buone parole, con carezze, mi parve di vedere l’animo suo ad aprirsi.
Non mi fu possibile parlargli a lungo mai; ma sentendo in me un’amica
mi guardava con lunghi sguardi riconoscenti e rispondeva con un bacio
innocente alle mie carezze. Vedendolo seminudo gli regalai qualche
oggetto di vestiario, ma non potè metterli perchè sua madre li adattò
al piccino, suo unico amore. Era venuto dalla campagna florido, bello;
l’Ospizio lo aveva affidato a una buona contadina che se lo teneva
come un figlio e che pianse a calde lagrime quando dovette cederlo
ai legittimi genitori. In poco tempo divenne pallido, giallo, colle
guancie gonfie e l’occhio spento. La contadina, non potendo darsi pace,
venne colla speranza di riprenderlo e se ne partì angosciata gridando:
Povero Egidio come me lo hanno ridotto!
Parlai allora con persone pie insistendo sulla necessità di togliere
il fanciullo a quelle torture e mi risposero che non si poteva, che i
genitori sono arbitri dei figli e che senza gravi motivi non è permesso
ledere la paterna potestà. Chi sa, secondo loro, che cosa dovrebbero
essere i gravi motivi! Il padrone di casa, al quale mi rivolsi pure,
obbiettò che quel portinaio gli faceva comodo, che non aveva nessun
appunto da muovergli sul servizio e che la sua vita privata non lo
riguardava.
Allora.... ebbene, sono passati tanti anni, tante cose, ma oggi ancora
nel rammentare il povero Egidio non so darmi pace di essermi così
facilmente rassegnata, di non avere fatto più nulla per lui. Lasciai la
casa, è vero, e non lo vidi più, ma questa scusa farisaica non acqueta
la mia coscienza. Essa mi rimorde sopratutto quando odo fatti atroci
commessi da giovani. Egidio sarebbe ora appunto un giovane e qualche
volta mi pare che se leggessi il suo nome tra gli accusati di un
processo criminale avrei il coraggio di andare a difenderlo, di dire ai
giudici e giurati: Questo reo fu un fanciullo infelice! E se mi accuso
oggi in pubblico, se rendo palese il mio rimorso è nella speranza di
prevenirne altri ad altri, di salvare i nuovi infelici che nacquero
dopo quell’infelice che io abbandonai.
Donna, parlo sopratutto alle donne e dico loro: Salviamo il fanciullo!
L’infanzia è la parte viva della società; è il fiore che sarà frutto
quando noi saremo verme. Salviamo il fanciullo!
_LA DONNA SCRITTRICE_
Or non è molto una bella fanciulla mi proponeva questo singolare
dilemma: devo fare la scrittrice o devo studiare medicina?
Fare la scrittrice! ripeto ancora fra me. O cosa vuol dire ciò? Ma
siccome anche una mamma venne apposta a trovarmi per dirmi che la sua
figliola era passata senza esami e che aveva intenzione di fare la
scrittrice; e lessi poi molti articoli dove seriamente si discute di
tale argomento come di una carriera aperta alle donne, mi pare di dover
dire qualche cosa in proposito; che se poco utile da’ miei consigli
trarranno le donne, resterà almeno un documento di lunga esperienza
e di osservazione schietta sopra un tema dove molti ragionano con
fantasia superiore alla conoscenza.
Osservate intanto come la maggior parte delle donne prima di scrivere
dice o pensa che vuol scrivere. Ora basta ciò per far comprendere che
la ragione determinante non scaturisce in esse dall’interno come polla
di acqua sorgiva, la quale esistendo per naturali combinazioni cerca
la sua via d’uscita, ma è una ragione riflessa. Scrivono perchè vedono
a scrivere, perchè si immaginano, orgogliose della lista ininterrotta
di dieci che hanno loro procurato le scolastiche composizioni, che sia
questa una occupazione piacevole, onorifica e proficua. Pur troppo
anche molti uomini procedono così; senonchè quello che nell’uomo è
eccezione per l’adattamento più diretto de’ suoi studi a una data
carriera, si impone quasi alla mente coltivata della donna che vede
nella letteratura una applicazione immediata e simpatica del suo
ingegno; e per poco che la vanità vi soffi dentro o la speranza di
guadagno, subito afferra per vocazione ciò che è niente altro che
suggestione.
Badate che io non nego la possibilità nella donna di una vera
vocazione. Dico appena che nelle attuali condizioni della nostra
esistenza troppe cause premono intorno a quella che deve essere la
causa unica e sopratutto preme il movimento femminista con finalità
che, nulla avendo a vedere coll’arte, imbrogliano la questione di mille
aggrovigliatissimi fili.
È desso che scaglia sul mercato tante donne scrittrici, le quali, tra
il sezionare cadaveri o disegnare ponti, o misurar terreni o escogitare
macchine o stillar pandette trovano che scrivere dei romanzi è più
dilettevole.
Ed è per questo che la bella fanciulla di cui ho parlato, ondeggiando
fra i nuovi ideali, mi domandava ingenuamente se dovesse fare la
medichessa o la scrittrice, tanto era persuasa che i due termini si
equivalgono.
Penna o bistouri non devono condurre alla stessa conclusione del
guadagno? Ma forse colla penna ci si diverte di più.
Per quanto io abbia altre volte accennato a tale questione non l’ho
forse sviscerata abbastanza. Mi pare che il momento sia giunto e con
esso l’opportunità di fare quella specie di esame o di selezione che
il maggiordomo della marchesa Travasa faceva ai preti nella “Nomina
del cappellano„. Voglio scartare subito per non perdere tempo, e
perchè francamente non ne valgono la pena, le candidate spinte alla
letteratura dalla vanità, dall’ozio o dalla semplice imitazione;
mettiamo pure nel numero anche quelle che vi si applicano come
ad una nuova forma di _flirt_ — che sono parecchie — e prendiamo
direttamente a considerare lo scopo utilitario, il solo che abbia
almeno apparenza di serietà. È stato osservato che la donna scrive
più facilmente dell’uomo e ciò è vero se si considera l’abbondanza
della sua corrispondenza; ma se vogliamo ricercare il perchè di
cotale abbondanza, piuttosto che nella disposizione della mente non
la troveremo forse nelle abitudini sedentarie e nel bisogno di sfogo
sentimentale? Occorre tuttavia aver presente che altro è scrivere
lettere ad amici ed altro volumi per il pubblico, appunto perchè il
contenuto e non la forma fa il vero scrittore e si può imparare a
scrivere bene, ma se non si ha nulla a dire, scrittori non si diventa.
Ora, ammettendo pure senza restrizioni l’abilità dello scrivere, in
qual modo si può da tale abilità ritrarre un guadagno?
In Inghilterra e in America molte donne trovano da collocarsi quali
_reporter_ o corrispondenti di giornali; ma oltre che ciò rassomiglia
più ad un impiego che alla letteratura propriamente detta, non
essendoci da noi l’uso, converrà aspettare che questa fonte di guadagni
si apra. Le fanciulle nostre cui sorride il miraggio della scrittrice
(ahi! brutta parola e brutta cosa), è il volume che vagheggiano, il
volume civettuolo affacciato alla vetrina del libraio, il volume che
si compera, che si legge, che si loda, che vola su tutte le bocche, in
tutte le mani.... e che rende tesori: Versi, romanzo o novelle. Nello
stesso modo che ho ammesso l’abilità dello scrivere, voglio ammettere
che il volume prenda forma e si legga e si lodi; è il resto che nella
realtà corre meno liscio, perchè i gabinetti di lettura offrono un
volume solo a migliaia di lettori col tenue prezzo dell’abbonamento:
due e cinquanta al mese: e la creatura eccezionale che lo compera,
si affretta a prestarlo a tutte le conoscenze, le quali a lor volta
hanno amici intimi a cui non par vero di compartire lo stesso favore
dimodocchè la vendita alla resa dei conti è illusoria e il guadagno del
pari.
Ma c’è pur stato A. B.... — Dio mio, sì! l’eccezione, la solita, fatale
eccezione: _Di quanto mal fu matre_ il successo di un paio di volumi in
dieci anni! Pensate; un paio di volumi in dieci anni; e saranno chi sa
quanti scrittori! In Germania s’è fatto il calcolo; sono ventiduemila.
Da noi poco ci mancherà. È serio parlare di guadagni sopra queste basi?
La sola persona che disgraziatamente prende sul serio il guadagno degli
scrittori in Italia è l’Esattore fiscale.
Non mai dunque è da consigliarsi l’occupazione dello scrivere novelle
e romanzi a coloro che cercano un profitto materiale e veramente
dannosi mi appaiono sotto questo rapporto i concorsi dei giornali che
coll’esca di cinquanta o cento lire incitano a delinquere tanta onesta
gente preparando delusioni e amarezze senza fine. Nemmeno il più grande
ingegno può essere sicuro di raggiungere il successo letterario nel
pubblico, quel tal successo che frutta denari, perchè esso dipende da
una quantità di cause anche momentanee, anche transitorie, anche ignote
ed inafferrabili come è facile verificare esaminando il valore reale di
certi successi; e come, facendo una prova contraria, ma che guida alla
medesima conclusione, si resta meravigliati trovando alle volte vere
gemme preziose perdute, sepolte ed inapprezzate in un libro che non
ebbe fortuna.
Sfrondato così delle fallaci promesse che vi tesse intorno il
desiderio, noi non ci occuperemo più del profitto materiale dello
scrittore altro che per dichiarare essere quello della scrittrice più
problematico ancora; e ciò non farà meraviglia riflettendo a quanto
ho già dichiarato, vale a dire che pur ammettendo nella donna la
possibilità di una vera vocazione letteraria, è duopo riconoscere che
per mille cause interne ed esterne si presenta in proporzioni molto
minori che non nell’uomo; più facile è quindi che si illudano in una
falsa vocazione verso cui l’attuale movimento femminista spinge con
tutti i miraggi di un nuovo ideale.
E veniamo a parlare della vocazione vera.
Chiunque, leggendo un libro ben fatto, prova la singolare impressione
di aver pensato egli stesso tutto quanto l’autore ha scritto. È
questa la vittoria immediata dello scrittore sul lettore; è la presa
di dominio delle anime, è la violenza del connubio che fa balbettare
all’anima soggiogata la parola sublime del delirio amoroso: _Io sono
tu!_
Ma non è che un delirio. Le anime, al pari delle umane spoglie, si
incontrano, non si fondono, e cessato l’attimo misterioso ognuna di
esse si riprende, ritorna sola. Tale fenomeno della psiche è, io credo,
il punto di partenza per un volo di sogni e di sensazioni che i giovani
facilmente possono scambiare per una divina chiamata.
Certamente i più esposti ad essere colpiti da codesta illusione sono
quelli che hanno particolari disposizioni: mente aperta, immaginazione
viva, sensibilità, scorrevolezza a maneggiare la penna. Sono i
premiati nelle scuole, i vittoriosi nelle Accademie e nei Concorsi;
sono le fanciulle che si dilettano a copiare le pagine dell’autore
preferito e che hanno il tavolino pieno zeppo di composizioni; sono gli
intellettuali, non v’ha dubbio; essi hanno quasi tutto per riuscire.
Ma nel _quasi_ sta racchiusa la loro condanna. Un filo impercettibile
separa il dilettante dall’artista; non è più grosso di un capello,
eppure siate certi che quel filo arresterà, paralizzandole, tutte le
altre qualità. Una linea in spessore, in profondità un abisso.
Che cosa sia propriamente e in che cosa consista tale differenza
nessuno ancora ha saputo misurare, come non si misura la forza di
amare e di soffrire, temperature speciali dell’anima che sfuggono agli
umani scandagli. Così a un dipresso si potrà forse dire che occorre
all’artista ed al poeta una capacità di ricevere le impressioni doppia
alla solita, perchè chi sente in misura normale esaurisce in misura
normale ed è necessario a chi vuol rendere, cioè far sentire ad altri
ciò che egli stesso ha sentito, una somma di ardore da lungo tempo
immagazzinata, tale da essere sufficiente al nutrimento proprio ed
a quello delle altre anime, ed inoltre una facoltà specialissima di
rinnovarla quando si esaurisce.
Tutto ciò solamente per stabilire la vocazione, quanto a dire il
terreno su cui edificare poi il paziente lavoro della educazione
artistica.
Un vecchio maestro di poesia, Lamartine, ripensando ai primi sogni
della giovinezza, si domandava:
“_Jamais l’éspoir des matelots_
_Couronna-t-il d’autant de roses_
_Le navire qu’on lance aux flots?_„
No, tutti i giardini dell’Ellade non basterebbero a fornire le
ghirlande che la fantasia intreccia in quell’alba gioiosa di una anima
che cerca la sua via e il pittore che dipinse _L’imbarcazione a Citera_
non ha trovato colori più tenui, sorrisi più seducenti di quelli che
abbelliscono i sogni del giovane poeta. Costa così poco lodare i primi
passi di un fanciullo! Se si tratta di una donna la galanteria rende il
complimento obbligatorio. E poi nessuno pensa che anderà molto lontano.
Questa considerazione riesce perfino a spuntare la lingua acuminata
dell’invidia.
Anche l’Editore per la prima volta, spinte o sponte, si riesce a
trovare; si trova l’articolino; si trova l’amico o l’amica che si
interessa alla pubblicazione, che promette di farne vendere molte
copie. È un po’ come quando dinanzi alla folla di una piazza si tenta
di avvicinarsi alla prima fila; c’è sempre qualcuno che guardandoci con
una cert’aria tra il dabbene e il melenso che pare voglia dire: “Anche
lei qui!„. si scarta di un centimetro per lasciarci passare. Siamo
ancora ai confini, non conoscono le nostre intenzioni. Ma se facciamo
tanto di sforzare le file sempre più compatte quanto già ci avviciniamo
al centro, sentiremo che gomitate, che pugni nelle reni, che resistenza
granitica! È allora proprio che si riconoscono tutti fratelli, cioè
tutti uguali nel difendere il possesso. Guai ai toraci tisicucci fra
quelle strette! Non è il primo passo il più difficile quando si tratta
di una lotta perpetua, la lotta di uno contro tutti, sempre rinnovati,
sempre forti di fresche reclute.
Questo devono aver presente coloro che si accingono a diventare
scrittori: _uno contro tutti_.
Possibile! — pensano gli ingenui.
Precisamente, amici miei. Il pubblico non sa che cosa farne dei
libri nuovi; alla sua scarsa curiosità risponde il rigurgito delle
biblioteche di tutto il mondo e un volume nuovo è accolto colla più
profonda indifferenza, tolto il caso che ragioni estranee all’arte
vi abbiano creato intorno un po’ di chiasso. “Ma il chiasso noi lo
faremo„. dice qualcuno. Anche questo non è facile come sembra. Lo
scetticismo di editori, lettori e critici innalzerà una muraglia tra
l’opera vostra ed il pubblico. È grazia se fra una dozzina di coloro
che fanno la ronda alle vetrine dei librai uno si accorge della
pubblicazione. “Ah! lei ha dato alla luce un nuovo parto del suo
ingegno? Bravissimo, mi rallegro. Volevo comperarlo, l’altro giorno,
ma mio fratello lo porterà a casa dal Circolo e lo leggerò ugualmente.
Sono tante le spese!„.
Allora vi raccomandate all’editore perchè faccia parlare i giornali.
È bello il vostro libro; ci avete messo la parte migliore di voi
stessi; quando lo avranno letto dovranno ammirarlo per forza! L’editore
risponde che vende i libri che gli vengono chiesti e che ne mandò cento
copie ai giornali. Cento copie! Ve ne partite confortati. Saranno cento
persone intelligenti che lo leggeranno, cento cuori che batteranno
all’unisono col vostro. Aspettate le critiche con trepidazione. Rade
rade, corte corte, svogliate, ne appare qualcuna finalmente. Sono tutte
su uno stampo. Il sedicente critico col gesto disinvolto del ciarlatano
che si prepara a fare la frittata in un cappello, vi sbriga in fretta
raccontando a suo modo e col suo stile ciò che avete scritto a modo
vostro collo stile vostro e dimentica lo sciagurato! che i lavori di
scorcio non riescono che ai grandi artisti.
Ecco qui — egli sembra dire — vi risparmio la fatica di leggere
il libro: _Luisa abbandona la casa paterna_, _per farsi attrice_.
_Incontra un ufficiale che le propone di sposarla._ _Ella lo ama ma non
vuole; non si capisce il perchè. Si pente dopo, ma troppo tardi. Arte
ed amore le mancano. Soggetto non nuovo, come si vede. Lingua discreta
ma con qualche francesismo._
Voi cascate dalle nuvole. Come! È questo il vostro lavoro? Luisa
intanto non è il nome della protagonista; è quello di una sorella che
il critico non nomina neppure e che deve essere il filo d’Arianna
di tutto il romanzo. Così non si capisce nulla. E la grazia dei
particolari? E la forza del dialogo? E la vita dei personaggi? E
l’idealità del concetto informatore? Nulla, nulla, nulla. Vi sentite
soffocare, siete tentati di gridare: Al ladro! No, non è permesso
manomettere così la roba degli altri. Piangete, o bestemmiate, o
gridate, o ve ne state muti e frementi per l’indignazione, o
chiedete sul serio: Perchè quel signore ha trattato tanto male il mio
libro? — e vi sentite rispondere placidamente: Male? Non mi pare.
Ha detto che la lingua è discreta. Capirà, con tutti i libri che
ingombrano i tavolini di redazione il povero giornalista diventerebbe
matto se dovesse leggerli.
Correte dall’amico o dall’amica che ha relazioni, che aveva promesso
di occuparsi del vostro libro e trovate un volto preoccupato, una
stretta di mano distratta e superficiale. Quante cose avvennero dal
giorno della promessa! una rappresentazione della Duse, una _toilette_
sciupata, il progetto di un viaggio, il principio o la fine di un
amore... Il vostro libro? Ah! non avete più il coraggio di parlarne. Vi
sentite solo, solo con esso, col vostro sogno, colla vostra illusione,
colla vostra passione; solo nell’ampio mondo che non vi guarda, che
non si interessa affatto a ciò che avete scritto per lui, che non
gli importa nulla dei vostri pensieri e delle vostre convinzioni;
che lavora, mangia, dorme, va a spasso, si diverte, si annoia, sta
bene, sta male, lungi ben lungi da voi e dalle vostre fantasime. E vi
abbattete intontito e grullo sulla vetrina dove il vostro libro giace
nella immobilità tragica dei morti.
Di fronte a tali insuccessi la vocazione che era in fondo semplice
suggestione ripiega presto le tende, ma si è perduto tempo, salute,
qualche volta denaro, illusioni sempre. La vocazione vera si ostina.
Disponendo di un capitale ancora lo mette tutto sulla posta; e
novantanove volte su cento perderà dell’altro tempo, altra salute,
altro denaro, altre illusioni. Poichè la proporzione della riuscita
è di uno su cento (la fermo qui per non terrorizzare i neofiti ma
in realtà è assai minore) duopo è che gli altri novantanove abbiamo
sperato, lottato, lavorato invano. Non tutti è vero cadono mortalmente.
Sulla lunga scala che guida alla fama noi vediamo ad ogni scalino corpi
giacenti, chi in principio, chi a mezzo, chi sul punto di toccare la
cima. Sono coloro a cui le forse vennero meno e pur senza abbandonare
la scala si aggrapparono dove poterono in più o meno nobile positura,
ma tutti sopra uno scalino, anzi molti scalini più in basso di quanto
avevano sognato, sentendo premere sui loro corpi piegati al suolo
l’agile piede del conquistatore che li sorpassa.
“Ma se uno giunge alfine, perchè non sarei io?„ L’interruzione mi viene
fatta da una soave voce femminile. Ebbene, sì, perchè non sareste voi?
Vi prendo in parola signora. Ecco dunque che avete rinunciato alla
speranza dei lauti guadagni, che avete visto in qual modo il pubblico
accoglie le nuove pubblicazioni e sapete quanta fatica e quanta
coscienza costa un libro sul quale il primo venuto può sputar sopra
impunemente e sapete il calcolo che vi è permesso fare sull’aiuto degli
amici, sulla solerzia degli editori, sull’intelligenza dei critici.
Sono appassite le rose delle vostre ghirlande, tacciono i preludi
allettatori delle lodi prodigate ai primi vostri passi; nessuno vi
sorregge nè vi incoraggia più; i benevoli che un tempo si occuparono
delle cose vostre sono attirati altrove, poichè ogni giorno spunta un
astro nuovo verso cui piega la momentanea attenzione e voi state per
essere travolta irremissibilmente nella gran ruota del tempo...
Tutto il vostro essere si ribella, nevvero? Avete consacrato la vita
all’opera vostra, le avete dato il sangue migliore delle vostre vene;
quella divina giovinezza che per gli altri è tripudio e festa, fu per
voi austera preparazione e fu tutta la vostra esistenza olocausto
al culto del pensiero. Non la vanità vi mosse, non il contagio
dell’esempio non la bramosia di lucro. Avete dovuto vincere voi stessa
ed altri, sorpassare ostacoli, frangere barriere, prendere sentieri
di traverso, per correre ad impugnare la penna che nelle vostre mani
significava corruscamente di lama. Nevvero, nevvero? Voi sentite di
essere artista, di essere poeta, e la gran fiamma che rugge nel vostro
cuore vi fa sicura della vostra vocazione.
Povera donna!
Appunto perchè il vostro ideale era alto non vi potete appagare di una
mezza gloria guadagnata frusto a frusto. E’ la commozione universale
che occorre al vostro sogno, è la conquista definitiva delle anime; e
per giungere a ciò epurate ancora l’opera vostra, raccogliete tutte le
voci del vostro cuore, date ali all’ingegno, avanti, sempre avanti.
Non è vicina la meta? I giovani, coloro che stanno tastando i primi
scalini, vedendovi tanto innanzi, non immaginano neppure con quali
sforzi di equilibrio state ritta e non sentono la furia del vento che
romba a quelle altezze. Dicono: quella è arrivata! Ma voi chiudete
gli occhi nel terrore dell’abisso che vi sta sotto, e fatta pura nelle
vostre lagrime, affrontate con ardore l’ultima scalata. Povera donna!
E’ qui che vi aspetta la lotta corpo a corpo.
Coloro che salirono insieme a voi, sperando, amando, lavorando come
voi avete fatto e che ancora non giunsero, eccoli schierati sui vostri
passi. Essi vi attendono, appostati come banditi in agguato, sul
piccolo scaglione che poterono conquistare. Come voi hanno l’amarezza
dei patiti disinganni, perchè essi furono al pari di voi buoni e
fidenti e credettero nel loro sogno. Ed ora non credono più. La loro
opera, la loro opera d’amore, giace dimenticata. Essi scrivono ora
come non avrebbero voluto scrivere mai, per necessità di logica, perchè
hanno sdegnato le altre vie e devono percorrere questa fino in fondo,
incatenati e schiavi del loro ideale ch’essi volevano vincere e che li
ha vinti. Guardateli bene, sono i vostri peggiori nemici! Forse, con
stupore, riconoscerete volti lontanamente noti, mani che un tempo si
erano tese fraternamente a voi, quando essi avevano la generosità della
giovinezza che si sente ricca e che dà. Ma quei tempi sono passati e la
vostra stessa qualità di donna che allora facilitava la dispensa della
lode, inasprisce i loro disinganni. Ognuno di essi era ben disposto a
festeggiare la scrittrice quando nel suo interno la considerava come un
leggiadro puppazzetto del suo medesimo sogno, inoffensivo, divertente,
forse utile. Ma è tutt’altra cosa se la donna diviene una rivale
nella concorrenza. Vi ricordate il papato di prete Pero? — _Questo è
un papa che ci crede._ — _E’ un papaccio in buona fede._ — _Diamogli
l’arsenico._
Al punto in cui la lotta si impegna seriamente la differenza del sesso
è cagione di astio maggiore. E’ allora che la scrittrice si sente
straniera in mezzo a quegli uomini inaspriti che hanno gettato la
maschera della galanteria, ripresi dalla atavica brutalità dell’animale
in guerra. E’ il momento supremo. Se le forze, signora, vi hanno
sorretta fin qui; se l’umiliazione; il dolore, lo scoramento, lo
scetticismo, l’odio, non vi abbatterono sul fatale gradino dal quale
nessuno si alza più, resisterete ai colpi dei vostri fratelli? Pensate
di quante umiliazioni, di quanto dolore, di quanto scoramento, di
quanto scetticismo, di quanto odio furono essi stessi abbeverati prima
di snaturare nei lividi conati dell’invidia l’ingegno che mirava ad
alte cose — e quando una fanciulla verrà a chiedervi se deve fare
la scrittrice, penso le chiederete almeno se nella sua vocazione ha
contemplato la possibilità del martirio.