Soave è al peregrin poichè ha smarrita
La via, se ascolta in fondo della selva
Il salmeggiar di vigile eremita.
_L'eremita della fontana di s. Clemente._
Solamente dopo tre ore di accelerato cammino, Wamba, Gurth e la
misteriosa lor guida, giunsero ad un diradamento di selva, nel cui
mezzo sorgeva enorme quercia, che coll'estese braccia spargea vasta
ombra da tutti i lati. Cinque o sei uomini, vestiti di giustacuor
verde non men di Locksley, stavano, a quanto parea, dormendo, sdraiati
attorno dell'albero, intanto che a qualche passo distante da essi
camminava innanzi e indietro un loro compagno posto di sentinella.
Questa, all'udire il calpestio de' nostri viaggiatori che ad essa si
avvicinavano, diede ai compagni il segno di stare all'erta; ed essi
balzati in piede, afferrarono gli archi, preparandosi a lanciar le
freccie ver quella parte, d'onde credessero venir un pericolo. Ma non
tardò il lor capo a darsi a conoscere; al minaccievole atteggiamento
succedettero i segnali di rispetto e di subordinazione.
«Dov'è Mugnaio?» chiese Locksley.
«Su la strada di Rotheram.»
«Con quanti uomini?»
«Con sei, e con buona speranza di bottino; così ne assista san Nicolò!»
«Lodo la pietà vostra. E ove trovasi Allan-Dale?»
«Dalla parte di Watling, ad appostare con quattro uomini il priore di
Jorvaulx.»
«Ottimamente. E fra' Giocondo?»
«Nella sua celletta.»
«Vado a cercarlo. Voi intanto mettetevi attorno per radunarci nostri
colleghi; e raccoglietene quanti mai vi vien fatto raccoglierne, perchè
abbiamo a far caccia di certo selvaggiume che non fuggirà al nostro
avvicinarsi, ma si volterà contra noi. Che tutti sieno qui un'ora
prima dell'alba — Aspettate un momento» ei soggiunse, mentre quelli
già s'apparecchiavano ad eseguire il primo comando. «Io dimenticava la
cosa la più essenziale. Che un di voi prenda la strada di Torquilstone,
del castello di Frondeboeuf. Una banda di furfanti che hanno ardito
addossarsi il nostro uniforme, conducono colà prigionieri Cedric il
Sassone e la sua comitiva. È questo un insulto che si fa alla nostra
gloria, e vuole il nostro onore che sia punito. Teneteli ben di mira,
perchè quand'anche giugnessero al castello prima che le nostre forze
fossero raunate, converrebbe ad ogni costo studiar modo di vendicarsi
e di sottrarre dalle branche di costoro i prigionieri che s'arrogarono
di fare, vestiti dei nostri panni. Seguitateli da vicino, e il miglior
camminatore fra voi si assuma tale incarico e quello di ragguagliarmi
di tutto.»
Quella brigata si sbandò prendendo varie diritture a norma degli ordini
ricevuti, e il loro capo, seguitato sempre da Gurth e da Wamba che
il riguardavano con una tal qual rispettosa tema, mosse alla volta di
Copmanhurst.
Giunti al picciolo diradamento di foresta, ad un lato del quale
vedeansi il romitaggio, e la cappella a metà diroccata di Copmanhurst,
Wamba disse sotto voce a Gurth: «Se la è la casa d'un ladro, si
conferma la verità dell'antico proverbio: _Presso la chiesa, lontano da
Dio_; e pei sonagli del mio berrettone! sì che la cosa è vera! Ascolta
solo come si salmeggia bene nel romitaggio.»
Di fatto il pietoso anacoreta cantava allora una canzon da taverna,
e in quel momento il cavalier Nero ne ripeteva a coro con esso il
ritornello.
Il sugo di pergola
Dà forza al pensiero,
Sereno fa il cor.
Che tardi tu a mescere?
Hai fiasco e bicchiero.
Ve' come zampilla!
Non perdasi stilla
Del grato licor!
«Affè non cantano male» disse Wamba che aveva accompagnate colla sua le
voci dei due cantori, «ma per il nome di tutti i santi! chi sarebbesi
aspettato di udire l'intonazione d'un tal mattutino nella cella d'un
eremita?»
«Oh! per me non ne sono punto maravigliato» rispose Gurth. «Mi
assicurano che l'eremita di Copmanhurst è un uomo che si dà bel tempo,
e che non si fa scrupolo d'ammazzare un daino. M'hanno anche detto che
il boscaiuolo ha mosse doglianze contro di lui all'ufiziale regio, e
che d'ora in poi gli sarà proibito di portar cappuccio e cocolla.»
Intanto ch'essi in tal modo discorrevano, Locksley co' suoi replicati
picchii alla porta scompigliò non poco l'anacoreta e il suo ospite.
«Per la mia cocolla!» disse l'eremita fermandosi a metà d'una cadenza
«sta a vedere che abbiamo ancora altri viaggiatori smarriti! non
vorrei per l'onore del mio cappuccio che ne sorprendessero in mezzo
a questi santi esercizi. Tutti hanno i lor nemici, ser Neghittoso, e
vi potrebbe esser gente tanto maligna da confondere il modo cordiale
con cui ho accolto, in questa breve durata di tre ore, un viaggiatore
affaticato come eravate voi, da confonderlo dissi con una gozzoviglia
da dissoluti, da briachi: e la dissolutezza e l'ubbriachezza son vizi,
grazie a san Dunstano, contrari così alla mia indole come alla mia
professione.»
«Guardate che vili calunniatori si danno!» soggiunse il cavaliere.
«Così stesse in me il castigarli. Ma avete ragione, santo eremita.
Tutti abbiamo i nostri nemici, e in questo regno vivono tali persone
che, costretto a vederle in faccia vorrei essere coperto del mio
elmetto, non mai a viso scoperto.»
«Copritevi dunque col vostro elmo, ser cavaliere, e fate presto quanto
la vostra indole ve lo permette. Intanto vado a riporre nell'armadio
segreto il fiaschetto, le tazze e il rimanente del pasticcio, e perchè
non ascoltino quel ch'io mi operi al di fuori, fatemi da secondo in ciò
che adesso stò per cantare. Pensate solamente al tuono della cantilena,
non vi prendete fastidio delle parole. Sarà molto se le saprò io
profferire.»
Detto ciò, e mentre facea scomparire gli avanzi del banchetto, intonò
con voce forte e sonora un _De profundis_, intanto che il cavaliere,
riponendosi in fretta la sua armatura, e ridendo di tutto cuore lo
accompagnava colla sua voce.
«Che mattutino del diavolo cantate voi dunque a tal ora?» sclamò
Locksley picchiando una seconda volta.
Il romore di quel canto, e fors'anche le copiose libazioni che fatte
avea l'eremita, gli furono cagione di non riconoscere la voce che gli
parlava, quindi rispose col solito formolario: «Tirate diritto per la
vostra strada, e non disturbate ne' lor divoti esercizi due servi di
san Dunstano.»
«Cane d'un eremita!» udì rispondersi verso la strada. «Non ravvisi la
voce di Locksley?»
«Va ottimamente» disse l'eremita voltosi all'ospite. «Non v'è da temer
cosa alcuna.»
«Ma chi è questo straniero? Rileva a me di saperlo.»
«_Chi è?_ Vi dico che è un amico.»
«Ma qual'è quest'amico. Può esserlo di voi, non di me.»
«_Qual'è questo amico?_ È più facile l'interrogazione di quel che sia
la risposta! Però or che ci penso: è l'onesto boscaiuolo del quale vi
ho già parlato.»
«Onesto boscaiuolo, come voi pio eremita?»
«Tal quale.»
«Apritegli dunque, se non amate che egli vi sfondi la porta.» In quel
momento appunto Locksley picchiava per la terza volta.
I cani sulle prime non mancarono d'abbaiare, ma il loro instinto avendo
fatto che s'accorgessero chi fosse la persona nuovamente giunta, si
diedero a raspare la porta quasi chiedendo essi pure che gli venisse
aperto.
S'aperse finalmente questa porta, e Locksley, entrò unitamente ai suoi
due compagni.
«Eremita» disse Locksley in veggendo il cavaliere «dove hai tu pescato
questo nuovo collega?»
«Un fratello del nostro ordine» rispose sorridendo il romito «noi
abbiamo passato insieme in orazione la notte.»
«Credo bene ch'ei sia un individuo della chiesa militante[25]. Da
qualche giorno ne vediam molti a correre i campi. Ma ciò non fa alla
questione. Oggi abbiamo bisogno della nostra gente, sieno cherici o
secolari. Dunque tu ne farai la buona grazia di lasciare la cocolla
e il rosario per armarti d'arco e di chiaverina.» Indi traendolo in
disparte: «Tu sei matto a quanto mi pare. Perchè dar ricetto nella tua
abitazione ad un cavaliere che non conosci? Hai forse dimenticati i
nostri regolamenti?»
«_Ch'io non conosco!_ Lo conosco quanto un mendicante conosce la sua
scodella.»
«Presto dunque! il suo nome.»
«_Il suo nome!_ come se fossi uomo da bere in compagnia d'un altro
senza saperne il nome! Si chiama il cavalier Neghittoso.»
«Tu hai bevuto più del bisogno, eremita, e voglia Dio che tu non abbi
cianciato nella stessa proporzione.»
«Arcier valoroso» si volse a Locksley il cavaliere «non fate rimproveri
al mio giocondo albergatore. Ei non ha potuto negarmi ospitalità,
perchè già l'avrei costretto a concedermela.»
«_Costretto!_» replicò l'eremita. «Aspettate ch'io abbia cambiata
questa cocolla in un giustacuor verde, e vedremo chi sia buono di
costrignermi a cosa che non mi garbi.»
Così parlando gittò la cocolla in un canto del romitaggio, e lasciò
vedersi in camiciuola e brache verdi, pregando Wamba l'aiutasse ad
addossare il giustacuore ch'era del colore degli altri arredi.
«Credete voi» disse Wamba «ch'io possa in buona coscienza aiutare un
santo eremita a trasformarsi in un cacciatore o in un.... non so che
cosa?»
«Non temere» rispose l'eremita. «Se commetto qualche peccatuzzo in
giustacuor verde, la virtù della cocolla lo cancella all'atto di
rivestirla.»
«Ser cavaliere» disse Locksley, tanto che l'eremita dava termine alla
sua acconciatura «non potete negarlo. Il vostro coraggio fu quello che
decise della vittoria nel secondo dì del torneo.»
«E quando ciò fosse, arcier valoroso, che conseguenza ne vorreste
indurre?»
«Di riguardarvi come un uomo propenso ad assumere le parti del debole e
dell'oppresso.»
«Ciò è debito d'ogni vero cavaliere, e ben mi spiacerebbe se si potesse
sol sospettare ch'io non l'adempiessi.»
«Desidererei dunque che foste altrettanto buon Inglese come prode
cavaliere, perchè l'impresa di cui m'accade parlarvi, gli è vero
che per sè medesima va nella classe de' doveri d'un uomo onesto, ma
riguarda soprattutto quelli che ad ogni verace Inglese s'aspettano.»
«Quand'è così non potevate volermi meglio. Non v'è nessuno cui stiano
più a cuore di me gli interessi d'un Inglese, sia pur l'ultimo fra
essi.»
«Ascoltatemi dunque, e vi farò consapevole d'un mio disegno, al quale
se siete veramente quello che vi dimostrate, potete onorevolmente
cooperare. Una banda di scellerati, addossando l'abito d'individui
che valgono assai meglio di loro, si sono impadroniti delle persone
di Cedric il Sassone, della pupilla di lui, del suo amico Atelstano di
Coningsburgo, e di tutta la lor comitiva; or li conducono al castello
di Torquilstone, situato in questa selva, e appartenente ad un nobile
normanno. Chiedo a voi, se qual prode cavaliere e verace Inglese,
volete soccorrerci a liberarli.»
«Io l'ho qual mio debito. Vorrei però sapere chi vi siate, voi che mi
parlate in favore di queste persone.»
«Io sono... un uomo senza nome, ma l'amico del mio paese. Per ora gli
è d'uopo vi contentiate di non saperne di più, la qual cosa dovrebbe
esservi tanto meno difficile che desiderate voi stesso di rimanere
incognito. Credete nondimeno che allorchè ho data una parola, ella è
inviolabile quanto s'io portassi speroni d'oro.»
«Lo credo senza fatica. Sono avvezzo a legger nelle fisonomie, e dalla
vostra apparisce che dobbiate essere uom d'onore e risoluto. Non vi
farò quindi maggiori interrogazioni, limitandomi a dirvi che m'adoprerò
di buon grado alla liberazione di questi oppressi prigionieri, dopo di
che spero ci conosceremo meglio e avremo luogo d'essere l'un l'altro
contenti.»
«Così dunque» disse all'orecchio di Gurth Wamba, che dopo avere data la
sua opera all'acconciarsi dell'eremita, pian pianino s'era avvicinato
agli interlocutori ed in tempo d'udire la conclusione del dialogo
«così dunque avremo un nuovo confederato, il cui valore, voglio almeno
sperarlo, dovrebb'essere di miglior lega che non la religione del
romito e l'onestà della nostra scorta; perchè, ti parlo chiaro, quel
Locksley mi presenta la fisonomia d'un vero scorridore, e il reverendo
cenobita d'un ipocrita il più sfrontato.»
«Zitto Wamba, zitto!» rispose Gurth. «Tutto ciò può essere verità, ma
tutte le verità non è bene il dirle. Poi. Se venisse anche il diavolo
colle sue corna ad offerirmi soccorso per mettere in libertà il nostro
padrone e lady Rowena, non so se avessi tanta religione da ricusarne
l'offerta.»
Dopo che l'eremita ebbe cambiato di abito, come dicemmo, trasse dal suo
armadio segreto le proprie armi, ed imbracciò lo scudo che sul sinistro
omero gli posava; il coltello da caccia gli pendea dal cinturino che
reggeva pure un buon numero di freccie, e teneva in mano l'arco ed una
specie di chiaverina. Primo ad uscire dal romitorio, quando ne furono
fuori tutti gli altri, chiuse accuratamente la porta, tra la quale e la
soglia ascose la chiave.
«Ma, sei tu veramente in istato di poterne esser giovevole?» a costui
chiese Locksley. «I fumi del vino che hai bevuto non ti annebbiano
niente il cervello?»
«Non posso negarti, che mi sembra veder tutti gli alberi ballare
d'intorno a me, e che le mie gambe non mi permetterebbero di ballare
con essi, ma il potere di san Dunstano è grande, e tra poco, il vedrai,
non parrà nè manco ch'io abbia bevuto.»
Così dicendo, s'accostò al bacino di sasso, entro cui, come dicemmo,
cadea l'acqua della sorgente, scorrendo poscia in piccolo ruscello,
e detto la _fontana di san Dunstano_. Ivi stesosi col ventre a terra,
bebbe tanta di quell'acqua, che parea volesse inaridire la fonte.
«Santo eremita di Copmanhurst» sclamò il cavalier Nero «quanto tempo è
che non vi siete sbramato sì lautamente di quest'acqua?»
«Due anni e tre mesi, e fu una volta che un bariletto di Canarie lasciò
sfuggire il liquor contenuto per una fessura non canonica; allora mi
convenne stare alla bevanda somministratami dalla liberalità del mio
santo avvocato.»
Dopo avere indi immerso e faccia e mani nella fontana, rialzossi, e
brandita la sua chiaverina: «Ove sono» gridò «questi malviventi, questi
rapitori di giovinette che non hanno voglia di farsi rapire da essi? Mi
porti il diavolo se non mi basta l'animo d'atterrarne una dozzina!»
«Oh! non istate a bestemmiare, santo eremita» sclamò il cavalier Nero.
«Che eremita, in nome di Dio? Non v'è più eremita, cavalier Neghittoso.
Per san Giorgio e pel suo Dragone! quando ho buttato via il cappuccio,
non son più un incappucciato; e allorchè ho indosso il mio giustacuor
verde, sono in istato di bere, bestemmiare, spiegazzar gonnelle, al
pari di qualsivoglia armigero di questo regno.»
«Via, via! nostro cappellano» disse Locksley «marciamo come si dee e in
silenzio. Tu parli solo più che non farebbe in giorno di festa tutto un
convento, quando l'abate s'è coricato. Non è tempo questo da perdere in
ciance, ma di pensare a raccogliere le nostre forze; e affè ne avremo
bisogno se ci tocca dare l'assalto al castello di Frondeboeuf.»
«Che ascolto?» sclamò il cavalier Nero. «Egli è Frondeboeuf che arresta
i sudditi del re in sulla strada maestra? Da quando in qua è egli
divenuto un oppressore, un assassino?»
«Quanto a oppressore lo è sempre stato» disse Locksley.
«E quanto ad assassino» aggiunse l'eremita «son certo, lo è dieci volte
più di molti assassini che ho l'onor di conoscere.»
«Avanti, eremita, avanti» disse Locksley «e taci una volta. Il nostro
assunto ora è di trovarci presto al luogo dell'adunata, non di mettere
alla luce cose, che è decenza come prudenza il tenere velate.»