«Come, lasciate le diurne grotte,
«E ululando su i veron, su i tetti,
«Rompe, i sacri silenzi della notte
«Il guffo, e agghiaccia degl'infermi i petti,
«Di celato il Giudeo suo livor sfoga
«Come il Cristian che in un paventa e affoga.
L'EBREO DI MALTA.
Non fu appena entro la tenda assegnatagli il cavaliere Diseredato, più
d'un paggio e scudiere si presentarono per aiutarlo a spogliar l'armi;
e per offerirgli nuovi abiti e il ristoro del bagno; zelo e premura
animati in parte dalla curiosità, perchè non v'era fra essi un solo
non bramoso di conoscere il cavaliere, che dopo aver colti sì nobili
allori, nascondea con tanta sollecitudine il nome ed il volto. Non
quindi sepper di più, perchè il vincitore, dopo averli ringraziati di
lor cortesia, li rimandò con dire che gli bastava del suo scudiere. Era
questi una specie di contadino, che avvolto in una zimarra di feltro
d'un color di bruno carico, e coperto il capo d'un berrettone normanno
di pelliccia nera, sel facea scender sino sugli occhi, voglioso, a
quanto parea, di tenersi incognito come il padrone. Egli fu dunque che
tolse l'armatura al cavaliere, indi gli pose innanzi e vino e alimenti,
di cui le fatiche della giornata cominciavano a fargli sentire il
bisogno.
Terminata appena quella mensa frugale, lo scudiere gli annunziò come
cinque uomini montati su cavalli barberi chiedevano di parlargli. Il
cavaliere Diseredato nello spogliare la sua armatura avea rivestita la
lunga tonica qual la portavano allora i pellegrini, la quale essendo
guernita d'un grande cappuccio atto a scendere quant'uom volea sul
capo, giovava a nascondere i lineamenti di chi n'era coperto come
lo avrebbe fatto la visiera d'un elmo; oltrecchè la notte in sul
cominciare risparmiava la necessità di qualunque travestimento, quando
mai il caso non gli avesse portato innanzi persone che ne conoscessero
perfettamente la fisonomia.
Con sicurezza quindi si trasse fuori della tenda, ove trovò gli
scudieri dei cinque _tenitori_ che ne conduceano a guinzaglio i cavalli
carichi delle armature di ciascun d'essi.
«Conformemente alle leggi della cavalleria» disse il primo di questi
scudieri «io, Baldovino d'Oyley, scudiere del formidabile cavaliere
Brian di Bois-Guilbert, vengo ad offerire a voi, che v'intitolate il
cavaliere Diseredato, l'armatura e il cavallo, de' quali si valse il
detto Brian di Bois-Guilbert nella _posta d'armi_ di questo giorno, ed
è rimesso nella vostra generosità il conservar tali cose, o porne il
prezzo, tale essendo la legge dell'armi.»
Gli altri scudieri ripeterono a lor volta la stessa formola, ciascuno
a nome dei loro padroni, indi aspettarono per udire la risoluzione del
vincitore.
«Una sola risposta farò così a voi come ai vostri padroni» disse il
cavaliere Diseredato, indirigendosi unicamente ai quattro ultimi
scudieri. «Portate adunque i miei complimenti a questi nobili ed
onorevoli cavalieri, e dite loro che non saprei perdonare a me stesso
se li privassi di cavalli e d'armature che non possono appartenere a
più valenti campioni. Vorrei potere far sì che qui finisse il messaggio
di cui v'incarico, ma essendo io, così di fatto come di nome, cavaliere
diseredato, mi vedo costretto a pregare i vostri padroni a riscattar
queste spoglie, giacchè posso appena dir mia l'armatura che ho
indosso.»
«Noi abbiamo ordine» disse lo scudiere di Frondeboeuf «d'offerirvi in
riscatto cento zecchini per ogni cavallo e armatura.»
«Ciò basterà» rispose il cavaliere: «le circostanze in cui sono mi
costringono ad accettare la metà di tale somma; quanto al di più
ne farete due parti eguali, e ciascun di voi ne terrà una per sè, e
distribuirà l'altra agli araldi d'armi ed ai _menestrelli_.»
Gli scudieri lo ringraziarono d'una generosità di cui non erano usi a
vedere sì di frequente gli esempi. Allora il cavaliere si volse allo
scudiere del Templario: «Quanto a voi, dite al vostro padrone, che da
lui non voglio nè cavallo nè armatura nè riscatto. La nostra querela
non è terminata, nè il sarà che dopo esserci noi battuti a lancia e
a spada a cavallo ed a piedi. Egli medesimo mi ha sfidato a battaglia
continuata fino alla morte, nè io lo dimenticherò. Soggiugnetegli indi
che nol riguardo come i suoi quattro compagni, co' quali verrò sempre
di buon grado a cambio di cortesie, ma come un uomo ch'io tratterò mai
sempre da mortale nemico.»
«Il mio padrone» rispose Baldovino «sa rendere disprezzo per disprezzo,
colpo per colpo, cortesia per cortesia. Poichè ricusate accettare
questo riscatto, che da' miei colleghi non rifiutaste, vi lascio qui il
palafreno e l'armatura del cavaliere Bois-Guilbert, ben certo ch'ei non
vorrà d'ora in poi nè cavalcar l'uno, nè portar l'altra.»
«Questo è un ben favellare, prode scudiere» disse lo sconosciuto «e
tale ardimento s'addice a chi tratta la causa del signore lontano. Non
però vi soggiungo di lasciar qui l'armi e il cavallo; riportate tai
cose al vostro padrone, e s'ei ricusa riprenderle, conservatele per
voi. In quanto io possa averne l'arbitrio, ve ne faccio un presente.»
Baldovino salutò profondamente il cavaliere, e si ritrasse indi coi
suoi compagni.
«Ebbene, o Gurth!» disse il Diseredato rimasto solo col suo scudiere;
«tu vedi ch'io non ho offuscata la gloria dei cavalieri inglesi.»
«Ed io» rispose Gurth «per essere un custode di porci sassoni, non ho
forse ben sostenuta la parte di scudiere normanno[15]?»
«Ottimamente; ma io temeva ad ogni istante che il tuo contegno goffo
giungesse a scoprirti.»
«Che dite mai? Non ho paura che alcuno mi riconosca, se non fosse mai
il mio camerata Wamba, che non saprei dire se sia più matto o maligno.
Per altro non ho potuto stare dal ridere, nel vedermi passar vicino
il mio vecchio padrone, cui nessuno toglie di mente che Gurth stia ora
badando ai suoi porci nella foresta e tra la melma di Rotherwood. S'ei
sapesse questa mia spedizione!.... Non vi mancherebbe altro!»
«Eh via, Gurth! Non ignori quello che t'ho promesso.»
«In fine poi accada quel che sa accadere! Non lascerò di prestarmi per
un amico se v'andasse ancor la mia pelle. Già ho un cuoio duro quanto
un porco da razza della mia mandria, e le verghe non mi fanno paura.»
«Credimi, Gurth, io ti ricompenserò de' pericoli cui ti cimenti per
amor mio. Intanto prendi queste dieci monete d'oro.»
«Dio ve ne renda merito!» rispose Gurth, nel metterle in saccoccia
«eccomi ora più ricco di quanto lo fu mai un porcaiuolo od un
famiglio.»
«Ora prendi questo sacco d'oro; va ad Ashby e t'informa dove alloggi
Isacco d'York, gli ricondurrai il cavallo, ch'ei m'ha fatto prestare,
dicendogli di tenersi su questo denaro il valore dell'armatura
fornitami colla sua sicurtà.»
«No per san Dunstano! che non farò nulla.»
«Come Gurth? ricuserai tu d'eseguire i miei ordini?»
«No certo, finchè saranno giusti, ragionevoli e tali che un Cristiano
possa adempirli. Ma quello che mi date ora è ben tutt'altro. Sofferire
io che un ebreo si paghi da sè medesimo! Non sarebbe cosa giusta,
perchè tornerebbe allo stesso col tradire il mio padrone. Non sarebbe
nemmeno ragionevole, nè opera di Cristiano. Mi parrebbe di spogliare un
fedele per arricchire un miscredente.»
«Eppure, pensaci! voglio ch'ei rimanga contento.»
«Fidatevi in Gurth» rispose lo scudier porcaiuolo, mettendosi il sacco
sotto il mantello e in questa uscendo fuor della tenda. Poi aggiunse
fra sè medesimo «Costui sarebbe il diavolo s'ei non si contentasse
della quarta parte di quanto domanderà.» Così prese la strada d'Ashby
lasciando il cavaliere Diseredato in preda alle sue penose e sgradevoli
meditazioni, delle quali però non è ancor giunta l'ora di render conto.
Adesso fa di mestieri cambiare il luogo della scena, e che il leggitore
abbia la pazienza di trasportarsi con noi nella città d'Ashby, o a dir
meglio in una casa di campagna situata in un sobborgo, e spettante ad
un ricco Israelita. Isacco, Rebecca, e la gente lor di servigio, aveano
ivi posto alloggiamento, perchè ella è cosa nota che gli Ebrei usavano
fra loro la virtù dell'ospitalità con altrettanta grandezza d'animo
quanta era l'avarizia e la cupidigia, di cui venivano tacciati inverso
i Cristiani.
In un appartamento poco spazioso, ma riccamente arredato e messo al
gusto orientale, Rebecca sedea sopra un mucchio di cuscini ricamati,
posti sopra un pianerottolo non troppo alto che tenea tutto il
circuito di quella sala, prestando l'ufizio di seggiole e di seggiole
a bracciuoli siccome in circa ne è l'uso nel regno di Spagna. Questa
giovane, negli occhi di cui la filiale pietà si leggea, li tenea fisi
sopra ogni atteggiamento del padre suo, che faceva lunghi passi su
e giù per la stanza, con viso smunto e costernato, or giugnendo le
mani, or sollevandole al cielo come uomo il cui spirito lotti contro
gravissima tribolazione.
«Beato Giob!» sclamava egli «e voi dodici santi patriarchi, padri
della nostra nazione! Poteva accader peggio ad un uomo che ha sempre
adempiuta fin nelle cose minime la legge santa di Mosè? Cinquanta
zecchini toltimi con un sol tratto di rete, che mi carpirono gli
artigli di quel tiranno!»
«Però, padre mio» disse Rebecca «parvemi che quel denaro avuto dal
Principe, lo deste volontariamente.»
«Volontariamente! Che tutte le piaghe dell'Egitto gli piombino adosso!
Volontariamente, sì! Con quella volontà che gettai nel golfo di Lione
le mie mercanzie, quando fu d'uopo alleggerire il naviglio per non
vederlo sommergere. Le mie sete le più preziose coprirono i flutti;
i miei deliziosi profumi ne imbalsamarono la schiuma, i miei drappi
d'oro e d'argento ne arricchirono le caverne. Non mi trovava io fra le
angoscie di chi agonizza quando le mie proprie mani compievano questo
orribile sacrificio?»
«Padre mio, non rischiavamo men della vita, e mi pare che dopo quel
tempo Dio abbia benedette le vostre imprese e vi abbia colmato di
ricchezze.»
«Va benissimo; ma che mi giovano se il tiranno vi mette le branche
siccome ha fatto questa mattina, se nell'atto di togliermi le sostanze
mi costringe a mostrare buon umore?... O figlia mia, noi siamo una
schiatta errante diseredata, e peggio è, che quanto più veniamo
vilipesi, spogliati, a proporzione il mondo si burla di noi, e siam
costretti ricorrere alla umiltà, alla pazienza, allorchè dovremmo
pensare a vendicarsi dei nostri persecutori.»
«Non vogliate prender tutto in mala parte, o mio padre; alcuni vantaggi
ancora stanno per noi: i Nazareni sì implacabili, sì crudeli, sono in
certo tal qual modo subordinati a questi dispersi figli di Sion, da
loro perseguitati e vilipesi. Privi del soccorso di nostre ricchezze,
nè saprebbero come pagar le spese delle loro guerre, nè potrebbero
decorare i trionfi che ne derivano. Il denaro che ad essi prestiamo
torna nelle nostre casse moltiplicato da un buon interesse. In somma,
possiamo essere paragonati alle zolle che non fioriscono mai tanto
bene siccome allora che vengono calpestate. La festa medesima d'oggi si
sarebbe ella solennizzata senza l'aiuto di questi spregievoli Ebrei che
anticiparono il denaro necessario a tal uopo?»
«Oh qual cantino vai toccando adesso, mia figlia, cantino che manda
alle mie orecchie un suono ingratissimo! — Quel bel cavallo, quella
ricca armatura, dovean far parte de' miei utili nell'affare concluso
ultimamente, ove sto a metà con Kirgath Iairam di Leicester; figurati!
il guadagno d'una settimana! niente meno che il tempo frapposto tra un
sabato e l'altro! Ebbene! prevedo che il cavallo e l'armatura finiranno
come le mie mercanzie gettate nel mare. Perdita sopra perdita, rovina
sopra rovina!... Però... non disperiamo ancora. La cosa potrebbe andar
altrimenti. Quel giovane ha dato prove di galantuomo.»
«Non crederò mai, padre mio, che vi dolga d'avere riconosciuti i
servigi a voi prestati da questo straniero.»
«Credo non averne alcun rincrescimento, o mia figlia... credo anche
alla riedificazione di Gerusalemme, ma ho tanta ragione di sperare che
questi miei occhi vedano risorgere le muraglie e le fortificazioni del
tempio, quanta ne ho per immaginarmi che un cristiano... e il miglior
vedi! di tutti i Cristiani... arrivi a pagare un debito ad un Ebreo
se non contempla dinanzi a sè la prospettiva della prigione e de'
catenacci.»
E sì dicendo, continuava a trascorrere con passi irregolari la stanza;
laonde Rebecca, vedendo che ogni sforzo suo per consolarlo non giovava
se non se a fornirgli nuovi argomenti di querelarsi, prese il prudente
partito di lasciare che si sfogasse a suo grado; condotta savissima, e
che noi proponiamo da imitarsi in simili circostanze a chiunque sentasi
vocazione per le parti di consolatore o di consigliere.
Annottava, allorchè tre servi entrarono in quella stanza, un d'essi
che ponea due lampade sopra una tavola, e i secondi che portavano altra
tavola incrostata di argento, e coperta di reficiamenti i più dilicati
e di sceltissimi vini; perchè gli Ebrei ricchi nell'interno di loro
abitazioni, non erano avversi in niun modo alle ricercatezze del lusso.
Avea già empiuta di vin greco una tazza, e stava Isacco per appressarla
al labbro, quando uno de' ridetti servi venne annunziando un Nazareno,
il quale desiderava parlargli; chè col solo nome di Nazareni gli Ebrei
fra loro erano avvezzi ad indicare i Cristiani. Il tempo di chi vive
del commercio è a discrezione del pubblico; onde Isacco ripose senza
averne gustato, la tazza sopra la tavola; e dopo avere ordinato di
velarsi alla figlia, permise che il forestiere s'introducesse.
Appena aveva avuto il tempo Rebecca di nascondere i suoi vezzosi
lineamenti sotto un velo di tocca d'argento che le scendea sino ai
piedi, si aperse la porta, presentandosi Gurth avvolto in un ampio
mantello normanno. Le apparenze nol favorivano troppo; che anzi diede a
sospettare di sè egli medesimo, perchè invece di levarsi, entrando, il
suo berrettone, se lo assettò meglio alla testa.
«Siete voi l'ebreo Isacco d'York?» domandò in lingua sassone Gurth.
«Sì» rispose Isacco nella lingua medesima, perchè il suo commercio
l'avea posto nella necessità d'imparare tutti gli idiomi che si
parlavano nell'Inghilterra. «E voi qual'è il vostro nome?»
«Il mio nome non vi deve importare.»
«È però necessario ch'io lo sappia. Voi voleste pure sapere il mio.
Altrimenti come farei a trattar negozi con voi?»
«Non vengo a trattar negozi, ma bensì a pagare un debito; bisogna
bene che io sia sicuro se pago il denaro nelle mani di chi lo deve
riscuotere. A voi, che lo ricevete, poco rileva il conoscere la persona
che ve lo porta.»
«Ah! siete qui per pagarmi! Oh! allora la cosa cambia. Beatissimo
Abramo! per parte di chi venite voi a farmi questo pagamento?»
«Per parte del cavaliere Diseredato, del vincitore al torneo di
quest'oggi. Vi porto il prezzo dell'armatura, che sulla vostra
commendatizia gli ha somministrata Kirgat Iairam di Leicester. Quanto
poi al cavallo l'ho consegnato alle scuderie di questa casa, sano e
prosperoso come sono io. Orsù, quanto vi viene?»
«Oh! l'ho sempre detto ch'egli era un bravo giovane!» sclamò l'Ebreo
che non capiva in sè medesimo pel contento. «Un sorso di vino non vi
farà male» soggiunse indi offerendo al porcaiuolo di Cedric una tazza
d'argento riccamente cesellata, e colma d'un liquore di cui Gurth non
avea mai gustato l'eguale. «E quanto danaro mi portate voi?»
«Madonna!» sclamò Gurth dopo avere bevuto «che divino liquore
tracannano questi cani di miscredenti! e tanti buoni cristiani com'io,
non hanno spesso per lor bevanda che una birra torbida, densa, della
quale non saprebbero che farsi i miei porci! Ah! quanto denaro, dite,
v'ho portato! Non gran cosa. Però non son venuto a mani vuote. Ma
infine, Isacco dovete avere una coscienza ancora voi benchè Ebreo.»
«Il vostro padrone ha fatti buoni affari in quest'oggi. Colla punta
della lancia e colla forza del braccio ha guadagnato cinque bei cavalli
e cinque belle armature. Potete dirgli che mi mandi tutta la sua
vincita, e gli pagherò il di più.»
«Il mio signore ne ha già fatto l'uso che volea.»
«Male, male assaissimo! Ha operato da giovane senza cervello. Non
v'è qui un Cristiano che sia in istato di comperare tanti cavalli e
armature; nè da alcun Ebreo avrà ottenuto la metà di quanto gli avrei
pagate io tali cose. In somma, vediamo: in questo sacchetto vi sono
bene cento zecchini» e in ciò dire apriva leggermente il mantello di
Gurth. «A quanto pare dee pesar molto.»
«Perchè vi stanno in fondo alcuni ferri per armar freccie» rispose
Gurth senza esitare un istante.
«Ebbene! per quella ricchissima armatura... mi contenterò d'ottanta
zecchini; e non ci guadagno una monetuccia d'oro. Avete voi il modo di
pagarmeli?»
«Anderebbe ottimamente! Così il mio padrone resterebbe senza un soldo.
Ma non sarà questa la vostra ultima parola!»
«Bevete ancora una tazza di questo buon vino. Ah! ottanta zecchini
son pochi. Dove io avea la testa? Cedere una sì bella armatura senza
nessun profitto per me, non lo posso. Poi chi sa? quest'ottimo cavallo
può essere diventato bolso, attratto... è impossibile che non gli sia
accaduta qualche disgrazia... Figuratevi! quelle corse! quelle giostre!
uomini a cavallo che si gettavano gli uni addosso gli altri con tal
furore... parevano i tori selvaggi di Basham!»
«Vi dico che il vostro cavallo è sano e salvo e vigoroso nella
scuderia; poi andatelo a vedere. E dico di più, che settanta zecchini
bastano al di là per pagarvi quella vostra armatura. La parola d'un
Cristiano val bene quella d'un Ebreo, crederei. In fine poi, se una tal
somma non v'accomoda, riporterò il sacchetto qual è al mio padrone.»
Nel dir tai cose facea sonare le monete d'oro che nello stesso
sacchetto si contenevano.
«Via, via! contatemi ottanta zecchini; gli è il meno a cui possa
aggiustarmi; e vedrete che saprò comportarmi generosamente con voi.»
Gurth ricordandosi allora di quanto gli disse il padrone, desideroso
soprattutto di contentare l'Ebreo non fece altre parole, e avendo
contati sulla tavola ottanta zecchini, l'altro gli lasciò una ricevuta
di saldo per la venduta armatura. Isacco indi diè una ripassata alla
somma, e la mano sua tremava di gioia quando intascò i primi settanta
zecchini. Più assai indugiò nel contar gli altri, e ad ogni pezzo che
prendea di su della tavola, si fermava a fare una meditazione prima di
metterlo in borsa; perchè allora cominciò nell'animo suo una lotta tra
l'avarizia e qualch'altro sentimento più liberale; ma vincitrice in
tale conflitto la prima come lo fu nel torneo il cavaliere Diseredato,
gli era cagione di allogare gli zecchini l'un dopo l'altro a dispetto
d'una tal quale inspirazione più generosa che gli diceva al cuore di
rimettere una picciola parte del prezzo avuto.
«Settant'uno, settantadue... Un bravo giovane quel vostro padrone!...
Settantatrè... giovane eccellente da vero!... Settantaquattro... Questo
zecchino è un po' tarpato, ma non importa... Settantacinque... E questo
mi par calante... Settantasei... Quando il vostro padrone avrà bisogno
di denaro, venga pure a trovare Isacco d'York... Settantasette... Ben
inteso colle debite malleverie.... Settantotto.. Voi pure siete un
bravo galantuomo... Settantanove... E meritate una ricompensa.»
Il Giudeo tenea in mano l'ultimo zecchino su cui fece una pausa molto
più lunga. Forse avea in animo di regalarlo a Gurth, e se quella moneta
fosse stata o tosata o calante, chi sa non avesse obbedito a tale
impulso di sua generosità. Ma per fatalità di Gurth era nuova di conio.
Isacco la esaminò per tutti i versi, nè potè trovarle una magagna.
La mettè in bilancia. Cresceva d'un grano. Non potè venir a quella
di separarsene: «Ottanta» diss'egli finalmente, e quello zecchino se
ne andò a stare cogli altri. «Il conto va bene, e voglio sperare che
sarete largamente ricompensato dal vostro padrone. Vi restano ancora
monete entro il sacchetto?»
Gurth fe' una contorsione di volto, la qual cosa gli accadea tutte
le volte che voleva sorridere. «Circa altrettante quante voi ne
avete scrupolosamente contate. Ebreo» soggiunse indi nel prendersi la
ricevuta «io non me ne intendo, ma se questa non è in buona forma, ci
penserà la vostra barba.» Poi empiè, e questa terza volta non aspettò
che gli venisse offerta, una tazza di vino, e dopo averlo mandato giù
tutto d'un fiato senza far cerimonie andò via.
«Rebecca» disse Isacco «questo Ismaelita mi sembra petulante anzichè
no; ma poco monta: il suo padrone è un galantuomo ed ho gusto che
questo torneo gli abbia fruttato alquanti _shekel_ d'oro, e che non
men del suo braccio abbiano contribuito a ciò il mio cavallo e la mia
armatura.»
Sorpreso perchè Rebecca non gli rispondea, si volse; ma questa era
scomparsa di lì fin quando egli stava in discorsi con Gurth.
Intanto questi avea scesa la scala, e giunto in un'anticamera trovossi
al buio, onde cercava a tasto la porta per uscire. Allora gli comparve
una donna vestita di bianco, la quale tenendo in mano una lampada gli
fe' cenno di seguirla nell'appartamento d'ond'ella usciva, e di cui
lasciò socchiusa la porta. Con qualche ripugnanza Gurth le obbediva,
perchè costui, comunque ardito ed impetuoso quanto un cignale, ogni
qual volta conosceva il pericolo cui si cimentava, nudriva poi tutti
i superstiziosi timori de' Sassoni circa gli spettri, le fantasme, le
apparizioni; sicchè gli dava molta inquietudine questa donna bianca,
soprattutto in casa d'un Ebreo. Fra i delitti che un pregiudizio
generale apponeva a questa popolazione vi era pur quello di professare
la scienza cabalistica e la negromanzia. Ciò nullameno, dopo avere
titubato alquanto, il coraggio connaturale in lui la vinse sopra un
timor panico; talchè seguì la sua guida in una stanza, ove si vide alla
presenza di Rebecca.
«Mio padre non ha voluto che farti uno scherzo» gli diss'ella, «o
mio amico. Ei deve, sappilo, al tuo padrone dieci volte di più che
quell'armatura non vale. Quant'è la somma che gli sborsasti?»
«Ottanta zecchini» rispose Gurth stordito da sì fatta inchiesta.
«Ebbene, cento ne troverai in questa borsa» a dir riprese Rebecca;
«rendi al tuo padrone quanto gli spetta, il rimanente tienlo per te. Ma
sollecita, parti, non perder tempo in ringraziarmi, e va guardingo nel
traversar la città, per non perdere il denaro e forse anche la vita.
Ruben» chiamò ella battendo le mani «fate lume a questo straniero, e
uscito ch'ei sia chiudete bene la porta.»
Ruben, uomo Israelita che si facea scorgere per nera barba e nere
sopracciglia, obbedì agli ordini della padrona, e con una torcia
accompagnò Gurth sino alla porta; poi quando il vide fuori la imbarrò
con catene e catenacci che avrebber bastato ad assicurare qualunque
prigione.
«Per san Dunstano!» disse Gurth nello uscire, «costei non è un'Ebrea,
ma bensì un angelo sceso dal paradiso. Dieci zecchini dal mio bravo
padrone giovane! Venti da questa perla di Sion! Oh che bella giornata!
Un'altra simile, o Gurth, e tu ti riscatti dalla servitù e divieni
libero delle tue azioni! Allora, addio porci! Getto via la verga da
porcaiuolo, impugno spada e scudo, non ho più bisogno di nascondere nè
il nome nè il volto, e seguo il mio giovane padrone sino alla morte.»