primi succhi nutritivi della mia intelligenza li attinsi sopratutto
nel cuore di mia madre; leggevo co’ suoi occhi, sentivo colle sue
impressioni, amavo col suo amore; si avrebbe detto che la sua natura,
i suoi sentimenti, le sue sensazioni, i suoi pensieri fossero i
miei. Oh! senza di essa nulla avrei compreso della creazione che
mi stava innanzi, ch’ella mi spiegava con quella sua anima aperta,
calda, amante, spargendo su tutto la luce, mettendo in tutto la
vita. L’istruzione insensibile che ricevevo non era una lezione, era
l’attività stessa del vivere e del pensare che andavo compiendo sotto
i suoi occhi. Mia madre si dava poca pena di ciò che chiamasi coltura;
non aspirava a fare di me un fanciullo prodigio; non permetteva che mi
si comparasse con alcuno, nè mai mi esaltava o mi umiliava con dannosi
raffronti. Pensava che in tutte le condizioni dell’esistenza è mestieri
da prima fare un uomo, e che quando l’uomo è maturo, e cioè quando
l’essere intelligente è in giusti rapporti con se stesso, con gli altri
uomini e con Dio, sia pure un principe od un operaio, egli è ciò che
deve essere, è per sè stesso un bene e l’opera della madre è compiuta„.
Facciano questo le donne, sempre questo e niente altro che questo!
L’ammirabile creatura di cui parlo viveva nella più grande semplicità,
in campagna, nella compagnia degli umili e dei poveri; non era dotta,
non frequentava i dotti, ma formò l’animo di suo figlio per modo che
egli potè dire parlando di lei: “È nel cuore che Dio ha messo il genio
della donna, poichè le opere di questo genio non abbiano ad essere che
opere d’amore„.
Come si vede, io sono ben lungi dal negare l’intelligenza della donna
e nemmeno la ritengo inferiore a quella dell’uomo. Dico e ripeto che
è altra cosa e che perciò appunto deve applicarsi là dove l’uomo non
riescirebbe, non potendo il bene derivare se non dall’equilibrio.
Nessuno mi immagino vorrà negare che sia tattica errata quella di
riunire tutto il peso da una parte sola della barca: nel nostro caso il
punto sovracaricato è la produzione dirò così materiale dell’ingegno,
una specie d’idolatria barocca e ottusa che si viene sostituendo
all’ardore intimo per cui si apprezza maggiormente un ignorante
laureato che un uomo d’ingegno senza diploma, uno che pubblica su
per le gazzette ad uno che si accontenta di leggerle. E come non
bastasse questa viziatura di criterio nel sesso forte, ecco che se ne
immischiano le donne e fondano Leghe, architettano Circoli, sognano
di Riviste e di Biblioteche dove possano riunirsi anch’esse. Chiamano
tutto ciò: “migliorarsi!„ La casa intanto si vuota a poco a poco...
Come già vedemmo spenti gli antichi focolari, centro di affetto, di
allegria, di intimità, mentre un calore senza luce riscalda le nostre
case dove una fiammolina senza abbracciamenti cuoce lugubremente
nell’ombra le nostre vivande economiche, vedremo sparire il tavolino
da lavoro, la seggioletta delle lunghe soste che tanta poesia di ore
meditative chiudeva in sè e sulla quale noi, prossimi a dileguarci,
evochiamo ancora pallidi e lontani profili di donne squisite che i
nostri figli non troveranno più. Cade a proposito qui la sentenza
dell’Evangelista: _la lettera uccide_. Sì, noi soffochiamo, anneghiamo
nella interpretazione gretta e materiale di tutto ciò che si riferisce
allo spirito. Invece dell’“anima aperta, calda ed amante che sparge
su tutto la luce mettendo in tutto la vita„, si va educando una donna
saccente e dottrinaria, una illusa che chiudendo alla sera i suoi dotti
commenti su Tasso e su Ariosto o firmando un appello alle altre donne
sarà persuasa di avere bene impiegata la sua giornata. Si intende che,
direttamente, nè commenti, nè appelli non fanno male a nessuno, ma uno
spreco di forze è sempre un danno e movere ad infilzare gli anelli di
una giostra quando il nemico ci sta scassinando la porta di casa non
pare veramente opportuno.
L’istruzione al pari della religione sono parole vuote di senso ove
non le animi una forte idealità. _Abecedario_ e _paternoster_ non
hanno alcun valore se non vibra in essi il soffio elevatore. Abbiamo
chiese, abbiamo scuole, abbiamo libri, ma guardiamo a che cosa ci hanno
condotti questi ultimi venti anni in cui le scuole si sono moltiplicate
e i libri abbondano e tanto abuso si fa della parola educare.
Inutilmente si accusano la miseria e l’ignoranza per spiegare i
traviamenti del popolo quando nelle classi più colte vediamo lo stesso
scetticismo, la stessa sete di piaceri materiali, la stessa mancanza di
moralità, la stessa leggerezza, starei per dire lo stesso ritorno alle
barbarie ed alla impulsività primitive. Ah! purtroppo quello che manca
non è l’istruzione, non è nemmeno il pane. Cessate dal rizzare altari,
dall’agitar turiboli; è tutta opera e rumore vano; manca il Dio.
Cuori amanti, anime appassionate, donne — donne nate all’amore —
ricostruite la casa! Non è la scuola che educa, è la casa; non è il
libro che insegna, è la vita; non sono i maestri che fanno l’uomo,
è la madre. L’opera d’amore, come ogni mistero, ha bisogno di
raccoglimento; e se vi è ancora da sperare qualche cosa nel futuro,
se dobbiamo cercare un porto dove orientarci e un faro che ci additi
la via, non sarà certo fra i comizi delle emancipatrici ma sarete
voi, donne oscure, donne umili e forti, salde alla vostra missione
che ci salverete tutti. Di una coscienza profonda abbiamo bisogno e
la coscienza non si acquista studiando. Essa è innata negli esseri
superiori, è un vero stato di grazia che si può, fino ad un certo
punto, comunicare agli altri per mezzo dell’esempio, non in diverso
modo. Ora l’esempio non è predica, non è dottrina; l’esempio è il
calore silenzioso di un pensiero che segue il nostro e lo biasima
o lo incoraggia con un solo volgere degli occhi. Un rossore, una
lagrima, bastano qualche volta ad illuminare un’anima, una mano tesa
al momento opportuno può salvare una vita che si accasciava. E si
dirà che la donna non ha nulla da fare? E la si spingerà ancora nelle
biblioteche, nei tribunali, nei comizi, ancora, quando la casa da lei
abbandonata cade in rovina e l’uomo giunto alle maggiori conquiste
dell’intelligenza troverà che tutto è arido, tutto è inutile, tutto è
infecondo senza il suo amore?
_VECCHIE ZITELLE_
Molto prima che si parlasse di una questione femminile io avevo presa
singolarmente a cuore la causa della donna dal punto di vista della sua
felicità, concentrando specialmente le mie osservazioni sulle vecchie
zitelle. Circostanze particolari mi offrirono occasione di conoscerne
molte, di poterle studiare quindi su larga scala con abbondanza di
documenti e per la pietà somma che ne ebbi le feci eroine di molti
de’ miei romanzi. Ma che questa parola pietà non faccia supporre
alcun sentimento di umiliazione; se così fosse ho pronta un’altra
parola sulla quale non vi può essere equivoco; dirò l’interesse che mi
ispirano, dirò la bellezza artistica ed umana della loro causa, dirò il
bene che volli a ognuna di esse, anche a quelle che mi fecero del male
— forse sopratutto a quelle.
È una schiera interminabile che mi sfila dinanzi. Qualcuna, timida,
a piccoli passi, con quei movimenti legati così caratteristici di
uccelletto in gabbia; qualche altra cauta e felina, coll’andatura
leggera di chi porta scarpe felpate; altre invece procedono rigide,
maschili, scambiando la durezza per disinvoltura e la violenza per
il potere, quasi fosse in loro un tentativo di mutar sesso per aver
fallito quello che ebbero dalla natura; riconoscibili al gesto, alla
voce, allo sguardo, al sorriso; tutte segnate da un misterioso accenno,
da un velo impalpabile che sembra isolarle dal fermento della vita e
rinchiuderle nello stupore del sogno. Qualcuna pare, voglio convenirne,
aiutata da qualità specialissime, creatura veramente superiore, sforza
le linee generali del tipo e si presenta con un’apparenza nebulosa
di vedova, dove, a studiarla bene, la tristezza è più profonda, più
inconsolabile, più disperata ancora. Ed io le amo tutte: le rassegnate,
le ribelli, le martiri, le maligne, le invidiose, le ipocrite, le
ridicole, tutte, tutte! Le amo perchè queste sono le vere infelici, le
derubate, le vittime della società qualunque sia la loro condizione di
ricchezza e di coltura. Queste sono le vittime che bisogna redimere se
una redenzione è possibile, se c’è un progresso da fare; e se non si
può, commiserarle ed amarle infinitamente.
Persone serie, animate dalle migliori intenzioni esclamano: “Oh! che la
donna non debba far altro a questo mondo?„ Precisamente; ma scusate se
è poco. Si vorrà ammettere per lo meno che non ci sarebbe stato bisogno
di nascere donna se non fosse appunto per ciò. Tutte le questioncelle
di sapere o non sapere, di diritti, di indipendenza, intorno alle
quali si fa tanto baccano, sono men che bolle d’aria a confronto di
questa questione capitale, la sola vera questione della donna. Il resto
potrà essere buono o buonissimo od anche ottimo ma non è necessario.
Raggruppando intorno ad esso tutte le forze si stornano dallo scopo
principale, si impoverisce la pianta a furia di sbizzarrirsi nelle
ramificazioni e col pretesto di giovare alla causa femminile si
trascura l’essenza stessa e il perchè della donna nella creazione e
nella società.
— Non crede ella — mi obbiettava recentemente un giovane sacerdote
di molta intelligenza — che vi sieno stati d’anima speciali i quali
consigliano anche alla donna vie diverse che non sia la maternità? E
non può la donna liberamente scegliere ciò che le conviene?
Certo che lo può. L’eccezione è essa pure una regola od ha almeno al
pari della regola diritto di vivere. Ma l’eccezione non risponde mai
ad un bisogno generale. Noi tutti abbiamo veduto qualche equilibrista a
reggersi sopra una lama di coltello; ma ciò non prova ancora l’utilità
di una lama di coltello come passeggio pubblico. Quando si fa, come
nel caso attuale, una questione di sesso, bisogna vedere anzitutto
quale sia la sua precipua condizione d’essere e se è appropriandosi le
attribuzioni maschili che meglio può giovare a sè stesso ed agli altri
o non piuttosto cercando di migliorarsi nelle attribuzioni proprie.
Il problema femminista va risolto in un accrescimento di femminilità.
Sieno le donne sempre più interne, sempre più intime; presiedano esse
all’urna della vita e versino da quella ai loro assiderati compagni la
sola cosa necessaria alla felicità di entrambi: l’amore. Per la donna
sopratutto sembrano scritte le parole di un nobile poeta e pensatore:
“Studiate, studiate, studiate e sarete piccoli; amate, amate, amate e
sarete grandi„.
Promuovere delle leggi sul lavoro della donna è certamente ottima
cosa che non si collega però se non indirettamente alla felicità
della donna stessa. Poichè il bisogno primo della donna risponde con
bella armonia allo scopo per cui fu creata, queste leggi le saranno
di giovamento, ma sempre in seguito alla legge d’amore dalla quale
la allontanano invece la concorrenza all’uomo nella carriera degli
impieghi e la partecipazione materiale alla vita pubblica. Non a caso
dico materiale perchè non è affatto mia intenzione di precludere alla
donna l’interessamento a queste parziali necessità della vita, così
come l’uomo si interessa e prende parte al reggimento della famiglia
il quale appartiene di fatto alla sua compagna, onde fondendo, non gli
uffici, ma le idealità loro, si aiutano e si completano. “L’emulazione
— lasciò scritto Mirabeau — non deve essere la smania di uscire dalia
propria condizione, bensì di distinguervisi„ differenza sottile che
ogni donna deve meditare seriamente prima di rinnegare tutte le glorie
del suo passato.
Nè inferiori, nè superiori, nè eguali, ma diversi ed equivalenti.
Essendo questa la mia formula di giudizio relativa ai due sessi, mi
domando perchè si debba esigere dalla donna che ella compia oltre
la sua anche la parte dell’uomo, mentre non si chiede all’uomo di
surrogare la donna negli uffici suoi. Non vi è nessuna ragione,
nè sentimentale, nè scientifica, nè economica che corrobori tale
inversione dei diritti e dei doveri, perchè se per la dignità femminile
basta di fronte al lavoro dell’uomo l’inimitabile ed invalutabile
lavoro della maternità, il giudizio della scienza e dell’economia ha da
lungo tempo proclamato il vantaggio della divisione del lavoro.
C’è chi non fa mistero del fine a cui mira e dice chiaramente: Vogliamo
la distruzione della famiglia, del nome, della legge, dell’eredità,
dell’amore, di tutto ciò che è fuori dalla lotta selvaggia e primitiva.
_C’est à prendre ou à laisser_, ma questa dichiarazione ha il vantaggio
della sincerità; è qualche cosa; si può almeno discutere.
Quando però un pazzo getta un zolfanello acceso in mezzo alla folla
non si sa più dove si va a finire. Nel panico, nella eccitazione, nei
malintesi, si compiono eccidii miserandi e una quantità di persone
muoiono asfissiate, senza sapere nemmeno chi dover ringraziare.
Nei miei ricordi pieni di compassione e di simpatia c’è una vecchia
zitella gobba. Non so chi avesse gettato lo zolfanello vicino a lei,
ma la poveretta col fumo negli occhi ed annaspando girava di casa
in casa per raccogliere firme ad una promulgazione sulla legge del
divorzio... Non voglio entrare qui a parlare del divorzio, si capisce;
la singolarità sta tutta nella persona che si faceva interprete
di una questione simile. Ella ripeteva come un povero automa dalle
braccia di stoppa, a cui si è posto un meccanismo in gola. _L’amore_,
_la libertà_, _i due coniugi_, _la separazione di letto e di mensa_
e l’amore da capo, colla intonazione sbigottita di uno che avendo
viaggiato il mondo nel fondo di un baule volesse raccontare le sue
impressioni del deserto, dell’oceano o delle aurore boreali. Poveretta!
Ed una rammento, bellissima, di un ingegno che adunava ai suoi piedi
tutti gli omaggi, ricca, buona, in possesso di ciò che si ritiene la
felicità. La rammento in una calda sera di autunno, sotto un pergolato
gonfio di grappoli, mentre toccandosi colla mano i fili d’argento della
superba chioma mi diceva con un singulto spasmodico: Oh! fossi senza
tetto e senza pane ma sapessi perchè germogliano queste piante, perchè
questa vite porta i suoi frutti!
Un simile grido in una bocca cotanto pura, assunse in quell’ora e in
quel paesaggio, una espressione tragica che non dimenticherò mai più.
Doveva aver pianto lagrime di sangue ed essere passata attraverso tutte
le torture perchè le sconsolate parole trovassero il varco delle sue
labbra. E quando la rividi alla luce dei doppieri colla maschera sul
volto di donna felice, circondata, adulata, avendo intorno a sè le
delizie del lusso e dell’intelligenza mormorai ancora: Poveretta!
Non è il caso di accennare neppure lontanamente alla retrograda utopia
del libero amore come rimedio, perchè, astrazione fatta dai riguardi
di coscienza, esso risolverebbe la questione in senso puramente
fisico, mentre è un complesso di diverse aspirazioni che si racchiude
nell’amore ed anche coloro che inneggiano alla libertà dell’unione
sessuale se vogliono informarla a un concetto elevato, devono pure
annettervi una condizione di fedeltà, di responsabilità e di obblighi
che ne fa una specie di matrimonio.
Nè lo scoglio economico si allontanerebbe col duplicare il numero dei
professionisti, che ove ciò accadesse non più in via di eccezione ma
come fatto generale, per inevitabile legge di equilibrio verrebbero
a diminuire tutte le mercedi, col solo risultato finale di guadagnare
in due quello che ora l’uomo guadagna da sè — e fra questi due chi ha
tutto da perdere è la donna perchè oltre alle occupazioni, ai doveri,
alle fatiche, ai dolori del suo sesso dovrà aggiungervi le occupazioni,
i doveri, le fatiche, i dolori dell’uomo. E chiamano ciò fare del
femminismo!
Ma poichè la parola è pronta, accettiamola. Siamo tutti femministi!
La difficoltà consiste nell’intendersi e per intendersi conviene
anzitutto allontanare il pregiudizio che tale altissima questione poggi
esclusivamente sulla base materialistica come vorrebbero i riformatori
o negli sdilinquimenti sentimentali, facile bersaglio di un ridicolo
tanto ingiusto quanto puerile.
La peggiore sorte che possa toccare ad una donna è il celibato,
non perchè l’uomo sia in sè stesso il supremo dei beni, ma perchè
nell’unione coll’uomo a scopo di fondare una famiglia la donna trova
la estrinsecazione completa di tutte le sue facoltà, sieno pure
intellettuali fin che si vuole.
Fatta la debita parte alle eccezioni, che per ciò solo trovano la loro
strada, una rivoluzione di sesso, mentre non giova a queste pochissime,
danneggia le altre che in vani conati consumano le forze e perdono di
vista la loro meta.
S’intende che ciascuno a questo mondo è libero di sè, tant’è vero che
abbiamo i suicidi, ma quando si tratta di fare una propaganda, questa
deve mirare alla vita, non alla morte.
_IL FANCIULLO_
Tra le forme diverse, buone e mediocri, alcune nobili, alcune anche
morbose e sbagliate che assume la moderna beneficenza una sola è santa,
se con questa parola un po’ antica ma non ancora scaduta dal suo
fascino vogliamo indicare il massimo dell’eccellenza: la protezione
del fanciullo. Il fanciullo è veramente un deposito sacro che gli
uomini si trasmettono di generazione in generazione e quando un ricco
dedica parte de’ suoi averi ad uno degli Istituti dove si raccolgono i
fanciulli abbandonati parmi che esso compia davvero una bella azione;
meglio che a soccorrere i ciechi, i rachitici, i vecchi, perchè in
queste forme ristrette della pietà l’obbiettivo è anzitutto materiale e
per quanto nobilissimo non assurge alla complessività grandiosa che si
raccoglie intorno al problema della protezione dell’infanzia.
Siano dunque benedetti i ricoveri dove tanti piccini derelitti sono
strappati alla miseria ed all’infamia, e chi ha denari ne dia pure
per una causa che racchiude in sè tutte quelle a cui metton capo i
bisogni dell’umanità. Ma non basta. L’errore comune che fa credere
a un miglioramento dell’uomo sotto forma di benessere materiale è
pure quello che induce a pensare di aver colmato ogni lacuna dando
da mangiare a chi ha fame; così molti di coloro che largheggiano in
beneficenza verso i non abbienti sono così privi in casa propria di
luce ideale che i loro stessi figli offrono ragione di compianto ben
più dei loro beneficati.
Guardiamo un bambino. Egli nasce ed è un nuovo mistero gettato nel
mondo! Il suo primo vagito è una voce che nessuno ha udito ancora;
il gesto delle sue piccole mani è quello di un’angelo che schiude le
porte dell’avvenire; per questo il simbolo più profondo della religione
cristiana mi è sempre parso l’adorazione della culla, la divinità
dell’infante.
A chi considera la grandissima differenza che corre fra l’educazione di
una volta e quella dei nostri giorni, non può sfuggire la melanconica
riflessione che il progresso è quasi tutto materiale quindi egoistico
ed incompleto. I bambini dell’oggi vestono meglio, mangiano carne
e bevono vino a scuola invece della classica mela che nei casi più
fortunati riempiva da sola i panierini dei nostri tempi, si divertono
di più, sono più svegli, più disinvolti; hanno giornali e riviste; i
maggiori teatri si compiacciono di riservare per loro uso alcune serate
o mattinate speciali, quando non siano addirittura veglioni e balli
mascherati. I concorsi di bellezza sono stati offerti alla loro precoce
vanità; si sono ideate esposizioni per essi e le famiglie non hanno
mai fatto tanti sacrifici come ne fanno ora per circondare di rose
le picciolette esistenze. Ma quanti sono compresi dalla riverenza del
mistero? quanti intendono nella culla l’altare? Quanti nell’amore per
il bimbo includono il rispetto alla sua innocenza ed alla sua libertà?
La tendenza voluttaria dell’epoca in cui viviamo e il materialismo
spietato di tutte le aspirazioni fa sì che, anche tra i genitori,
i migliori sembrano quelli che alimentano le gracili membra dei
figlioletti con ferro ed olio di merluzzo, che li conducono a
respirare l’arie ossigenate dei monti e non risparmiano nè un maestro
nè una classe, fosse pure al di là delle Alpi, perchè si possa dire
che essi hanno fatto di tutto per il vantaggio della loro prole.
La diffusione della scienza e dell’igiene hanno pure contribuito a
questa ricerca affannosa del miglioramento della razza e sta bene; ma
basta? Ricordiamoci che il contatto di maestri i quali sanno solamente
quello che insegnano, nel caso che lo sappiano, dà bensì al fanciullo
la conoscenza di qualche ramo del sapere, ma lascia intatta la zolla
feconda dell’anima, se pure non la offende e la isterilisce per le
gravi deficienze dell’anima dirigente, come avviene non di rado.
Dicendo non di rado, temo di essere stata troppo ottimista, perchè
davvero la più assoluta mancanza di criterio educativo si distende
qual folta gramigna dalla casa alla scuola, dai maestri elementari
ai professori cavalieri, dai genitori ricchi ai genitori poveri,
dagli oziosi ai lavoratori, per cui nessuna scusa va ricercata nè
nell’ignoranza, nè nella miseria e neppure nelle soverchie occupazioni,
ma solo in una immensa dilagante povertà del sentimento educatore.
Infatti se le buone condizioni della vita fossero causa prima di buona
educazione perchè non sono tutti onesti i ricchi? Perchè abbiamo i
ladri dove non c’è bisogno di pane e i delinquenti nati dove nessuna
miseria strinse il concepimento? Egli è che per educare occorrono
persone veramente superiori, e queste, rare sempre, non guardano
quando nascono se le circondano agi o povertà ma vanno dritte per il
loro cammino di luce seminando il buon germe tanto sulle vette radiose
quanto nel fondo dei burroni dai quali surse tante e tante volte
l’umana pianta del genio. Per educare bisogna avere un’anima ardente,
chiara, retta, sensibile; tutto il resto è pedanteria.
I genitori e i maestri di una volta trovavano un alleato già pronto
nella fede. La religione, come la falsariga ad uno scrittore inesperto,
offriva loro un percorso di precetti sul quale non c’era altro da
fare che ricalcare i piccoli passi infantili; così anche le menti
meno preparate entravano senza fatica in una parte dove l’opera
della creazione si presentava compiuta e non rimaneva che quella
della diligenza. Se la religione non avesse altri meriti, questo
basterebbe per far comprendere quanto sia difficile sostituirla. Non
dico certo che elementi morali non si possano trovare anche fuori di
una professione di fede; ripeto che il dover fare una ricerca propria
richiede una somma di qualità infinitamente superiore alla media, e se
io abbia torto o ragione decida chi di codesti problemi si interessa.
Ma ecco precisamente il punto debole. Chi se ne interessa? Se si
riformasse l’educazione si riformerebbe il mondo, lasciò scritto
Leibnitz. Noi intanto prendiamo nota che di tale riforma gli indizi
sono purtroppo incerti, e sarebbe pure un vastissimo e nobile agone per
l’ingegno femminile questo: L’educazione per i ricchi e per i poveri,
la morale per i ricchi e per i poveri, l’amore per i ricchi e per i
poveri.
Molti anni fa abitavo una casa il di cui portinaio faceva il sarto.
Era un piccolino, bruno, molto ossequioso, dalla faccia enigmatica; sua
moglie, una bionda lunga e magra, allattava il loro unico figlio.
In complesso non c’era niente da dire, sembravano brave persone. Dopo
qualche tempo un ragazzetto di otto o dieci anni venne ad accrescere
la famigliuola; chi era? Sulle prime lo dissero un parente, un garzone,
che so io, ma a poco a poco si seppe la verità. Era un figlio nato loro
prima del matrimonio, messo all’Ospizio dei trovatelli, dimenticato
per tutti quegli anni e ripreso nel momento opportuno di sfruttarlo.
Egli infatti fu subito sottoposto agli uffici più gravosi e trattato
duramente, come uno straniero che si è obbligati a tenere in casa,
meno utile di un domestico, meno simpatico di un cane o di un gatto;
il posto peggiore per dormire, il rifiuto della cucina per mangiare,
scarse le vesti, frequenti le busse....
Ah! non posso ricordare senza fremere certe sere d’estate. Le
mie finestre davano sopra un giardino e al di là del giardino il
bugigattolo del portinaio nereggiava all’ombra, fatto vivo dalla
lucernetta a petrolio; e nel silenzio degli alberi, del cielo stellato,
veniva a volte un rumore secco che io non comprendevo: Sarà il vento!
— dicevo a me stessa. Ma nelle sere afose di luglio in cui non tremava
foglia il rumore si faceva udire ancora, lontano, come soffocato: Sarà
qualche telaio!... Mai, mi si era affacciata la terribile realtà.
Me la dissero una volta a bruciapelo. “Sa che è un infame quel
portinaio a battere suo figlio in quel modo?„
Scesi dal portinaio, indignata e quasi incredula. Egli si difese
dolcemente, con compunzione; affermò che il ragazzo aveva una indole
pessima, che era stato allevato male e che bisognava correggerlo. La
madre impassibile, se ne stava sulla soglia coll’ultimo nato fra le
braccia e confermava tratto tratto col capo, quasi sorridendo.