CAPITOLO XXI.

«I miei scudi! la figlia! — La figlia, oh Dio! gli scudi.

_Il mercante di Venezia._

Poichè i due capi Sassoni videro inutili i loro sforzi ad appagare la

curiosità, pensarono ad appagare almen l'appetito tornando a rimettersi

a mensa. Noi li lasceremo intesi a tale lavoro, per fare una visita ad

Isacco d'York, condannato ad una ben rigorosa cattività.

Il povero Ebreo era stato confinato in un sotterraneo umido e malsano,

il cui pavimento stava di sotto all'altezza della fossa che circondava

il castello. Non vi penetrava luce fuorchè per uno spiraglio alto

sì che il prigioniere non vi giugneva colla mano. Anche in pieno

meriggio vi regnava soltanto una specie di crepuscolo, e questo

cambiavasi in buie tenebre molto tempo prima che l'altre parti del

castello rimanessero prive della luce del giorno. Parecchie catene

e ferri rugginosi, saldamente attaccati alle pareti, sembravano aver

servito ad uso di prigionieri, de' quali si fossero temuti il vigore

e il coraggio. A crescere ivi l'orrore, alcune ossa umane indicavano

che, almeno un prigioniere, altra volta era morto e rimasto privo di

sepoltura in quello spaventevol soggiorno.

Ad una estremità della caverna trovavasi immenso forno di ferro, pieno

di carbone, alla cui parte suprema stavano per traverso spranghe di

ferro corrose dalla ruggine.

Sì tetro spettacolo avrebbe potuto addiacciare un'anima ben più forte

di quella d'Isacco: pure, in tale istante di vero pericolo, era egli

più tranquillo che allorquando s'atterriva da sè medesimo pascolando

idee vaghe d'incerti rischi. Così il lepre, a quanto asseriscono i

cacciatori, sopporta più tormentosa agonia, allorch'è inseguito dal

veltro, che nell'atto di dimenarsi sotto i suoi denti[26]. Gli è

probabile che i Giudei, usi a vivere fra perpetui spaventi, avessero

apparecchiato lo spirito a quanto d'orribile la tirannide poteva

inventare contr'essi, e che poi divenendo la vittima di qualche

violenza, fossero almeno immuni dalla sorpresa, più atta a infiacchir

l'animo di quanto il sia lo stesso terrore. Aggiungasi non essere stata

quella la prima volta che Isacco trovavasi in sì cattivi frangenti.

Egli avea pertanto una specie di guida e conforto nell'esperienza,

e potea sperare di sottrarsi ai suoi persecutori, come avea fatto

altre volte. Stava in oltre per lui quella inflessibile ostinazione,

quella risolutezza indomabile, onde gli Ebrei il più delle volte

si apparecchiavano a sofferire quanti tormenti poteva inventar

l'oppressione anzichè cedere alle ingiuste domande dei loro tiranni.

Fermo quindi nel disegno di resistere ai patimenti, Isacco raccolse,

ravvolgendosele a mezza vita, le vesti a fine di salvarle dall'umidità

indi sedè sopra un sasso, unico scanno che fosse in quel carcere.

Quelle sue mani ch'ei si teneva incrocicchiate sul petto, que'

disordinati capelli, quella lunga barba, quel suo mantello foderato di

pelliccia, e quel grande berrettone giallo, osservati alla incerta luce

del fievol raggio diurno che lo spiraglio tramandava, avrebbero offerto

un argomento degno del pennello di Rembrandt, se questo illustre

pittore fosse vissuto a que' giorni. Il nostro Ebreo passò tre ore

senza cambiar postura, allorchè dopo essersi fatte udire alcune pedate

di persone che scendevan la scala, vennero tolti con orrido fracasso i

catenacci della prigione, e s'aggirò stridendo su i cardini suoi quella

porta, per cui entrava Reginaldo, al quale tennero dietro due schiavi

saracini del seguito del Templario.

Frondeboeuf, cui la natura largheggiò d'un'atletica complessione e d'un

vigore formidabile, avea trascorsa tutta la sua vita nel far la guerra

e, quand'era tempo di pace, nel commettere aggressioni contra alcuno

de' suoi vicini. Non mai titubò nella scelta de' modi onde aumentare di

ricchezze e possanza. A tale indole di costui conformavano i lineamenti

ruvidi, selvaggi e feroci, e le stesse cicatrici, di cui spesseggiava

il suo volto, e che a tutt'altri avrebbero conciliato il rispetto

dovuto ad impronte onorevoli di valore, in esso raddoppiavano piuttosto

l'orrore e lo spavento dalla presenza di lui inspirati. Questo tremendo

barone vestiva un giustacuore di cuoio, bene stretto ai suoi muscoli, e

logoro in più luoghi dall'armatura che sovente egli imbracciava. Sola

arme eragli un pugnale a sinistra del cinturino, e in tal qual modo

contrabbilanciava un mazzo di chiavi che gli pendea dalla parte destra.

I due schiavi mori che lo seguivano aveano dimesso lo sfarzoso loro

abito orientale, che fece luogo a lunghe brache e camiciuole di tela

grossolana, le cui maniche rialzate fino al gomito davano a costoro

l'aspetto di beccai quando vanno in macellaria a compiere le fazioni

del lor mestiere. Ciascun d'essi portava un canestro coperto, e

appena entrati, si fermarono dinanzi alla porta, nel chiuder la

quale Frondeboeuf pose la massima cura. Indi accostatosi a lenti

passi all'Ebreo, fisò gli occhi sopra di lui quasi volendo far prova

se avessero l'influsso che viene attribuito ad alcuni serpenti, di

ammaliare cioè la lor preda. E per vero sarebbesi creduto che il torvo

e feroce occhio di Frondeboeuf avesse tal virtù malefica sul suo misero

prigioniero. A bocca spalancata, cogli occhi fisi in Frondeboeuf,

dimentico de' propositi di coraggio cui fatti avea, il povero Isacco fu

preso da tale e tanto spavento, che non trovò la forza di moversi per

sorgere in piedi e dar qualche dimostrazione di rispetto al tiranno, o

per accostare soltanto la mano al berrettone. Attratte ne divenner le

membra, e parea impicciolisse da sè medesimo la propria statura, onde

occupare il minore spazio possibile.

Il cavaliere Normanno sollevava il capo, e concedea intero rialzo

alla propria statura, di per sè medesima gigantesca, come aquila che

solleva alteramente le penne prima di piombare addosso all'indifesa sua

preda. Fermatosi tre passi lontano dal sasso, su di cui stava seduto

l'infelice Ebreo, fe' cenno d'accostarsi ad un de' suoi schiavi, al

qual comando obbedì il negro satellite, levando fuor del canestro un

paio di grandi bilance, e diversi pesi che depose a piè di Reginaldo,

tornato indi presso il suo collega che non si era scostato dalla porta.

Anche ogn'atto di queste due scolte era lento e solenne, come

di persone che tenessero concentrate le proprie idee a sostenere

esattamente la loro parte in una imminente scena d'orrore.

Sì cupo silenzio venne finalmente rotto da Frondeboeuf, che tal

complimento volse ad Isacco.

«Maledetto cane, uscito di razza pur maledetta!» e il tuono malauguroso

di questa frase lo apparve anche più perchè il ripetè ogni eco di

quella vôlta «vedi tu queste bilance?»

Lo sgraziato Ebreo non ebbe forza di rispondere che chinando, in modo

di chi afferma, la testa.

«Ebbene! fa di mestieri che su queste tu mi pesi mille libbre d'argento

di peso e titolo della Torre di Londra.»

«Beato Abramo!» sclamò Isacco, cui il senapismo di tal proposta fe'

ricuperare la voce «chi v'è al mondo che abbia mai pensato a far

domanda sì esorbitante! Quali occhi d'uomo han mai visto tanto argento?

Quand'anche frugaste tutte le case degli Ebrei d'York, non arrivereste

a metterlo insieme.»

«Non sono poi uomo irragionevole. Se l'argento è sì raro, non fo

difficoltà a ricever oro, e prenderemo un ragguaglio di sei libbre

d'argento per ogni marco di questo metallo. Non vedo altro espediente

per risparmiare al tuo miserabil carcame tai supplizi che tu stesso non

te li puoi figurare.»

«Abbiate compassione di me, nobile cavaliere. Io son vecchio,

stremenzito, povero, e fin immeritevole della vostra collera. Che onore

è per voi lo stritolare un povero verme della terra?»

«Che tu sia vecchio può darsi, ed è un'infamia di coloro che ti hanno

lasciato invecchiare nel tuo mestier d'usuraio. Voglio anche credere

stremenzito, perchè qual è il giudeo che abbia o braccio o coraggio? Ma

quanto a povero, tutto il mondo sa che sei ricco.»

«Vi giuro, nobile cavaliere, per tutto quello che credo, per tutto

quello che crediamo voi ed io....»

«Ebreo, non spergiurare, e bada colla tua ostinazione di non mettere

tu medesimo il suggello al tuo destino prima di aver ben veduto e

ponderato il trattamento che ti sta aspettando. E non pensar già ch'io

dica così a solo fine di spaventarti, o di vantaggiare della viltà

ereditaria in tutta la tua genia. Ti giuro per quello che tu non credi,

per l'evangelio che la nostra santa madre Chiesa ne insegna[27], pel

potere ch'ella ha di legare e disciogliere, per le chiavi del cielo

che le furono confidate, per tutte queste cose io giuro essere presa,

e inevitabilmente presa la mia risoluzione, e giuro sarà eseguita.

In questo carcere, come devi accorgertene, non si celia. Vi son

morti, senza che mai più siasi inteso parlar di loro, prigionieri,

le diecimila volte più di te ragguardevoli. Ma la lor morte fu un

passatempo a confronto di quella che t'ho serbata. Te la sentirai venir

lentamente e in mezzo a patimenti d'inferno.»

Indi fe' cenno agli schiavi di avvicinarsi, e parlò ad essi nella loro

lingua, ch'egli avea imparata nella Palestina, ove fors'anche divenne

maestro nelle atrocità. I Saracini apersero i lor canestri, donde

trassero legne, un piccolo mantice, e un fiasco d'olio. Intanto che

batteasi l'acciarino per accendere il lume, un di costoro aggiustava

le legne nel forno di ferro da noi descritto, affinchè potessero

infiammare il carbone collocatovi entro al quale scopo prestamente

aggiunsero col soccorso del mantice.

«Isacco» disse allora Frondeboeuf «vedi tu quell'ardente fornace, e

quelle spranghe di ferro che l'attraversano a mezza altezza? Tal sarà

il morbido letto sopra cui verrai adagiato. Uno di cotesti schiavi ti

manterrà sotto il fuoco, mentre l'altro ugnerà d'olio le tue membra,

affinchè l'arrosto non bruci. Eleggi pertanto fra questo talamo ardente

e il pagamento di mille libbre d'argento, perchè pel capo di mio padre!

altra alternativa non ti rimane.»

«Egli è impossibile» disse tremando l'Ebreo «che voi abbiate con fermo

proposito concepito un tale disegno. Il Dio benefico della natura non

ha mai creato cuori capaci di compiere sì fatta crudeltà.»

«Non ti fidare a ciò, Isacco. Un conto mal fatto potrebbe fruttarti

mal pro. Credi tu che le preghiere, le grida, i gemiti d'uno sgraziato

ebreo, potranno smovere me dalla mia risoluzione; me, che ho veduto

dar sacco ad una città, entro cui perivano a migliaia i Cristiani,

quai consunti dal ferro e quai dal fuoco? O speri trovare qualche

pietà in questi Negri che non conoscono nè legge nè patria, o altra

coscienza fuorchè il valor d'un padrone? che al menomo cenno di questo

adoperano indifferentemente corda o palo, ferro o veleno, che nemmeno

intenderebbero la lingua in cui tu potessi implorar la lor compassione?

Vecchio, opera con saggezza, e spacciati della parte superflua delle

tue ricchezze, mettendo fra le mani d'un Cristiano una porzione di

quanto a furia d'usure guadagnasti sovra altri Cristiani. Non ti

mancherà modo di tornar presto a far enfiar la tua borsa: ma sdrajato

che tu sia una volta su queste spranghe non vi sarà nulla che guarisca

il tuo cuoio e la tua carne bruciata. Contami, ti dissi, la somma del

tuo riscatto, e rallegrati d'uscire a sì buon mercato d'una prigione,

cui molti galantuomini si sarebbero augurato sottrarsi a tal prezzo. Ma

sbrighiamoci; perchè non ho tempo da perdere: pronunzia e scegli fra la

tua pelle e il tuo danaro.»

«Che Abramo e tutti i santi patriarchi m'aiutino!» sclamò Isacco.

«La scelta mi diviene impossibile, perchè non ho modo di soddisfare

inchiesta così smodata.»

«Impadronitevi di lui, e fate il vostro dovere» disse Frondeboeuf in

lingua Saracina ai suoi due schiavi; «poi vengano, se il potranno, ad

aiutarlo i suoi patriarchi!»

Trattisi innanzi i due schiavi afferrarono quello sciagurato, e

strappatolo dal sasso su di cui era seduto, lo tennero in piedi fra

mezzo di loro, e colle mani sulle vesti e gli occhi fisi in Reginaldo,

aspettavano il suo cenno per dispogliare Isacco, e compiere il

rimanente di quella brutta bisogna. L'infelice Ebreo riguardava, or

Frondeboeuf, ora i ministri della costui crudeltà, sempre lusingandosi

di scorgere ne' loro sguardi qualche indizio di misericordia; ma

l'aspetto del barone serbavasi cupo e feroce, e il suo sorriso

ironico ben annunziava come ad ogni pietà fosse chiuso quel cuore, le

pupille malaugorose de' barbari Saracini in continuo giro esprimevano

la lor feroce impazienza di vedere avverato un supplizio da cui si

ripromettevano orribil diletto. Finalmente Isacco portando gli occhi al

braciaio struggitore ove stava per venir coricato, e vista dileguarsi

ogn'altra speranza, ogni idea di fermezza lo abbandonò.

«Pagherò le mille libbre d'argento» diss'ei sospirando, «intendiamoci

però» aggiunse dopo avere meditato un istante «le pagherò col soccorso

de' miei confratelli, perchè mi è d'uopo andar mendicando a tutte le

porte della Sinagoga per procacciarmi una somma tanto enorme, tanto

inaudita. Quand'è, e dov'è ch'io debbo sborsarvela?»

«Qui. Sotto la vôlta di questa caverna debb'essere contata e pesata

Pensi tu forse ch'io voglia restituirti la libertà prima d'aver

conseguita la somma del tuo riscatto?»

«E quando poi questa sarà pagata, qual mallevadore avrò d'esser libero?»

«La parola d'un nobile Normanno, vile usuraio; la fede d'un nobile

Normanno, più pura, cento volte più pura che non tutto l'oro e

l'argento della detestabile ciurma de' tuoi.»

«Vi domando mille e mille volte perdono, nobile cavaliere,» disse con

voce paurosa l'Ebreo. «Ma e perchè dovrei io fidarmi interamente alla

parola di chi non vuol credere buona la mia?»

«Perchè non puoi fare a meno. Se tu fossi ora in casa tua a York,

presso il tuo scrigno, e ch'io venissi a supplicarti di prestarmi

pochi _shekel_ metteresti pure i tuoi patti, vorresti cauzioni,

prescriveresti il tempo della restituzione, l'interesse. Or bene. Qui

ho uguali vantaggi sopra di te, nè cambierò un'iota alle pretensioni

che t'ho spiegate.»

Mise un gemito profondo il Giudeo. «Spero almeno» ei soggiunse

«che dopo sborsato questo riscatto, saranno liberi con me i miei

compagni di viaggio. Essi parimente mi sprezzavano siccome ebreo;

pur mossi a compassione dell'angustia in cui mi trovarono, permisero

ch'io viaggiassi di conserva con loro; unico motivo per cui caddero

nell'agguato che a me solo era teso. Poi così essi potranno aiutarmi a

pagare una porzione di questa smisurata somma che voi pretendete.»

«Se parlando de' tuoi compagni di viaggio, intendi dire que' due

porcaiuoli Sassoni, gli affari loro non hanno nulla di commune co'

tuoi. Ebreo, pensa alle cose tue, nè t'impacciare di quelle degli

altri.»

«Ma almeno rimetterete in libertà quel giovine ferito, ch'io conduceva

a York in mia compagnia.»

«Te l'ho da ripetere un'altra volta? Pensa alle cose tue, nè

t'impacciare di quelle degli altri. O per meglio dire, pensa a pagare

il tuo riscatto, e nel termine il più breve.»

«Ascoltatemi nondimeno» Isacco riprese a dire «e ascoltatemi per amore

anche di quel danaro che volete ottenere a costo della vostra...» Qui

s'interruppe per paura di movere ad ira l'impetuoso Normanno.

«Segui pure. A costo della mia coscienza, vuoi dire. Parla senza

timore, Isacco; già t'avvertii: non sono irragionevole, e so che chi

perde al giuoco non ha forza di ridere; quindi posso sopportare le

rampogne se mi vengono fin da un Ebreo. Tu però non avesti eguale

pazienza, quando provocasti dinanzi ai tribunali Giacomo Fitz-Dottorel,

non reo d'altro che d'averti chiamato col tuo titolo di sanguisuga,

d'infame usuraio, dopo che le tue avanie gli ebbero divorato tutto il

suo patrimonio.»

«Giuro per il Talmud, che a tal proposito sorpresero vostro Valore[28],

nobile cavaliere. Fitz-Dottorel avea brandito il pugnale contro di me

nella mia casa medesima, perchè gli domandai quello che mi veniva, e si

trattava d'un pagamento che doveva essermi stato fatto fin nella Pasqua

precedente.»

«Ma ciò poco m'importa» rispose con aria non curante Frondeboeuf; «il

caso è di sapere ora quando toccherò quello che tu devi a me. Quand'è

dunque, Isacco, che tu mi sborserai i _shekel_?»

«Nobile cavaliere, basterà mandare con un vostro salvocondotto a

York mia figlia Rebecca, e passato il tempo necessario all'andata e

al ritorno, il danaro...» qui si fermò per dar varco ad un sospiro

profondissimo «il danaro vi sarà sborsato.»

«Tua figlia!» sclamò Frondeboeuf col tuono d'uomo sorpreso. «Affè,

Isacco, mi spiace non averlo saputo prima. Io ho sempre creduto quella

giovinetta dagli occhi neri non ti appartenere che come la giovane Aga

apparteneva ad Abramo. Ho pensato che tu seguissi l'esempio de' tuoi

patriarchi. In somma l'ho ceduta per donna di governo al venerabile

Templario, ser Brian di Bois-Guilbert.»

All'udir l'infausta notizia l'Ebreo mandò tale grido che ne

rimbombarono tutte le vôlte della caverna, e i Saracini ne furono

soprappresi, tanto di lasciarsi sfuggire di mano il mantello d'Isacco

che fino allora avean tenuto stretto col pugno. Il meschino si giovò

di questa specie di libertà per prostrarsi ai piedi di Frondeboeuf

abbracciandone le ginocchia.

«Abbiatevi tutto quanto mi chiedeste, nobile cavaliere; abbiatene

il doppio, chiedetemi quanto possedo; riducetemi alla mendicità,

feritemi col vostro pugnale, o fatemi stendere, se così vi piace,

in quell'ardente braciaio, ma salvatemi la figlia mia, liberate

Rebecca. Se voi siete stato concetto nel sen d'una donna, risparmiate

l'onor d'una fanciulla priva di ogni difesa. Essa è l'immagine della

mia infelice Rachele, l'ultimo di sei pegni ch'io ottenni dalla

sua tenerezza. Volete voi togliere ad un misero vecchio l'unica

consolazione che gli rimane? Volete voi ridurre un padre ad augurarsi

che la propria figlia fosse stata collocata nella tomba de' suoi

maggiori prima che sua madre la partorisse?[29].»

«Avrei voluto saperlo prima» disse con aspro tuono il Normanno. «Io

credea che la vostra popolazione non avesse amor che al danaro.»

[Illustrazione: _Il suono di quel corno che mosse i due

Sassoni a curiosità, e contemporanee a un tal suono molte

voci, anzi grida che chiamavano Frondeboeuf._ pag. 189.]

«Ah! non giudicate sì male la nostra nazione» rispose Isacco, dai modi

men truci del cavaliere confortato a speranza di commoverne il cuore

«la volpe e il gatto selvaggio inseguiti dai cacciatori non obbliano

la loro prole, e la perseguitata stirpe d'Abramo ama i suoi figli,

credetelo, con altrettanta tenerezza quanta ne possano avere verso i

proprii i Cristiani.»

«Sia!» rispose Frondeboeuf. «Ciò mi sarà di norma per l'avvenire. Ma

quanto a te, Isacco, queste considerazioni all'istante non giovano.

Quel ch'è fatto è fatto. Sono corso in parola con un fratel d'armi, nè

gli mancherei per tutta la nazione ebraica riunita. In fine poi, che

gran danno è per la tua figlia l'essere schiava di Bois-Guilbert? Che

male può derivargliene?»

«Che male?» sclamò torcendosi le mani il Giudeo «che male? Ov'è il

Templario che abbia rispettato la vita d'un uomo o l'onor d'una donna?»

«Cane d'un infedele!» sclamò Frondeboeuf cogli occhi avvampanti di

sdegno, e forse pago d'aver trovato un pretesto ad ostentarlo «non

bestemmiare il santo ordine del tempio di Sion, e spacciati nel pagarmi

il riscatto che m'hai promesso, ed a cui non ho posto che il sol patto

della tua libertà.»

«Masnadiere, assassino!» sclamò l'Ebreo, tratto fuor di sè in guisa

da non poter padroneggiare lo sdegno che lo trasportò «non ti pagherò

nulla. Tu non toccherai una mezz'oncia del mio danaro, se non mi

restituisci la figlia.»

«Perdesti il giudizio, Israelita? O veramente possedi qualche

incantesimo che ti guarentisca il cuoio e le carni contro la forza del

fuoco e dell'olio bollente?»

«Poco mi rileva» rispose Isacco, cui la paterna tenerezza avea spinto

alla disperazione. «Fa di me quel che vuoi, fa straziar queste membra;

arrostir le mie carni, divorale innanzi a' miei occhi. Anche mia figlia

è mia carne, e tal carne più preziosa ad un padre di quella ch'or tu

minacci. Tu non avrai argento da me, quando non fosse ch'io potessi

fonderlo e versartelo nella gola. No: non darei per te un obolo, se

dovesse salvarti dalla dannazione che l'intera tua vita si è meritata.

Inventa nuovi supplizi per farmi perire. Un Giudeo darà esempio

d'affrontar tormenti a un Cristiano.»

«Gli è quanto or vedremo» disse Frondeboeuf, «perchè per quel santo

segno che la tua nazione ha in orrore! tu stai per morire abbruciato.

— Prendetelo» disse agli schiavi «spogliatelo, indi venga incatenato a

quelle spranghe di ferro omai arroventite.»

Isacco fece alcuni sforzi per resistere ai suoi carnefici, ma troppo

impari essendo la lotta, i Saracini gli strapparon di dosso il

mantello, e così avrebbero fatto dell'altre vesti, se ad essi parimente

non si fosse fatto udire il suono di quel corno che mosse i due Sassoni

a curiosità, e contemporanee a un tal suono molte voci, anzi grida che

chiamavano Frondeboeuf. Il barbaro cavaliere temendo esser sorpreso in

quell'atto di atrocità infernale, fe' segno agli schiavi di seguirlo,

abbandonando frettolosamente il sotterraneo, ove lasciò l'Ebreo, il

quale diedesi a ringraziare il Cielo della pausa che gli concedea, e ad

implorare la protezione per sè e per la diletta sua figlia.

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 29 / 57 题