CAPITOLO XX.

«Oh quanto fu volger di lune e soli

«Dacchè quest'atrio, sì famoso un giorno.

«Fama, gioia, beltade in un raccolte

«Non mira più! nè sotto a queste antiche

«Gotiche vôlte omai sona che voce

«Dall'età spente; voce che ai nipoti

«In fero tuon rimembra le virtudi

«De' lor grand'avi che l'avel ricopre!

ORRA, _Tragedia_.

Mentre le persone di cui favellammo vegliavano alla liberazione di

Cedric e dei suoi compagni, gli armigeri che se ne erano impadroniti,

li guidavano al luogo di sicurezza, ove divisato aveano tenerli

prigioni. Ma sendo oscurissima la notte, e questa razza di scorridori

mal pratica delle giravolte della selva, accadde che si videro

costretti a molte pause, ed anche una o due volte a tornare addietro,

per accertarsi meglio della strada che doveano tenere. Ed ebbero d'uopo

del ritorno dell'aurora per rimanere convinti che si trovavano sulla

buona strada; la qual cosa avendoli confortati non poco, incominciarono

ad affrettare il cammino.

Allora i due finti capi di banditi vennero fra loro a tal parlamento.

«Bracy» disse il Templario «gli è tempo che ci lasciate per prepararvi

al secondo atto della nostra commedia, e sostener la parte di cavaliere

liberatore.»

«Ho fatte altre considerazioni» rispose Bracy «ed ho risoluto di non

abbandonar la mia preda sintantochè io non l'abbia posta in sicuro nel

castello di Frondeboeuf. Allora solamente mi mostrerò a lady Rowena

sotto il mio consueto abito, e farò, spero, perdonare all'impeto

dell'amorosa passione, la violenza di cui confesserommi colpevole.»

«E qual motivo di grazia vi ha fatto cambiare disegno?»

«Questa cosa poi, cred'io, non riguarda che me medesimo.»

«Vorrei però sperare, ser cavaliere, che a tal cambiamento non avessero

data origine i sospetti ingiuriosi al mio onore, destatisi, o per

meglio dire che Fitzurse cercò destare, nell'animo vostro.»

«Oh! in tali cose non prendo consigli che da me medesimo. Lo sapete

il proverbio: _il diavolo ride se il ladro ruba al ladro_, e per altra

parte sappiamo che il fuoco e le fiamme dell'inferno non ratterrebbero

un templario dall'abbandonarsi all'impeto delle sue passioni.»

«Nè il condottiero d'una banda franca dal temere per parte d'un amico e

d'un collega que' trattamenti ch'egli è solito fare agli altri.»

«A nulla or giova il rimprovero di rimbalzo. Mi basta conoscere

quai principii di morale professi l'ordine de' Templarii per non

somministrarvi da me medesimo l'occasione di togliermi una preziosa

conquista che tanti rischi mi costa l'assicurarmi.»

«Ma nella presente circostanza che temete, o Bracy? Vi sono però

conosciuti i nostri voti.»

«E anche in qual guisa li rispettate. I codici amorosi, ser Templario,

vengono interpretati assai liberamente in Palestina, e nella presente

bisogna non mi sento di confidar nulla alla vostra coscienza.»

«Ebbene, Bracy, sappiate dunque la verità. Non saprei che farmi della

vostra dea dagli occhi azzurri. Contemplando le nostre prigioniere ho

veduti due begli occhi neri. Quelli, quelli mi han conquistato.»

«Che ascolto? Vi degnereste della cameriera?»

«No, sul mio onore. I miei sguardi non si abbassano tanto; pure fra le

nostre prigioniere trovo una preda che equivale ben alla vostra.»

«Per l'antico Testamento!» sclamò Bracy. «Forse la bella ebrea?»

«Ebbene! chi oserà trovarci a ridire?»

«Nessun ch'io mi sappia. Ma la vostra coscienza non vi rimproccerebbe

una tresca aperta con un'Ebrea?»

«La coscienza d'un uomo che ha ammazzato trecento Saracini può essere

più tranquilla di molte altre, nè ha bisogno di atterrire ad ogni

minimo peccatuzzo, come il farebbe la coscienza d'una villanella nel

presentarsi al confessionale la vigilia di Pasqua.»

«Eh! infine spetta a voi di sapere i privilegi del vostro onore. Pur

vedete! avrei giurato che, più ancora degli occhi della leggiadra

Ebrea, vagheggiaste i danari dell'usuraio suo genitore.»

«Non dirò che il danaro d'Isacco non abbia il suo merito. Ma credete

voi che Frondeboeuf avesse voluto prestarne il proprio castello senza

speranza di partecipare allo spoglio? Or dunque, io gli cedo Isacco

per sua porzion di bottino, e come gli è giusto ch'io parimente abbia

la mia, ho posti gli occhi sulla bella Rebecca. Adesso che vi son noti

i miei divisamenti, tornerete alle prime massime? Voi vedete che per

parte mia non vi resta alcuna cosa a temere.»

«No, no; le prime massime le ho affatto abbiurate, nè voglio perder

le tracce della mia preda nemmeno un istante. Le cose che mi avete

raccontate possono essere verissime, ma non mi fido della coscienza

d'un uomo, che avendo ammazzati trecento saracini, si è assicurato un

sì vistoso capitale d'indulgenze da non atterrirlo un peccato veniale

di più.»

Intantochè i nostri due eroi duravano in tale disputa, Cedric si

sforzava, ma invano, onde rilevare da' suoi custodi chi fossero, e da

quai disegni mossi coloro che il tenevano prigioniere.

«Voi siete Inglesi, giusta ogni apparenza» ei dicea loro «e vivadio! vi

conducete come se foste Normanni. Sarete, non ne dubito, miei vicini,

e dovreste quindi esser ancor miei amici, perchè qual è nom inglese

de' miei dintorni che possa volermi male? Persin fra voi, che vi siete

rifuggiti ne' boschi onde sottrarvi alla persecuzione, fra voi contra i

quali sta un bando che vi mette fuori della società, trovasi taluno che

è ricorso più d'una volta alla mia protezione, e l'ha ottenuta, perchè

mi faceano pietà le vostre sventure e i vostri patimenti, e le mie

maledizioni andavano addosso alla tirannide, sola cagione del genere

di vita che abbracciaste, e che non sarebbe mai stato il vostro. Che

cosa dunque volete fare di me? Da quest'atto di violenza qual vantaggio

potete voi ripromettervi? E nulla mi rispondete? Peggiori delle belve

feroci nella vostra condotta, siete ancor muti com'esse?»

Ma tutti questi discorsi nulla valevano a fare che que' ribaldi

parlassero. Troppe buone ragioni aveano di serbar il silenzio, perchè

a romperlo li potessero indurre nè le querele, nè i rimproveri di

Cedric. Continuarono a marciare con frettoloso passo, sintantochè

in fondo ad un viale di grandi alberi, si presentasse Torquilstone,

castello antico, il quale per diritto di usurpazione apparteneva in

quei giorni a ser Reginaldo Frondeboeuf. Tal era la forma di questa

picciola rocca. Dal mezzo di essa alzavasi un'alta torre di base

quadrata, e circondata di edifizi più bassi, che dominavano un cortile

di superficie circolare. Intorno al muro di ricinto stagnava una fossa,

cui somministrava le acque un vicino ruscello. Frondeboeuf, che per

suo cattivo animo si crescea continuamente il numero de' nemici, avea

aggiunte nuove fortificazioni al castello col far costruire alte torri

ad ogn'angolo del medesimo. L'ingresso erane da una parte per un ponte

levatoio che terminavasi ad una pesante porta di ferro fiancheggiata

da due torricelle, dall'altra per un portello di soccorso di stretto

andito, che confinava con un fortino innalzato ad esterna difesa.

Non appena le cime delle torri di Torquilstone, che tappezzate d'edere

e di porracine rifletteano i raggi del sol nascente, ferirono il guardo

di Cedric, non gli rimase più dubbiezza alcuna sull'origine della

cattività cui soggiaceva.

[Illustrazione: _Alcuni armigeri vennero a riconoscere

quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte

levatojo, la cavalcata entrò nel cortile._ pag. 177.]

«Ah!» sclamò egli, vôlto ai suoi barbari condottieri, «io avea

ingiuriato i ladri, e gli scorridori che infestano questi boschi col

supporre individui delle lor bande coloro che mi arrestarono. Avrei

potuto con egual fondamento confondere le volpi della mia patria e i

lupi arrabbiati delle francesi foreste. Ditemi, sciagurati, è la mia

vita che il vostro padrone desidera, o pretende impossessarsi delle mie

sostanze? Non è cosa tollerabile, è egli vero, che rimangano, ancora

sulla Inghilterra solamente due Sassoni, il nobile Atelstano ed io,

i quali tuttavia possedano il lor retaggio! Che si tarda adunque a

darci morte, a compir l'opera della tirannide togliendoci e dominii

e vita dopo averne rapita la libertà? Se Cedric il Sassone non può

salvar l'Inghilterra, egli è contento di morire essendosi sagrificato

per essa. Dite al tiranno vostro padrone, che lo prego solamente a

rimettere in onorevole libertà lady Rowena. Nulla ei può temer da

una donna, e periscono con noi tutti quelli che avrebbero potuto

parteggiare per la sua causa.»

Ma tal discorso non ebbe maggior risposta che il primo; e giunsero

finalmente alla porta del castello, innanzi alla quale Bracy sonò

il corno tre volte. Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella

banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatoio, la

cavalcata entrò nel cortile. Fatti scendere da cavallo i prigionieri

furono condotti in una sala, ov'erano apparecchiati reficiamenti per

essi, reficiamenti ricusati da tutti fuorchè dal solo Atelstano. Ma

il discendente del santo re Confessore non ebbe tempo di far intero

diritto al merito di quella imbandigione, perchè gli venne annunziato

com'egli e Cedric dovessero andar a starsi in una stanza spartata da

quella che assegnavasi a lady Rowena. E poichè sarebbe stata inutile

ogni resistenza, si videro nella necessità di seguire le loro scorte in

un grande appartamento sostenuti da due ordini di pilastri di macigno,

quai ne vediamo anche oggidì nei refettorii de' monasteri e nelle sale

serbate alle adunanze capitolari.

Dopo avere disgiunta dalle persone del suo seguito lady Rowena,

la condussero, veramente usando compitezza, ma non consultando

l'inclinazione, in un'ala del castello. Tal distinzione di mal augurio,

fu parimente conceduta a Rebecca. Vane tornarono le ferventissime e

interminabili supplicazioni del padre, che messo a tali strette giunse

fino ad offerire denaro per non venir separato dalla figlia. «Cane d'un

miscredente!» gli disse una di quelle guardie «quando avrai veduto il

canile che t'aspetta, non ti dorrai se non ne partecipa la figlia tua.»

E senz'altre discussioni furono tratti il padre da una parte, la figlia

dall'altra. Toltesi indi l'armi alle persone del seguito di Cedric e

d'Atelstano, e dopo essere stati frugati per ogni dove, vennero chiusi

nella prigion del castello. Lady Rowena non potè nè manco ottenere la

consolazione di serbare Elgitta presso di sè.

L'appartamento, entro cui stavano rinchiusi i nostri due capi Sassoni,

perchè d'essi primieramente incomincieremo a far discorso, comunque

allor trasformato in una prigione, fu in altri tempi la sala maggiore

del castello; ma poi sottratto a quest'uso, perchè fra le cose, che il

nuovo occupante aggiunse a quell'edifizio, sia per affortificarlo, sia

per renderlo aggradevole, noveravasi una grande sala, le cui soffitta

reggeano pilastri più leggieri ed eleganti, ed abbelliti di fregi, che

i Normanni avevano già introdotti nell'architettura.

Cedric trascorreva a grandi passi quel luogo tutto assorto nelle

considerazioni che gl'inspirava la indignazione sulle cose presenti e

sulle passate. La negghienza intanto d'Atelstano a questo tenea vece

di filosofia e di rassegnazione nel fargli tutto sopportare, fuorchè

gl'incomodi fisici dell'istante. Laonde il dolore della condizione cui

vedevasi ridotto, gli si facea sentire sì lievemente, che le animate

esclamazioni di Cedric, appena e a quando a quando soltanto, otteneano

qualche segno di approvazione da lui.

«Sì» Cedric diceva, un poco favellando con sè stesso, un poco

indirigendosi ad Atelstano «gli è in questa sala medesima, che mio

padre stette a convito con Torquil Wolfganger, allorchè questo nobile

Sassone ricevette il prode quanto infelice Aroldo, che marciava in que'

dì contro i Norvegi collegatisi a Tosti ribelle. Fu in questa sala, che

Aroldo diede quella sì altera risposta all'ambasciatore d'un fratello

voltosi contro di lui. Quante volte acceso da quell'entusiasmo il mio

genitore mi fe' racconto di tale storia! Allorchè l'inviato di Tosti fu

ammesso in questa sala, che vedete sì grande, ella non bastava perchè

vi capisse tutta la folla dei nobili capi Sassoni, gareggianti di porsi

attorno al loro re, e tutti ammessi alla sua mensa!»

Tali ultimi accenti scossero la fantasia d'Atelstano. «Spero» dice

egli «che non dimenticheranno, quando sarà mezzogiorno, di mandarne il

desinare. Ci hanno appena dato il tempo di far colezione. Poi non mi

piace il cibarmi subito sceso da cavallo, ad onta che i medici lo dian

per consiglio. Il mio appetito in quel punto non mi serve mai bene.»

Cedric continuò il suo racconto senza por mente che Atelstano lo avesse

interrotto.

«L'inviato di Tosti s'innoltrò in questa sala, nè la fisonomia di

lui dava a divedere che lo intimidissero i minaccevoli sguardi de'

circostanti; indi postosi dinanzi al trono del re, rispettosamente

lo salutò. — Ser Re, gli disse, quali patti può sperare da voi il

fratel vostro, Tosti, se dimettendo l'armi, vi chiede la pace? — La

tenerezza d'un fratello, rispose il generoso Aroldo, e il bel ducato

di Nortumberlandia. — E se Tosti accetta queste condizioni, riprese a

dire l'inviato, quali terre concederete voi al confederato fedele del

mio commettente, ad Hardrada, re di Norvegia? — Sei piedi di terreno,

alteramente Aroldo rispose, e solamente perchè lo dicon gigante, gli

concederemo forse qualche piede di più. — Rintronò di applausi la sala,

e ciascun capo prese la tazza, e fu bevuto all'onore del giorno in cui

Hardrada entrerebbe in possesso di tal dominio dell'Inghilterra.»

«Mi unirei di buon cuore a que' plaudenti» Atelstano soggiunse «perchè

la sete mi attacca la lingua al palato.»

«L'inviato» continuò Cedric malgrado il poco vezzo che d'udire sì fatta

storia mostrava Atelstano «riportò tal duplice messaggio a Tosti e al

confederato di Tosti. Allora le mura di Stamford divennero spettatrici

di quella terribile pugna, in cui dopo operate cose di prodigioso

valore, Tosti e il re di Norvegia morsero la polve con diecimila de'

loro soldati. Chi avrebbe creduto il giorno schiaratore di sì nobile

trionfo, esser pur quello che vide veleggiare i navigli normanni,

que' navigli che approdarono alle coste della contea di Sussex? Chi

avrebbe creduto che l'infelice Aroldo non dovesse omai possedere nel

suo reame più de' sette piedi di terra da lui conceduti al sovrano

della Norvegia? Chi avrebbe creduto, che voi, nobile Atelstano, voi

uscito del sangue di Aroldo, io figlio di un guerriero, che non fu

tra i minori sostegni del trono dei re Sassoni, diverremmo prigionieri

d'uno spregevol normanno, in questa sala medesima, fatta celebre per

ricordanze tanto gloriose?»

«Ella è una cosa molestissima» rispose Atelstano; «però vorrei sperare

ce ne spacciassimo pagando un ragionevol riscatto. Ma qual che siasi

l'intenzion di costoro, per lo meno non dovrebbero avere quella di

affamarne. Il giorno s'innoltra; e non vedo nessun apparecchio di

mensa. Osservate per quella finestra, nobile Cedric, e dall'altezza del

sole giudicate voi medesimo, se sia vicino o no mezzogiorno.»

«Sarà vicino; ma nè manco a quella finestra mi posso volgere, senza che

una tal vista mi porti ad altre considerazioni non meno penose, benchè

non si riferiscano sì immediatamente allo stato in cui ci troviamo. —

Quando fu fatta quella finestra, mio nobile amico, i nostri maggiori

non conoscevano l'arte di fabbricare il vetro, e molto meno quella

di dipingerlo. L'orgoglio del vostro avolo, del padre di Wolfganger

fu quello che tirò dalla Normandia un artigiano, e ciò a solo fine

di vedere il proprio castello arricchito delle decorazioni di tal

nuovo lusso, che imbratta di colori fantastici la pura luce del cielo.

Questo straniero venne fra noi tapino, mendico, umile fino ad essere

abbietto, pronto a far di berrettone all'ultimo servo delle nostre

case. Tornò via superbo, carico d'oro; e portò fra' suoi compatriotti

le notizie dell'opulenza e della semplicità de' nobili Sassoni. Tal

nostra pazzia era stata antiveduta e predetta da Hengist e dalle sue

rozze tribù; e per questa sola ragione conservavano religiosamente

i costumi dei loro padri. Fu nel dipartircene, che incominciammo

a chiamare fra noi questi stranieri, a farne i nostri servi di

confidenza, i nostri amici, a prender da essi le loro arti e i loro

artisti; a disprezzare le costumanze semplici de' nostri antenati.

In somma noi eravamo infiacchiti dal lusso normanno, prima che l'armi

normanne ci soggiogassero. Oh! i nostri cibi, non guastati dalla stessa

ricercatezza, goduti in pace e libertà, valeano ben meglio di tutti

que' delicati camangiari, la cui ingordigia ci ha messi co' piedi e co'

pugni legati nelle mani de' nostri conquistatori.»

«In questo momento» tal fu l'osservazione d'Atelstano «non v'è cibo

semplice che non mi sembrasse vivanda delicatissima. Ma io trasecolo,

nobile Cedric, come voi serbiate sì minutamente la ricordanza degli

avvenimenti trascorsi ch'è un pezzo, quando poi dimenticate l'ora del

pranzo.»

«Ah! lo vedo» disse a sè medesimo impazientito Cedric «gli è un

perder tempo il parlargli d'altra cosa che del suo appetito. L'anima

di Ardicanuto s'è impossessata di quel corpo. Non sa che sia diletto

se non se a mensa e col bicchiere alla mano. Mio Dio!» soggiunse

riguardandolo compassionevolmente «e sarà vero che un esterno sì

nobile, sì dignitoso, nasconda un'anima tanto goffa, tanto grossolana?

E sarà vero che la grand'opera della rigenerazione dell'Inghilterra

debba reggersi ad un perno così diffettoso? Potrebb'essere che lady

Rowena, divenutane finalmente sposa, gli desse un poco di quella sua

anima generosa e nobile, ridestasse in lui i sentimenti di patrio

amore, che vorrei anche sperarlo, non sono fuorchè intorpiditi. Lady

Rowena! Ma e come adesso pensare a ciò, se ella, Atelstano ed io siam

fra le mani d'un bruttale, d'un mascalzone, e forse il siamo perchè

si teme che il lasciarci liberi metta in pericolo i crudeli nostri

oppressori!»

Mentre Cedric stava assorto in così affliggenti contemplazioni, si

vide aprir la porta della sala, innanzi a cui presentossi uno scudiere

scalco, che avea in mano una bianca verga, distintivo della sua carica.

A questo personaggio d'alto affare, che movea gravemente i passi,

teneano dietro quattro servi, che portavano una tavola imbandita

di vivande, la cui vista, il cui odore, parve facessero dimenticare

ogn'altra idea ad Atelstano. Mascherati erano costoro, non meno dello

scudiere scalco che li guidava.

«Che significano queste maschere» tai detti volse a quella gente

Cedric; «e a che giovano? Crede forse il vostro padrone che noi

ignoriamo ove ne abbian condotti o il nome di chi ne tien prigionieri?

Ditegli» continuò il Sassone premuroso di cogliere tale occasione per

negoziare la sua libertà «dite a Reginaldo Frondeboeuf, che vediam

bene come per trattarne in sì fatta guisa egli non possa avere altro

motivo se non se una insaziabile cupidigia di arricchire a nostre

spese. Ebbene! cediamo alla sua rapacità, come date eguali circostanze,

cederemmo a quella d'un assassino. Proponga egli il riscatto che

pretende, e lo pagheremo se sarà proporzionato alle nostre facoltà.»

Lo scudiere scalco per tutta risposta fece un rispettoso inchino.

«E ditegli ancora» soggiunse Atelstano «che lo sfido a duello ad ultimo

sangue, sia a piedi o a cavallo, e in quel sicuro luogo che gli sarà in

grado di scegliere dopo trascorsa d'otto giorni la nostra liberazione.

S'egli ha onore, se è cavaliere, non ricuserà un tale cartello.»

Lo scudiere replicò l'inchino e partì.

Simil disfida poteva essere intimata con qualche maggior dignità;

perchè Atelstano nel pronunziarne gli accenti avea piena la bocca, e

affaccendate assai le mascelle, circostanza che aggiunta a naturale

perplessità tolse alla maggior parte di questo cartello quel tuono

minaccevole con cui il discendente de' re Sassoni s'intendeva

d'accompagnarlo. Nondimeno Cedric n'ebbe qualche speranza che il suo

collega cominciasse a risentirsi, quanto l'onore il volea dell'insulto

sofferto da entrambi, e si consolò; perchè a dir vero ad onta del

rispetto ch'ei portava al sublime legnaggio, d'onde Atelstano scendea,

cominciava a prender nausea d'un tanto durare nell'indolenza. Laonde

afferrò la mano dell'amico, e gliela strinse di tutto cuore, come per

dargli un contrassegno di approvare questo nobile sfogo di generosi

sentimenti, ma si raffreddò alquanto in Cedric l'entusiasmo del giubilo

che avea concetto, allorchè udì Atelstano esclamare «ch'ei vorrebbe

combattere dodici uomini eguali a Frondeboeuf per uscir più presto d'un

esecrabil castello ove si metteva aglio in tutte le vivande.» Comunque

spiacesse a Cedric che il suo collega cedendo alla sensualità avesse

fatta simile ricaduta nell'antica negghienza, pure si pose a desco

rimpetto a lui, e die' a divedere che se le sventure del suo paese lo

rendeano immemore dell'ora della mensa, non quindi avea perduto il buon

appetito ed altre simili qualità lodevoli de' Sassoni antenati, del che

diede valevoli prove, sedutosi a mensa.

I prigionieri non aveano ancora terminato il pranzo, allorchè li

distolse da un affare sì rilevante, almeno per Atelstano, il suono

d'un corno che venne per tre volte ripetuto con tanta violenza,

come se chi gli dava fiato fosse stato un cavaliere errante, venuto

a liberare giovane beltà racchiusa entro la rocca e possessore del

magico strumento atto a farla crollare. I due Sassoni s'alzarono in

piedi correndo alla finestra, senza però potere appagare la propria

curiosità, perchè tutti quegl'invetriati guardavano nel cortile. Pure

tale squillo pareva annunziasse avvenimento d'alta importanza, e tanto

più il diedero a credere il tumulto e l'agitazione che poco dopo si

misero per tutto il castello.

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 28 / 57 题