In condizioni più basse ancora vedo la moglie che va alla fabbrica

sempre allo stesso scopo di vantaggiare il bilancio domestico; ma,

oltre all’inevitabile abbandono dei figli, deve spendere denaro per

aggiustature d’abiti, lavature, ecc.; e lei stessa ha bisogno di

maggior spesa per il suo vestiario; tanto che l’economia se ne va per

altra parte trascinando seco la sequela di guai che provengono dai

figli cresciuti lungi dalla madre.

Ma un nuovo argomento si impone e terribile. Quando la donna fosse

pareggiata all’uomo nell’intero sistema di vita e cioè, sdegnando

le occupazioni casalinghe, tutta concedesse la propria attività

al lavoro pubblico, per inevitabile logica dovrebbe acquistare le

abitudini ed i vizi che ora sono più propriamente dell’altro sesso,

fra cui primissimo l’alcoolismo. Avremo dunque, oltre che dal lato

paterno, anche per parte delle madri questo spaventoso flagello della

razza. Si sa che l’alcoolismo ha sui figli una azione micidiale.

Essa infallibilmente farà crescere il numero dei delinquenti, degli

idioti, degli epilettici, dei nevrastenici. Avremo avvelenate le

sorgenti stesse della vita e la natura si vendicherà della violenza che

vogliamo imporle, dandoci generazioni sempre più deboli ed infelici. Le

statistiche parlano chiaro in proposito. Il contributo maggiore fornito

all’alcoolismo delle donne era fino a pochi anni fa additato primo

nelle erbivendole, le quali alzate di buon mattino ed esposte ai rigori

del freddo sulle piazze segnavano nientemeno che il cento per cento;

venivano poi a distanza le cuoche, le lavandaie; ultime fra tutte e

con un contributo debolissimo le cucitrici ed in generale le donne

residenti in casa. Ora si può aggiungere le operaie senza tema di andar

molto errati mettendole a fianco delle erbivendole. Il pregiudizio

che un bicchierino di liquore fa bene allo stomaco e che rinforza,

acquista tutta la sua eloquenza quando la donna strappata alla casa si

trova attirata nella compagnia e coll’esempio degli uomini; così da una

volgare questione economica si cade in un delitto antropologico.

Davanti ai disastri dell’alcool nella fibra della donna, quanto dire

della madre, non è il caso di rilevare la breccia che per questo lato

si forma anche nel bilancio delle famiglie povere.

Infine, coll’auspicato pareggio non si potranno già pareggiare le

funzioni del sesso; la donna che tanto deve dare delle sue energie e

del suo sangue alla conservazione della specie riuscirà inferiore alla

lunga nella gara di fatiche coll’uomo. Occupata, e così seriamente

nella maternità, la quale non è solo un travaglio di nove mesi ma è il

lavoro di tutta la vita per la preparazione e per le conseguenze, ella

sarà obbligata a cedere quando i pochi esperimenti personali (quindi

inconcludenti per la verità di un principio) avranno invaso la totalità

delle femmine. Purtroppo vi sono casi nei quali la donna è obbligata a

lavorare al pari di un uomo il che vuol dire _di più di un uomo_ poichè

ha già il suo lavoro di donna, ma queste sono piaghe sociali, non sono

idealità future.

Riserbandoci ad altra occasione di discutere meglio il diritto

all’uguaglianza e la felicità fuori della famiglia, terminiamo per

oggi la contemplazione del fattore economico. Bebel fa balenare come

un grande miraggio di progresso l’assetto socialistico nel quale la

casa deve ridursi alle minime proporzioni, una specie di tenda per

ricoverarsi alla notte, dovendosi la maggior parte del tempo spendere

nella vita pubblica, nelle riunioni, nei comizi, nelle arringhe.

Egli assicura a dir vero che quando anche la preparazione dei cibi

diventerà istituzione sociale lo stomaco funzionerà meglio (_La

donna e il socialismo_, pag. 417) e tale mirabile affermazione è bene

fatta per sorridere a molti; ma noi che non crediamo tanto prossima

la distruzione della casa vogliamo un po’ vedere se essa è veramente

quell’arnese inutile che si va dicendo.

Perchè non si fanno più calze è forse cessato il lavoro femminile

in casa? Consideriamo le esigenze della moda al giorno d’oggi, la

frequente mutabilità, la spesa grandissima della mano d’opera da

una parte; dall’altra il basso prezzo delle stoffe e la poca durata

di esse, e sarà facile concludere che se le donne si applicassero a

fabbricarsi da se una parte del loro abbigliamento realizzerebbero

con un lavoro tranquillo e casalingo ben maggiori economie che non a

correre le strade in cerca di guadagno. Questo io dico principalmente

alle piccole borghesi, alle donne di quella categoria così detta civile

ma scarsa di mezzi e che è forse la più numerosa e la più bisognevole

di aiuto. Lo so anch’io che non trovano più nulla da fare in casa.

Fanno fare tutto fuori! Provino a contare in fine d’anno quanto viene a

costare la sarta, la modista, la bustaia, la stiratrice, la cucitrice,

molto più se nel conto ci devono stare gli abiti, i grembiuli, le

calzine, i berrettini dei bimbi; non parliamo della biancheria comune

di famiglia che presto cade in rovina se non si rimedia a tempo e per

la quale è pure cresciuto il lusso delle trine e dei trafori, quindi

del lavoro per la donna economica che vuole far figurare bene la sua

casa.

Ognuno può vedere i sacrifici che si impongono certe piccole famiglie

borghesi per insegnare alle fanciulle una lingua straniera, o il

piano, o la pittura, persuasi che ciò renderà loro in avvenire; e

intanto spendono trenta o quaranta lire in un cappello che ne ha,

di valore, dieci o quindici ma che raggiunge quella cifra iperbolica

perchè, comperato in un negozio, ha sopra di se la spesa dell’affitto,

dell’illuminazione, della mano d’opera e del capitale impiegato. E la

piccola famiglia paga tutto questo, mentre sarebbe così semplice che la

fanciulla prima di imparare le lingue straniere, il piano o la pittura,

imparasse a prepararsi i propri cappelli; visto che di cappelli ne

porterà sempre, e l’applicazione di quelle altre cognizioni invece è

per lo meno problematica.

Si sono messe tante volte in ridicolo le trine all’uncinetto; confesso

di non comprendere questo ostracismo assoluto. Oramai si fanno

bellissimi lavori anche all’uncinetto, così come sono progrediti tutti

i lavori femminili dei quali l’ultima Esposizione a Villa Reale diede

luminosi esempi. Del resto dipingere quadri mediocri o scrivere romanzi

noiosi è forse più nobile e più proficuo? Non sono di tale opinione.

Gli uomini che hanno uno speciale interesse congiunto alla questione

femminista vanno anche spargendo la voce che nelle occupazioni

casalinghe la donna istupidisce e paralizza le facoltà dell’ingegno,

che il ricamo è snervante, che il cucito è penoso, quasi che essi

potessero essere buoni giudici in proposito. Io invece, avendo fatto in

vita mia oltre ai ricami non so quante paia di calze ed avendo cucito

io stessa gli abiti de’ miei figli fino all’età di dieci anni, posso

assicurare che questi lavori sono piacevolissimi e riposano lo spirito.

Se i nervi dell’uomo non resistono alla continua tensione mentale,

come vi resisterebbero quelli della donna _sui quali gravita tanto

altro lavoro?_ È dunque utile anche per la salute della donna questo

genere di occupazioni così strettamente generate dalle sue attitudini

e da’ suoi gusti concentrici; nè esse saprebbero turbare in alcun modo

lo sviluppo del suo ingegno naturale, che anzi nel raccoglimento di

tali lavori matura il talento di osservazione e si formano quei ben

temprati caratteri femminili forti e dolci ad un tempo, appassionati e

riflessivi, che furono in tutti i secoli onore e vanto nostro.

Avendo già citate e la Eliot e la Sand in prova che i maggiori ingegni

femminili si svilupparono nella solitudine e nel raccoglimento della

casa, aggiungerò l’esempio delle sorelle Bronté una delle quali,

Carlotta, sotto il pseudonimo di Currer Bell prese posto onorevole

fra i romanzieri inglesi e l’altra, Emilia, è chiamata da Maeterlink

l’anima femminile più grande del suo secolo — che fu pure il secolo

della Eliot. E se la Eliot passò la giovinezza manipolando burro, e

Giorgio Sand preparando conserve, le sorelle Bronté nello squallore

della casa paterna tiravano il mangano per fare il pane.

_UOMINI, UOMINI, DONNE, DONNE_

Ho letto in un recentissimo studio francese sulla questione delle nuove

carriere da aprirsi alle donne una specie di dialogo che suonava così:

— La donna nasce donna e madre prima di diventare commessa, impiegata,

ecc.

— Ma anche l’uomo nasce uomo e padre prima di diventare commesso,

impiegato, ecc.

E questa parve all’autore dello studio sopradetto (che è pur fatto con

serietà e onesti fini) una conclusione magistrale del grande quesito;

ma la verità di essa non è che apparente. Ben diverso è l’ufficio che

la natura assegna all’uomo, il quale per divenir padre non ha molto da

fare e lo diventa si può dire a sua insaputa, in confronto della donna

che vi espone la vita e ne subisce prima e poi una sequela di disturbi,

di mali, di privazioni, di sacrifici anche, ma insieme di commozioni e

di gioie che l’uomo non conosce.

Partendo dalle stesse false premesse, Bebel incita la donna a

percorrere le carriere maschili per trovare in esse _un equivalente

di ciò a cui è tratta da natura_ e per acquietare, a somiglianza

dell’uomo, nella foga del lavoro e dello studio la prepotenza degli

istinti sessuali. Ma sono sempre uomini che parlano e parlano molto

leggermente giudicando la donna dal loro stesso punto di vista, senza

tener conto che la differenza che sta fra i due sessi è sostanziale

e impedirà sempre l’eguaglianza desiderata dai femministi. Fin dal

momento misterioso della pubertà si sviluppa nel corpo della donna un

fenomeno che accaparra le sue forze e le guida allo scopo precipuo per

cui fu creata, tagliandole la strada ad occupazioni che sperderebbero

senza vantaggio di alcuno il capitale di energie sacre alla maternità.

I diritti e i doveri procedono dalla natura stessa delle cose. I

diritti e i doveri della donna sono opposti a quelli dell’uomo; non

è stata la società a stabilirli. Formati fisiologicamente in modo

diverso, hanno ricevuto dalla natura stessa il còmpito di differenti

funzioni vitali e dal momento che nessun progresso di civiltà farà

mai di un uomo una madre, non c’è ragione nè materiale nè morale che

le donne si assoggettino al tirocinio delle occupazioni maschili.

Se la maternità abbisogna di una preparazione fisica, altrettanto —

e come! — si dovrebbe preparare lo sviluppo delle qualità superiori

che trasformano gradatamente la madre in nutrice, poi in educatrice

e in guida. Si obbietta che non tutte le donne diventano madri. Pur

troppo! Ma pieno è il mondo di bimbi abbandonati, educati male, offesi

in mille modi, tratti al vizio ed alla perdizione, senza amore, senza

carezze, senza dolci parole. Ecco la maternità offerta a tutte le

donne. C’è da rifare il mondo, nientemeno, e si vorrebbe che la donna

andasse a perder tempo in cattedra e al fôro! “L’uomo di domani non

è forse colui che oggi la madre alleva? E chi per necessità di cose è

destinato a tale preziosa missione, dovrà rifiutarsi dal fare ciò che

tutti fanno per fini assai inferiori, dal dedicarsi cioè interamente al

conseguimento del proprio scopo?„ Meditare questo periodo e meditare

pure il seguente. “Altra cosa è posare la questione della capacità

della donna e altra è il risolverla in presenza di un fatto brutale

contro il quale si spezza ogni argomento ed ogni retorica„. Si può

riconoscere la legittimità di certe aspirazioni, si può fraternizzare

col desiderio di un miglioramento per tutte le donne, si possono, si

devono anzi accogliere i voti in proposito, ma non perdere mai di vista

lo scopo per cui la donna è nata donna, invece di nascere uomo.

Per quanto le vecchie zitelle formino una casta rispettabile alla

quale io dedicai da lungo tempo viva e profonda simpatia, esse

sono una minoranza per cui non si può sacrificare l’interesse vero

di tutte le donne e della società futura. Se si potesse fin dalla

nascita preconizzare l’avvenire di una bimba e decidere che ella

rinunciando ai diritti del suo sesso potrà invadere quelli del

sesso contrario, pazienza. Le Amazzoni si bruciavano una mammella;

niente a maravigliarsi che coi progressi della scienza non si possa

praticare alle neonate una operazioncina che le liberi per sempre dalla

maternità. È un’idea. Solamente, appropriandosi i diritti dell’uomo, la

donna non potrà cedergli i suoi. Sarà dunque una rapina senza compensi

e senza profitto. I femministi se la meriterebbero.

Il loro profeta del resto (Bebel) ha già preconizzato che la donna

futura non vorrà più seccarsi in questa funzione della maternità,

nè trascorrere i più belli anni della vita o gestante o balia. La

confessione è preziosa e conviene tenerne conto.

Ma noi partendo dall’assioma inconcusso che le energie della donna,

pur essendo pari a quelle dell’uomo non sono simili, ed hanno altra

missione nell’armonia della società, veniamo direttamente alla

conclusione logica che il soverchio lavoro mentale delle classi

preparatorie ai diplomi, la tensione imposta dalla importanza degli

esami, il lungo soggiorno nelle aule, anemizzano per tempo la fanciulla

e favoriscono lo sviluppo degli elementi nervosi a danno del deposito,

per modo di dire, ch’ella deve conservare in sè per le generazioni

future. Il _surmenage_ intellettuale quasi come l’alcool avvelena il

sangue della donna. Avremmo dunque in basso e in alto della scala

sociale i più formidabili nemici della umanità: l’alcoolismo a cui

verrà tratta la donna operaia e la nevrastenia che aspetta le laureate.

Quella qualsiasi percentuale di casi che abbiamo ora in ambedue le

malattie diventerebbe a regime femminista insiediato una spaventosa

generalità.

Ingenuità di giudizio, osservazione superficiale ed opportunismo

suggeriscono la teoria che, studiando, la donna potrà eguagliare

l’uomo e far senza come lui in molti casi della vita sentimentale e

dei bisogni fisiologici. Ma forse che tutti gli uomini studiano? La

maggioranza di essi non è ordinariamente ignorante? È dunque un’altra

la ragione che favorisce il loro adattamento; e questa ragione è

precisamente il sesso. Può la donna cambiarlo? Lo possono i femministi?

No. E di qui non si esce.

Lo stesso autore citato in principio di questo capitolo dice, pure in

mezzo a parecchie concessioni femministe, verità preziose che mi piace

raccogliere. “L’uomo deve alle sue qualità positive di ignorare gli

arcani dalle facoltà della donna. In lui i bisogni dell’intelligenza,

l’insieme stesso delle sensazioni procedono essenzialmente da una

tendenza centrifuga. I suoi rapporti colla natura e coi suoi simili

sono improntati a questa caratteristica speciale ed è un movente

sufficiente per fargli ricercare nella lotta e nel combattimento un

elemento armonico se non necessario, contingente almeno alla sua natura

d’uomo. La donna, non bisogna stancarsi dal ripeterlo, è conformata

diversamente. La sua intelligenza e le sue funzioni fisiologiche si

esercitano in senso centripeto; in lei nulla è determinato dal mondo

esterno; il ragionamento stesso non cede che a considerazioni affatto

intime. Ciò che il suo compagno domanda ai contatti della folla, la

donna lo aspetta da una specie di divinazione famigliare„.

Voglio aggiungere una frase deliziosa della povera Elisabetta

d’Austria. “Facendo troppo caso dello studio la donna _disimpara_ una

parte di sè„. Quale profondità e quanta delicatezza in tale pensiero!

Sono dunque ragioni d’ordine strettamente scientifico quelle che

consigliano la donna a non invadere il campo dell’attività maschile

e, come è naturale, la bellezza della verità scientifica trova il

suo corollario nel sentimento unanime dei popoli, nel genio dei

poeti. La storia e le matematiche, vedi pure le analisi chimiche e

batteriologiche, non calmeranno mai le pulsazioni di un seno di vergine

che anela a ciò che è veramente il suo diritto e la sua gioia sulla

terra.

Per terminare citerò la curiosa preoccupazione di una femminista la

quale ha testè proposto l’abolizione della parola _mademoiselle_ e

reclama per tutte le donne indistintamente l’appellativo di _madame_.

Dove non giungerà, o mio Dio, la frenesia dell’uguaglianza?... Intanto

però teniam conto che la donna nasce _mademoiselle_ e che, per essere

logica, una vera femminista non dovrebbe dare nessuna importanza alla

trasformazione in _madame_.

_TUTTE MADRI_

In una poesia greca, credo di Simonide, la donna saggia viene

paragonata all’ape:

“... la donna che all’ape è somigliante

“Beato è chi l’ottiene,

“In carità reciproca

“Poi che bella e gentil prole crearono

“Ambo i consorti dolcemente invecchiano.

e per quanti secoli siano passati l’ideale della donna e per la

donna è ancora questo. Così parmi di dover compendiare le mie modeste

osservazioni sul movimento femminista. Tutto ciò che allontana la donna

dalla casa e dalla culla, malgrado gli apparenti vantaggi promessi,

non può riescire che un danno per lei e per l’umanità. Credo di averlo

provato con argomenti materiali e con argomenti ideali, essendo per

fortuna indissolubili nelle eterne verità queste due forze che a noi

sembrano tante volte contrarie.

Ammesse dunque tutte le circostanze particolari, i casi separati, le

eccezioni, le vocazioni, e considerato che la donna ha la sua struttura

conformata in altro modo che non sia quella dell’uomo, e la sua

intelligenza e la sua anima sono tanto necessarie altrove che non nel

campo della attività maschile, resti donna, più che mai donna, niente

altro che donna; alta, nobile, sublime, coraggiosa, forte, ma donna: e

migliori i suoi interessi, ma restando donna.

E sia madre! Poichè la maternità è la più splendida corona della vita

e che la natura la offerse alla donna, a lei sola, facciano gli uomini

in modo che ogni donna abbia la sua parte. Sia bandita da una società

che vuole progredire la tristezza della vergine coi capelli bianchi, la

tristezza di un grembo senza frutto. È questo il diritto più sacro del

nostro sesso! Prepariamo il corpo e la mente alla maternità.

Io sono fra coloro che ritengono miglior sorte per una fanciulla un

modesto matrimonio, anche poco felice, ad una esistenza solitaria

fra le ricchezze, i piaceri, lo studio o qualsiasi altro compenso.

Nel primo caso avrà della vita le commozioni più intense e più vere

e quando nel brivido meraviglioso che l’uomo ignora, dalle stesse sue

viscere palpitanti ascolterà la voce del _grande mistero_, si sentirà

così alta, così prossima all’infinito da giudicare ben meschina

ogni altra opera. Nel secondo caso potrà avere dei piaceri, delle

soddisfazioni, dei compensi, ma non giungerà mai ad afferrare il senso

profondo della vita perchè su di lei non è passato quel fremito di un

essere nuovo che entra nella luce.

Tuttavia se il culmine di una esistenza femminile è la maternità, è

pur duopo riconoscere che troppe donne ne sono prive ed in queste più

facilmente fermenta la ribellione ad uno stato di cose contro natura

e più agile vi guizza l’illusione di potersi in altro modo rifare. E’

principalmente fra le zitelle e le sterili che si accende la fiamma di

conquiste e di rivendicazioni sociali; sono esse che nel morto focolare

dei loro sogni rintuzzano scintille di desideri violentati, di attività

represse, di aspirazioni passionali rimaste senza scopo. Ebbene, anche

a queste dico: Siate madri. Se il vostro fianco non ha partorito fra i

dolori il figlio delle vostre viscere, concepite moralmente. Siate con

uno slancio di magnifico altruismo la madre di un orfano; e non occorre

nemmeno che l’oggetto della vostra dedizione sia orfano. Fuori della

famiglia il fanciullo ha ancora bisogno della donna. Siate materne per

l’amico, per il dipendente, per l’ignoto che ricorre a voi, ed anche

per colui che senza chiedervi nulla voi potete nobilitare e beneficare

con un gesto, con una parola. E’ incredibile il bene che può fare

una donna colla sua sola presenza; è sconfinato quello che può fare

coll’esempio, colla persuasione, coll’educazione. Di scienziati, di

giureconsulti, di artisti non ha bisogno il mondo. Il mondo ha bisogno

di educatori. La donna che sa educare, che plasma un intelligenza, che

sviluppa un’anima, è madre anche se fanciulla; occupa quindi la prima

dignità femminile.

“Nessuna cosa vale quanto un’anima: nè terra, nè mare, nè astri„

dice il mio scrittore prediletto. Nessuna cosa è più trascurata,

più profanata nel seno stesso delle famiglie e delle scuole. Quando

si fossero salvati migliaia di bambini dalla fame, dalle busse,

dall’ignoranza, ve ne saranno altrettanti che occorre salvare dalla

leggerezza, dalla violenza, dalla vanità, da tutti i difetti che

genitori e educatori vanno propagando in mezzo al più grande sfoggio

di studi e di erudizione. Si colma facilmente il bambino di tenerezze,

lo si sottrae ai disagi, gli si cura il sangue per renderlo robusto,

ma quanti ne rispettano l’anima? quanti dinanzi al suo candore frenano

i discorsi di turpitudini e di brutture intorno al fatto del giorno?

quanti dòmano l’impulso dei nervi irritati e del cattivo umore? quanti

si preoccupano di non dargli cattivo esempio con parole triviali, o

maligne, o sciocche, ferendo così la tenera anima in ciò ch’ella ha

di più sacro e di più prezioso, l’ignoranza del male? Chi semina in

queste innocenti creature i primi germi dell’invidia, della cupidigia,

della violenza, dell’ingiustizia, dell’impostura, della menzogna, della

calunnia se non i genitori e gli educatori stessi che si mostrano così

sovente invidi, cupidi, violenti, ingiusti, ipocriti e bugiardi? —

Dobbiamo dunque essere santi? — odo obbiettarmi. No; ma pensate che

il gesto che voi tracciate dinanzi al vostro bambino è quello che si

imprimerà per sempre nella cera molle del piccolo criterio e sopra

quello, il più delle volte, svolgerà la sua vita avvenire.

Qualcuno che pur col figlio proprio sorveglia il bel gesto, non ha gli

stessi riguardi in pubblico. Io soffro continuamente per tutto ciò che

si fa e si dice di male intorno ai bambini e penso quanta occupazione

ci sarebbe lì per la donna, per tutte le donne. Se vogliono studiare,

quale campo sconfinato l’educazione! (Insisto sul vocabolo _educazione_

da non confondersi coll’istruzione). Se hanno bisogno di amare, chi lo

merita e lo implora più dell’infanzia? È sui ginocchi della donna che

si forma l’umanità.

Ma chi non educa prima se stesso si illude invano di poter educare

altri; l’educazione è opera così tenue, così impercettibile, così

continua e silenziosa che esige un lavoro non mai interrotto di calma,

di pazienza, di dominio di se stessi. Per questo meglio è indicata

la donna non distratta dagli affari e dalle cure della professione.

Quando l’uomo, il padre, stanco e irritato dalla sua giornata di

combattimento, coi nervi tesi e il cervello ingombro ritorna a casa,

non è quasi mai nelle condizioni favorevoli per educare. Tocca alla

donna l’ufficio delicato ed importante di eludere le occasioni che

lo farebbero trascendere, di calmare i suoi nervi, di spiegare nel

modo più confacente ai teneri bimbi lo scatto di malumori che essi

non possono comprendere e che offuscano con una nube di diffidenza

l’immagine di colui che dovrebbe sempre apparire il migliore dei

modelli.

La donna è in questa impresa infinitamente superiore al maschio per

quelle stesse qualità di prontezza, di astuzia, di tatto che la scuola

Lombrosiana le rinfaccia come suggello di inferiorità e che in altri

casi meno nobili le servono di affilatissime armi. Sì, più pronta, più

astuta, più agile, la donna elevata e saggia si servirà anche di queste

attitudini particolari per raggiungere i suoi fini educativi, quei fini

che essa sola può far trionfare per la gloria eterna della verità. Guai

se tale donna venisse a mancare!

Un professore, che è anche un critico elevato e profondo, ha avuto il

coraggio di confessare. “Noi possiamo dare, sì qualche spirito solido,

laborioso, ma non riusciamo ad avvivare nelle tristi aule della scuola

sentimenti generosi, non sappiamo far battere dei cuori, non sappiamo

sviluppare delle anime„. Questo compito sublime spetta alla donna. Se

lo lascerà essa sfuggire per correr dietro a inutili fatiche?

Le idee di una donna · 第 7 / 8 段