CAPITOLO XIX.

Soave è al peregrin poichè ha smarrita

La via, se ascolta in fondo della selva

Il salmeggiar di vigile eremita.

_L'eremita della fontana di s. Clemente._

Solamente dopo tre ore di accelerato cammino, Wamba, Gurth e la

misteriosa lor guida, giunsero ad un diradamento di selva, nel cui

mezzo sorgeva enorme quercia, che coll'estese braccia spargea vasta

ombra da tutti i lati. Cinque o sei uomini, vestiti di giustacuor

verde non men di Locksley, stavano, a quanto parea, dormendo, sdraiati

attorno dell'albero, intanto che a qualche passo distante da essi

camminava innanzi e indietro un loro compagno posto di sentinella.

Questa, all'udire il calpestio de' nostri viaggiatori che ad essa si

avvicinavano, diede ai compagni il segno di stare all'erta; ed essi

balzati in piede, afferrarono gli archi, preparandosi a lanciar le

freccie ver quella parte, d'onde credessero venir un pericolo. Ma non

tardò il lor capo a darsi a conoscere; al minaccievole atteggiamento

succedettero i segnali di rispetto e di subordinazione.

«Dov'è Mugnaio?» chiese Locksley.

«Su la strada di Rotheram.»

«Con quanti uomini?»

«Con sei, e con buona speranza di bottino; così ne assista san Nicolò!»

«Lodo la pietà vostra. E ove trovasi Allan-Dale?»

«Dalla parte di Watling, ad appostare con quattro uomini il priore di

Jorvaulx.»

«Ottimamente. E fra' Giocondo?»

«Nella sua celletta.»

«Vado a cercarlo. Voi intanto mettetevi attorno per radunarci nostri

colleghi; e raccoglietene quanti mai vi vien fatto raccoglierne, perchè

abbiamo a far caccia di certo selvaggiume che non fuggirà al nostro

avvicinarsi, ma si volterà contra noi. Che tutti sieno qui un'ora

prima dell'alba — Aspettate un momento» ei soggiunse, mentre quelli

già s'apparecchiavano ad eseguire il primo comando. «Io dimenticava la

cosa la più essenziale. Che un di voi prenda la strada di Torquilstone,

del castello di Frondeboeuf. Una banda di furfanti che hanno ardito

addossarsi il nostro uniforme, conducono colà prigionieri Cedric il

Sassone e la sua comitiva. È questo un insulto che si fa alla nostra

gloria, e vuole il nostro onore che sia punito. Teneteli ben di mira,

perchè quand'anche giugnessero al castello prima che le nostre forze

fossero raunate, converrebbe ad ogni costo studiar modo di vendicarsi

e di sottrarre dalle branche di costoro i prigionieri che s'arrogarono

di fare, vestiti dei nostri panni. Seguitateli da vicino, e il miglior

camminatore fra voi si assuma tale incarico e quello di ragguagliarmi

di tutto.»

Quella brigata si sbandò prendendo varie diritture a norma degli ordini

ricevuti, e il loro capo, seguitato sempre da Gurth e da Wamba che

il riguardavano con una tal qual rispettosa tema, mosse alla volta di

Copmanhurst.

Giunti al picciolo diradamento di foresta, ad un lato del quale

vedeansi il romitaggio, e la cappella a metà diroccata di Copmanhurst,

Wamba disse sotto voce a Gurth: «Se la è la casa d'un ladro, si

conferma la verità dell'antico proverbio: _Presso la chiesa, lontano da

Dio_; e pei sonagli del mio berrettone! sì che la cosa è vera! Ascolta

solo come si salmeggia bene nel romitaggio.»

Di fatto il pietoso anacoreta cantava allora una canzon da taverna,

e in quel momento il cavalier Nero ne ripeteva a coro con esso il

ritornello.

Il sugo di pergola

Dà forza al pensiero,

Sereno fa il cor.

Che tardi tu a mescere?

Hai fiasco e bicchiero.

Ve' come zampilla!

Non perdasi stilla

Del grato licor!

«Affè non cantano male» disse Wamba che aveva accompagnate colla sua le

voci dei due cantori, «ma per il nome di tutti i santi! chi sarebbesi

aspettato di udire l'intonazione d'un tal mattutino nella cella d'un

eremita?»

«Oh! per me non ne sono punto maravigliato» rispose Gurth. «Mi

assicurano che l'eremita di Copmanhurst è un uomo che si dà bel tempo,

e che non si fa scrupolo d'ammazzare un daino. M'hanno anche detto che

il boscaiuolo ha mosse doglianze contro di lui all'ufiziale regio, e

che d'ora in poi gli sarà proibito di portar cappuccio e cocolla.»

Intanto ch'essi in tal modo discorrevano, Locksley co' suoi replicati

picchii alla porta scompigliò non poco l'anacoreta e il suo ospite.

«Per la mia cocolla!» disse l'eremita fermandosi a metà d'una cadenza

«sta a vedere che abbiamo ancora altri viaggiatori smarriti! non

vorrei per l'onore del mio cappuccio che ne sorprendessero in mezzo

a questi santi esercizi. Tutti hanno i lor nemici, ser Neghittoso, e

vi potrebbe esser gente tanto maligna da confondere il modo cordiale

con cui ho accolto, in questa breve durata di tre ore, un viaggiatore

affaticato come eravate voi, da confonderlo dissi con una gozzoviglia

da dissoluti, da briachi: e la dissolutezza e l'ubbriachezza son vizi,

grazie a san Dunstano, contrari così alla mia indole come alla mia

professione.»

«Guardate che vili calunniatori si danno!» soggiunse il cavaliere.

«Così stesse in me il castigarli. Ma avete ragione, santo eremita.

Tutti abbiamo i nostri nemici, e in questo regno vivono tali persone

che, costretto a vederle in faccia vorrei essere coperto del mio

elmetto, non mai a viso scoperto.»

«Copritevi dunque col vostro elmo, ser cavaliere, e fate presto quanto

la vostra indole ve lo permette. Intanto vado a riporre nell'armadio

segreto il fiaschetto, le tazze e il rimanente del pasticcio, e perchè

non ascoltino quel ch'io mi operi al di fuori, fatemi da secondo in ciò

che adesso stò per cantare. Pensate solamente al tuono della cantilena,

non vi prendete fastidio delle parole. Sarà molto se le saprò io

profferire.»

Detto ciò, e mentre facea scomparire gli avanzi del banchetto, intonò

con voce forte e sonora un _De profundis_, intanto che il cavaliere,

riponendosi in fretta la sua armatura, e ridendo di tutto cuore lo

accompagnava colla sua voce.

«Che mattutino del diavolo cantate voi dunque a tal ora?» sclamò

Locksley picchiando una seconda volta.

Il romore di quel canto, e fors'anche le copiose libazioni che fatte

avea l'eremita, gli furono cagione di non riconoscere la voce che gli

parlava, quindi rispose col solito formolario: «Tirate diritto per la

vostra strada, e non disturbate ne' lor divoti esercizi due servi di

san Dunstano.»

«Cane d'un eremita!» udì rispondersi verso la strada. «Non ravvisi la

voce di Locksley?»

«Va ottimamente» disse l'eremita voltosi all'ospite. «Non v'è da temer

cosa alcuna.»

«Ma chi è questo straniero? Rileva a me di saperlo.»

«_Chi è?_ Vi dico che è un amico.»

«Ma qual'è quest'amico. Può esserlo di voi, non di me.»

«_Qual'è questo amico?_ È più facile l'interrogazione di quel che sia

la risposta! Però or che ci penso: è l'onesto boscaiuolo del quale vi

ho già parlato.»

«Onesto boscaiuolo, come voi pio eremita?»

«Tal quale.»

«Apritegli dunque, se non amate che egli vi sfondi la porta.» In quel

momento appunto Locksley picchiava per la terza volta.

I cani sulle prime non mancarono d'abbaiare, ma il loro instinto avendo

fatto che s'accorgessero chi fosse la persona nuovamente giunta, si

diedero a raspare la porta quasi chiedendo essi pure che gli venisse

aperto.

S'aperse finalmente questa porta, e Locksley, entrò unitamente ai suoi

due compagni.

«Eremita» disse Locksley in veggendo il cavaliere «dove hai tu pescato

questo nuovo collega?»

«Un fratello del nostro ordine» rispose sorridendo il romito «noi

abbiamo passato insieme in orazione la notte.»

«Credo bene ch'ei sia un individuo della chiesa militante[25]. Da

qualche giorno ne vediam molti a correre i campi. Ma ciò non fa alla

questione. Oggi abbiamo bisogno della nostra gente, sieno cherici o

secolari. Dunque tu ne farai la buona grazia di lasciare la cocolla

e il rosario per armarti d'arco e di chiaverina.» Indi traendolo in

disparte: «Tu sei matto a quanto mi pare. Perchè dar ricetto nella tua

abitazione ad un cavaliere che non conosci? Hai forse dimenticati i

nostri regolamenti?»

«_Ch'io non conosco!_ Lo conosco quanto un mendicante conosce la sua

scodella.»

«Presto dunque! il suo nome.»

«_Il suo nome!_ come se fossi uomo da bere in compagnia d'un altro

senza saperne il nome! Si chiama il cavalier Neghittoso.»

«Tu hai bevuto più del bisogno, eremita, e voglia Dio che tu non abbi

cianciato nella stessa proporzione.»

«Arcier valoroso» si volse a Locksley il cavaliere «non fate rimproveri

al mio giocondo albergatore. Ei non ha potuto negarmi ospitalità,

perchè già l'avrei costretto a concedermela.»

«_Costretto!_» replicò l'eremita. «Aspettate ch'io abbia cambiata

questa cocolla in un giustacuor verde, e vedremo chi sia buono di

costrignermi a cosa che non mi garbi.»

Così parlando gittò la cocolla in un canto del romitaggio, e lasciò

vedersi in camiciuola e brache verdi, pregando Wamba l'aiutasse ad

addossare il giustacuore ch'era del colore degli altri arredi.

«Credete voi» disse Wamba «ch'io possa in buona coscienza aiutare un

santo eremita a trasformarsi in un cacciatore o in un.... non so che

cosa?»

«Non temere» rispose l'eremita. «Se commetto qualche peccatuzzo in

giustacuor verde, la virtù della cocolla lo cancella all'atto di

rivestirla.»

«Ser cavaliere» disse Locksley, tanto che l'eremita dava termine alla

sua acconciatura «non potete negarlo. Il vostro coraggio fu quello che

decise della vittoria nel secondo dì del torneo.»

«E quando ciò fosse, arcier valoroso, che conseguenza ne vorreste

indurre?»

«Di riguardarvi come un uomo propenso ad assumere le parti del debole e

dell'oppresso.»

«Ciò è debito d'ogni vero cavaliere, e ben mi spiacerebbe se si potesse

sol sospettare ch'io non l'adempiessi.»

«Desidererei dunque che foste altrettanto buon Inglese come prode

cavaliere, perchè l'impresa di cui m'accade parlarvi, gli è vero

che per sè medesima va nella classe de' doveri d'un uomo onesto, ma

riguarda soprattutto quelli che ad ogni verace Inglese s'aspettano.»

«Quand'è così non potevate volermi meglio. Non v'è nessuno cui stiano

più a cuore di me gli interessi d'un Inglese, sia pur l'ultimo fra

essi.»

«Ascoltatemi dunque, e vi farò consapevole d'un mio disegno, al quale

se siete veramente quello che vi dimostrate, potete onorevolmente

cooperare. Una banda di scellerati, addossando l'abito d'individui

che valgono assai meglio di loro, si sono impadroniti delle persone

di Cedric il Sassone, della pupilla di lui, del suo amico Atelstano di

Coningsburgo, e di tutta la lor comitiva; or li conducono al castello

di Torquilstone, situato in questa selva, e appartenente ad un nobile

normanno. Chiedo a voi, se qual prode cavaliere e verace Inglese,

volete soccorrerci a liberarli.»

«Io l'ho qual mio debito. Vorrei però sapere chi vi siate, voi che mi

parlate in favore di queste persone.»

«Io sono... un uomo senza nome, ma l'amico del mio paese. Per ora gli

è d'uopo vi contentiate di non saperne di più, la qual cosa dovrebbe

esservi tanto meno difficile che desiderate voi stesso di rimanere

incognito. Credete nondimeno che allorchè ho data una parola, ella è

inviolabile quanto s'io portassi speroni d'oro.»

«Lo credo senza fatica. Sono avvezzo a legger nelle fisonomie, e dalla

vostra apparisce che dobbiate essere uom d'onore e risoluto. Non vi

farò quindi maggiori interrogazioni, limitandomi a dirvi che m'adoprerò

di buon grado alla liberazione di questi oppressi prigionieri, dopo di

che spero ci conosceremo meglio e avremo luogo d'essere l'un l'altro

contenti.»

«Così dunque» disse all'orecchio di Gurth Wamba, che dopo avere data la

sua opera all'acconciarsi dell'eremita, pian pianino s'era avvicinato

agli interlocutori ed in tempo d'udire la conclusione del dialogo

«così dunque avremo un nuovo confederato, il cui valore, voglio almeno

sperarlo, dovrebb'essere di miglior lega che non la religione del

romito e l'onestà della nostra scorta; perchè, ti parlo chiaro, quel

Locksley mi presenta la fisonomia d'un vero scorridore, e il reverendo

cenobita d'un ipocrita il più sfrontato.»

«Zitto Wamba, zitto!» rispose Gurth. «Tutto ciò può essere verità, ma

tutte le verità non è bene il dirle. Poi. Se venisse anche il diavolo

colle sue corna ad offerirmi soccorso per mettere in libertà il nostro

padrone e lady Rowena, non so se avessi tanta religione da ricusarne

l'offerta.»

Dopo che l'eremita ebbe cambiato di abito, come dicemmo, trasse dal suo

armadio segreto le proprie armi, ed imbracciò lo scudo che sul sinistro

omero gli posava; il coltello da caccia gli pendea dal cinturino che

reggeva pure un buon numero di freccie, e teneva in mano l'arco ed una

specie di chiaverina. Primo ad uscire dal romitorio, quando ne furono

fuori tutti gli altri, chiuse accuratamente la porta, tra la quale e la

soglia ascose la chiave.

«Ma, sei tu veramente in istato di poterne esser giovevole?» a costui

chiese Locksley. «I fumi del vino che hai bevuto non ti annebbiano

niente il cervello?»

«Non posso negarti, che mi sembra veder tutti gli alberi ballare

d'intorno a me, e che le mie gambe non mi permetterebbero di ballare

con essi, ma il potere di san Dunstano è grande, e tra poco, il vedrai,

non parrà nè manco ch'io abbia bevuto.»

Così dicendo, s'accostò al bacino di sasso, entro cui, come dicemmo,

cadea l'acqua della sorgente, scorrendo poscia in piccolo ruscello,

e detto la _fontana di san Dunstano_. Ivi stesosi col ventre a terra,

bebbe tanta di quell'acqua, che parea volesse inaridire la fonte.

«Santo eremita di Copmanhurst» sclamò il cavalier Nero «quanto tempo è

che non vi siete sbramato sì lautamente di quest'acqua?»

«Due anni e tre mesi, e fu una volta che un bariletto di Canarie lasciò

sfuggire il liquor contenuto per una fessura non canonica; allora mi

convenne stare alla bevanda somministratami dalla liberalità del mio

santo avvocato.»

Dopo avere indi immerso e faccia e mani nella fontana, rialzossi, e

brandita la sua chiaverina: «Ove sono» gridò «questi malviventi, questi

rapitori di giovinette che non hanno voglia di farsi rapire da essi? Mi

porti il diavolo se non mi basta l'animo d'atterrarne una dozzina!»

«Oh! non istate a bestemmiare, santo eremita» sclamò il cavalier Nero.

«Che eremita, in nome di Dio? Non v'è più eremita, cavalier Neghittoso.

Per san Giorgio e pel suo Dragone! quando ho buttato via il cappuccio,

non son più un incappucciato; e allorchè ho indosso il mio giustacuor

verde, sono in istato di bere, bestemmiare, spiegazzar gonnelle, al

pari di qualsivoglia armigero di questo regno.»

«Via, via! nostro cappellano» disse Locksley «marciamo come si dee e in

silenzio. Tu parli solo più che non farebbe in giorno di festa tutto un

convento, quando l'abate s'è coricato. Non è tempo questo da perdere in

ciance, ma di pensare a raccogliere le nostre forze; e affè ne avremo

bisogno se ci tocca dare l'assalto al castello di Frondeboeuf.»

«Che ascolto?» sclamò il cavalier Nero. «Egli è Frondeboeuf che arresta

i sudditi del re in sulla strada maestra? Da quando in qua è egli

divenuto un oppressore, un assassino?»

«Quanto a oppressore lo è sempre stato» disse Locksley.

«E quanto ad assassino» aggiunse l'eremita «son certo, lo è dieci volte

più di molti assassini che ho l'onor di conoscere.»

«Avanti, eremita, avanti» disse Locksley «e taci una volta. Il nostro

assunto ora è di trovarci presto al luogo dell'adunata, non di mettere

alla luce cose, che è decenza come prudenza il tenere velate.»

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 27 / 57 题