«Oh quanto fu volger di lune e soli
«Dacchè quest'atrio, sì famoso un giorno.
«Fama, gioia, beltade in un raccolte
«Non mira più! nè sotto a queste antiche
«Gotiche vôlte omai sona che voce
«Dall'età spente; voce che ai nipoti
«In fero tuon rimembra le virtudi
«De' lor grand'avi che l'avel ricopre!
ORRA, _Tragedia_.
Mentre le persone di cui favellammo vegliavano alla liberazione di
Cedric e dei suoi compagni, gli armigeri che se ne erano impadroniti,
li guidavano al luogo di sicurezza, ove divisato aveano tenerli
prigioni. Ma sendo oscurissima la notte, e questa razza di scorridori
mal pratica delle giravolte della selva, accadde che si videro
costretti a molte pause, ed anche una o due volte a tornare addietro,
per accertarsi meglio della strada che doveano tenere. Ed ebbero d'uopo
del ritorno dell'aurora per rimanere convinti che si trovavano sulla
buona strada; la qual cosa avendoli confortati non poco, incominciarono
ad affrettare il cammino.
Allora i due finti capi di banditi vennero fra loro a tal parlamento.
«Bracy» disse il Templario «gli è tempo che ci lasciate per prepararvi
al secondo atto della nostra commedia, e sostener la parte di cavaliere
liberatore.»
«Ho fatte altre considerazioni» rispose Bracy «ed ho risoluto di non
abbandonar la mia preda sintantochè io non l'abbia posta in sicuro nel
castello di Frondeboeuf. Allora solamente mi mostrerò a lady Rowena
sotto il mio consueto abito, e farò, spero, perdonare all'impeto
dell'amorosa passione, la violenza di cui confesserommi colpevole.»
«E qual motivo di grazia vi ha fatto cambiare disegno?»
«Questa cosa poi, cred'io, non riguarda che me medesimo.»
«Vorrei però sperare, ser cavaliere, che a tal cambiamento non avessero
data origine i sospetti ingiuriosi al mio onore, destatisi, o per
meglio dire che Fitzurse cercò destare, nell'animo vostro.»
«Oh! in tali cose non prendo consigli che da me medesimo. Lo sapete
il proverbio: _il diavolo ride se il ladro ruba al ladro_, e per altra
parte sappiamo che il fuoco e le fiamme dell'inferno non ratterrebbero
un templario dall'abbandonarsi all'impeto delle sue passioni.»
«Nè il condottiero d'una banda franca dal temere per parte d'un amico e
d'un collega que' trattamenti ch'egli è solito fare agli altri.»
«A nulla or giova il rimprovero di rimbalzo. Mi basta conoscere
quai principii di morale professi l'ordine de' Templarii per non
somministrarvi da me medesimo l'occasione di togliermi una preziosa
conquista che tanti rischi mi costa l'assicurarmi.»
«Ma nella presente circostanza che temete, o Bracy? Vi sono però
conosciuti i nostri voti.»
«E anche in qual guisa li rispettate. I codici amorosi, ser Templario,
vengono interpretati assai liberamente in Palestina, e nella presente
bisogna non mi sento di confidar nulla alla vostra coscienza.»
«Ebbene, Bracy, sappiate dunque la verità. Non saprei che farmi della
vostra dea dagli occhi azzurri. Contemplando le nostre prigioniere ho
veduti due begli occhi neri. Quelli, quelli mi han conquistato.»
«Che ascolto? Vi degnereste della cameriera?»
«No, sul mio onore. I miei sguardi non si abbassano tanto; pure fra le
nostre prigioniere trovo una preda che equivale ben alla vostra.»
«Per l'antico Testamento!» sclamò Bracy. «Forse la bella ebrea?»
«Ebbene! chi oserà trovarci a ridire?»
«Nessun ch'io mi sappia. Ma la vostra coscienza non vi rimproccerebbe
una tresca aperta con un'Ebrea?»
«La coscienza d'un uomo che ha ammazzato trecento Saracini può essere
più tranquilla di molte altre, nè ha bisogno di atterrire ad ogni
minimo peccatuzzo, come il farebbe la coscienza d'una villanella nel
presentarsi al confessionale la vigilia di Pasqua.»
«Eh! infine spetta a voi di sapere i privilegi del vostro onore. Pur
vedete! avrei giurato che, più ancora degli occhi della leggiadra
Ebrea, vagheggiaste i danari dell'usuraio suo genitore.»
«Non dirò che il danaro d'Isacco non abbia il suo merito. Ma credete
voi che Frondeboeuf avesse voluto prestarne il proprio castello senza
speranza di partecipare allo spoglio? Or dunque, io gli cedo Isacco
per sua porzion di bottino, e come gli è giusto ch'io parimente abbia
la mia, ho posti gli occhi sulla bella Rebecca. Adesso che vi son noti
i miei divisamenti, tornerete alle prime massime? Voi vedete che per
parte mia non vi resta alcuna cosa a temere.»
«No, no; le prime massime le ho affatto abbiurate, nè voglio perder
le tracce della mia preda nemmeno un istante. Le cose che mi avete
raccontate possono essere verissime, ma non mi fido della coscienza
d'un uomo, che avendo ammazzati trecento saracini, si è assicurato un
sì vistoso capitale d'indulgenze da non atterrirlo un peccato veniale
di più.»
Intantochè i nostri due eroi duravano in tale disputa, Cedric si
sforzava, ma invano, onde rilevare da' suoi custodi chi fossero, e da
quai disegni mossi coloro che il tenevano prigioniere.
«Voi siete Inglesi, giusta ogni apparenza» ei dicea loro «e vivadio! vi
conducete come se foste Normanni. Sarete, non ne dubito, miei vicini,
e dovreste quindi esser ancor miei amici, perchè qual è nom inglese
de' miei dintorni che possa volermi male? Persin fra voi, che vi siete
rifuggiti ne' boschi onde sottrarvi alla persecuzione, fra voi contra i
quali sta un bando che vi mette fuori della società, trovasi taluno che
è ricorso più d'una volta alla mia protezione, e l'ha ottenuta, perchè
mi faceano pietà le vostre sventure e i vostri patimenti, e le mie
maledizioni andavano addosso alla tirannide, sola cagione del genere
di vita che abbracciaste, e che non sarebbe mai stato il vostro. Che
cosa dunque volete fare di me? Da quest'atto di violenza qual vantaggio
potete voi ripromettervi? E nulla mi rispondete? Peggiori delle belve
feroci nella vostra condotta, siete ancor muti com'esse?»
Ma tutti questi discorsi nulla valevano a fare che que' ribaldi
parlassero. Troppe buone ragioni aveano di serbar il silenzio, perchè
a romperlo li potessero indurre nè le querele, nè i rimproveri di
Cedric. Continuarono a marciare con frettoloso passo, sintantochè
in fondo ad un viale di grandi alberi, si presentasse Torquilstone,
castello antico, il quale per diritto di usurpazione apparteneva in
quei giorni a ser Reginaldo Frondeboeuf. Tal era la forma di questa
picciola rocca. Dal mezzo di essa alzavasi un'alta torre di base
quadrata, e circondata di edifizi più bassi, che dominavano un cortile
di superficie circolare. Intorno al muro di ricinto stagnava una fossa,
cui somministrava le acque un vicino ruscello. Frondeboeuf, che per
suo cattivo animo si crescea continuamente il numero de' nemici, avea
aggiunte nuove fortificazioni al castello col far costruire alte torri
ad ogn'angolo del medesimo. L'ingresso erane da una parte per un ponte
levatoio che terminavasi ad una pesante porta di ferro fiancheggiata
da due torricelle, dall'altra per un portello di soccorso di stretto
andito, che confinava con un fortino innalzato ad esterna difesa.
Non appena le cime delle torri di Torquilstone, che tappezzate d'edere
e di porracine rifletteano i raggi del sol nascente, ferirono il guardo
di Cedric, non gli rimase più dubbiezza alcuna sull'origine della
cattività cui soggiaceva.
[Illustrazione: _Alcuni armigeri vennero a riconoscere
quella banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte
levatojo, la cavalcata entrò nel cortile._ pag. 177.]
«Ah!» sclamò egli, vôlto ai suoi barbari condottieri, «io avea
ingiuriato i ladri, e gli scorridori che infestano questi boschi col
supporre individui delle lor bande coloro che mi arrestarono. Avrei
potuto con egual fondamento confondere le volpi della mia patria e i
lupi arrabbiati delle francesi foreste. Ditemi, sciagurati, è la mia
vita che il vostro padrone desidera, o pretende impossessarsi delle mie
sostanze? Non è cosa tollerabile, è egli vero, che rimangano, ancora
sulla Inghilterra solamente due Sassoni, il nobile Atelstano ed io,
i quali tuttavia possedano il lor retaggio! Che si tarda adunque a
darci morte, a compir l'opera della tirannide togliendoci e dominii
e vita dopo averne rapita la libertà? Se Cedric il Sassone non può
salvar l'Inghilterra, egli è contento di morire essendosi sagrificato
per essa. Dite al tiranno vostro padrone, che lo prego solamente a
rimettere in onorevole libertà lady Rowena. Nulla ei può temer da
una donna, e periscono con noi tutti quelli che avrebbero potuto
parteggiare per la sua causa.»
Ma tal discorso non ebbe maggior risposta che il primo; e giunsero
finalmente alla porta del castello, innanzi alla quale Bracy sonò
il corno tre volte. Alcuni armigeri vennero a riconoscere quella
banda, dopo di che apertasi la porta e calato il ponte levatoio, la
cavalcata entrò nel cortile. Fatti scendere da cavallo i prigionieri
furono condotti in una sala, ov'erano apparecchiati reficiamenti per
essi, reficiamenti ricusati da tutti fuorchè dal solo Atelstano. Ma
il discendente del santo re Confessore non ebbe tempo di far intero
diritto al merito di quella imbandigione, perchè gli venne annunziato
com'egli e Cedric dovessero andar a starsi in una stanza spartata da
quella che assegnavasi a lady Rowena. E poichè sarebbe stata inutile
ogni resistenza, si videro nella necessità di seguire le loro scorte in
un grande appartamento sostenuti da due ordini di pilastri di macigno,
quai ne vediamo anche oggidì nei refettorii de' monasteri e nelle sale
serbate alle adunanze capitolari.
Dopo avere disgiunta dalle persone del suo seguito lady Rowena,
la condussero, veramente usando compitezza, ma non consultando
l'inclinazione, in un'ala del castello. Tal distinzione di mal augurio,
fu parimente conceduta a Rebecca. Vane tornarono le ferventissime e
interminabili supplicazioni del padre, che messo a tali strette giunse
fino ad offerire denaro per non venir separato dalla figlia. «Cane d'un
miscredente!» gli disse una di quelle guardie «quando avrai veduto il
canile che t'aspetta, non ti dorrai se non ne partecipa la figlia tua.»
E senz'altre discussioni furono tratti il padre da una parte, la figlia
dall'altra. Toltesi indi l'armi alle persone del seguito di Cedric e
d'Atelstano, e dopo essere stati frugati per ogni dove, vennero chiusi
nella prigion del castello. Lady Rowena non potè nè manco ottenere la
consolazione di serbare Elgitta presso di sè.
L'appartamento, entro cui stavano rinchiusi i nostri due capi Sassoni,
perchè d'essi primieramente incomincieremo a far discorso, comunque
allor trasformato in una prigione, fu in altri tempi la sala maggiore
del castello; ma poi sottratto a quest'uso, perchè fra le cose, che il
nuovo occupante aggiunse a quell'edifizio, sia per affortificarlo, sia
per renderlo aggradevole, noveravasi una grande sala, le cui soffitta
reggeano pilastri più leggieri ed eleganti, ed abbelliti di fregi, che
i Normanni avevano già introdotti nell'architettura.
Cedric trascorreva a grandi passi quel luogo tutto assorto nelle
considerazioni che gl'inspirava la indignazione sulle cose presenti e
sulle passate. La negghienza intanto d'Atelstano a questo tenea vece
di filosofia e di rassegnazione nel fargli tutto sopportare, fuorchè
gl'incomodi fisici dell'istante. Laonde il dolore della condizione cui
vedevasi ridotto, gli si facea sentire sì lievemente, che le animate
esclamazioni di Cedric, appena e a quando a quando soltanto, otteneano
qualche segno di approvazione da lui.
«Sì» Cedric diceva, un poco favellando con sè stesso, un poco
indirigendosi ad Atelstano «gli è in questa sala medesima, che mio
padre stette a convito con Torquil Wolfganger, allorchè questo nobile
Sassone ricevette il prode quanto infelice Aroldo, che marciava in que'
dì contro i Norvegi collegatisi a Tosti ribelle. Fu in questa sala, che
Aroldo diede quella sì altera risposta all'ambasciatore d'un fratello
voltosi contro di lui. Quante volte acceso da quell'entusiasmo il mio
genitore mi fe' racconto di tale storia! Allorchè l'inviato di Tosti fu
ammesso in questa sala, che vedete sì grande, ella non bastava perchè
vi capisse tutta la folla dei nobili capi Sassoni, gareggianti di porsi
attorno al loro re, e tutti ammessi alla sua mensa!»
Tali ultimi accenti scossero la fantasia d'Atelstano. «Spero» dice
egli «che non dimenticheranno, quando sarà mezzogiorno, di mandarne il
desinare. Ci hanno appena dato il tempo di far colezione. Poi non mi
piace il cibarmi subito sceso da cavallo, ad onta che i medici lo dian
per consiglio. Il mio appetito in quel punto non mi serve mai bene.»
Cedric continuò il suo racconto senza por mente che Atelstano lo avesse
interrotto.
«L'inviato di Tosti s'innoltrò in questa sala, nè la fisonomia di
lui dava a divedere che lo intimidissero i minaccevoli sguardi de'
circostanti; indi postosi dinanzi al trono del re, rispettosamente
lo salutò. — Ser Re, gli disse, quali patti può sperare da voi il
fratel vostro, Tosti, se dimettendo l'armi, vi chiede la pace? — La
tenerezza d'un fratello, rispose il generoso Aroldo, e il bel ducato
di Nortumberlandia. — E se Tosti accetta queste condizioni, riprese a
dire l'inviato, quali terre concederete voi al confederato fedele del
mio commettente, ad Hardrada, re di Norvegia? — Sei piedi di terreno,
alteramente Aroldo rispose, e solamente perchè lo dicon gigante, gli
concederemo forse qualche piede di più. — Rintronò di applausi la sala,
e ciascun capo prese la tazza, e fu bevuto all'onore del giorno in cui
Hardrada entrerebbe in possesso di tal dominio dell'Inghilterra.»
«Mi unirei di buon cuore a que' plaudenti» Atelstano soggiunse «perchè
la sete mi attacca la lingua al palato.»
«L'inviato» continuò Cedric malgrado il poco vezzo che d'udire sì fatta
storia mostrava Atelstano «riportò tal duplice messaggio a Tosti e al
confederato di Tosti. Allora le mura di Stamford divennero spettatrici
di quella terribile pugna, in cui dopo operate cose di prodigioso
valore, Tosti e il re di Norvegia morsero la polve con diecimila de'
loro soldati. Chi avrebbe creduto il giorno schiaratore di sì nobile
trionfo, esser pur quello che vide veleggiare i navigli normanni,
que' navigli che approdarono alle coste della contea di Sussex? Chi
avrebbe creduto che l'infelice Aroldo non dovesse omai possedere nel
suo reame più de' sette piedi di terra da lui conceduti al sovrano
della Norvegia? Chi avrebbe creduto, che voi, nobile Atelstano, voi
uscito del sangue di Aroldo, io figlio di un guerriero, che non fu
tra i minori sostegni del trono dei re Sassoni, diverremmo prigionieri
d'uno spregevol normanno, in questa sala medesima, fatta celebre per
ricordanze tanto gloriose?»
«Ella è una cosa molestissima» rispose Atelstano; «però vorrei sperare
ce ne spacciassimo pagando un ragionevol riscatto. Ma qual che siasi
l'intenzion di costoro, per lo meno non dovrebbero avere quella di
affamarne. Il giorno s'innoltra; e non vedo nessun apparecchio di
mensa. Osservate per quella finestra, nobile Cedric, e dall'altezza del
sole giudicate voi medesimo, se sia vicino o no mezzogiorno.»
«Sarà vicino; ma nè manco a quella finestra mi posso volgere, senza che
una tal vista mi porti ad altre considerazioni non meno penose, benchè
non si riferiscano sì immediatamente allo stato in cui ci troviamo. —
Quando fu fatta quella finestra, mio nobile amico, i nostri maggiori
non conoscevano l'arte di fabbricare il vetro, e molto meno quella
di dipingerlo. L'orgoglio del vostro avolo, del padre di Wolfganger
fu quello che tirò dalla Normandia un artigiano, e ciò a solo fine
di vedere il proprio castello arricchito delle decorazioni di tal
nuovo lusso, che imbratta di colori fantastici la pura luce del cielo.
Questo straniero venne fra noi tapino, mendico, umile fino ad essere
abbietto, pronto a far di berrettone all'ultimo servo delle nostre
case. Tornò via superbo, carico d'oro; e portò fra' suoi compatriotti
le notizie dell'opulenza e della semplicità de' nobili Sassoni. Tal
nostra pazzia era stata antiveduta e predetta da Hengist e dalle sue
rozze tribù; e per questa sola ragione conservavano religiosamente
i costumi dei loro padri. Fu nel dipartircene, che incominciammo
a chiamare fra noi questi stranieri, a farne i nostri servi di
confidenza, i nostri amici, a prender da essi le loro arti e i loro
artisti; a disprezzare le costumanze semplici de' nostri antenati.
In somma noi eravamo infiacchiti dal lusso normanno, prima che l'armi
normanne ci soggiogassero. Oh! i nostri cibi, non guastati dalla stessa
ricercatezza, goduti in pace e libertà, valeano ben meglio di tutti
que' delicati camangiari, la cui ingordigia ci ha messi co' piedi e co'
pugni legati nelle mani de' nostri conquistatori.»
«In questo momento» tal fu l'osservazione d'Atelstano «non v'è cibo
semplice che non mi sembrasse vivanda delicatissima. Ma io trasecolo,
nobile Cedric, come voi serbiate sì minutamente la ricordanza degli
avvenimenti trascorsi ch'è un pezzo, quando poi dimenticate l'ora del
pranzo.»
«Ah! lo vedo» disse a sè medesimo impazientito Cedric «gli è un
perder tempo il parlargli d'altra cosa che del suo appetito. L'anima
di Ardicanuto s'è impossessata di quel corpo. Non sa che sia diletto
se non se a mensa e col bicchiere alla mano. Mio Dio!» soggiunse
riguardandolo compassionevolmente «e sarà vero che un esterno sì
nobile, sì dignitoso, nasconda un'anima tanto goffa, tanto grossolana?
E sarà vero che la grand'opera della rigenerazione dell'Inghilterra
debba reggersi ad un perno così diffettoso? Potrebb'essere che lady
Rowena, divenutane finalmente sposa, gli desse un poco di quella sua
anima generosa e nobile, ridestasse in lui i sentimenti di patrio
amore, che vorrei anche sperarlo, non sono fuorchè intorpiditi. Lady
Rowena! Ma e come adesso pensare a ciò, se ella, Atelstano ed io siam
fra le mani d'un bruttale, d'un mascalzone, e forse il siamo perchè
si teme che il lasciarci liberi metta in pericolo i crudeli nostri
oppressori!»
Mentre Cedric stava assorto in così affliggenti contemplazioni, si
vide aprir la porta della sala, innanzi a cui presentossi uno scudiere
scalco, che avea in mano una bianca verga, distintivo della sua carica.
A questo personaggio d'alto affare, che movea gravemente i passi,
teneano dietro quattro servi, che portavano una tavola imbandita
di vivande, la cui vista, il cui odore, parve facessero dimenticare
ogn'altra idea ad Atelstano. Mascherati erano costoro, non meno dello
scudiere scalco che li guidava.
«Che significano queste maschere» tai detti volse a quella gente
Cedric; «e a che giovano? Crede forse il vostro padrone che noi
ignoriamo ove ne abbian condotti o il nome di chi ne tien prigionieri?
Ditegli» continuò il Sassone premuroso di cogliere tale occasione per
negoziare la sua libertà «dite a Reginaldo Frondeboeuf, che vediam
bene come per trattarne in sì fatta guisa egli non possa avere altro
motivo se non se una insaziabile cupidigia di arricchire a nostre
spese. Ebbene! cediamo alla sua rapacità, come date eguali circostanze,
cederemmo a quella d'un assassino. Proponga egli il riscatto che
pretende, e lo pagheremo se sarà proporzionato alle nostre facoltà.»
Lo scudiere scalco per tutta risposta fece un rispettoso inchino.
«E ditegli ancora» soggiunse Atelstano «che lo sfido a duello ad ultimo
sangue, sia a piedi o a cavallo, e in quel sicuro luogo che gli sarà in
grado di scegliere dopo trascorsa d'otto giorni la nostra liberazione.
S'egli ha onore, se è cavaliere, non ricuserà un tale cartello.»
Lo scudiere replicò l'inchino e partì.
Simil disfida poteva essere intimata con qualche maggior dignità;
perchè Atelstano nel pronunziarne gli accenti avea piena la bocca, e
affaccendate assai le mascelle, circostanza che aggiunta a naturale
perplessità tolse alla maggior parte di questo cartello quel tuono
minaccevole con cui il discendente de' re Sassoni s'intendeva
d'accompagnarlo. Nondimeno Cedric n'ebbe qualche speranza che il suo
collega cominciasse a risentirsi, quanto l'onore il volea dell'insulto
sofferto da entrambi, e si consolò; perchè a dir vero ad onta del
rispetto ch'ei portava al sublime legnaggio, d'onde Atelstano scendea,
cominciava a prender nausea d'un tanto durare nell'indolenza. Laonde
afferrò la mano dell'amico, e gliela strinse di tutto cuore, come per
dargli un contrassegno di approvare questo nobile sfogo di generosi
sentimenti, ma si raffreddò alquanto in Cedric l'entusiasmo del giubilo
che avea concetto, allorchè udì Atelstano esclamare «ch'ei vorrebbe
combattere dodici uomini eguali a Frondeboeuf per uscir più presto d'un
esecrabil castello ove si metteva aglio in tutte le vivande.» Comunque
spiacesse a Cedric che il suo collega cedendo alla sensualità avesse
fatta simile ricaduta nell'antica negghienza, pure si pose a desco
rimpetto a lui, e die' a divedere che se le sventure del suo paese lo
rendeano immemore dell'ora della mensa, non quindi avea perduto il buon
appetito ed altre simili qualità lodevoli de' Sassoni antenati, del che
diede valevoli prove, sedutosi a mensa.
I prigionieri non aveano ancora terminato il pranzo, allorchè li
distolse da un affare sì rilevante, almeno per Atelstano, il suono
d'un corno che venne per tre volte ripetuto con tanta violenza,
come se chi gli dava fiato fosse stato un cavaliere errante, venuto
a liberare giovane beltà racchiusa entro la rocca e possessore del
magico strumento atto a farla crollare. I due Sassoni s'alzarono in
piedi correndo alla finestra, senza però potere appagare la propria
curiosità, perchè tutti quegl'invetriati guardavano nel cortile. Pure
tale squillo pareva annunziasse avvenimento d'alta importanza, e tanto
più il diedero a credere il tumulto e l'agitazione che poco dopo si
misero per tutto il castello.