CAPITOLO XXXV.

«D'impostura voi dite, si pasce il mio mestiero,

«Ma questa di chi vive è il pane giornaliero.

«I quattrini che accatta le dee la turba grama,

«Il cortigian gli onori, il merciaiuol la fama.

«Tai fè duci di schiere, e tai vesti dell'ostro.

«Abita nelle reggie, ma non rifugge il chiostro.

«Ovunque ti presenti, di trionfar secura,

«Arbitra sei del mondo, santissima Impostura.

«Chi di porgere incensi all'are tue non vago,

«Porta scolpita in volto del proprio cor l'imago,

«Gli sdegni tuoi paventi; che il suo destin men rio

«Fia rimaner sepolto ne' gorghi dell'obblio.

_Antica Commedia._

Alberto Malvoisin, presidente, o, per parlare col linguaggio

dell'Ordine, commendatore della fondazione de' Templarii a Templestowe,

era fratello di quel Filippo di Malvoisin, del quale più d'una

volta parlammo, nè men di questo collegato strettamente con Brian di

Bois-Guilbert.

E certamente costui potea noverarsi fra gli uomini i più dissoluti

e i più licenziosi, di cui tanto abbondava l'ordine dei Templarii.

Ma in una sola cosa diverso da Bois-Guilbert, sapea coprire col velo

dell'ipocrisia i vizi e l'ambizione che il dominavano, e mettere in

vece della religione, che in costui affatto mancava, l'apparenza della

superstizione e del fanatismo. Laonde avrebbe solamente bastato che

il Gran-Mastro non fosse giunto a Templestowe in modo sì subitaneo ed

inaspettato, perchè gli occhi di questo non vi ravvisassero neppur

l'orma della licenza che vi si era introdotta. Alberto Malvoisin,

quantunque sorpreso dal non preveduto arrivo del suo superiore, non

quindi si scompigliò; ma diede tostamente opera a nascondere quanto

mai si potea lo sregolamento e i disordini che viziavano la Commenda

da lui governata; e poichè gli era impossibile cosa il palliare tutti

i traviamenti cui dato erasi luogo, ascoltò con aria la più contrita

i rimproveri fattigli a tal proposito dal Gran-Mastro, e mise tanta

sollecitudine ad estirpare sino gli abusi di minor conto, che non tardò

a fare scorgere tutte le forme d'un'ascetica devozione in que' luoghi,

i quali fino allora erano stati teatro di diletti mondani e persino

illeciti. Per tal guisa il Gran-Mastro ravvisò bensì in Malvoisin un

uomo debole, che non seppe imporre, quanto il doveva, un argine alla

corruttela della disciplina, ma non mai tale, che si fosse stolto

compiutamente dal retto sentiero, su di cui un sol cenno della suprema

autorità, così comparver le cose, valeva a rimetterlo senza l'uopo di

maggiore fatica.

Pur queste propensioni d'animo favorevole al suo subordinato si

alterarono grandemente in Beaumanoir all'accorgersi come Alberto

avea comportato, che venisse introdotta in luogo affidato ad esso una

donna giovane, una Ebrea, e a quanto ogni apparenza gli dimostrava, la

favorita d'un confratello. Allorchè pertanto il Commendatore fu alla

presenza di lui, questi lanciò sovr'esso un severissimo sguardo.

«Vengo a sapere che in questa casa consacrata a Dio e al santo

Ordine trovasi una femmina Ebrea, e che un dei nostri fratelli ve

l'ha condotta. Gli è impossibile che voi ignoriate tal cosa, ser

commendatore.»

La confusione fu eguale alla maraviglia in Alberto Malvoisin, che

sapeva come la giovane Ebrea era stata rinchiusa nella parte di

quell'edifizio la più lontana dalle stanze del Gran-Mastro, e sapea

parimente quai cautele si fossero prese perchè a questo non pervenisse

notizia di simil fatto. Lesse quindi negli occhi di Beaumanoir la

rovina propria e quella del suo compagno, se non trovava qualche

espediente pronto e opportuno a dileguare il turbine imminente a

scoppiare.

«A che debbo attribuire il vostro silenzio?» ripigliò a dire il

Gran-Mastro.

«Mi è permesso il parlare?» chiese il Commendatore con finta

umiltà, comunque cercasse unicamente il modo di acquistar tempo per

architettare il sistema di condotta cui doveva allora attenersi.

«Parlate, ve lo permettiamo. Ditemi. Vi è noto il capitolo delle nostre

regole _de commilitonibus Templi in sancta civitate, qui cum miserrimis

mulieribus versantur propter oblectationem carnis_?»

«Sì, certamente mi è noto, reverendissimo Gran-Mastro, nè sarei

pervenuto alla dignità, che occupo nell'Ordine, se non conoscessi la

cosa più rilevante fra quelle che le nostre istituzioni divietano.»

«La conoscete, e avete potuto sofferire che uno de' nostri fratelli

contaminasse, disonorasse questa santa dimora col condurvi una sua

favorita, una favorita di religione ebrea, una strega?»

«Una strega!» replicò Alberto Malvoisin «Ah! i santi angeli abbiano

protezione di noi!»

«Sì, una strega. Oserete voi negare, che Rebecca, figlia di quello

sciagurato usuraio, Isacco d'York, discepola dell'altra infame strega

Miriam, trovasi ora.... ho rossore al sol pronunziarlo! stanziata nella

vostra Commenda?»

«La vostra saggezza, reverendo Gran-Mastro, squarcia ora il velo

che copriva i miei occhi. Io non poteva riavermi dalla maraviglia in

veggendo un prode e degno cavaliere qual è Brian di Bois-Guilbert,

vinto, a divenirne furioso, dai vezzi di cotesta giovane, che non

ricettai in questa casa, se non se per allontanare un consorzio più

intrinseco fra l'uno e l'altra, e per prevenire la caduta del più

valoroso, del più stimabile fra' nostri fratelli.»

«Voi siete adunque sicuro ch'ei non ha ancora contravvenuto ai propri

voti!»

«Sotto questo santo tetto! Ne prendo a testimonii santa Maria Maddalena

e le undicimila vergini! Se errai nel ricevere cotesta donna, ne

fu cagione una speranza venuta in me, che tenendola accuratamente

rinchiusa, impedirei ogni comunicazione fra essi, e così giugnerei a

risanare il fratel mio da un affetto, sembratomi sì straordinario, sì

poco naturale, che il credei anzi demenza, e riguardai Bois-Guilbert

com'uomo piuttosto meritevole di compassione che di rimproveri. Ora

che la saggezza vostra ha scoperto essere una strega questa Israelita,

tal circostanza dilucida le cagioni di un traviamento che non si sapeva

spiegare.»

«Oh! sì certo! lo spiega;» soggiunse Beaumanoir. «Vedete, Corrado,

qual sia il pericolo di chi cede alle prime seduzioni del tentatore!

Taluno fisa gli sguardi sopra una femmina per soddisfare soltanto il

diletto della vista, per contemplare quanto chiamasi bellezza. Intanto

il nemico del genere umano adopera sortilegi e talismani per compir

l'opera della nostra perdita, che l'imprudenza e la leggerezza hanno

incominciato. Forse, in tale occasione il nostro fratello Bois-Guilbert

merita più del biasimo la pietà. Forse m'è d'uopo adoperar seco lui

il bastone pastorale per sostenerlo anzichè la verga per castigarlo.

Possano i nostri consigli e le nostre preghiere svolgerlo dalla follia

che lo ha invaso, e ridonarlo al fratelli!»

«Ella sarebbe al certo una sciagura altissima pel santo Tempio» si fè

a dir Montfichet «il perdere una delle migliori fra le nostre lancie,

il perderla allorchè il nostro Ordine abbisogna del soccorso di tutti

i suoi figli. Questo Brian di Bois-Guilbert ha uccisi oltre a trecento

Saracini di propria mano.»

«Il sangue di questi maladetti cani» soggiunse il Gran-Mastro «sarà

un'offerta aggradevole agli angeli ed ai santi dileggiati e bestemmiati

da costoro. Col soccorso di queste celestiali potenze distruggeremo

l'effetto degl'incanti e de' sortilegi che usò il demonio a trar nella

rete il nostro fratello. Tal soccorso ne romperà i lacci, come Sansone

infranse le nove funi onde i Filistei l'avevano avvinto. Così Brian di

Bois-Guilbert potrà ancora immolare al cielo centinaia d'Infedeli. In

quanto spetta a questa sgraziatissima strega che osò fare scopo degli

operati malefizii un soldato del Tempio, ella morirà della morte che le

si appartiene.»

«Ma le leggi dell'Inghilterra!» disse il Commendatore, cui ben piacea

che gli sdegni del Gran-Mastro anzichè disacerbarsi sopra lui e

Bois-Guilbert prendessero altra dirittura, ma temeva ad un tempo che lo

stesso Gran-Mastro portasse tropp'oltre le cose.

«Le leggi dell'Inghilterra», rispose Beaumanoir «permettono ed anzi

comandano a ciascun giudice di far eseguire i giudizi nella propria

giurisdizione. Non v'è picciol barone, che non possa far arrestare,

giudicare, condannare qualsivoglia strega trovata ne' suoi dominii.

Or negherebbesi lo stesso diritto al Gran-Mastro del Tempio in una

commenda del suo ordine? No. Noi la giudicheremo, la condanneremo.

L'indegna fattucchiera non contaminerà oltre la terra, e con essa

avrà fine la virtù de' suoi sortilegi. Commendatore, fate allestire la

grande sala del castello serbata ai giudizi.»

Alberto fece una profonda reverenza, e si ritirò; ma anzichè avvisare

ad eseguir sull'istante un tale comando, fu sollecito di rintracciare

Bois-Guilbert a fine di partecipargli le accadute cose; e lo trovò

dominato da dispetto e rabbia per un nuovo rifiuto che aveva sofferto

da Rebecca. «L'ingrata!» sclamava egli. «Sprezzare colui che a rischio

de' proprii giorni le salvò la vita in mezzo alle fiamme e alle

stragi! Ne attesto il cielo, Malvoisin, io l'ho cercata nel castello

di Frondeboeuf, in mezzo alle muraglie e alle vôlte incendiate che

rovinavano d'ogni banda; io fui lo scopo contra cui s'indirigevano

cento frecce che ripercoteva la mia armatura; e se pensai ch'io

aveva uno scudo fu unicamente per sottrarla ad ogni pericolo. Or mi

rimprovera persino di non l'avere lasciata perire. Ella mi nega non

solo qualsivoglia prova di gratitudine, ma fino ogni speranza la

più lieve di trovarla grata per l'avvenire. Il demonio che infuse

l'ostinazione a tutti della schiatta di costei, senza dubbio ne diede

ad essa una triplice dose.»

«Ed io credo ben che il demonio vi posseda entrambi. Quante volte vi

ho io predicato se non d'essere saggio, almeno di mostrarvi prudente!

Non v'ho io detto e ridetto all'atto del vostro giugnere, che non vi

mancherebbero Cristiane, presso le quali non è delitto il retribuire

amoroso compenso al vostro valore, senza incapricciarvi sì mattamente

in questa ostinatissima Ebrea! Pel nome di Dio! do quasi ragione

al vecchio Luca di Beaumanoir se sostiene che costei ha gettato un

sortilegio sopra di voi.»

«Luca di Beaumanoir!» sclamò Guilbert. «È questo il frutto delle

cautele che avete prese, Malvoisin? Avete dunque permesso che questo

vecchio rimbambito sappia come Rebecca trovisi nella Commenda?»

«Era forse in me l'impedirlo? Io non ho omessa sollecitudine perchè un

tale arcano non pervenisse al suo orecchio. Se glielo abbia notificato

il diavolo, o chi, è quanto il diavolo solo potrebbe farci palese.

Ma ho aggiustato le cose alla meglio, e non dovete temere per voi se

rinunziate alla vostra pazzia. Il Gran-Mastro vi compiagne. Vi pensa

vittima della fattucchieria. Rebecca ha gettato un sortilegio sopra di

voi. Insomma ella è una strega e perirà come tale.»

«No, per il Cielo!» sclamò Bois-Guilbert.

«_Sì, per il Cielo!_» replicò il Commendatore. «Nè voi, nè io, nè

nessuno hanno virtù di salvarla. Luca di Beaumanoir si è fitto in mente

che la morte d'un'Ebrea sarà sagrifizio espiatorio di tutti gli amorosi

falli in cui caddero tutti i cavalieri Templarii, e ben v'è noto essere

in lui il potere come la volontà di far eseguire le cose che una volta

ha risolute.»

«E potranno» gridò Bois-Guilbert facendo grandi passi su e giù per

l'appartamento e in agitatissimo tuono «e potranno i secoli avvenire

credere mai che un sì stupido fanatismo abbia allignato fra gli

uomini?»

«Non so che cosa crederanno i secoli avvenire» rispose Malvoisin senza

scomporsi; «ma quanto so benissimo è che ai nostri giorni, e fra noi,

così persone del clero, come laiche, novantanove sopra cento diranno

_Amen_ alla sentenza del Gran-Mastro.»

«Gli è vero...» disse Bois-Guilbert. «Ebbene! Alberto, voi siete mio

amico, conviene diate mano alla fuga di Rebecca, io la farò trasportare

in luogo più sicuro, laddove niuno avviserà di cercarla.»

«Quand'anche il volessi, la cosa mi sarebbe impossibile. La porta non

è ella custodita da armigeri del seguito di Beaumanoir, e i cavalieri

che vennero seco non sono tutti a lui deditissimi? Non tengono

incessantemente aperti gli occhi per vedere se nulla accade contra

le regole? Poi, per parlarvi sinceramente, mio caro Bois-Guilbert, vi

dirò che non ho nessuna passione d'imbarcarmi in tal mare, quand'anche

mi tenessi certo di condurre in porto la nave. Io ho già corso rischi

bastantemente per amor vostro, senza aggiungere quello di vedermi

digradare, o di perdere la mia commenda, pel piacere di salvare questo

fantoccio vostro d'ebrea. E se voi, Bois-Guilbert, volete seguire il

mio avviso, rinunzierete ad una tal fantasia, e lancerete i vostri

cani su d'altra preda. Pensate al grado che tenete nell'Ordine, agli

onori che vi aspettano, all'eminente dignità, cui potete aspirare.

Sagrificherete voi tali speranze ad una folle passione? Offrirete a

Beaumanoir un motivo di scacciarvi dal nostro Ordine? Ei non mancherà

di coglierlo, poichè è geloso della propria autorità; nè gli è ignoto

che se mette un piè in fallo, se con vacillante mano si lascia fuggire

un istante il baston del comando, la vostra mano sta presta per

afferrarlo. Nè dubitate già ch'ei non cerchi di perdervi se gliene

offerite un pretesto col chiarirvi protettore di una strega ebrea.

Lasciate piuttosto ch'egli appaghi i pregiudizi in questa bisogna,

poichè già non avete forza d'impedirglielo. Quando una volta sarete

insignito della vostra dignità potrete a vostro grado prendere per

favorire le ebree, o farle abbruciare se meglio vi torna.»

«Malvoisin» disse Bois-Guilbert «questa calma che dimostrate è la calma

d'un....»

«D'un vostro amico» soggiunse il commendatore, affrettandosi ad empir

la lacuna, ove Bois-Guilbert stava forse per collocare una voce non

così mite. «Sì, la mia calma è quella d'un vostro amico, e in tal

qualità sono vie più in istato di darvi consigli. Vi ripeto che non

avete via onde porre in salvo Rebecca, nè riuscirete che a perdervi

insieme con lei. Correte a mettervi a' piedi del Gran-Mastro...»

«A' suoi piedi» sclamò il Templario. «Gli dirò alla sua barba...»

«Ebbene, ditegli alla sua barba che delirate per la vostra Ebrea, e col

più dirgliene, più lo persuaderete della necessità di distruggere colla

morte di questa giovane il sortilegio ch'ella ha gettato sopra di voi.

In compenso di tanta follia verrete scacciato dall'Ordine, nè vi sarà

alcuno de' fratelli vostri che osi intercedere per voi. In vece della

brillante carriera dischiusa alla vostra ambizione, vi rimarrà siccome

unico partito l'alzar la lancia per qualche miserabile querela che

insorga tra la Borgogna e la Fiandra.»

«Avete ragione, Malvoisin» soggiunse Bois-Guilbert dopo avere meditato

un istante. «Io non concederò a questo vecchio fanatico un tal

vantaggio sopra di me. Quanto a Rebecca, ella è un'ingrata, nè merita

ch'io le sagrifichi il mio grado, l'onor mio, i miei divisamenti. Sì,

saprò dimenticarla, l'abbandonerò al suo destino, a meno che...»

«Senza restrizioni» sclamò Malvoisin. «Mantenetevi in così saggia e

salutare risoluzione. Le donne non sono che semplici trastulli per

farne trascorrere con diletto alcune ore della vita; ma l'affar serio

di essa è l'ambizione. Mandate alla malora mille di questi idoli

seducenti sulla foggia della vostra Ebrea, anzichè fermarvi sul limite

della nobil carriera che sta aperta dinanzi a voi. Per ora n'è d'uopo

separarci; e non vorrei nemmeno che ci vedessero insieme in colloquio.

Vado a far allestir la grande sala ove deve instituirsi il giudizio.»

«Che ascolto? sì presto?» disse Bois-Guilbert.

«Un processo non è lungo» rispose in partendo il Commendatore,

«allorchè il giudice ha pronunziata anticipatamente la sentenza.»

«Rebecca» disse Bois-Guilbert trovandosi solo «forse tu sei per

costarmi assai caro! Sento che non ho forza per seguire i consigli di

quell'ipocrita abbietto. Farò anche un tentativo a fin di salvarti;

ma bada a non contraccambiarmi questa volta d'ingratitudine; non

ascolterò più che le voci della vendetta. Bois-Guilbert non è tale da

cimentar vita ed onore per non ottenere altra ricompensa che disprezzo

e rimproveri.»

Il Commendatore aveva appena dati gli ordini necessarii per far

preparare la sala, allorchè s'incontrò in Corrado Montfichet, da cui

seppe che il Gran-Mastro voleva in quell'istante medesimo procedere al

giudizio dell'Ebrea.

«Tutto ciò mi sembra un sogno» disse Malvoisin. «Son tanti gli Ebrei

che professano l'arte medica, e comunque facciano cure maravigliose

niuno ha sognato d'accusarli come stregoni.»

«Il Gran-Mastro pensa altrimenti» rispose Montfichet. «Ma sia detto

fra noi, Alberto. Fattucchiera, o non fattucchiera val meglio per

l'Ordine il veder perire questa miserabile Ebrea, che soffrire e la

perdita d'un prode cavaliere come Bois-Guilbert, e le fazioni intestine

che in conseguenza di questa ne dilanierebbero. Voi conoscete la fama

di cui Brian gode meritamente, nè ignorate quanti ardenti partigiani

egli abbia tra i nostri fratelli; ma tutto ciò non gli gioverà a

nulla presso un Gran-Mastro qual è il nostro, s'ei giugne a riguardare

Bois-Guilbert come il complice, non come la vittima di questa Ebrea.

Quand'anche ella rinchiudesse in sè medesima tutte l'anime delle dodici

tribù d'Israele, se soggiace ella sola, sarà sempre cosa migliore del

permettere che involga nella sua rovina il nostro fratello.»

[Illustrazione: _Figlia d'una maledetta schiatta, le disse il

Commendatore, alzati e vieni con noi._ pag. 334.]

«Finora di fatto mi sono adoperato a convincerlo che gli torna lo

abbandonare al suo destino costei, e spero in ciò essere riuscito. Ma

abbiamo poi fondamenti valevoli per condannarla siccome strega? Che

cosa potrà fare il Gran-Mastro a fronte di prove sì deboli?»

«Gli è d'uopo affortificarle, Alberto; gli è d'uopo affortificarle. Mi

intendete voi?»

«Se v'intendo! E credete bene che vani scrupoli non mi saranno

d'impaccio quando si tratta la causa del bene dell'Ordine. Ma breve è

il tempo a procurare i convenevoli strumenti.»

«Pur è forza trovarne, Malvoisin, è forza trovarne così pel vantaggio

di voi, come per quello dell'Ordine. Templestowe è una misera commenda;

e quella di Maison-Dieu vale il doppio. Vi è nota la mia prevalenza

sull'animo del nostro vecchio superiore. Ebbene! procacciatevi persone

che conducano a buon termine tale bisogna, e siete commendatore di

Maison-Dieu nella fertile contea di Kent, che ne dite?»

«Fra gli armigeri qui venuti con Bois-Guilbert ve n'ha due a me ben

noti. Erano questi al servigio di mio fratello, Filippo di Malvoisin,

e passarono indi a quello di Frondeboeuf. Potrebbero saper qualche cosa

intorno i sortilegi di questa Ebrea.»

«Cercateli dunque sull'istante, o Malvoisin, ed ascoltatemi. Se un paio

di bisanti d'oro fossero necessari a rinfrescare la loro memoria non vi

ristate per tale spesa.»

«Che dite voi di bisanti d'oro? Per uno zecchino giurerebbero strega la

madre che li generò.»

«Vedeteli adunque, perchè a mezzogiorno comincia la formazione del

processo. Non ho mai osservato tanta impazienza e sollecitudine

nel nostro vecchio capo dopo il giorno che condannò ad arder vivo

Hamet-Alfagi, mussulmano convertito, poi ritornato alla fede di

Maometto.»

Lo scocco della gran campana del castello indicava mezzogiorno,

allorchè Rebecca intese il rumor di pedate verso la scala che guidava

all'appartamento da lei occupato. E poichè queste annunziavano esser

più d'una le persone che salivano, s'allegrò di tal circostanza; nè

sapea di fatto che vi fosse cosa per lei da temersi tanto quanto una

visita dell'impetuoso Bois-Guilbert; ogn'altra possibile sventura le

inspirava minor terrore. Si aprì la porta della sua stanza, d'onde la

giovane vide entrare Alberto di Malvoisin e Corrado Montfichet, seguiti

da quattro guardie vestite di nero; e che portavan labarde.

«Figlia d'una maladetta schiatta» le disse il Commendatore «alzati e

vieni con noi.»

«E dov'è che volete condurmi?» lor chiese Rebecca.

«Ebrea» rispose Corrado «non tocca a te fare interrogazioni. Tu devi

unicamente obbedire. Sappi ciò null'ostante che sei per essere condotta

innanzi al tribunale del Gran-Mastro del nostro sant'Ordine, e che ivi

sarai giudicata.»

«Sia lode al Dio d'Abramo!» sclamò Rebecca, sollevando al cielo le

mani. «Dirmi che verrò tratta al cospetto di un giudice, benchè sia

nemico al mio popolo, gli è assicurarmi che troverò un protettore. Vi

seguirò col massimo de' contenti, permettetemi soltanto ch'io metta il

mio velo.»

Scesero indi tutti la scala con passo lento e solenne, e dopo

attraversata lunghissima loggia si chiuse dinanzi a loro una grande

porta fornita di due battitoi, onde si trovarono nella sala ove il

Gran-Mastro avea posto il tribunale suo temporaneo.

L'estremità inferiore della sala, separata da un cancello, era piena

di molta folla di popolo, perchè il Gran-Mastro avea comandato si

lasciasse ad ognuno libero l'ingresso a fine di rendere più solenne

il giudizio. Laonde non senza fatica vi attraversarono per mezzo i

due Templarii, Rebecca e i quattro armigeri che chiudeano quel ferale

corteggio. E fu in questo intervallo, che una persona non osservata fe'

pervenire un pezzetto di carta fra le mani di Rebecca, che lo ricevè

senza fare su di ciò molta attenzione, ma quanta per altro le bastò

a conservarlo, e che la incoraggiò, pervenuta al luogo assegnatole,

a sollevar gli occhi e ad esaminare in presenza di chi si trovasse.

La scena che le si offerse agli sguardi verrà descritta nel seguente

capitolo.

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 44 / 57 题