_Primo masnadiere._
Olà, olà! Gettateci la vostra borsa, se non
volete che ve la prendiamo per forza.
_Speed._
Miseri noi! Siam capitati negli assassini.
_Valentino._
Amici miei....
_Primo masnadiere._
Non siamo vostri amici, anzi nemici.
_Secondo masnadiere._
Zitto! bisogna ascoltarlo.
_Terzo masnadiere._
Sì, per la mia barba, che bisogna ascoltarlo.
Egli è un uomo di garbo.
I DUE VERONESI.
Le notturne avventure di Gurth non erano ancor terminate, ed egli
medesimo incominciava a sentire qualche paura, allorchè dopo avere
attraversata tutta la città d'Ashby, ed essersi lasciate addietro
alcune case sparse qua e là che ne faceano i sobborghi, si trovò in
una strada bassa chiusa fra due alture coperte d'avellani e bossi e
da alcune quercie, i cui rami col dilatarsi coprivano quel cammino
ineguale e fatto più disastroso da profonde rotaie. Erano queste
le vestigia del molto carriaggio che avea trasportati i materiali
necessari alla costruzione delle logge innalzate attorno all'arena
ove accadde il torneo. All'altre molestie aggiugneasi l'oscurità della
notte, perchè gli alberi impedivano quel poco di chiarore che la luna
avrebbe potuto somministrare.
Udivasi in lontananza lo strepito dei bagordi della città, e canti
e suoni d'allegria, e risate, le quali alimentando in Gurth la
considerazione che la parte migliore di società trovavasi entro le mura
di Ashby, nol lasciavano senza tema sul presente suo stato. «L'Ebrea
non avea torto» diceva egli fra sè medesimo. «Per il cielo e per san
Dunstano! vorrei che io e il mio tesoro fossimo in sicuro sotto la
tenda del mio padrone. Qui si trovano, non voglio dire assassini,
ma cavalieri e scudieri erranti, sonatori, bagattellieri, arcieri,
vagabondi sfaccendati da non esserne tranquillo un uomo che abbia
solamente un marco d'argento in saccoccia. Figuratevi chi ha come io
una tal carica di zecchini! Ah se posso essere fuori di questo cammino
d'inferno! Almeno all'aperto li vedrei, i figli di s. Nicolò, prima che
m'avessero a cader sulle spalle.»
Indi raddoppiò il passo per raggiugnere più sollecitamente l'altura,
cui mettea termine quella stretta, ma non fu abbastanza felice per
riuscire in ciò. Laddove più fitti erano gli alberi che guernivano le
due colline, gli piombarono addosso quattro uomini, due da ciascun lato
della strada, e sì stretto il serrarono fra loro, che gli sarebbe stato
inutile il resistere, quand'anche lo avesse potuto.
«La tua borsa!» uno di questi gli disse. «Noi siamo persone amorevoli,
avvezze a liberare i viaggiatori dal peso dei fardelli che potrebbero
impacciarli nel lor cammino.»
«Voi non mi liberereste sì facilmente del mio» rispose Gurth con
fermezza «se mi lasciate la facoltà di difendermi.»
«È quanto or vedremo» rispose il malandrino. «Se tu vuoi avere le ossa
fracassate e perder anche la borsa, nulla avvi di più agevole. Noi
possiamo aprirti due vene nel tempo stesso. Conducetelo nel bosco»
diss'egli ai compagni.
In conformità di tal ordine Gurth venne costretto a salire la collina
di sinistra, giunto alla cui vetta, si trovò in un vano della foresta,
rischiarato dalla luna, ed ivi fermaronsi. Ai quattro primi masnadieri
due altri s'aggiunsero, e Gurth osservò che tutti sei portavano
maschere al volto, la qual cosa non gli avrebbe lasciato verun dubbio
su la profession di costoro, se pur dubbio avesse potuto conservare
dopo i complimenti fattigli nell'arrestarlo.
«Quanto denaro hai tu?» gli chiese un degli uomini sopraggiunti.
«Trenta zecchini che m'appartengono» con tuon risoluto rispose.
«Falso, falso!» sclamarono in coro i malandrini. «Un Sassone avrebbe
in proprietà trenta zecchini, e sarebbe partito dalla città senza esser
briaco! La cosa è impossibile.»
«Io li risparmiava per comperarmi la libertà.»
«Sei un asino» disse un di costoro, «tre boccali di buona birra
t'avrebbero fatto libero, e più libero che non è il tuo padrone, fosse
anche stato un Sassone come sei tu.»
«La è una brutta verità» disse Gurth. «Ma in somma! se trenta zecchini
vi fanno, lasciatemi il braccio libero, e ve li rimetto.»
«Un momento!» disse uno de' due, giunti dopo, che a quanto parve godea
di qualche autorità sopra gli altri «il sacchetto che porti sotto il
mantello contiene più denaro di quel che notifichi.»
«Esso appartiene al valoroso cavaliere ch'io servo, e al certo non ve
ne avrei parlato se vi foste contentati di quello ch'è mio.»
«Bravo! il tuo umor mi va a genio, e comunque siam tutti figli di s.
Nicolò, puoi far capitale su i tuoi trenta zecchini, semprecchè però
tu sia franco e sincero con noi. Ma intanto sbarazzati del peso che ti
molesta.» E sì dicendo presegli il sacchetto di cuoio entro del quale
erano e la borsa datagli da Rebecca, e gli altri zecchini che aveva
portati con sè. Continuando indi il ladro l'interrogatorio gli chiese:
«Chi è il tuo padrone?»
«Il cavaliere Diseredato.»
«Quella buona lancia che guadagnò il premio quest'oggi! Qual è il suo
nome, e la sua discendenza?»
«Egli desidera che ciò resti ignoto, nè da me certo il saprete.»
«E tu come ti chiami?»
«Dirvi il mio nome sarebbe lo stesso che nominarvi il mio padrone.»
«Tu sei un servo fedele. Ora spiegane com'è venuto al tuo padrone
questo denaro? Da eredità forse, o da qualche altro titolo?»
«Titolo! dal diritto della sua buona lancia. Questo sacchetto contiene
il riscatto di quattro bei cavalli, e d'altrettante belle armature.»
«Quanto v'è dentro?»
«Dugento trenta zecchini, trenta miei e dugento del mio padrone.»
«Non di più? Il tuo padrone è stato ben generoso coi vinti, se si
spacciarono a sì buon mercato. Nomina coloro che pagarono i riscatti.»
Gurth obbedì.
«Ma tu tacesti il nome del Templario» riprese a dire il capo dei
malandrini. «Fo perchè tu veda che non si riesce ad ingannarmi. Qual
riscatto pagò ser Brian di Bois-Guilbert?»
«Il mio padrone non volle riscatto da lui. Non ne vuole che il sangue:
domina fra loro un odio a morte, nè può esservi tra l'uno e l'altro
alcuna scambievolezza di cortesia.»
«Uh, uh!» sclamò quel capo; indi dopo avere pensato un momento
soggiunse: «Per qual combinazione ti trovavi tu con questa somma ad
Ashby?»
«Ho dovuto trasferirmi colà per pagare all'ebreo Isacco d'York il
prezzo d'una armatura, ch'ei prestò al mio padrone per valersene al
torneo.»
«E quanto pagasti ad Isacco? All'apparenza questo sacchetto non è stato
toccato.»
«Pagai ottanta zecchini ad Isacco, ed egli in vece me ne fece
restituire cento.»
«Frottole, frottole!» sclamarono tutti ad una que' masnadieri.
«Stimiamo il tuo ardire di volerne dare ad intendere menzogne
tutt'altro che verisimili.»
«Ciò che vi dico» rispose Gurth, «è tanto vero, com'è vero che potete
guardare la luna. Troverete i cento zecchini entro una borsa di seta,
che è separata dal rimanente di questo denaro.»
«Pensa bene» tornò a dire quel capo, «che tu parli d'un Ebreo, d'un
Israelita, d'un uomo incapace di restituire l'oro, toccato che l'abbia
una volta, come le sabbie del deserto sono incapaci di restituire una
tazza d'acqua, che il viandante abbia versata sovr'esse.»
«Un Ebreo» soggiunse un altro «non conosce la pietà più d'un usciere di
tribunale che non abbia ricevuto il suo beveraggio.»
«E pure quel che vi dico è vero» replicò Gurth.
«Si batta l'acciarino» disse il capo «e vediamo. Se il nostro furfante
non ci inganna, la generosità di questo Ebreo è un miracolo da mettersi
con quello dei suoi antenati che faceano scaturir l'acqua dal sen de'
macigni.»
Venne accesa una torcia, tanto che il capo esaminasse il contenuto
della borsa. Mentr'ei la slegava, i compagni suoi gli si serrarono
addosso, e que' medesimi che teneano Gurth per le braccia, partecipando
della generale curiosità, allungarono il collo per veder l'oro che
tentava la lor cupidigia. Lo scudiere di una nuova fabbrica, sentendosi
meno angustiato, tentò con subitaneo sforzo di liberarsi, e sarebbe
riuscito a fuggire, se avesse voluto abbandonare il denaro del suo
signore; ma era ben altra la sua intenzione. Strappando di mano ad
uno di quei banditi un nodoso randello, ne percosse sonoramente il
lor condottiere che a questo assalto non erasi preparato, e che per la
sorpresa si lasciò cadere la borsa. Gurth stava per raccoglierla; ma
di lui più agili i ladri il prevennero, e più di prima gli si strinsero
alla vita.
«Furfante!» disse il capo «con tutt'altri che me ti sarebbe tornato
male della tua temerità. Ma fra un'istante ravviserai tu medesimo il
torto che avesti. Per ora parliamo del tuo padrone. Gli affari del
cavaliere debbono precedere quelli dello scudiero; giusta ogni buona
regola di cavalleria. Intanto sta fermo, perchè se ti movi un'altra
volta non ti daremo il tempo di continuare i tuoi tentativi. Colleghi»
disse indi agli altri «questa borsa è ricamata in caratteri ebraici, e
contiene veramente cento zecchini, tutte prove che non ne ha ingannati
costui. Noi non dobbiamo pretender tributo dal cavalier suo padrone. Ei
ci somiglia troppo e saremmo ingiusti se non lo esentassimo. I lupi non
assalgono i lupi nelle foreste.»
«Ci somiglia!» disse uno de' banditi. «Vorrei sapere in che cosa!»
«In che cosa?» replicò il capitano. «Non è egli povero e diseredato,
come il siam noi? Non accatta egli al pari di noi la sua vita colla
punta della spada? Non ha egli battuti Frondeboeuf e Malvoisin come il
faremmo noi stessi, se il destro se ne presentasse? Non è egli nemico
in vita e in morte di Brian di Bois-Guilbert, che è parimente nostro
nemico? Ma quando anche non vi fossero tutte queste ragioni, vorreste
voi che avessimo minor coscienza di quanta n'ebbe un miscredente, un
cane d'Ebreo?»
«Non sia mai» rispose quello stesso bandito. «Diverrebbe un'infamia
per la nostra società, benchè a dir vero, ho servito nella brigata
del vecchio Gandelyn, ove non si avevano tanti scrupoli. Ma questo
insolente contadino almeno, spero non se ne andrà immune dal suo
salasso!»
«Questo poi dipenderà da te» rispose il capo. «Vieni qui furfante»
voltosi allora a Gurth. «Dimmi. Sai tu adoperare il bastone?»
«Spero» rispose Gurth «d'avervene data una buona prova.»
«Ne convengo, il colpo fu applicato con maestria. Ebbene, mettiti ad
egual prova con questo bravo campione, e se riesci andrai esente da
tassa; benchè sull'onor mio, la fedeltà da te mostrata verso il tuo
padrone mi è tanto piaciuta, che quand'anco tu soggiacessi, credo
pagherei il riscatto per te. Orsù, Mugnaio» tal era il nome di colui
al quale si proponea questo cimento «prendi il tuo bastone e pensa
a difenderti come ad assalire. E voi altri, lasciate in libertà
cotest'uomo, e provvedetelo d'un'arme eguale. Fa chiaro abbastanza per
una giostra di simil natura.»
I due campioni, armati l'un e l'altro di randelli e grossi e lunghi e
pesanti egualmente, s'innoltrarono in mezzo al vano della foresta per
essere più spacciati nelle fazioni del mutuo assalto, e per godere
tutto il vantaggio del chiaro di luna. Gli altri ladri circondavano
i duellanti ridendo e gridando al loro collega: «Bada, Mugnaio, bada.
Questa volta potrebbe toccarti di pagare la _posta_.»
Mugnaio tenendo col pugno la parte di mezzo del bastone, sel facea
avvoltare attorno alla testa, che è quanto i francesi chiamano il
molinello, e schernendo Gurth, gli dicea: «Fatti innanzi, villano,
fatti innanzi e proverai quanto pesi il mio pugno.»
«Se tu sei mugnaio di professione» rispose Gurth «ti ho per doppiamente
ladro; ma ti farò vedere che non ho paura di te.» Nel medesimo
tempo si pose a fare il molinello col suo bastone, chè non la cedea
all'avversario nè di destrezza nè di maestria.
Allora si assalirono i due campioni, e per alcuni minuti diedero eguali
prove di agilità, di coraggio e di forza. Il fracasso che mandavano
que' due randelli, urtandosi a raddoppiati colpi l'un l'altro era tale,
che a qualche distanza parea lottassero sei combattenti per banda.
Certamente pugne contese meno e men perigliose, vennero cantate in
buoni versi eroici, ma la pugna di Gurth e di Mugnaio non avrà l'onore
medesimo sol per mancanza d'un inspirato poeta. Ciò nonostante benchè
tal lotta a molinello sia andata or giù d'usanza, ci sforzeremo come
sappiamo di rendere in umil prosa la dovuta giustizia al merito di
questi due prodi avversari.
Durò lungo tempo la lotta, nè il vantaggio era più dell'uno che
dell'altro, la qual cosa irritò Mugnaio, che oltre al dispetto di
trovare un sì abile competitore, stizzavasi in udendo le risa de' suoi
compagni, intesi a schernirne gli inutili sforzi, come suole accadere
in sì fatte occasioni. L'impazienza da cui il ladro lottatore fu preso,
era tutt'altro fuorchè favorevole a tal genere di duello che domanda
molta calma e prontezza di spirito; e fornì a Gurth, uomo d'indole
ferma e risoluta, l'opportunità di vincere, opportunità ch'ei seppe
cogliere maestramente.
Mugnaio assaliva con impeto da furioso; nè mai cessavano le due punte
del suo bastone dal percuotere sul bastone dell'avversario, con cui
si trovava già corpo a corpo. Gurth, nell'eseguire rapidamente il suo
molinello, pesava ogni colpo e si tenea alla difesa, talvolta ancora
facendo passi in addietro. Ma gli occhi suoi non abbandonavano mai
il nemico; laonde veggendolo estenuato dalla fatica, gli indirizzò un
colpo di sinistra alla testa, che mentre Mugnaio voleva riparare, la
destra mano di Gurth colla rapidità del lampo ne afferrò il bastone
menandogli sì violento colpo che lo stramazzò.
«Vittoria, vittoria!» gridarono i ladri. «Questo è ben combattere!
Viva l'antica Inghilterra! Il Sassone ha salvato la pelle e la borsa.
Mugnaio ha trovato padrone.»
«Tu puoi partire, uom valoroso» disse il capitano aggiugnendo il
proprio suffraggio alle acclamazioni degli altri, eccetto Mugnaio.
«Farò che due de' miei compagni ti riconducano sino a veggente della
tenda del tuo padrone, affinchè non ti scontri in alcuni altri figli
di san Nicolò che potrebbero non essere di coscienza timorata come la
nostra: poichè in una notte, siccome questa, non siam noi soli che
stiamo in agguato. Per altro» soggiunse egli aggrottando le ciglia
«ricordati che tu non volesti dirci il tuo nome. Che mai non ti venisse
il prurito di sapere i nostri, o d'indagar chi noi siamo! Pensa a
questo avviso salutare, se non vuoi che male ti accada.»
Gurth dopo avere ricevuto il suo prezioso fardello dalle mani
del capitano, lo ringraziò, assicurandolo che non ne avrebbe mai
dimenticati i consigli. Due di quella brigata, armati de' loro bastoni,
gli intimarono allor di seguirli, e lo condussero per angusto sentiere,
spesso ingombro di macchie, e che faceva assai giravolte. Erano in
procinto d'uscirne, allora che due uomini s'appresentarono ad essi;
ma le guide di Gurth lor dissero a mezza voce alcune parole, dopo le
quali questi si ritirarono. Ben s'avvide allora il fido scudiere come
la cautela ideata dal capo de' ladri nol fosse stata senza perchè,
e ne conchiuse che numerosa era tale famiglia, e che si montava la
guardia con regolarità attorno al luogo ov'essa teneva le sue ordinarie
adunanze.
Ivi soffermatisi i due masnadieri: «Non c'innoltriamo di più» dissero
a Gurth «poichè non sarebbe prudenza per parte nostra il venire più
avanti. Non dimenticate l'avviso che riceveste: custodite il segreto su
di quanto v'accadde in tal notte, nè avrete occasione di pentirvene. Ma
se per vostra disgrazia parlaste, rammentate che la torre di Londra non
vi sottrarrebbe alla nostra vendetta.»
«Grazie, grazie! bravi galantuomini» disse Gurth. «So anch'io che cosa
è prudenza. Ma spero di non offendervi, se mi fo lecito di augurarvi un
mestiere meno rischioso e alquanto più onesto.»
In questa si separarono. I ladri presero la strada d'ond'erano venuti,
e Gurth si trasferì alla tenda del suo padrone, al quale ad onta delle
proibizioni fattigli narrò tutte le sue avventure di quella notte.
Il cavaliere Diseredato stupì delle udite cose, ed anche della
generosità di Rebecca; risolvette però di non profittar nè di questa
generosità nè dell'altra usatagli dai ladri, alla cui professione
parea per vero dire estranea tale virtù. Ma ogni meditazione sulla
singolarità di sì fatti avvenimenti fu interrotta dalla necessità
di prendere riposo; chè del certo gliene facean sentire bisogno e
le fatiche della giornata, e più imperiosamente quelle cui doveva
prepararsi pel dì successivo.
Il cavaliere si adagiò sopra un ricco letto che gli aveano preparato i
marescialli del torneo, intanto che il fedele Gurth, sdrajato sopra una
pelle d'orso stesa per terra, si mise per traverso all'ingresso della
strada in guisa che niuno poteva penetrarvi senza svegliarlo.