CAPITOLO X.

«Come, lasciate le diurne grotte,

«E ululando su i veron, su i tetti,

«Rompe, i sacri silenzi della notte

«Il guffo, e agghiaccia degl'infermi i petti,

«Di celato il Giudeo suo livor sfoga

«Come il Cristian che in un paventa e affoga.

L'EBREO DI MALTA.

Non fu appena entro la tenda assegnatagli il cavaliere Diseredato, più

d'un paggio e scudiere si presentarono per aiutarlo a spogliar l'armi;

e per offerirgli nuovi abiti e il ristoro del bagno; zelo e premura

animati in parte dalla curiosità, perchè non v'era fra essi un solo

non bramoso di conoscere il cavaliere, che dopo aver colti sì nobili

allori, nascondea con tanta sollecitudine il nome ed il volto. Non

quindi sepper di più, perchè il vincitore, dopo averli ringraziati di

lor cortesia, li rimandò con dire che gli bastava del suo scudiere. Era

questi una specie di contadino, che avvolto in una zimarra di feltro

d'un color di bruno carico, e coperto il capo d'un berrettone normanno

di pelliccia nera, sel facea scender sino sugli occhi, voglioso, a

quanto parea, di tenersi incognito come il padrone. Egli fu dunque che

tolse l'armatura al cavaliere, indi gli pose innanzi e vino e alimenti,

di cui le fatiche della giornata cominciavano a fargli sentire il

bisogno.

Terminata appena quella mensa frugale, lo scudiere gli annunziò come

cinque uomini montati su cavalli barberi chiedevano di parlargli. Il

cavaliere Diseredato nello spogliare la sua armatura avea rivestita la

lunga tonica qual la portavano allora i pellegrini, la quale essendo

guernita d'un grande cappuccio atto a scendere quant'uom volea sul

capo, giovava a nascondere i lineamenti di chi n'era coperto come

lo avrebbe fatto la visiera d'un elmo; oltrecchè la notte in sul

cominciare risparmiava la necessità di qualunque travestimento, quando

mai il caso non gli avesse portato innanzi persone che ne conoscessero

perfettamente la fisonomia.

Con sicurezza quindi si trasse fuori della tenda, ove trovò gli

scudieri dei cinque _tenitori_ che ne conduceano a guinzaglio i cavalli

carichi delle armature di ciascun d'essi.

«Conformemente alle leggi della cavalleria» disse il primo di questi

scudieri «io, Baldovino d'Oyley, scudiere del formidabile cavaliere

Brian di Bois-Guilbert, vengo ad offerire a voi, che v'intitolate il

cavaliere Diseredato, l'armatura e il cavallo, de' quali si valse il

detto Brian di Bois-Guilbert nella _posta d'armi_ di questo giorno, ed

è rimesso nella vostra generosità il conservar tali cose, o porne il

prezzo, tale essendo la legge dell'armi.»

Gli altri scudieri ripeterono a lor volta la stessa formola, ciascuno

a nome dei loro padroni, indi aspettarono per udire la risoluzione del

vincitore.

«Una sola risposta farò così a voi come ai vostri padroni» disse il

cavaliere Diseredato, indirigendosi unicamente ai quattro ultimi

scudieri. «Portate adunque i miei complimenti a questi nobili ed

onorevoli cavalieri, e dite loro che non saprei perdonare a me stesso

se li privassi di cavalli e d'armature che non possono appartenere a

più valenti campioni. Vorrei potere far sì che qui finisse il messaggio

di cui v'incarico, ma essendo io, così di fatto come di nome, cavaliere

diseredato, mi vedo costretto a pregare i vostri padroni a riscattar

queste spoglie, giacchè posso appena dir mia l'armatura che ho

indosso.»

«Noi abbiamo ordine» disse lo scudiere di Frondeboeuf «d'offerirvi in

riscatto cento zecchini per ogni cavallo e armatura.»

«Ciò basterà» rispose il cavaliere: «le circostanze in cui sono mi

costringono ad accettare la metà di tale somma; quanto al di più

ne farete due parti eguali, e ciascun di voi ne terrà una per sè, e

distribuirà l'altra agli araldi d'armi ed ai _menestrelli_.»

Gli scudieri lo ringraziarono d'una generosità di cui non erano usi a

vedere sì di frequente gli esempi. Allora il cavaliere si volse allo

scudiere del Templario: «Quanto a voi, dite al vostro padrone, che da

lui non voglio nè cavallo nè armatura nè riscatto. La nostra querela

non è terminata, nè il sarà che dopo esserci noi battuti a lancia e

a spada a cavallo ed a piedi. Egli medesimo mi ha sfidato a battaglia

continuata fino alla morte, nè io lo dimenticherò. Soggiugnetegli indi

che nol riguardo come i suoi quattro compagni, co' quali verrò sempre

di buon grado a cambio di cortesie, ma come un uomo ch'io tratterò mai

sempre da mortale nemico.»

«Il mio padrone» rispose Baldovino «sa rendere disprezzo per disprezzo,

colpo per colpo, cortesia per cortesia. Poichè ricusate accettare

questo riscatto, che da' miei colleghi non rifiutaste, vi lascio qui il

palafreno e l'armatura del cavaliere Bois-Guilbert, ben certo ch'ei non

vorrà d'ora in poi nè cavalcar l'uno, nè portar l'altra.»

«Questo è un ben favellare, prode scudiere» disse lo sconosciuto «e

tale ardimento s'addice a chi tratta la causa del signore lontano. Non

però vi soggiungo di lasciar qui l'armi e il cavallo; riportate tai

cose al vostro padrone, e s'ei ricusa riprenderle, conservatele per

voi. In quanto io possa averne l'arbitrio, ve ne faccio un presente.»

Baldovino salutò profondamente il cavaliere, e si ritrasse indi coi

suoi compagni.

«Ebbene, o Gurth!» disse il Diseredato rimasto solo col suo scudiere;

«tu vedi ch'io non ho offuscata la gloria dei cavalieri inglesi.»

«Ed io» rispose Gurth «per essere un custode di porci sassoni, non ho

forse ben sostenuta la parte di scudiere normanno[15]?»

«Ottimamente; ma io temeva ad ogni istante che il tuo contegno goffo

giungesse a scoprirti.»

«Che dite mai? Non ho paura che alcuno mi riconosca, se non fosse mai

il mio camerata Wamba, che non saprei dire se sia più matto o maligno.

Per altro non ho potuto stare dal ridere, nel vedermi passar vicino

il mio vecchio padrone, cui nessuno toglie di mente che Gurth stia ora

badando ai suoi porci nella foresta e tra la melma di Rotherwood. S'ei

sapesse questa mia spedizione!.... Non vi mancherebbe altro!»

«Eh via, Gurth! Non ignori quello che t'ho promesso.»

«In fine poi accada quel che sa accadere! Non lascerò di prestarmi per

un amico se v'andasse ancor la mia pelle. Già ho un cuoio duro quanto

un porco da razza della mia mandria, e le verghe non mi fanno paura.»

«Credimi, Gurth, io ti ricompenserò de' pericoli cui ti cimenti per

amor mio. Intanto prendi queste dieci monete d'oro.»

«Dio ve ne renda merito!» rispose Gurth, nel metterle in saccoccia

«eccomi ora più ricco di quanto lo fu mai un porcaiuolo od un

famiglio.»

«Ora prendi questo sacco d'oro; va ad Ashby e t'informa dove alloggi

Isacco d'York, gli ricondurrai il cavallo, ch'ei m'ha fatto prestare,

dicendogli di tenersi su questo denaro il valore dell'armatura

fornitami colla sua sicurtà.»

«No per san Dunstano! che non farò nulla.»

«Come Gurth? ricuserai tu d'eseguire i miei ordini?»

«No certo, finchè saranno giusti, ragionevoli e tali che un Cristiano

possa adempirli. Ma quello che mi date ora è ben tutt'altro. Sofferire

io che un ebreo si paghi da sè medesimo! Non sarebbe cosa giusta,

perchè tornerebbe allo stesso col tradire il mio padrone. Non sarebbe

nemmeno ragionevole, nè opera di Cristiano. Mi parrebbe di spogliare un

fedele per arricchire un miscredente.»

«Eppure, pensaci! voglio ch'ei rimanga contento.»

«Fidatevi in Gurth» rispose lo scudier porcaiuolo, mettendosi il sacco

sotto il mantello e in questa uscendo fuor della tenda. Poi aggiunse

fra sè medesimo «Costui sarebbe il diavolo s'ei non si contentasse

della quarta parte di quanto domanderà.» Così prese la strada d'Ashby

lasciando il cavaliere Diseredato in preda alle sue penose e sgradevoli

meditazioni, delle quali però non è ancor giunta l'ora di render conto.

Adesso fa di mestieri cambiare il luogo della scena, e che il leggitore

abbia la pazienza di trasportarsi con noi nella città d'Ashby, o a dir

meglio in una casa di campagna situata in un sobborgo, e spettante ad

un ricco Israelita. Isacco, Rebecca, e la gente lor di servigio, aveano

ivi posto alloggiamento, perchè ella è cosa nota che gli Ebrei usavano

fra loro la virtù dell'ospitalità con altrettanta grandezza d'animo

quanta era l'avarizia e la cupidigia, di cui venivano tacciati inverso

i Cristiani.

In un appartamento poco spazioso, ma riccamente arredato e messo al

gusto orientale, Rebecca sedea sopra un mucchio di cuscini ricamati,

posti sopra un pianerottolo non troppo alto che tenea tutto il

circuito di quella sala, prestando l'ufizio di seggiole e di seggiole

a bracciuoli siccome in circa ne è l'uso nel regno di Spagna. Questa

giovane, negli occhi di cui la filiale pietà si leggea, li tenea fisi

sopra ogni atteggiamento del padre suo, che faceva lunghi passi su

e giù per la stanza, con viso smunto e costernato, or giugnendo le

mani, or sollevandole al cielo come uomo il cui spirito lotti contro

gravissima tribolazione.

«Beato Giob!» sclamava egli «e voi dodici santi patriarchi, padri

della nostra nazione! Poteva accader peggio ad un uomo che ha sempre

adempiuta fin nelle cose minime la legge santa di Mosè? Cinquanta

zecchini toltimi con un sol tratto di rete, che mi carpirono gli

artigli di quel tiranno!»

«Però, padre mio» disse Rebecca «parvemi che quel denaro avuto dal

Principe, lo deste volontariamente.»

«Volontariamente! Che tutte le piaghe dell'Egitto gli piombino adosso!

Volontariamente, sì! Con quella volontà che gettai nel golfo di Lione

le mie mercanzie, quando fu d'uopo alleggerire il naviglio per non

vederlo sommergere. Le mie sete le più preziose coprirono i flutti;

i miei deliziosi profumi ne imbalsamarono la schiuma, i miei drappi

d'oro e d'argento ne arricchirono le caverne. Non mi trovava io fra le

angoscie di chi agonizza quando le mie proprie mani compievano questo

orribile sacrificio?»

«Padre mio, non rischiavamo men della vita, e mi pare che dopo quel

tempo Dio abbia benedette le vostre imprese e vi abbia colmato di

ricchezze.»

«Va benissimo; ma che mi giovano se il tiranno vi mette le branche

siccome ha fatto questa mattina, se nell'atto di togliermi le sostanze

mi costringe a mostrare buon umore?... O figlia mia, noi siamo una

schiatta errante diseredata, e peggio è, che quanto più veniamo

vilipesi, spogliati, a proporzione il mondo si burla di noi, e siam

costretti ricorrere alla umiltà, alla pazienza, allorchè dovremmo

pensare a vendicarsi dei nostri persecutori.»

«Non vogliate prender tutto in mala parte, o mio padre; alcuni vantaggi

ancora stanno per noi: i Nazareni sì implacabili, sì crudeli, sono in

certo tal qual modo subordinati a questi dispersi figli di Sion, da

loro perseguitati e vilipesi. Privi del soccorso di nostre ricchezze,

nè saprebbero come pagar le spese delle loro guerre, nè potrebbero

decorare i trionfi che ne derivano. Il denaro che ad essi prestiamo

torna nelle nostre casse moltiplicato da un buon interesse. In somma,

possiamo essere paragonati alle zolle che non fioriscono mai tanto

bene siccome allora che vengono calpestate. La festa medesima d'oggi si

sarebbe ella solennizzata senza l'aiuto di questi spregievoli Ebrei che

anticiparono il denaro necessario a tal uopo?»

«Oh qual cantino vai toccando adesso, mia figlia, cantino che manda

alle mie orecchie un suono ingratissimo! — Quel bel cavallo, quella

ricca armatura, dovean far parte de' miei utili nell'affare concluso

ultimamente, ove sto a metà con Kirgath Iairam di Leicester; figurati!

il guadagno d'una settimana! niente meno che il tempo frapposto tra un

sabato e l'altro! Ebbene! prevedo che il cavallo e l'armatura finiranno

come le mie mercanzie gettate nel mare. Perdita sopra perdita, rovina

sopra rovina!... Però... non disperiamo ancora. La cosa potrebbe andar

altrimenti. Quel giovane ha dato prove di galantuomo.»

«Non crederò mai, padre mio, che vi dolga d'avere riconosciuti i

servigi a voi prestati da questo straniero.»

«Credo non averne alcun rincrescimento, o mia figlia... credo anche

alla riedificazione di Gerusalemme, ma ho tanta ragione di sperare che

questi miei occhi vedano risorgere le muraglie e le fortificazioni del

tempio, quanta ne ho per immaginarmi che un cristiano... e il miglior

vedi! di tutti i Cristiani... arrivi a pagare un debito ad un Ebreo

se non contempla dinanzi a sè la prospettiva della prigione e de'

catenacci.»

E sì dicendo, continuava a trascorrere con passi irregolari la stanza;

laonde Rebecca, vedendo che ogni sforzo suo per consolarlo non giovava

se non se a fornirgli nuovi argomenti di querelarsi, prese il prudente

partito di lasciare che si sfogasse a suo grado; condotta savissima, e

che noi proponiamo da imitarsi in simili circostanze a chiunque sentasi

vocazione per le parti di consolatore o di consigliere.

Annottava, allorchè tre servi entrarono in quella stanza, un d'essi

che ponea due lampade sopra una tavola, e i secondi che portavano altra

tavola incrostata di argento, e coperta di reficiamenti i più dilicati

e di sceltissimi vini; perchè gli Ebrei ricchi nell'interno di loro

abitazioni, non erano avversi in niun modo alle ricercatezze del lusso.

Avea già empiuta di vin greco una tazza, e stava Isacco per appressarla

al labbro, quando uno de' ridetti servi venne annunziando un Nazareno,

il quale desiderava parlargli; chè col solo nome di Nazareni gli Ebrei

fra loro erano avvezzi ad indicare i Cristiani. Il tempo di chi vive

del commercio è a discrezione del pubblico; onde Isacco ripose senza

averne gustato, la tazza sopra la tavola; e dopo avere ordinato di

velarsi alla figlia, permise che il forestiere s'introducesse.

Appena aveva avuto il tempo Rebecca di nascondere i suoi vezzosi

lineamenti sotto un velo di tocca d'argento che le scendea sino ai

piedi, si aperse la porta, presentandosi Gurth avvolto in un ampio

mantello normanno. Le apparenze nol favorivano troppo; che anzi diede a

sospettare di sè egli medesimo, perchè invece di levarsi, entrando, il

suo berrettone, se lo assettò meglio alla testa.

«Siete voi l'ebreo Isacco d'York?» domandò in lingua sassone Gurth.

«Sì» rispose Isacco nella lingua medesima, perchè il suo commercio

l'avea posto nella necessità d'imparare tutti gli idiomi che si

parlavano nell'Inghilterra. «E voi qual'è il vostro nome?»

«Il mio nome non vi deve importare.»

«È però necessario ch'io lo sappia. Voi voleste pure sapere il mio.

Altrimenti come farei a trattar negozi con voi?»

«Non vengo a trattar negozi, ma bensì a pagare un debito; bisogna

bene che io sia sicuro se pago il denaro nelle mani di chi lo deve

riscuotere. A voi, che lo ricevete, poco rileva il conoscere la persona

che ve lo porta.»

«Ah! siete qui per pagarmi! Oh! allora la cosa cambia. Beatissimo

Abramo! per parte di chi venite voi a farmi questo pagamento?»

«Per parte del cavaliere Diseredato, del vincitore al torneo di

quest'oggi. Vi porto il prezzo dell'armatura, che sulla vostra

commendatizia gli ha somministrata Kirgat Iairam di Leicester. Quanto

poi al cavallo l'ho consegnato alle scuderie di questa casa, sano e

prosperoso come sono io. Orsù, quanto vi viene?»

«Oh! l'ho sempre detto ch'egli era un bravo giovane!» sclamò l'Ebreo

che non capiva in sè medesimo pel contento. «Un sorso di vino non vi

farà male» soggiunse indi offerendo al porcaiuolo di Cedric una tazza

d'argento riccamente cesellata, e colma d'un liquore di cui Gurth non

avea mai gustato l'eguale. «E quanto danaro mi portate voi?»

«Madonna!» sclamò Gurth dopo avere bevuto «che divino liquore

tracannano questi cani di miscredenti! e tanti buoni cristiani com'io,

non hanno spesso per lor bevanda che una birra torbida, densa, della

quale non saprebbero che farsi i miei porci! Ah! quanto denaro, dite,

v'ho portato! Non gran cosa. Però non son venuto a mani vuote. Ma

infine, Isacco dovete avere una coscienza ancora voi benchè Ebreo.»

«Il vostro padrone ha fatti buoni affari in quest'oggi. Colla punta

della lancia e colla forza del braccio ha guadagnato cinque bei cavalli

e cinque belle armature. Potete dirgli che mi mandi tutta la sua

vincita, e gli pagherò il di più.»

«Il mio signore ne ha già fatto l'uso che volea.»

«Male, male assaissimo! Ha operato da giovane senza cervello. Non

v'è qui un Cristiano che sia in istato di comperare tanti cavalli e

armature; nè da alcun Ebreo avrà ottenuto la metà di quanto gli avrei

pagate io tali cose. In somma, vediamo: in questo sacchetto vi sono

bene cento zecchini» e in ciò dire apriva leggermente il mantello di

Gurth. «A quanto pare dee pesar molto.»

«Perchè vi stanno in fondo alcuni ferri per armar freccie» rispose

Gurth senza esitare un istante.

«Ebbene! per quella ricchissima armatura... mi contenterò d'ottanta

zecchini; e non ci guadagno una monetuccia d'oro. Avete voi il modo di

pagarmeli?»

«Anderebbe ottimamente! Così il mio padrone resterebbe senza un soldo.

Ma non sarà questa la vostra ultima parola!»

«Bevete ancora una tazza di questo buon vino. Ah! ottanta zecchini

son pochi. Dove io avea la testa? Cedere una sì bella armatura senza

nessun profitto per me, non lo posso. Poi chi sa? quest'ottimo cavallo

può essere diventato bolso, attratto... è impossibile che non gli sia

accaduta qualche disgrazia... Figuratevi! quelle corse! quelle giostre!

uomini a cavallo che si gettavano gli uni addosso gli altri con tal

furore... parevano i tori selvaggi di Basham!»

«Vi dico che il vostro cavallo è sano e salvo e vigoroso nella

scuderia; poi andatelo a vedere. E dico di più, che settanta zecchini

bastano al di là per pagarvi quella vostra armatura. La parola d'un

Cristiano val bene quella d'un Ebreo, crederei. In fine poi, se una tal

somma non v'accomoda, riporterò il sacchetto qual è al mio padrone.»

Nel dir tai cose facea sonare le monete d'oro che nello stesso

sacchetto si contenevano.

«Via, via! contatemi ottanta zecchini; gli è il meno a cui possa

aggiustarmi; e vedrete che saprò comportarmi generosamente con voi.»

Gurth ricordandosi allora di quanto gli disse il padrone, desideroso

soprattutto di contentare l'Ebreo non fece altre parole, e avendo

contati sulla tavola ottanta zecchini, l'altro gli lasciò una ricevuta

di saldo per la venduta armatura. Isacco indi diè una ripassata alla

somma, e la mano sua tremava di gioia quando intascò i primi settanta

zecchini. Più assai indugiò nel contar gli altri, e ad ogni pezzo che

prendea di su della tavola, si fermava a fare una meditazione prima di

metterlo in borsa; perchè allora cominciò nell'animo suo una lotta tra

l'avarizia e qualch'altro sentimento più liberale; ma vincitrice in

tale conflitto la prima come lo fu nel torneo il cavaliere Diseredato,

gli era cagione di allogare gli zecchini l'un dopo l'altro a dispetto

d'una tal quale inspirazione più generosa che gli diceva al cuore di

rimettere una picciola parte del prezzo avuto.

«Settant'uno, settantadue... Un bravo giovane quel vostro padrone!...

Settantatrè... giovane eccellente da vero!... Settantaquattro... Questo

zecchino è un po' tarpato, ma non importa... Settantacinque... E questo

mi par calante... Settantasei... Quando il vostro padrone avrà bisogno

di denaro, venga pure a trovare Isacco d'York... Settantasette... Ben

inteso colle debite malleverie.... Settantotto.. Voi pure siete un

bravo galantuomo... Settantanove... E meritate una ricompensa.»

Il Giudeo tenea in mano l'ultimo zecchino su cui fece una pausa molto

più lunga. Forse avea in animo di regalarlo a Gurth, e se quella moneta

fosse stata o tosata o calante, chi sa non avesse obbedito a tale

impulso di sua generosità. Ma per fatalità di Gurth era nuova di conio.

Isacco la esaminò per tutti i versi, nè potè trovarle una magagna.

La mettè in bilancia. Cresceva d'un grano. Non potè venir a quella

di separarsene: «Ottanta» diss'egli finalmente, e quello zecchino se

ne andò a stare cogli altri. «Il conto va bene, e voglio sperare che

sarete largamente ricompensato dal vostro padrone. Vi restano ancora

monete entro il sacchetto?»

Gurth fe' una contorsione di volto, la qual cosa gli accadea tutte

le volte che voleva sorridere. «Circa altrettante quante voi ne

avete scrupolosamente contate. Ebreo» soggiunse indi nel prendersi la

ricevuta «io non me ne intendo, ma se questa non è in buona forma, ci

penserà la vostra barba.» Poi empiè, e questa terza volta non aspettò

che gli venisse offerta, una tazza di vino, e dopo averlo mandato giù

tutto d'un fiato senza far cerimonie andò via.

«Rebecca» disse Isacco «questo Ismaelita mi sembra petulante anzichè

no; ma poco monta: il suo padrone è un galantuomo ed ho gusto che

questo torneo gli abbia fruttato alquanti _shekel_ d'oro, e che non

men del suo braccio abbiano contribuito a ciò il mio cavallo e la mia

armatura.»

Sorpreso perchè Rebecca non gli rispondea, si volse; ma questa era

scomparsa di lì fin quando egli stava in discorsi con Gurth.

Intanto questi avea scesa la scala, e giunto in un'anticamera trovossi

al buio, onde cercava a tasto la porta per uscire. Allora gli comparve

una donna vestita di bianco, la quale tenendo in mano una lampada gli

fe' cenno di seguirla nell'appartamento d'ond'ella usciva, e di cui

lasciò socchiusa la porta. Con qualche ripugnanza Gurth le obbediva,

perchè costui, comunque ardito ed impetuoso quanto un cignale, ogni

qual volta conosceva il pericolo cui si cimentava, nudriva poi tutti

i superstiziosi timori de' Sassoni circa gli spettri, le fantasme, le

apparizioni; sicchè gli dava molta inquietudine questa donna bianca,

soprattutto in casa d'un Ebreo. Fra i delitti che un pregiudizio

generale apponeva a questa popolazione vi era pur quello di professare

la scienza cabalistica e la negromanzia. Ciò nullameno, dopo avere

titubato alquanto, il coraggio connaturale in lui la vinse sopra un

timor panico; talchè seguì la sua guida in una stanza, ove si vide alla

presenza di Rebecca.

«Mio padre non ha voluto che farti uno scherzo» gli diss'ella, «o

mio amico. Ei deve, sappilo, al tuo padrone dieci volte di più che

quell'armatura non vale. Quant'è la somma che gli sborsasti?»

«Ottanta zecchini» rispose Gurth stordito da sì fatta inchiesta.

«Ebbene, cento ne troverai in questa borsa» a dir riprese Rebecca;

«rendi al tuo padrone quanto gli spetta, il rimanente tienlo per te. Ma

sollecita, parti, non perder tempo in ringraziarmi, e va guardingo nel

traversar la città, per non perdere il denaro e forse anche la vita.

Ruben» chiamò ella battendo le mani «fate lume a questo straniero, e

uscito ch'ei sia chiudete bene la porta.»

Ruben, uomo Israelita che si facea scorgere per nera barba e nere

sopracciglia, obbedì agli ordini della padrona, e con una torcia

accompagnò Gurth sino alla porta; poi quando il vide fuori la imbarrò

con catene e catenacci che avrebber bastato ad assicurare qualunque

prigione.

«Per san Dunstano!» disse Gurth nello uscire, «costei non è un'Ebrea,

ma bensì un angelo sceso dal paradiso. Dieci zecchini dal mio bravo

padrone giovane! Venti da questa perla di Sion! Oh che bella giornata!

Un'altra simile, o Gurth, e tu ti riscatti dalla servitù e divieni

libero delle tue azioni! Allora, addio porci! Getto via la verga da

porcaiuolo, impugno spada e scudo, non ho più bisogno di nascondere nè

il nome nè il volto, e seguo il mio giovane padrone sino alla morte.»

Ivanhoe; ossia, Il ritorno del Crociato · 第 18 / 57 题