Tutto ciò che dissi fin qui si rivolge alle donne che pensano sul

serio a divenire scrittrici. Per le altre, per le dilettanti, la via

è larga e se esse si accontentano dei successi da salotto e di un

paio di talleri per i loro guanti, non c’è nulla a dire. Solamente è

accendere ben molte girandole per ottenere un lumino da cercar lumache.

Quando la gloria e il guadagno debbono restare così lontani, non val

meglio rinunciare ad una impresa dove si sciupano invano tante energie

che troverebbero migliore impiego altrove? Questo io dico alle donne

seriamente, onestamente, persuasa di fare a qualcuna un momentaneo

dispiacere, e me ne duole, ma più persuasa ancora di evitare loro

rancori e disinganni.

A scrivere per sè ogni donna intelligente riesce a meraviglia. Scrivere

per il pubblico invece è tutt’altra cosa ed è cosa difficilissima, che

non si insegna e non si impara, ed anche quando la si sa è traditrice

sirena che troppe volte trascina a naufragare fin sotto i fanali

del porto. Guardiamo quante signore recitando in casa propria per i

loro amici, o altrove in serate di beneficenza ci meravigliano per

la grazia, l’efficacia, il calore della loro recitazione; ci sembra

che esse non avrebbero da far altro che salire i gradini di un vero

palcoscenico per essere pareggiate alle attrici più in voga. Ma ci

inganniamo. Portate fuori dal loro ambiente, dal circolo ossequioso

che le sorregge, dalla libertà e dalla limitazione della loro parte,

dall’eccitamento momentaneo, dalla sicurezza che qualunque cosa accada

non rischiano nulla in quella posta e che resteranno anche dopo le

signore di prima; cambiati tutti gli accessori, e il lavoro, e il

pubblico e lo scopo, vorrei vedere quante di loro si salverebbero!

C’è una ragione brutale che, ove non ve ne fossero cento altre,

basterebbe a creare la differenza tra il dilettantismo e la professione

d’arte; la ragione del denaro. Quel denaro a cui mirate con tanta

ansia, credete che il pubblico se lo lasci levar di tasca senza una

terribile lotta? Pensate che il pubblico quando ha pagato diventa

dispotico e quando non è contento, feroce addirittura. Tutte le scuse

che salvano il dilettante, non valgono per l’artista; si può compatire

il primo, ma per gli errori del secondo non vi sono che fischi.

Ah! se non sapete, se non intuite cosa vuol dire trovarsi soli dinanzi

alla massa del pubblico che non conoscete, fra cui sono indifferenti,

distratti, idioti, maligni, invidiosi, vanitosi e appena qua e là,

lontana e isolata, qualche rara anima che vi ascolta con simpatia,

che non può parlarvi e che voi cercate disperatamente coll’ardore

del vostro desiderio; se non sapete, se non intendete la dolorosità

del distacco di quella parte di voi stessi che va a fecondare gli

altri sollevandoli un istante dal torpore in cui vivono, e quanto

del vostro sangue dei vostri nervi, del vostro cerebro dovete dare

per giungere fino ad essi, per scuoterli, per infiammarli, per farli

palpitare insieme a voi; se non sapete, se non intuite in mezzo

alla vostra grande passione l’oltraggio di un sorriso ironico, il

susurro agghiacciato dalla disapprovazione... e il vuoto della folla

che si ritrae, mentre un sibilo viperino vi sferza il volto... ah!

se non capite, se non intuite questo strazio e non siete preparati

ad affrontarlo con reni di bronzo, con muscoli d’acciaio pronti al

rimbalzo, non illudetevi neppure di poter strappare al pubblico quel

grido di belva domata che solo segnerà la vostra vittoria.

_FEMMINISMO STORICO_

Un piacere vivo, quasi un conforto ad una lunga fede, io provo tutte

le volte che leggo vite, biografie o studi di donne antiche, di donne

morte, di quelle donne che il femminismo moderno addita sempre in

prova di vile servaggio, di compressa intelligenza e che pretende

redimere dalle odiose catene del maschio. Prendiamo un esempio di

prosa femminista per intenderci meglio. “Vogliamo lo sfacelo di tutti

i pregiudizi che per succedersi di secoli curvarono la donna sotto

il loro giogo impedendole ogni esplicazione alta e serena delle sue

facoltà intellettive e spirituali. Vogliamo poter vivere secondo i

nostri gusti e le nostre tendenze, vogliamo lottare e lavorare e se un

sogno di gloria ci arride che ci sia permesso di realizzarlo. Scompaia

la vana bambola, il prezioso gingillo, e sorga libera e redenta la

donna capace di ispirare all’uomo nobili e grandiose azioni„: Questo è

ciò che io lessi in un giornale di propaganda.

Dunque la donna non ebbe mai fino ad ora esplicazione alta e serena

delle sue facoltà intellettive e spirituali; non ha mai vissuto secondo

le proprie tendenze, non ha mai lottato, non ha mai lavorato, non

realizzò mai nessun sogno di gloria! Tenetevelo per detto o sante,

o eroine, o martiri di tutti i tempi, regine e principesse gloriose

in trono, poetesse gloriose nelle leggende antiche, nelle Corti del

Cinquecento, nelle Accademie del seicento, nei salotti del settecento;

madri gloriose dei Genii, amanti gloriose, donne, legioni gloriose di

donne i cui nomi sono inscritti nei fasti più puri della religione,

della patria, della genialità intellettuale; voi non valete nulla,

siete tutte bambole, gingilli, zeri. Vorrei nominare qualcuna, ma

esse sono milioni. Insieme alle lagrime di S. Monica scorrono fiumi di

lagrime materne; fiumi di sangue femminile scorrono insieme al sangue

di Giovanna d’Arco; e il senno che Cristina e Maria Teresa ebbero

in trono, milioni di donne lo ebbero nel reggimento della famiglia

e dei negozi. Se le madri di Lamartine e di Goethe, se le mogli di

Carlyle, di Michelet, di Confalonieri, di Garibaldi ebbero una pubblica

esplicazione dei loro meriti, quante e quante virtuose, intelligenti,

forti, attive, energiche, seminarono nell’ombra i loro tesori di mente

e di cuore; ma allora non c’era il femminismo e si tira una riga alla

storia.

È adesso che si incomincia a capire quali bambole fossero le donne del

Testamento e di Roma pagana, fino alle prime martiri del Cristianesimo

e alle monache del Medio Evo e, diciamo pure, alle Cortigiane poetesse

della Rinascenza trasformate a traverso i secoli nelle dottoresse

laureate alle Università del seicento, nelle eroine, perseguitate

e uccise al tempo del Terrore, esuli volontarie nelle steppe della

Siberia, compagne ai congiurati per la libertà della patria nelle

carceri di Napoli e di Mantova. È dalla scomparsa di questi preziosi

quanto inutili gingilli che deve sorgere la vera donna capace di

ispirare all’uomo nobili e grandiose azioni.

Oh! Beatrice, come mai potè il sommo Alighieri illudersi al punto da

creare per te un paradiso? E come potè la marchesa di Pescara nella

impossibilità di esplicare le proprie facoltà intellettive e spirituali

lasciarci poesie che si ammirano ancora e avvincere a sè nella aureola

purissima dell’ammirazione il più grande ingegno del suo tempo?

So già che quando avrò pubblicato queste pagine una qualche donna

buona, gentile ed illusa dal miraggio femminista mi dirà “Ma non

è vero che molti pregiudizii gravarono per lo passato e gravano in

parte ancora sulla vita della donna e che troppa parte di esse vive

in frivole occupazioni assorta? Non è nostro dovere elevare le sorelle

a più eccelso ideale?„ Al che rispondo subito: Sissignora, pregiudizi

ve ne furono e ve ne sono; errori anche ed anche colpe; ma mi provi,

di disgrazia, che si esercitarono solo sulla donna e che l’uomo ne

fu immune, allora potremo sollevare una questione femminista; fino a

dimostrazione contraria mi lasci credere che esiste una sola questione

la quale non è nè di femmine nè di maschi perchè è semplicemente la

questione dell’umanità. Una volta i costumi erano rozzi, l’ignoranza

maggiore, maggiori gli abusi — ciò tanto per la donna quanto per

l’uomo — e quando progredirono, progredirono insieme e insieme furono

liberi. Frivole e stolte donne si ebbero, si hanno, si avranno, tale

e quale uomini frivoli e stolti. Tutti abbiamo bisogno di educarci,

di migliorarci, e questo è quanto. Che bisogno c’è di una questione

femminista dal momento che uomo e donna non formano che un essere solo?

Là, là, le conosco le opinioni del signor Lombroso sulla pretesa

inferiorità della donna, ma sono persuasa che in fondo non ci crede

neppure lui. Come può un naturalista ammettere che servendosi dei

medesimi mezzi si mettano al mondo alternativamente esseri superiori ed

esseri inferiori? Si potrebbe crederlo forse se i maschi li facessero

gli uomini.

Nè superiori nè inferiori — ecco la formula del buon senso. Se vi

sono delle differenze sono differenze di sesso che indicano appunto

le diverse missioni nelle due parti del medesimo tutto. L’attività

cerebrale e muscolare è indispensabile alla parte maschio e non lo

è alla femmina, la quale ha ben altro a fare che sollevar pesi e

calcolare incognite, perchè mi vorrete concedere che se a cercar

fuscelli s’adoprerebbe volendo anche la femmina, il maschio non

saprebbe in alcun modo ponzare le uova. E questa è la ragione che

taglia la testa al toro.

Ma datevi pace, o femministi; se i doveri della donna non sono

esattamente quelli dell’uomo, ciò non è da ascriversi a preconcetti

arbitrari mummificati in vecchie forme, come si va dicendo, sibbene

dalla natura stessa che non aspettò le nostre dispute per conformare i

due sessi in modo diverso imponendo a ciascuno date funzioni vitali che

non si possono nè confondere nè scambiare.

E se la missione della donna così gelosa, così delicata, così alta,

così unica, le richiede spesso l’assorbimento di tutte le altre facoltà

non compiangetela ma invidiatela. L’uomo sperpera ed ella raccoglie le

forze della vita.

*

* *

Gli studi presentati nel volumetto che porta il titolo di _Femminismo

storico_[1], e che sono sette, non accennano a una vera attitudine

di combattimento, quantunque nell’ultimo studio su Giorgio Sand

l’autore lanci qualche frecciata agli anti-femministi chiamandoli a

giudicare la virilità dell’ingegno della insigne scrittrice; il che

non vuol dir nulla per la causa del femminismo o direbbe precisamente

l’opposto di quello che esso sostiene, cioè che i pregiudizi, le

imposizioni, i legami, le così dette tirannie del sesso forte non

impedirono un eccezionale ingegno di donna di farsi la sua strada

nel mondo. L’esempio di Giorgio Sand sarebbe importante solo quando

si riuscisse a dimostrare un vantaggio per l’umanità se tutte le

donne le somigliassero. _Quod non est in votis_, mi pare, con tutta

l’ammirazione dovuta a Giorgio Sand e che ben volentieri le rendo.

Del resto leggiamo qui accanto il bozzetto di un’altra scrittrice

celebre, incensata, adulata, laureata, con tutte le gioie infine e

le soddisfazioni promesse dal femminismo; e tanto infelice, tanto

infelice che vorrebbe morire, e morì infatti, perchè il suo Collatino

non la corrisponde di pari affetto. Ho nominato Gaspara Stampa. Peccato

ch’ella non possa venire a dare il suo voto nell’ardente polemica

spezzando l’avello su cui sta scritto:

Per amar molto ed esser poco amata

Visse e morì infelice, ed or qui giace

La più fedele amante che sia stata.

Se scrivessi un articolo critico dovrei elogiare la molta erudizione

addensata in questo volumetto, desiderando una maggiore semplicità

di stile e un freno alle soverchie immagini; se un articolo morale

rallegrarmi coll’autore per avere inneggiato largamente nelle sue

eroine l’onestà; ma volendo considerare anzitutto la forza evocatrice

che dà vita a questi bozzetti mi compiaccio di ritrovarla tale che ci

fa rivivere nella precisione colorita della sua cornice il bel ritratto

antico. Udite:

“Dalla sua stanza che mi figuro aperta per una trifora aguzza, il cui

marmo gareggi in sottili spume coi merletti di Burano, su la laguna,

ella non ode le allegre voci del popolo tripudiante; è forse la festa

dell’Ascensione... è l’incoronazione di una dogaressa... Gaspara non se

ne cura. Sola nella remota stanza, guarda il cuoio dorato delle pareti,

i tappeti di Arras, il liuto che le giace a lato, il muso aguzzo del

suo levriere e vede dappertutto come fosse veramente inciso ne’ suoi

occhi umidi e nel suo povero cuore la figura del conte Collatino di

Collalto! Invano un recente “Aldo Manuzio„ le posa aperto sul grembo;

invano la tenta l’ultimo sonetto di monsignor Della Casa. Sul tavolino

a tarsie il _Sogno di Polifilo_ del monaco Francesco Colonna mostra

le aperte pagine nitidamente incise, invano... Ella sorge dall’alta

seggiola dalla spalliera in forma di lira, come quelle che vediamo

nelle tele del Carpaccio, si appressa al balcone... e pensa che laggiù

nell’acqua verde del Canalazzo troverebbe forse il riposo„.

*

* *

Maria Antonietta, Laura, Giulia Récamier sfilano l’una dopo l’altra

accarezzate con grande compiacenza dall’autore che ne ammira sopratutto

la dote essenzialmente femminile della bellezza. Si direbbe anzi che

questa sensazione della bellezza lo ubriaca e gli fa perdere qualche

volta la misura. È forse per ciò che la sua anima pagana nutrita di

classici splendori si raccoglie meglio dove maggiormente ne è pomposo

il culto. Leggiamo la descrizione di Cleopatra: “Quale meraviglioso

sogno di poeta può eguagliare la magnificenza della regale trireme

che porta Cleopatra verso Tarso, navigando sulle brune acque del

Cidno? La poppa è d’oro, i remi tutti d’argento, di porpora le vele

che quali enormi farfalle fendono l’aria luminosa. Da tripodi d’oro

si innalzano verso il cielo molli e sottili profumi; fanciulle vaghe

come Nereidi recano intorno coppe preziose colme di vino biondo come il

miele; garzoni belli come fanciulle offrono in piatti d’oro dolciumi

prelibati; piccoli Etiopi bruni e lucenti agitano grandi ventagli

composti colle piume di uccelli rari. Sopra il suo trono scintillante

di gemme, tra la pompa di tappeti molli come chiome di Ondine, la

Regina sta e aspetta vestita di porpora e di bisso: il serto regale

cinge la sua breve fronte bianca come la luna, i suoi occhi splendono

più delle gemme, la sua chioma profonda come le tenebre le ricade sugli

omeri ignudi. Sistri e flauti, celati alla vista, suonano voluttuose

melodie e la trireme si avanza maestosa„.

Non è vero che l’evocazione è perfetta? Ma l’autore è così innamorato

del suo soggetto che soggiunge ancora: “Creare della gioia e beneficare

l’umanità. Cleopatra fece della sua vita una grande opera d’arte. La

sua vita è un capolavoro vissuto„. Su la qual cosa non credo che i

femministi saranno d’accordo con lui.

Lo studio però che mi sembra più serio e più riuscito è il primo:

Isabella d’Este Gonzaga. Della deliziosa principessa che si era

composta “per sè ed a sua gloria una esistenza conforme alle sue

inclinazioni„ che tutta visse per l’arte, per la grazia, la cui anima

fresca e vibrante irraggiava su quante cose le stavano intorno, e

che fu tanto saggia quanto bella, si hanno parecchi ritratti. Io però

crederei di non sbagliare affermando che nessuno le somiglia, perchè il

fàscino delle donne come Isabella d’Este difficilmente si può fissare

sopra una tela. Essendo tutta luce e profumo di intellettualità, solo

un genio ne conoscerebbe e potrebbe afferrarne il segreto. È veramente

di Isabella il profilo disegnato da Leonardo da Vinci? Potrebbe, ma non

ne siamo sicuri e tale incertezza paralizza i nostri entusiasmi. Alla

Esposizione femminile che si tenne una di queste primavere in Milano

vidi pure un ritratto molto suggestivo attribuito a questa principessa,

senonchè il secolo decimoquinto è assai lontano e senza dubbio faremo

meglio ad affidarci alla nostra immaginazione. L’autore del libretto ce

ne offre l’esempio accomodando da par suo la splendida cornice. Ecco:

“Così amo io evocarla, magnificamente bella e soave, in una lunga

veste di broccato d’oro dalle ampie maniche foderate di ermellini o

di vaî, cinto il collo, adorna la fronte di gemme che pur scintillano

meno dell’oro della sua chioma. Intorno a lei tutta la società del

Rinascimento; bellissime dame e damigelle, adolescenti dalle lunghe

chiome, cavalieri serrati nelle cotte di velluto, di zendado o di

ermesino, scintillanti d’armi damaschinate. Volan per l’aria le strofe

di Poliziano e di Lorenzo, si slancia verso il cielo la recente cupola

di Brunellesco, ridon per tutta Italia le tele di un manipolo di grandi

che comunicano altrui la gioia dei loro sogni immortali„.

*

* *

E basta in fatto di citazioni. Lo studio su Isabella d’Este che

vivendo in comunione di idee cogli uomini più insigni, cogli artisti

più geniali, nella sua bella dimora di Mantova, felice e serena, si

presenta certamente come la figura femminile più equilibrata e più

limpida del periodo quattrocentesco, ispira al suo moderno panegirista

una specie di invocazione a tutte le donne perchè abbiano a donarsi

all’adorazione dell’arte, la sola verità terrena immutabile, la

consolatrice eterna, quella che non tradirà mai e sarà per i cuori

assetati di ideale una luce imperitura.

No dico di no. L’esortazione se non altro è nobile e bella e a non

prenderla troppo alla lettera potrà anche essere utile. Dio ci guardi

tuttavia dal cadere nell’errore, tanto comune in questi tempi di

uguaglianza, che si possano foggiare le anime nella stessa guisa dei

vestiti e che basti una pennellata di rosso o di bianco per metterle

nella tinta di moda. Dell’arte si può dire quel che madama Guizot

diceva della ragione: “La raison, par malheur, n’est faite que pour les

gens raisonnables„. Oh! senza dubbio fin l’ultimo ciuchino è persuaso

di ragionare e provatevi un po’ a domandare a Tizio ed a Sempronio

se amano l’arte: vi risponderanno che ne van pazzi. Ma in verità vi

dico che le vere anime d’artista sono rare e fuori di questo stato

speciale di grazia l’arte serve anch’essa come tante altre cose belle

a creare degli spostati e dei disgraziati. Lanciamo pure questa tavola

di salvezza nel mare burrascoso delle vanità, ma non illudiamoci che

essa tragga a salvamento il gregge umano. Solo qualche forte vi starà

aggrappato.

Ben vengano tuttavia queste ricostruzioni di ideali o morti o

travisati. Anche se la maggior parte dei lettori non vorrà vedervi

che l’interesse di una storiella qualunque, cadrà pure in un’anima

vigile la buona semente, e se questa è un’anima femminile sarà Isabella

d’Este ancora che ci sorriderà nel suo individualismo squisito di donna

intelligente e buona.

_SCHIAVE BIANCHE_

Due donne, l’una seduta ritta, l’altra sdraiata sopra un divano con

una sigaretta fra le dita: questo il gruppo che uno scultore milanese

presentò alcuni anni or sono ad una mostra di belle arti col titolo:

_Schiave bianche._ Il gruppo per ragioni di pudore fu respinto e

durante qualche tempo, esposto nella vetrina di un negozio, attirò gli

sguardi di tutti i curiosi i quali naturalmente scissi in due fazioni

approvavano o biasimavano il verdetto del comitato.

Per verità il gruppo in sè stesso non giustificava il rigore del

rifiuto. Nulla vi era nella posa e nell’abbigliamento delle due donne

che potesse stonare in mezzo alle ninfe ed alle bagnanti, assai meno

vestite, che sogliono popolare le esposizioni. Il titolo fu quello che

impaurì i signori della giuria. Coll’innocente appellativo di _Oziose_

o qualsiasi altro del genere, il gruppo sarebbe passato senza lode

e senza infamia, inosservato forse. Ma si chiamava _schiave bianche_

coll’evidente intenzione di oltrepassare il fine dell’arte, richiamando

il pensiero sopra una questione d’ordine morale; e la commissione

per le belle arti, presa così all’improvviso da una metafora che le

metteva brutalmente dinanzi ciò che gli uomini sogliono relegare

nelle loro memorie più nascoste e più gelose, si impennò, arrossì

di tutte le debolezze passate, presenti e future, come se una mano

violenta avesse strappato a quei signori l’ultimo velo del pudore.

Cento ricordi lontani, dimenticati, soffocati, reietti nel cantuccio

più vile dell’essere, come si cela la biancheria sudicia nel punto

più buio della casa, dovettero sorgere nell’animo di quelle egregie

persone. Cittadini, mariti, padri, essi non potevano permettere che le

loro spose e le loro figlie contemplassero riprodotta nella plasticità

della creta e nell’aureola dell’arte, l’infima vergogna del sesso;

senza riflettere che gli ignari di quelle vergogne ben poco l’avrebbero

scorta nel gruppo incriminato, anche coll’aiuto del titolo.

Da allora, saranno circa dieci anni, l’argomento è salito agli

onori della pubblica discussione e su questo soggetto delle schiave

bianche si tennero conferenze, si scrissero articoli, si stabilirono

commissioni, si apersero collette. Le donne oneste non temettero di

mischiarsi al movimento, non solo, ma furono le prime a promuoverlo,

le più ardenti a sostenerlo. Si potrebbe forse osservare che mancano

un poco dell’esperienza del loro soggetto.... non certo di fede e di

buona volontà! Ma anche la fede e la buona volontà hanno il loro lato

manchevole quando si tratta di questioni tanto complesse. Mi pare

intanto di dover avvertire che l’impostazione stessa della guerra

che si vuol muovere pecca di vedute corte, unilaterali, vociando

troppo quel ritornello ormai frusto per essere passato e ripassato

su tutti gli organetti: _la miseria e l’ignoranza_. Colla miseria e

coll’ignoranza oramai si vuol spiegare ogni cosa.

Premetto che l’opera di protezione per le fanciulle pericolanti o

abbandonate è santa come tutto ciò che si fa in pro della giovinezza

santa ma non nuova; ammetto che molte fanciulle sono tratte

coll’inganno alla mala vita e qualcuna, ma qualcuna appena, dalla

miseria. Sta bene. Si faccia per queste poverette tutto quello che si

deve e vada ad esse la compassione materna di tutte le donne. Credere

però che vincendo la miseria e l’ignoranza (poichè le due parole si

ripetono insistentemente su tutti i toni e _sole_) venga sciolto il

doloroso problema, è accordare a fattori materiali una importanza

esagerata e di gran lunga inferiore alla loro potenzialità. Chi afferma

che la miseria e l’ignoranza traggono la donna all’estrema degradazione

dice parte della verità, non tutta la verità. Io anzi non mi perito

ad asserire che la miseria e l’ignoranza non forniscono che una

centesima parte di contingente al vizio, il quale si alimenta a fonti

ben altrimenti oscure. Col voler dare alla miseria ed all’ignoranza

tutta la colpa delle abbiettezze umane si sottrae l’attenzione

della coscienza all’esame delle altre cause prevalenti; e ciò è di

gravissimo danno, perchè non bisogna dimenticare che una molla lasciata

inoperosa si guasta. Così deve essere dei sentimenti di dignità e di

responsabilità che la comoda teoria di buttar tutto sulle spalle della

miseria e dell’ignoranza finirà col paralizzare completamente.

No, io non posso interessarmi ai miglioramenti materiali che tanto

appassionano al giorno d’oggi perchè non vedo in essi alcuna forza

di veri ideali. Se il denaro e l’istruzione (quanto denaro e quale

istruzione?) bastassero a risolvere il problema morale, esso sarebbe

già risolto in una maggiore moralità delle classi ricche. I ricchi

provvisti di denaro e di istruzione dovrebbero essere il modello della

virtù. Abbiamo noi questo? Credo bene che nessuno vorrà affermarlo. E

allora? Questo è il nodo della questione.

Gli operai francesi che si citano sempre per i lauti stipendi e per

la maggior coltura non sono più degli italiani viziosi ed alcoolici?

Le operaie del Belgio che guadagnano quanto gli uomini e insieme agli

uomini vivono in libero amore ed in concordi ubbriacature, potrebbero

forse insegnare i buoni costumi alle operaie nostre più povere e più

ignoranti? La miseria, questa famosa miseria, orco delle parole che

fa inorridire tutte le altre, battuta da presso e rintracciata nella

sua tana non si risolve il più delle volte in un desiderio di lusso e

di vita comoda? Certo il moralista compatirà anche questo desiderio e

lo troverà umano, ma è bene che ogni cosa abbia il suo posto ed ogni

parola il suo significato.

Mi trovavo un giorno nel negozio di un libraio quando entrò una bella

ed elegante signora a ritirare dei libri in abbonamento. Avendo preso

interesse ad alcuni particolari della sua fisonomia, chiesi chi fosse.

Il libraio, che di frasi fatte ne ode tante, rispose enfaticamente:

“È una vittima della società! — Vale a dire? — Sa.... una di quelle

donne!...„ — Scusi mi spieghi un poco come c’entra la società, perchè

infine apparteniamo tutti alla società e mi preme sapere la parte di

responsabilità che mi tocca. La prego dunque di narrarmi la storia di

quella signora. — Il libraio, grave, incominciò: — “Anzitutto è una

donna senza testa„.

Il fatto è autentico. Quante altre storie simili si potrebbero

incominciare proprio così. Anzitutto è una donna senza testa!

Le idee di una donna · 第 5 / 8 段