modo con cui Bois-Guilbert e l'ebrea erano giunti alla Commenda.
Malvoisin avea preparata con molta arte la sua confessione. Circospetto
nello scegliere quelle frasi che potessero ferir meno l'indole
impetuosa dell'amico suo Bois-Guilbert, lasciò travedere, com'ei
l'avesse creduto preso da temporaneo delirio, sola cagione che potea
tenerlo sì fortemente avvinto nei lacci dell'amata ebrea. Poi con un
sospiro di contrizione manifestò il proprio dolore per aver permesso ad
una tal donna l'adito in quella santa dimora. «Ma» aggiunse ancora «ho
già fatta la debita confessione al rispettabile Gran-Mastro. Egli sa
che le mie intenzioni eran pure, e son pronto a sottomettermi a quella
penitenza ch'ei giudicherà a proposito di comandarmi.»
«Ben parlaste, fratello Alberto» disse il Gran-Mastro; «rendo giustizia
alle vostre intenzioni. Esse erano buone. Voi volevate rattenere
nella sua carriera colpevole un vostro fratello. Pure la condotta che
adoperaste è riprovevole. Voi vi siete comportato come uno che volendo
arrestare un cavallo impetuoso, lo prendesse per le staffe anzichè
per la briglia, a rischio di far danno a sè stesso senza aggiugnere
il proprio scopo. Reciterete adunque per sei settimane, e due volte
al giorno, le preci di cui il nostro pio fondatore ha prescritta la
recitazione qual debito giornaliero ai Templarii, e in tutto questo
tempo vi asterrete dal mangiar carne. Tale è la paterna penitenza che
per affetto alla vostra anima crediam ben fatto il comandarvi.»
Il Commendatore con quella sua aria da ipocrita ed indicando la massima
sommessione fece un profondo inchino, e tornò alla sede che avea
lasciata.
«Non sarebb'egli opportuno, o fratelli» soggiunse il Gran-Mastro
«d'assumere alcune informazioni sulla vita precedente di questa donna,
per iscoprire principalmente, se ella si è giovata d'incanti, di
sortilegi o di talismani, poichè in questa sciagurata bisogna tutto ne
trae a credere che il nostro fratello abbia ceduto alle inspirazioni di
qualche angelo delle tenebre?»
Armando di Goodalrick, uno dei commendatori presenti all'adunata,
antico guerriero coperto di cicatrici che attestavano quante ferite
egli avea ricevute dai Mussulmani, ed uomo altamente apprezzato da'
suoi fratelli, surse in quell'istante, e salutò il Gran-Mastro in atto
di chiedergli poter parlare, la qual permissione gli fu conceduta.
«Reverendissimo Gran-Mastro, mi piacerebbe udire dal nostro valoroso
fratello Brian di Bois-Guilbert quai cose egli sappia rispondere a
quanto ha ascoltato, e con qual occhio ei riguardi presentemente la
sciagurata lega in cui è stretto con una ebrea.»
«Brian di Bois-Guilbert» sollevò la voce Beaumanoir «voi avete udita
l'interrogazione del nostro fratello Armando di Goodalrick. V'intimo
rispondere alla medesima.»
Bois-Guilbert volse, ma senza rispondere alcuna cosa, il suo volto
verso il Gran-Mastro che gl'indirigeva la parola.
«Il demonio che lo possede è muto» sclamò Beaumanoir. «Ritirati o
Satana. Parlate, Bois-Guilbert» soggiunse indi allungando verso lui
il bastone «ve ne scongiuro a nome di questo santo simbolo del nostro
Ordine.»
Bois-Guilbert fece uno sforzo a sè medesimo per nascondere i sensi
di sprezzo e d'indignazione ond'era compreso, sprezzo e indignazione
che ei sapea quanto gli sarebbe stato inutile manifestare. «Reverendo
Gran-Mastro» ei gli disse «Bois-Guilbert sdegna rispondere ad
incolpazioni così vaghe e prive di fondamento. Se v'è chi osi
intaccarlo nell'onore, ei saprà difendere questa sua proprietà
brandendo la lancia, e collo stesso coraggio posto nel combattere
gl'Infedeli.»
«Noi vi perdoniamo, fratello Brian» soggiunse il Gran-Mastro;
«gloriarvi in tal modo delle vostre imprese dinanzi a noi è un nuovo
fallo, di cui diamo soltanto la colpa al nemico del genere umano che
si è impadronito di voi. Noi vi perdoniamo, il ripeto, perchè non
siete voi che parlate, bensì il demonio che parla per bocca vostra.
Ma coll'aiuto di Dio lo atterreremo, e lo costringeremo a fuggire nel
regno suo delle tenebre.»
Bois-Guilbert lasciò sfuggire un'occhiata di disdegno indiritta a Luca
di Beaumanoir, ma nondimeno rimase in silenzio.
«Ora» disse il Gran-Mastro «poichè non possiamo sperare migliore
risposta all'interrogazione mossa dal nostro fratello di Goodalrick,
procederemo oltre nelle nostre indagini, e coll'aiuto del Cielo
leggeremo fino in fondo tal mistero d'iniquità. Si alzino e compaiano
al nostro cospetto tutti coloro che hanno qualche contezza sulla vita e
sulla condotta di questa ebrea.»
Dopo tai detti si manifestò qualche agitazione in quella parte di sala
ove stavasi il pubblico, e avendone chiesto il motivo, Beaumanoir seppe
trovarvisi un paralitico, a cui l'ebrea aveva ridonato l'uso delle sue
membra col soccorso d'un balsamo portentoso.
Era questi un contadino d'origine sassone, che non si curava nè poco
nè assai di comparire a quel tribunale, temendo anzi gli si facesse
un delitto d'essere stato guarito da un'ebrea; benchè per vero non
potesse dirsi guarigione compiuta quella che l'obbligava tuttavia a
valersi delle stampelle. Ei fece di mala voglia la sua notificazione, e
quasi era d'uopo cavargli ad una ad una le parole di bocca. Nondimeno
confessò come due anni addietro essendo la sua dimora a York, ove
prestava opera di falegname ad Isacco, lo prendesse una paralisia,
ostinata contra tutti i rimedii, e come quelli somministrati a lui da
Rebecca, e singolarmente un balsamo prodigioso, gli avessero restituito
in parte l'uso delle sue membra. Aggiunse non essere molti giorni
che la stessa Rebecca lo avea nuovamente provveduto di tale balsamo,
facendogli dono ad un tempo di una moneta d'oro per agevolargli i modi
di condursi a vedere i suoi congiunti dimoranti presso Templestowe.
«E col beneplacito della graziosa Reverenza vostra» continuò il
paralitico «non credo che questa giovane m'abbia voluto male, perchè
ogni qual volta mi sono valso del suo rimedio, ho fatto prima il segno
del cristiano e recitato un _pater_ e un _avemmaria_, nè ciò gli ha
diminuita efficacia.»
«Zitto là, uomo servo» disse il Gran-Mastro. «A te ben si spetta, a
te che, il confessi tu stesso, vendevi il tuo lavoro ad una maladetta
genia, il vantar cure dovute unicamente a forza d'inferno. Io ti fo
noto, che lo spirito d'abisso ha il potere di mandare infermità a fine
poi di guarirle egli stesso, e così mettere in fama alcune pratiche
infernali. Hai teco il balsamo di cui favelli?»
Il contadino si frugò con apparentissimo contraggenio per entro le
scarselle, e ne trasse un'ampolla, sul coperchio della quale stavano
impressi alcuni caratteri ebraici, segno manifesto per la maggior parte
di quegli spettatori, che il rimedio usciva dall'officina del diavolo.
Luca di Beaumanoir ordinò gli fosse trasmessa l'ampolla, e le fece il
segno della croce innanzi toccarla. Poi sendo a lui note pressochè
tutte le lingue che si parlavano nell'Oriente, gli fu agevole cosa
il leggere l'iscrizione postavi sopra: _Vinse il leone della tribù di
Giuda_.
«Mirate la strana possanza di Belzebù!» sclamò egli «che ha forza di
cambiare in bestemmie i testi delle sacre carte, e in veleni le cose
che dovrebbero essere il giornaliero nudrimento dell'anime. Avvi tra
noi qualche medico per dirne di quali ingredienti è composto un tal
balsamo misterioso?»
[Illustrazione: _Ebbene vi obbedirò da me stessa._ pag. 342.]
Allora si fecero innanzi due uomini, che medici s'intitolavano. Un
d'essi era un frate, l'altro il barbier del villaggio. Esaminatasi da
costoro l'ampolla, si protestarono inabili ad indicare le cose che
quel balsamo racchiudea; uscirne per altro un odore di mirra e di
canfora, sostanza che l'ignoranza loro qualificò di erbe orientali.
Poi con quella malignità che la ciarlataneria non risparmia a danno di
chiunque ottenga buoni successi nella facoltà medica, senza esserle
ascritto legalmente, diedero a comprendere come, non conoscendosi da
essi la natura di un tal balsamo, sol per opera magica poteva essere
fabbricato, giacchè erano, così dicean, versatissimi in ciascun
ramo dell'arte professata, fin dove il sapere era conciliabile colla
coscienza d'un cristiano.
Terminatasi questa medica discussione, il contadino chiese umilmente
gli venisse restituito il balsamo statogli così salutare.
«Qual è il tuo nome, o furfante?» gli domandò aggrottando le
sopracciglia il Gran-Mastro.
«Higg, figlio di Snell» rispose quel contadino.
«Ebbene, Higg, figlio di Snell, sappi da me essere miglior cosa il
rimanere paralitico tutta la vita, che dovere la propria salute ai
soccorsi degl'Infedeli, i quali ebbero solamente dal demonio il potere
di dire: alzati e cammina. Egli è anche miglior cosa privar costoro
a viva forza de' loro tesori, che accettarne benevolenza e doni, o
mettersi al lor salario. Ritirati e profitta della lezione.»
«Mi spiace, con sopportazione della Reverenza vostra, che
l'insegnamento vien tardi per me» rispose il contadino «perchè non
son più buono a far nulla, ma potrò ben additare ai miei due fratelli,
servitori in casa del ricco rabbino Nathan-Ben-Samuel, il precetto di
vostra Grandezza, e spiegar loro come sia cosa più conforme alle leggi
l'assassinare che il servire con fedeltà i propri padroni.»
«Si faccia ritirar tosto questo sciagurato chiacchierone» sclamò il
Templario; non aspettandosi mai di udire tal conseguenza dedotta dalle
sue massime.
Higg, figliuolo di Snell, appoggiato alle sue stampelle si mischiò
tosto alla folla. Prendendo però molta parte al destino della sua
benefattrice, e sollecito d'ascoltare come si conchiudea, rimase nella
sala, a rischio di scontrarsi un'altra volta nel guardo burbero del
terribile giudice, di cui lo facea fremere la sola presenza.
Il Gran-Mastro ordinò allora che si levasse il velo Rebecca, la quale
schiudendo le labbra per la prima volta, rispose timidamente, ma
con dignità, che le figlie d'Israele non avevano l'uso di scoprire
al cospetto del pubblico il volto. Tal modesta risposta, e il tuono
timido di voce dal quale fu accompagnata, commossero a favore di
lei tutto quell'uditorio. Il solo Beaumanoir, credendosi dalla
coscienza obbligato a reprimere qualsivoglia moto d'umanità, capace di
raffreddare il suo zelo nell'eseguir cosa da lui riguardata siccome
debito, reiterò il comando; laonde una di quelle guardie fe' l'atto
di strappare il velo alla giovane Israelita. Ma questa, alzatasi
immantinente, s'indirisse al Gran-Mastro e ai cavalieri che le
stavano attorno «Per l'amore delle figlie vostre!» sclamò.... «Ah! io
dimenticava che non ne avete. Dunque, per quella tenera ricordanza,
che serberete almeno delle vostre madri, delle vostre sorelle, deh!
vi supplico, non sofferite che un uomo alla presenza vostra commetta
la mano sopra un'infelice donzella! Voi siete gli anziani del vostro
popolo. Ebbene! vi obbedirò da me stessa.»
Sì fatti accenti vennero pronunziati con tal espressione di
rassegnazione e dolore che quasi ne intenerì persino il cuore di
Beaumanoir. Nel medesimo tempo sollevando essa il velo lasciò veder
quel suo volto cui invermigliava il pudore, e dignitoso a malgrado
dello spavento onde era compresa. L'avvenenza di lei eccitò un
bisbiglio mosso da ammirazione, e quei giovani cavalieri, l'un
l'altro guardandosi, sembravano dirsi cogli occhi esser que' vezzi il
possentissimo sortilegio da cui fu vinto il cuore del loro fratello.
Ma Higg, figliuolo di Snell, fu quell'unico che l'aspetto della
sua benefattrice costrinse a rompere a suo malgrado il silenzio:
«Lasciatemi uscire» gridò questi agli armigeri che custodivano la
porta; «il sol vederla mi ucciderebbe.... Non sono io nel novero de'
suoi carnefici?»
«Non ti angosciare, buona persona» disse la giovane che intese tale
esclamazione. «Tu non hai potuto nuocermi col dire la verità, nè il tuo
affannarti mi giova. Taci, o ritirati.»
Le guardie stavano per mettere Higg fuor della porta, temendo che ei
turbasse una seconda volta quell'assemblea, della qual colpa potea
sovr'esse ricadere la punizione; ma questi, cambiando d'avviso, promise
loro di serbare il silenzio, onde gli concedettero che rimanesse.
Vennero allora chiamati a comparire que' due armigeri, de' quali
Alberto di Malvoisin avea favellato a Montfichet. Benchè costoro
fossero malvagi indurati nella perversità, la vista di colei che
stava per essere la loro vittima, l'avvenenza della medesima, la sua
fisonomia nobile e commovente, li tennero come perplessi un istante.
Ma un severo guardo di Malvoisin rendè a questi la feroce loro
intrepidezza; laonde, con tal ordine che avrebbe eccitato sospetto in
tutt'altri giudici non parziali, enumerarono le particolarità de' fatti
falsificati a danno della rea convenuta; o se anche erano indifferenti
per sè medesimi, sotto aspetto d'indifferenti non li presentavan
costoro, e gli accompagnavano di sinistri commentarii, da' quali
chiara appariva la perfidia di queste attestazioni, che i criminalisti
de' nostri giorni avrebbero divise in due classi, una di fatti
inconcludenti, l'altra di fatti fisicamente impossibili. Ma in tale
secolo d'ignoranza e di superstizione, sì gli uni che gli altri fatti
erano assunti siccome prove di delitto. Del genere degl'inconcludenti
sarebbero stati gli asserti di avere più volte intesa Rebecca parlare
una lingua sconosciuta a chi l'ascoltava, e udita, intonar canzoni,
di cui non si comprendevano le parole, e che nullameno allettavano
l'orecchio, e faceano impressione nel cuore; d'aver ella talvolta mosse
interrogazioni a sè medesima, come aspettandone la risposta. Di tal
natura erano parimente le considerazioni fatte sugli arredi di lei,
foggiati diversamente da quelli che le donne inglesi di buona fama
vestivano, e sulle linee cabalistiche e i caratteri ignoti o improntati
sugli anelli ch'ella aveva alle dita, o ricamati sul velo onde
coprivasi.
Tai circostanze cotanto naturali e comuni vennero ascoltate gravemente
siccome prove, o almeno siccome forti presunzioni della corrispondenza
che Rebecca mantenea colle potenze d'abisso.
Ma uno di cotesti armigeri portò una attestazione più diretta, e che
quantunque affatto fuor del possibile fu creduta dalla maggior parte
di quella assemblea, ove il numero degli stupidi prevaleva ancora a
quello degli scellerati. Costui pertanto attestò di avere veduta una
maravigliosa cura operata da Rebecca sopra un uom ferito nel castello
di Torquilstone. «Dopo i segni» narrava l'armigero «fatti dalla maga
sulla ferita, dopo certe parole misteriose da essa pronunziate, e _da
me non intese per la grazia di Dio_» il perfido narrator soggiugnea
«il ferro della freccia uscì della piaga, che, fermato il sangue,
immantinente si chiuse. Un'ora dopo, questo ferito era con me su
i baluardi e m'aiutava a lanciar pietre sugli assedianti.» La qual
favola si fondava forse sul fatto vero delle cure che nel castello di
Torquilstone prestò ad Ivanhoe Rebecca. Tanto più era difficile cosa
il convincere di falsità questo guadagnato armigero, che costui per
convalidare d'una prova materiale le verbali testimonianze, si trasse
di saccoccia un ferro di freccia, affermando essere quell'istesso che
portentosamente uscì della ferita.
Il collega di costui, stando di guardia sopra una torre, avea potuto
vedere la scena accaduta fra Bois-Guilbert e Rebecca, allorquando
ella fu in procinto di lanciarsi dal pianerottolo che sporgea fuori
della finestra di quella stanza ove l'infelice era stata rinchiusa.
Non volendo costui star di sotto al suo camerata, attestò avere veduta
Rebecca farsi all'orlo del pianerottolo, trasformarsi in cigno d'un
candore che abbarbagliava la vista, svolazzare per tre volte attorno
alla gran torre di Torquilstone, poi tornare sulla stessa finestra e
riassumere la forma sua primitiva.
Una metà di prove sì rilevanti sarebbe stata oltre l'uopo a chiarire
fattucchiera una vecchia povera e brutta, quand'anche non ebrea. Ma
questa fatal circostanza congiunta a un tanto cumulo di accuse rendea
inutili schermi contra l'impressione che queste produssero la stessa
avvenenza e gioventù di Rebecca.
Il Gran-Mastro dopo avere raccolti i suffragi chiese in solenne tuono
a Rebecca, se ella avesse veruna cosa da addurre contra la sentenza di
condanna ch'egli stava per profferire.
«L'invocare la vostra pietà» disse l'avvenente Israelita con tremante
voce che indicava l'agitazion del suo animo «sarebbe un soccorso
inutile quanto abbietto ai miei occhi; il dirvi, che l'aver cura de'
feriti e degl'infermi, quantunque di fede diversa, non può spiacere al
comun fondatore e della vostra e della mia religione, non mi gioverebbe
di più; l'accertarvi, che sono per la maggior parte imposture le cose
contra me asserite da cotesti due uomini, ai quali possa Dio perdonare,
avventurerebbe le mie parole a non essere credute da voi, i quali
giudicate possibili i prodigi ch'essi narrarono. Nè maggior vantaggio
spererei dal farvi presente, che le mie consuetudini, la mia lingua,
le mie vesti son quelle del popolo a cui appartengo. Nemmeno cercherò
discolparmi col pregiudizio del mio oppressore, che sta qui ascoltando
le calunniose finzioni, onde sembra vogliasi trasformare in vittima chi
fu il mio tiranno. Tra lui e me sia giudice Iddio! Egli è della vostra
fede, e il menomo accento pronunziato da lui otterrebbe da voi più
fiducia di quante proteste le più solenni potesse mettere una misera
Ebrea. Quindi non ritorcerò contr'esso l'accusa mossa a mio danno.
Ma egli è a voi, sì, gli è a voi, Brian di Bois-Guilbert, che io mi
appello; eccito voi a chiarire, se le colpe appostemi sien calunniose e
fallaci.»
Tacque ella un istante, e tutti gli occhi si conversero sopra
Bois-Guilbert, che tuttavia manteneva il silenzio.
«Parlate» ella continuò «se voi siete uomo, se voi siete cristiano.
Io ve ne supplico per l'abito che portate; pel nome famoso de' vostri
maggiori; per l'ordine cavalleresco di cui andate fregiato, per l'onore
della madre vostra; parlate; dite. Son io colpevole de' delitti che mi
vengono imputati?»
«Rispondetele, o mio fratello» disse Beaumanoir «se però il nemico
infernale, contra cui vi veggio lottare, ve ne lascia la facoltà.»
E per vero dire, Bois-Guilbert era sì fattamente agitato dai diversi
affetti che gli facean guerra nell'animo, da poter credersi anche
all'aspetto della sua fisonomia, che una forza soprannaturale lo
traesse allo stato convulsivo in cui si vedeva. Girando attorno gli
occhi in ispaventevole modo, sclamò finalmente con sorda voce, e
volgendo un guardo a Rebecca: «La carta! la carta!»
«Ecco, ecco» disse Beaumanoir «una nuova prova. La vittima dei
sortilegi di questa sciagurata Ebrea non può ad onta d'ogni sforzo
pronunziar altre voci che _la carta_. Il vedo; la fatal carta, su di
cui senza dubbio costei ha scritte le parole cabalistiche nelle quali
sta tutto l'incanto, e che lo costringono in questo punto al silenzio.»
Ma Rebecca interpretò in altro modo le parole che pareano veramente
strappate di bocca a Bois-Guilbert; e in quell'istante si ricordò del
pezzetto di carta postole tra le mani all'atto di entrar nella sala,
e da lei conservato sino a quella ora; onde mandò sovra di esso e di
soppiatto uno sguardo, e vi lesse scritto in caratteri arabi: _Chiedete
il combattimento e un campione_. La specie di bisbiglio che la
risposta di Bois-Guilbert avea mosso nell'assemblea, ove ciascuno sul
significato da attribuirsi a tale risposta consigliava col suo vicino,
agevolò a Rebecca i modi e di leggere il biglietto e di lacerarlo dopo
letto senza che alcuno se ne avvedesse.
Tornato a regnare il silenzio: «Rebecca» le disse il Gran-Mastro «tu
vedi che non puoi trarre alcun vantaggio dalle risposte di questo
sfortunato cavaliere. L'avversario che lo tormenta è più forte di lui.
Hai tu null'altro da dire?»
«Sì» rispose Rebecca «le medesime vostre leggi m'offrono un'altra prova
onde salvar la mia vita. Questa è ben misera, almeno da poco in qua;
nondimeno ella è un dono di Dio, e non debbo sprezzarla. Userò di tutti
i modi ch'ei mi concede a difenderla. Io sono innocente. Calunniosa
è l'accusa portata sopra di me. Chiedo provarla tale per via di un
combattimento giudiziario e di un campione.»
«E chi vorrà» riprese a dire Beaumanoir «alzar la sua lancia per una
strega, per un'Ebrea?»
«Dio mi farà sorgere un difensore. Ella è cosa impossibile che
nell'Inghilterra, in questa contrada, ove soggiornano tanti uomini
generosi, prodi ed umani, uno non se ne trovi, il quale voglia
combattere per l'innocenza e per la giustizia. Ma a me basta il chieder
la prova del combattimento giudiziario. Eccone il pegno.»
Dette tai cose, e toltosi uno de' suoi guanti ricamati lo gettò dinanzi
al Gran-Mastro con tal aria di modestia e di dignità, che fe' ammirata
in uno e sorpresa tutta quell'adunanza.