di stabilimenti, a coloro infine che avvicinarono molte fanciulle in
qualità di serventi, di operaie, di allieve. Ricordano le infingarde
che non amano il lavoro? le vanerelle tutte prese dalla loro
bellezza? le squilibrate? le sciocche? le impudenti? le insensibili
e irriducibili? E non hanno mai pensato che costoro erano altrettante
candidate.... alla schiavitù? Senza dubbio la maggior parte aiutate da
circostanze favorevoli entrano nelle rotaie della vita comune; ma basta
un urto, una piccola occasione, un cattivo esempio, qualche disgrazia,
perchè si buttino alla mala vita. Sarà giusto dire che la colpa fu
della società, della miseria, della mancata educazione? E tutte quelle
che resistettero? Quante ne conobbi fra le tentazioni e la miseria,
le quali avrebbero veramente avuto una attenuante al cadere, nate da
genitori abbietti, cresciute alla ventura, analfabete, eppure salvate
dalla rettitudine dei loro sentimenti! Perchè non si vuole tener conto
di questo fattore altissimo in una questione dove le ragioni psichiche
militano per lo meno alla pari colle circostanze esterne?
Una celebre orizzontale che viveva a Parigi sotto il secondo Impero e
che lasciò le proprie memorie, narra il suo primo passo. Era figlia di
un pastore protestante; aveva in casa pane, istruzione e buon numero di
fratelli e sorelle. Un giorno tornando dalla scuola (aveva quattordici
anni) incontra un signore che le narra delle storielle... Ella
conosceva certamente l’avventura del Cappuccetto rosso, ma non ne seppe
trarre un saggio ammonimento, poichè seguì lo sconosciuto a casa sua e
il pastore non vide mai più la pecorella smarrita. Avrebbero agito in
tal modo tutte le fanciulle? Anche cedendo alle lusinghe del... lupo,
non sarebbero altre ritornate piangendo nelle braccia della madre?
C’era dunque nella costruzione fisica e morale di quella fanciulla
un alleato pronto a secondare le mosse del nemico. Non è questo che
bisogna ricercare se si vuole che l’agitazione per la buona causa abbia
uno scopo veramente efficace?
Ah! troppo comodo partito è quello di gettare ogni responsabilità sulle
braccia vaghe della miseria e dell’ignoranza!
E mi rivolgo ora agli uomini. Dicano essi in quale incommensurabile
raccolta di stupidaggine innata, di insensibilità e di impostura
affogano le eccezionali creature cadute nel baratro per colpa
degli altri. Quale sistemazione economica potrebbe far fronte alla
stupidaggine ed alla vanità dei delinquenti nati? Dobbiamo avere
pietà per costoro. Abbiamola. Ma pietà efficace non deve sciuparsi
in sentimentalismi, i quali, non fosse altro, fanno perdere un tempo
prezioso deviando il cercatore dal sentiero che guida alla verità.
Un forzato della Nuova Caledonia lasciò in alcuni quaderni scritti
nel penitenziario un esempio chiaro di questa criminalità istintiva.
Figlio di un avvocato che spendeva la maggior parte del suo tempo
e delle sue sostanze nella propaganda democratica, Alfonso Delfont
rimasto orfano trovò un impiego di archivista; ma se in esso fece prova
di intelligenza rivelò pure un carattere impetuoso e stravagante.
Arrestato per moti sediziosi, fu rimesso in libertà, ma perdette
l’impiego e cominciò allora nel suo cervello il fermento dell’odio
contro la società. Ad onta di questo un amico di famiglia venne in
suo aiuto offrendogli un impiego nella propria casa. Nè basta. Muore
uno zio ricco e gli lascia da vivere agiatamente. Entra nell’esercito
vi si distingue, è decorato, ha incombenze onorevoli. Qui si dovrebbe
far punto. Invece sempre per la violenza e l’alterigia dei suoi modi
schiaffeggia un superiore, è arrestato, condannato. Gli amici riescono
a farlo fuggire. Ripara in Tunisia, rifà la sua fortuna, è creato
bey... ma finisce all’ergastolo. Gravi, gravi assai questi problemi
umani!
Torniamo alle schiave bianche che per tante vie si riuniscono al
problema della delinquenza nata. Era certamente una di esse ch’io vidi
nel baraccone di una fiera; insensibile al freddo di un rigidissimo
gennaio sotto la maglia di cotone che la lasciava quasi nuda. Sulle
prime pensai anch’io che la povertà l’avesse ridotta a fare quel
mestiere e mi stringeva il cuore di profonda compassione. Se non chè,
guardandola, i tratti del suo viso me ne rammentarono altri veduti in
ben altri luoghi, tra i doppieri delle sale dove vanno i felici del
mondo. Erano gli stessi occhi luccicanti e superficiali, le stesse
mani ripugnanti al lavoro, lo stesso stigma di delinquenza scolpito in
fronte. Non avevo che a cambiare la maglia di cotone con un sontuoso
abito da ballo per vedervi fremere dentro la stessa lascivia. Che
cosa facevano di diverso quelle signore educate in collegio? Non si
offrivano forse per un gioiello o per un abito nuovo, tanto e quanto
questa poveraccia? E se pure per questa la causa fu la miseria, quale
scusa avranno avuta le altre e perchè non dovremo preoccuparcene?
Perchè non dovremo ricercare tutte le cause che spingono una donna
sulla lubrica via se vogliamo veramente trovare tutti i mezzi per
salvarla? La società può fare qualche cosa in questo senso ma non
riescirà a nulla se prima non si occupa ad elevare la coscienza
individuale.
Non vorrei pronunciare qui la parola virtù perchè è stata sciupata
dalle religioni che dividono gli uomini in due categorie: i credenti
e i non credenti. Ma questo parmi anche l’errore di certi sociologhi
i quali vogliono giustificare ogni bruttura, ogni vizio della classe
povera, quasi la classe che ha denari e coltura e che dovrebbe perciò
essere modello di perfezione, non ripetesse sotto altre forme le
stesse brutture, gli stessi vizii. Se non dunque virtù nel significato
chiesastico, chiamisi pure con altro nome il sentimento morale. Esiste
e non appartiene all’una piuttosto che all’altra classe, non può essere
il frutto di combinazioni materiali nè di materiali progressi. Sorge
da ogni classe e da ogni popolo, sorge fra i ceppi della miseria e
fra quelli dell’opulenza, fra la corruzione ignorante e la corruzione
sapiente. È desso che bisogna coltivare. Sorge raro e solitario,
sperando nelle conquiste ideali che la presente lotta di appetiti
intorbida e ricaccia in un lontano avvenire. Il trionfo della razza
umana sarà quello.
. . . . . . .
Ma non bisogna troppo affidarsi alla smania di collettivismo che domina
l’ora presente. Coloro stessi che intendono di abolire fin l’ultimo
privilegio di classe non faranno che spostarli dai nobili e dai potenti
ai poveri ed ai plebei, mentre la verità è che non vi sono meriti di
classe ma solamente meriti di persona. L’individuo vale per quello
che è, non per la classe cui appartiene, la quale ugualmente non può
nè inorgoglirsi nè vergognarsi di lui. Tutti gli uomini sono popolo;
l’uomo solo è qualcuno.
Lo stesso pregiudizio collettivista si infiltra nella questione
femminile e minaccia il problema delle schiave bianche. Torno a
ripetere volentieri che opporsi con tutti i mezzi all’inganno che trae
fanciulle innocenti sulla mala via e punire severamente i corruttori
sarà opera santa; non calcoliamo troppo tuttavia sopra questo mezzo;
esso è limitato al pari dell’influenza della miseria. Per ben altre vie
si turba e si corrompe l’animo femminile!
È anche necessario conservare un certo disprezzo per il fatto, non
scusarlo e ammetterlo con sì larga dose di irresponsabilità, quasi a
creargli intorno un’aureola di sacrificio e di poesia. Ricordiamoci
che nella maggior parte di queste donne c’è una disposizione morbosa,
una criminalità latente, non molto diversa da quella dei delinquenti
e al pari di essa cedevole a stimoli smodati di vanità, mentre rimane
insensibile a tutte le ragioni di ordine morale.
Infine, non vorrei mi si fraintendesse al punto di credere che la mia
povera prosa tenda a intralciare l’opera dei filantropi. Al contrario,
metto al loro servizio trent’anni di osservazioni sulla donna; esse
potranno valere almeno come documento che l’importante questione è
stata guardata da un altro punto di vista, con altro metodo e mezzi
diversi e la conclusione è questa: Avanti! Avanti! Non avete finora
fatto altro che sfiorare la corolla dell’immenso fiore del male. La
radice è molto più in fondo.
_LA DONNA DI SERVIZIO_
Per quanto umile possa giudicarsi questo argomento, esso è parte
così vitale della nostra esistenza quotidiana che non può a meno di
interessare il maggior numero dei lettori. Esso è inoltre un ramo della
grande questione sociale collegandosi cogli interessi degli abbienti e
dei proletarii, nonchè dei femministi.
Ho scelto questo vocabolo _donna di servizio_ a preferenza dei sinonimi
suoi perchè, figlio genuino del nostro dialetto è anche il più preciso,
il più chiaro, il più decoroso e indica perfettamente la persona unica
che nelle nostre famiglie borghesi aiuta la padrona nel disimpegno
delle domestiche faccende.
Fino a vent’anni fa dai borghi, dai paesucci, dai casolari, le
fanciulle sia che fossero orfane o che si trovassero male in
famiglia od anche solo ristrette e sopranumeraria al bisogno della
piccola azienda movevano alla città in cerca di servizio, il quale
rappresentava per esse l’asilo, la protezione, l’affetto. Perfettamente
conscie della loro condizione, senza il desiderio di escirne, in cui
luogo esisteva la volontà di distinguervisi e di farsi voler bene,
entravano nella nuova casa con sentimenti tranquilli. Avvezze al
lavoro, alle privazioni, agli stenti, al freddo d’inverno, al sollione
d’estate, al cibo insufficiente, apprezzavano il vantaggio di lavorare
in un ambiente sano, simpatico, al riparo dai morsi crudeli della
povertà, alloggiate e nutrite cento volte meglio che nelle proprie
case e di ciò si rallegravano, erano contente, erano paghe. L’ideale
allora era di restare sempre nella stessa famiglia, di vedervi morire
i vecchi, nascere i pargoli e dal loro umile posto prender parte
a tutti gli avvenimenti, battere con un sol cuore nel cuore della
casa. Invecchiate al servizio degli stessi padroni erano considerate
con affetto, con riconoscenza, pensionate o aiutate in tutti i modi
fino agli ultimi giorni. Era il tempo forse troppo calunniato delle
disuguaglianze sociali che se davano luogo ad abusi sviluppavano pure
gli istinti di generosità e di amore, i nobili sacrifici, le devozioni
a tutta prova.
*
* *
La donna di servizio di venti o di trenta anni fa vestiva di rigatino
in foggia semplice e pratica, portava camicie solide di grossa tela
resistente, la cui durata veniva considerata rigorosamente al momento
dell’acquisto e in tutta la sua persona l’armonia fra l’essere e il
parere rimaneva intatta, specchio felice dell’anima sua. Ricca di
sentimenti affettivi, ella incominciava ad affezionarsi alla cucina
che chiamava subito sua e dove le fiammate di legna sotto la pentola
e il rosseggiare delle bragie sul fornello e il luccicchìo del rame
appeso alle pareti mettevano una nota di calore raccolto di cui spesso
approfittavano i padroni, venendo gli anziani a scaldarsi la schiena
alla fiamma dopo pranzo ed invariabilmente i bimbi a tutte le ore del
giorno. Quando poi il focolare era spento e con esso la luce (poichè
insufficiente riusciva da solo il lumino prima ad olio indi a petrolio)
la donna di servizio prendeva la sua calza di grosso cotone bianco o
rosso e andava a lavorarsela in saletta, vicino alla padrona che faceva
presso a poco la medesima cosa ed ai bambini curvi sui loro còmpiti.
Non è vero che era così?
Orbene, tutto ciò è scomparso irremissibilmente. Il moltiplicarsi
delle fabbriche, diffondendo nelle campagne l’ansia di una vita nuova,
apre alle giovani una porta che fa loro intravedere la giocondità
tumultuosa di una giornata cui fa seguito una libertà senza confine
e la maggior parte di esse non esita un solo istante. Andare alla
fabbrica rappresenta ai loro occhi la compagnia, la solidarietà,
l’indipendenza — a ore fisse è vero — ma sicura e senza controllo.
Hanno ragione? Hanno torto?... Un domestico del duca di Choiseul che fu
ministro sotto Luigi XV rifiutò la promozione che il suo padrone gli
offriva di passare da valletto d’anticamera e guardaportone perchè —
diceva lui — stando negli appartamenti aveva occasione di vedere trenta
volte al giorno il duca e la duchessa e giù, alla porta, non avrebbero
fatto altro che passare di tanto in tanto. È tutta questione di punto
di vista, di maniera di sentire ed anche di valutazione del proprio
interesse. È certo però che una tale simpatia di rapporti fra padroni
e dipendenti doveva rendere assai più bella la vita di entrambi e far
loro considerare come una sventura la separazione, che infatti avveniva
di rado e solo per circostanze imperiose.
*
* *
Nelle tradizioni della prima metà del secolo abbondano gli esempii
di unioni indissolubili, emergenti sopratutto quando la sventura si
abbatteva sopra una famiglia accomunando la padrona e la donna di
servizio nella medesima sorte. Ma, caratteristica che non bisogna
dimenticare per conservare il fatto nella sua vera luce, sia
nell’opulenza, sia nella povertà fraternamente divisa, mai si offuscava
quel sentimento di diversità di classe che spingeva la padrona e la
donna di servizio a compiere ognuna per proprio conto una conquista
più in su dell’eguaglianza, più elevata del diritto; una conquista che
agitando gli occulti slanci di altruismo, assai prima che questa parola
venisse di moda, guidava con semplicità al vero amore del prossimo.
Non è per rimpiangere il passato che io vado ora esumando queste
memorie. Esso, l’ho già detto, è morto irremissibilmente; ma volendo
occuparsi della questione è necessario mettere a raffronto i due
termini di passato e di presente per vedere che cosa si può sperare in
seguito.
Come sia la donna di servizio attualmente ognuno lo può osservare da
sè. L’ingenuità delle Pamele, delle Bettine, delle Lisette, argomento
di romanzi patetici e commoventi, non esiste più. Nelle stalle
e nei crocchi rusticani si leggono ora le appendici del giornale
cittadino che l’operaio si è dato la briga di ritagliare e di cucire
diligentemente per farne dono, reduce in paese, alla sua bella. La
prima applicazione della cultura appresa a scuola, in un paese di mia
conoscenza, venne fatta da fanciulle di quindici o vent’anni sulla
_Nanà_ di Zola. Non occorre dilungarsi in dimostrazioni. Il fatto,
variamente ma insistentemente ripetuto, incomincia a portare un primo
squilibrio nelle menti giovanili che si trovano per tal guisa sbalzate
nei pieni marosi dell’esistenza senza bussola non solo, ma anche senza
barca. Così quando una fanciulla invece di arruolarsi alla fabbrica
si decide per il servizio in città, ella è già così corrotta, se
non di costumi, di immaginazione, che al contatto del lusso e delle
infinite tentazioni della vita moderna non ha nulla da opporre, nemmeno
una virtù che sfuggita ai freni della religione è troppo debole per
raggiungere altre vette, e si adagia nella indifferenza della morale
comune. La fiamma di libertà e di eguaglianza che ella ode crepitare
intorno, non potendo nel piccolo edificio dei suoi pensieri raggiungere
l’altezza dei pensatori che la attizzarono, scalda, morde, rintuzza
gli istinti volgari a danno principalmente suo, anzi suo unicamente.
La meta per lei non è più, come era per le sue bisavole, la conquista
dell’affetto, della rispettabilità, della vecchiaia assicurata.
Attraverso il fumo che la involge non vede altro che il lusso. Vestire
come le signore, avere la stessa foggia di camicie, lo stesso colore
degli abiti e portare il cappello, ecco l’apice dei desideri di questa
infelice. Come si fa a persuaderla che la felicità non è lì?
*
* *
Dal tempo delle Pamele, delle Bettine, delle Lisette, i salari sono
raddoppiati senza che la donna di servizio veda raddoppiare le spese
di alloggio e di vitto il cui straordinario rincaro è tutto a carico
dei padroni. Il doppio dunque del salario che ella percepisce, se si
considera che gli oggetti di vestiario sono la sua sola spesa e costano
ora molto meno di un tempo, dovrebbe accumularsi in risparmi a suo
totale beneficio, rendendo questa professione una delle più lucrose
e delle più ambite. Ma i risparmi non si fanno perchè la donna di
servizio sente ora il bisogno di portare trine e falpalà che se anche
costano poco si rompono facilmente, di cambiare ad ogni stagione la
foggia degli abiti ed anche questo costa. Vestire come la padrona
è il suo assillo e questa eguaglianza la rovina senza darle un solo
giorno di felicità, perchè l’inseguimento febbrile dell’apparenza le
fa trascurare l’intima conquista che avvicinava realmente i servitori
di una volta ai loro padroni. Al concetto della previdenza e del
risparmio si è sostituito quello del godimento. La cicala ha sovvertito
la formica. Affezionarsi ad una casa e ad un padrone che sostituisca la
propria casa e la propria famiglia, questo cardine della antica persona
di servizio, fa ora alzare le spalle. Guadagnare di più per spendere
di più. Ecco il credo moderno. Chi ode mai l’antica frase: _la tal cosa
non è della mia condizione_. Tutte le cose sono ora di tutti gli uomini
e tutte le condizioni sono pari, non è vero? Soffermiamoci un istante
che questo è davvero il punto spinoso.
Tutte le cose sono di tutti gli uomini. Bellissima dichiarazione, ma
qual’è l’uomo che possiede tutte le cose, astrazione fatta di colui
che tutte le tiene nel suo cervello e che una volta si chiamava il
saggio? Tutte le condizioni sono pari. Ed è vero; ma pari davanti a
che? Tra loro no, evidentemente, perchè un macellaio, uno scrittore, un
tintore, un suonatore di violino, un medico, un imbianchino, un maestro
non possono vestire allo stesso modo, nè allo stesso modo lavorare, nè
ogni singolo lavoro misurare ad eguale stregua. Io direi piuttosto che
tutti gli uomini sono eguali in qualunque condizioni si trovino e ciò
è, nonchè giusto, chiaro. Eguali cioè nella dignità e nella libertà
d’uomo. A tale riguardo la donna di servizio ha diritto allo stesso
rispetto ed alla stessa considerazione della signora ed anche di più
se ella è onesta e la signora no. Questa è la grande conquista che la
civiltà ha fatto sulle barbarie e va spiegata al popolo con precisione
nel suo significato elevatore, se non si vuole che gli ignoranti se la
spieghino da sè, snaturandola a tutto beneficio dei bassi istinti; e da
questo punto precisamente incominciarono i doveri dei padroni.
*
* *
Accagionare la donna di servizio del disordine della sua mente, in
un momento di transazione com’è il nostro e mentre il disordine è
generale, non sarebbe giustizia. Se tutte le donne, di tutte le classi,
sono agitate, qual meraviglia che si agiti anche la donna di servizio?
Ed è pur naturale che la sua agitazione davanti ai nuovi ideali
democratici conservi la scorie delle aristocrazie antiche, cioè il
pregiudizio e l’errore che le fanno accettare l’apparenza qual meta e
la persuadono di eguagliarsi alla signore prendendone le vesti. Non è
facile certamente togliere ad una mente rozza questa conquista puerile
resa così accessibile per le migliorate condizioni materiali, ma è
necessario accingervisi. Il principio democratico se vuole conservare
il suo posto fra gli ideali deve promulgare l’eguaglianza morale ed
è una negazione assoluta di tale eguaglianza il vergognarsi di essere
operaio o domestico. Gli uomini devono esser eguali, non le vesti; e
dal momento che ogni professione ha esigenze ben definite, nessuno pure
dovrebbe rammaricarsi di sembrare esteriormente quello che è in realtà.
Quando avremo fatto questo passo sulla via del progresso molti attriti
scemeranno e si può sperare che invece dell’odio e dell’invidia che
dividono le classi, una reciproca intelligente comprensione del vero
ristabilirà i rapporti affettuosi fra padroni e domestici.
E però tra i padroni d’oggi troppo di frequente si contano i villani
arricchiti a cui manca ogni tradizione di famiglia e che imbevuti
della arroganza degli ultimi arrivati nulla fanno per affezionarsi e
per educare i propri domestici; anzi si direbbe che col loro contegno
mancante di tatto, di opportunità e di gentilezza contribuiscono al
loro corrompimento.
_ATTIVITÀ FEMMINILE_
Da noi — mi diceva una signora tedesca — il cuoco maschio non esiste;
in cucina è la donna che lavora.
E va benissimo. Sono anche pronta a concedere che in certi negozi
a misurar trine e nastri, a spiegare velluti, a vender guanti,
profumi, spilli, saponette, ventagli, ombrelli, calze, le donne
ci starebbero meglio che gli uomini. Concedo pure che in un ordine
superiore le maestre allarghino i loro orizzonti fuori delle prime
classi e conquistino gradi più elevati di insegnamento quando speciali
disposizioni ve le attraggano; così come le dottoresse di bambini
potrebbero trovare un posto fra la levatrice e il medico e nelle
Gallerie d’arte invece dei bidelli neghittosi meglio starebbe una donna
con un lavoretto in mano.
Tutte queste occupazioni non escono dalle attitudini femminili e
non snaturano la missione della donna. Ma quanto al divenire capi
di officina, direttrici di strade ferrate o di trasporti marittimi,
banchieri, deputati, ministri, come è nelle idee di qualcuno che
abbiano a divenire, non solo non lo credo attuabile ma non lo credo
perchè tale utopia non è nè bella nè utile, quindi senza ragione
d’essere.
Veramente i miei avversari di ragioni ne espongono parecchie. Troppe io
direi e spesso contradditorie; ma quelle che maggiormente si impongono
sono tre: Per rendersi economicamente indipendenti. Per rivendicare il
diritto all’uguaglianza. Per essere felici fuori della famiglia e del
matrimonio. Chi non vede che quest’ultima le riassume tutte ed è forse
la sola che a loro preme? Ma procediamo con ordine.
Dire che tutte le donne, principesse o contadine, dipendono
economicamente dall’uomo[2] non risponde alla verità, perchè noi
sappiamo che le donne ereditano al pari dell’uomo e nelle famiglie
provvedute di censo esse dispongono della loro rendita liberamente.
Le donne povere poi hanno sempre lavorato quando hanno potuto farlo
ed anche quando i bisogni della casa e dei bimbi le avrebbero così
utilmente ritenute fra le domestiche pareti; onde parmi che se un
progresso è desiderabile questo è appunto che ogni madre di famiglia
attenda alla famiglia e solo le giovani cerchino occupazione altrove.
Per ciò basterà, come ho detto sopra, che gli uomini cedano alle loro
compagne alcuni impieghi e professioni meglio adatte alla natura
femminile senza che la donna invada tutte le attività maschili per
le quali, oltre al non essere indicata dalla natura, è contrario
l’equilibrio sociale e il suo stesso interesse, perchè, già difficili
gli impieghi per gli uomini, quando in grazia della concorrenza
troveranno i posti occupati, dovranno stare essi in casa ad aspettare
il salario della moglie. Sarà questa una bella conquista per
l’uguaglianza.
Si osserva che le mercedi essendo scarse il guadagno della moglie aiuta
quello del marito a tirare innanzi la famiglia. Ma come tira innanzi?
Una buona donnina scossa dalle parolone dei rivendicatori mi assicurava
col candore dell’innocenza che in casa ella non aveva più nulla da
fare e si sarebbe per ciò associata ai negozi del marito. — E i suoi
tre figliuoli? — le domandai — Il primo lo tiene mia madre, il secondo
mia sorella, il piccino è in casa colla donna di servizio. — Risposta
testuale.
Io non ebbi il coraggio di ridere in faccia alla donnina perchè
evidentemente si trovava in piena buona fede, ma il fatto di tre donne
sostituite ad una che diserta il suo posto è abbastanza eloquente per
l’uguaglianza, per l’economia ed anche per l’educazione della prole.