so anch'io al par di lui. Soltanto, egli non sa che ai tempi del mio
dramma la parola significava un'altra cosa.
[30] Plutarc. _Arist._ 24. 25. — Tucidid. VI. 76.
[31] Plutarc. _Arist._ 25.
[32] Tucidid. I. 99. — Plutarc. _Cimone_ 11.
[33] Tucidid. I. 98 (anno 466 a. E. V.).
[34] Plutarc. _Arist._ 25. — Diod. Sic XII. 38. 40. — Giustino,
_Histor._ III. 6. — Andocide, _Della Pace._ — La contribuzione federale
annua che gli alleati portavano in Delo era di 460 talenti (circa 2
milioni e mezzo di franchi). E al tempo che il tesoro fu trasportato in
Atene, la somma accumulata doveva già ammontare a 2000 talenti (da 11
milioni di franchi): somma per i tempi cospicua.
[35] Tucidid. I, 19. 114. III, 3. 50. — Plutarco in _Pericle_. —
Peyron, _Egemonia_.
[36] Plutarco in _Cimone_ e in _Pericle_.
[37] Fenomeno caratteristico di tutte le tirannidi e di tutti i
governi moralmente viziati, dalle età più antiche ai nostri dì, è la
intrusione della politica nelle sfere della giustizia. E i dicasteri
popolani della Eliea funzionanti al tempo di Pericle erano appunto
vere assemblee politiche: poichè quello che gli eliasti prestavano,
nell'assumere le loro funzioni di giudici, era un effettivo _giuramento
politico_, come lo attesta la formula che ce ne fu conservata da
Demostene, — _C. Timocr._
[38] Aristot. _Polit._ II. 9 3. — Aristof. _Nubi_, v. 861.
[39] Plutarc. in _Pericle_.
[40] Schol. in _Demost._ Olint. I. — Plutarco, in _Pericle_. — Peyron.
_La politica e l'amministrazione di Pericle_.
[41] Senofonte, Rep. Athen. III. 8.
[42] Platone, _Gorgia_.
[43] Plutarco, _Guerra o pace_. 5.
[44] Plutarco, in _Pericle_, 9.
[45] Boeckh, _Echon. polit. des Athen._ III. 19.
[46] Aristofane, _Acarnesi_.
[47] ὥσπερ ἀλαζόνα γυναῖκα. — Plutarco in _Pericle_, 12.
[48] Plutarco, in Pericle, _passim_. — Cfr. Tucidide, II. 65.
[49] Socrate nel _Gorgia_ di Platone: «_Tu invitato a nominare abili
politici citasti Cimone e Pericle, perchè apprestarono agli Ateniesi
quanto bramar potessero le loro cupidigie, e renderono, come suol
dirsi, grande la città. Ma non t'avvedi che la grandezza della città
procurata da tali politici riuscì ad essere un'enfiatura marciosa,
imperocchè empierono la città di porti, di cantieri, di mura, di
tributi, senta curarsi della temperanza e della giustizia?_»
[50] Tale la chiamavano i Greci; (Tucid. I. 122, 124) tale la
confessavano ingenuamente e senza tanti complimenti gli stessi
Ateniesi, Pericle per il primo. «_Sappiam benissimo_ — dichiaravan
gli inviati Ateniesi a Sparta — _di esserci fatti odiosi e gravosi ai
nostri confederati: ma è massima vecchia che il potente tenga il debole
in riga._ (Tucid. I. 76). _Il nostro imperio_, dice schietto Pericle
agli Ateniesi, _ci ha fatto al presente esosi e gravi: ma non possiam
più rinunciarvi, senza esporci al pericolo degli odi che esso ci
attirò. Il nostro imperio è omai come una tirannide: ma se l'occuparlo
è ingiustizia, il rinunziarvi è pericolosissimo._» Tucid. II. 63, 64.
E lo stesso demagogo Cleone: «_Il vostro imperio sui confederati,
o Ateniesi, è una tirannide: voi comandate a gente ritrosa, che
vi ubbidisce, per la prepotenza delle vostre forze, non già per
affezione._» Tucid. III. 37.
E Isocrate nell'_Areopagitica_ si lamenta a più riprese dell'_odio_ in
cui Atene è venuta a tutti i Greci.
[51] Nei mille talenti che ai tempi di Pericle formavano l'entrata
complessiva di Atene, le entrate esterne (cioè il tributo imposto ai
confederati greci) figuravano per 600 talenti; e soltanto per gli altri
400 le entrate interne della città. Più tardi, ai tempi di Alcibiade,
nell'anno decimo della guerra del Peloponneso, quando le entrate
complessive delle città furono di 2000 talenti (11 milioni di franchi
circa) il tributo dei confederati ci entrava per 1200. — Tucidid. II.
13. — Plutarco, _Aristide_, 24. — Eschin. _De falsa legat._ — Aristof.
_Vespe_, v. 657 — Boeckh, Echon. _Polit. des Athen._ III. 19.
[52] Tucid. I. 76. 77.
[53] Tucidid. II. 64.
[54] Tucidid. III. 37.
[55] Tucid. I. 75; II. 63; III. 37.
[56] 456 a. l'E. V.
[57] 454 a. l'E. V.
[58] Che processava Eschilo, condannava Diagora, bandirà più tardi
Alcibiade per aver violato e profanato i misteri; che condannava
Protagora per aver dubitato degli Iddii, processava Anassagora per
averne negato l'esistenza, farà bere a Prodico la cicuta per aver loro
mancato di rispetto: e più tardi per lo stesso motivo farà a Socrate lo
stesso scherzo.
[59] Povera innocentina!
[60] Appendice di Yorick sull'_Alcibiade_, nella _Nazione_, 26 aprile
1874.
[61] Discorso del re Archidamo, Tucid. I. 82.
[62] Ambizione che non muore con Pericle, ma che ancora ad Alcibiade
sorriderà. Tucid. VI. 91.
[63] «Generalmente gli animi assai più propendevano per Lacedemone,
siccome quelli che promettevano di liberare la Grecia; epperò tutti e
privati e città procacciavano a poter loro di sovvenirli col consiglio
e coll'opera, cotanta era l'_indegnazione_ contro agli Ateniesi; _chi
voleva sottrarsi alla loro signoria, e chi temeva di soggiacervi_. Con
tal animo e con tali preparativi si movevano alla guerra.» Tucid. II.
8.
[64] Vedi in Tucid. VIII. 2. le disposizioni e le speranze degli
alleati di Atene alla notizia del disastro degli Ateniesi in Sicilia.
[65] Tucid. VIII. 14. 17. 44. 62. 80. 95.
[66] Tucidid. VIII. 90.
[67] Plutarco in _Pericle_, 45. 46. — Tucidid. I. 126. 139.
[68] Far dipendere la guerra dalle intimazioni spartane per il decreto
di Megara, sarebbe come dire che fu, non il Piemonte nè il popolo
italiano, ma bensì l'Austria che _volle_ la guerra del 59, perchè fu
essa che, allorquando la guerra divenne inevitabile mandò per la prima
a Torino, alla vigilia dello scoppio, l'intimazione del disarmo.
[69] Tucidid. I. 118.
[70] Tucidid. I. 69-71.
[71] Tucidid. I. 23. 40. 119. 125. 141; II. 10; III. 16, V. 17. 30. 77.
79.
[72] Dico allo _scoppiar della guerra_, perchè è verissimo che, a
guerra vinta e finita, l'orgoglio della vittoria porterà anche Sparta
a mutar di costume: e in mano di Lisandro e più tardi di Agesilao, la
egemonia lacedemone finirà col diventare assoluta e tirannica al par di
quella d'Atene.
[73] Tucidid. I. 87. 119. 125. — Fu tenuta l'assemblea definitiva
nell'autunno del 432.
[74] Tucidid. I. 139. 140.
[75] Tucidid. II. 63.
[76] Tucid. I. 76.
[77] Tucid. I. 75. 76. 77.
[78] Tucid. I. 77.
[79] Tucid. I. 77.
[80] Conciso, esatto e caratteristico è il giudizio che intorno
ai principj della guerra peloponnesiaca reca l'insigne storico
repubblicano Anelli, nella _Prefazione_ a Demostene: «Gli Ateniesi che
da virtù si levarono in sublime, non seppero poi, per mancanza di sì
valido sostegno, mantenere nè modestia, nè moderazione; anzi abusando
il potare ad eccessi di comando, a tirannide di leggi e tributi sugli
alleati e sui soggetti, destarono a poco a poco sdegni, riluttanze,
lamenti, guai, vendette, passioni tutte scoppiate alla fine, nella
guerra peloponnesiaca, che sovvertì Atene e riempì la Grecia di lutto,
di corruzione, di avvilimento e dispotismo. Così questa guerra _non
agitata da spirito di libertà e generosa difesa_, divenne macello di
cittadini, carnificina di fratelli, mercato di servitù, trasse Atene a
bassezza e ad obbedienza dell'emula Sparta.»
L'Anelli è repubblicano, modello di scrittore onesto e di storico
austero: e mi corsero alla mente le sue parole, quando intesi Yorick
rivendicare ad Atene in quella iniqua guerra «_tutte le simpatie delle
anime generose, delle menti elette, e de' cuori temprati all'affetto
pel vero e pel giusto._»
[81] Un nuovo storico, ammiratore di Pericle, il signor Henry Houssaye,
autore di una storia recentissima di _Alcibiade e della repubblica
ateniese_, (Paris, Didier, 1874) abbastanza esatta nei fatti, ma
piuttosto superficiale nello spirito di indagine e nello studio delle
cause, — dopo aver difeso la massima parte degli atti di Pericle e
della sua politica e riferite le ultime parole di Pericle morente,
è tuttavia costretto a concludere: «En parlant ainsi, l'agonisant
ne cherchait-il pas à étouffer ses remords d'avoir pris Athènes des
mains de Cimon et d'Aristide puissante et prospère, et de la laisser,
malgré l'éclat éphémère qu'il avait fait rayonner sur elle, avec des
possessions menacées, un territoire envahi, les habitants décimés par
la guerre et la peste? A cet instant suprême, Périclès ne regretta-t-il
pas douloureusement d'avoir entraîné les Athéniens à cette guerre,
qui allait peut-être tourner à la chute de la cité, à la division
des forces de la Hellade, et au futur asservissement de toute la race
grecque?»
Il signor Houssaye dimentica e non vede il più; dimentica che
Pericle lasciava dietro di sè qualcosa di peggio. Aveva raccolto
Atene virtuosa, di spiriti gagliardi e generosi, disinteressata,
patriottica, e la lasciava avviata a gran passi sulla via dell'egoismo,
dell'ingiustizia, dell'effeminatezza e della corruzione.
[82] Plutarco, in Pericle.
[83] Plutarco, in _Pericle_.
[84] Tucid. I. 112.
[85] Plutarco, in _Pericle_.
[86] Plutarco, in _Pericle_.
[87] Su questo proposito l'illustre Müller: «Die Demokratie (in Athen)
blühte, so lange grosse Männer durch eine imposante Persönlichkeit
sie zu lenken verstanden; sie sank, als, _durch schmählichen Lohn
angelockt_, der gierige und müssige Pöbel sich überall' vordrängte.» K.
O. Müller, _Die Dorier_ III. 1.
[88] Ai dì nostri, non potendo distruggere questo fatto della
testimonianza concorde di tutti gli scrittori antichi contro Atene,
si è trovato il modo di disfarsene, mettendoli tutti a fascio in
quarantena, sotto l'accusa di _aristocratici_ e di _partigiani_. E
lo spediente ha sedotto anche Yorick. Il vero è, che, quando s'è ben
fatta tutta la parte imaginabile alle licenze e alle esagerazioni
della commedia, ai voli dell'eloquenza e allo spirito di partito di
alcuni degli scrittori — ne resta ancora _assai più del bisogno_ per
poter cavare un criterio storico _giusto ed esatto_ da quella unanimità
schiacciante di deposizioni — da Aristofane a Tucidide, da Platone a
Senofonte — fatta più grave dalla onestà degli uni, dalla gravità e
dall'autorità degli altri — e quel ch'è più, dalla concordanza dei
fatti storici. Quando _tutta_ l'antichità, con tutte le sue voci
più autorevoli, depone contro la _moralità politica_ dell'Atene di
Pericle e successori, e ne dà le ragioni, il farne l'apologia è
un po' difficile. Sopra Aristofane e i comici in particolare, la
cui testimonianza è la più attaccata di tutte, sono notevoli le
considerazioni dal Cappellina:
«Certo i comici, egli dice, per l'indole stessa dell'arte che
professano, sono proclivi all'esagerazione; ma è pur vero che
l'attualità de' fatti di cui parlavano e l'importanza de' personaggi
che ponevano sulla scena, erano un gran freno che loro impediva
di travisare il vero soverchiamente, onde sotto la caricatura e
l'esagerazione resta un fondo di verità e una base reale: tanto più che
molti de' comici, e specialmente Aristofane, apparteneano alla classe
de' liberali conservatori, meno degli altri proclivi agli eccessi, ed
avevano un giusto concetto della grandezza dell'arte, nè avrebbero
mai voluto deturparla colla calunnia e la palese ingiustizia. Il
che tanto più si deve credere, quando le asserzioni del poeta, come
avviene delle più importanti di Aristofane, hanno una _sicura conferma_
nell'autorità di altri gravissimi scrittori, intesi non alle finzioni
della filosofia, ma alla severità della storia, della politica e delle
filosofiche discipline.» — Cappellina, _Prefaz. ad Aristofane_.
[89] Platone, _Gorgia_. — Isocr. _Areop._ — Tucid. III. 38.
[90] Plutarco, _Pericle_ 9, 11.
[91] Demost. _Filipp._ III.
[92] Aristof. _Cavalieri_, _Acarnesi_, _Vespe_, ecc. ecc.
[93] Demost. _Cose del Chersoneso._ — Aristof. _Cavalieri_.
[94] Demost. _Distribuzione del danaro_.
[95] Tucidid. III. 38.
[96] «_I vostri oratori vi inebbriano di tante lodi che ne' parlamenti
vi gustano solo le adulazioni e la repubblica lasciate alle sue
estreme miserie._» Demost. _Cose del Cherson._ — Ma già assai prima di
Demostene, Aristofane avea scritto la mordacissima pittoresca scena
delle adulazioni al vecchio _Demo_ tra il cuojajo e il salsicciajo
nella commedia i _Cavalieri_. Cfr. la parabasi degli _Acarnesi_.
[97] Demost. _Filipp._ III. — Cfr Isocr. _Areopag._
[98] Isocrate, _Della pace_.
[99] Aristof. Tesmof., _Caval._
[100] Demost. _Distribuzione del denaro_.
[101] Schömann, _De Comitiis Atheniensium_.
[102] φράτορας τριβόλου, Aristof. _Vespe_.
[103] Wieland, _Aristippo_. I. 6. — Aristofane nella _Pace_ dice agli
Ateniesi: «_Null'altro fate che risolver liti._» — E «_città piena di
liti e di accuse_» è chiamata Atene da Isocrate, nell'_Areopagitica_. —
In Luciano, Menippo riconosce dal cielo gli Ateniesi perchè occupati a
giudicare, ὁ Ἀθηναῖος ἐδικάζετο. Luc. _Icaromenippo_.
[104] È il comico ritratto del vecchio eliasta Fitocleone nelle Vespe
di Aristofane.
[105] Platone, _Apologia_.
[106] Aristof. _Vespe_.
[107] Demost. _Filipp._ I. — Isocr. _Areopag._
[108] Ulpiano, in Demost. _Olint._ I.
[109] Demost. _Olint._ III.
[110] Aristotile, _Ethic. Nicom._ V. 1. Marcellino, Siriano, Sopatro,
in _Hermog._ — Problem. Rhetor. XL. — Meursius. _Them-Att._ I. 9.
[111] Isocr. _Panatenaico_.
[112] Isocrate, _Sociale_, 16 — _Areopag._ 38.
[113] Aristof. _Rane_.
[114] Vedi in Aristof. nelle _Nubi_, nei _Cavalieri_, nella _Pace_,
ecc., i frequenti frizzi contro Cleonimo, che fuggì in battaglia,
gettando lo scudo.
[115] Nella guerra del Peloponneso, se ne togli il genio militare
di prim'ordine di Alcibiade, e qualche abile capitano come Nicia,
Demostene, Frinico — l'inferiorità assoluta degli altri duci Ateniesi
nella condotta della guerra, di fronte alla valentia dei generali
Spartani come Lisandro, Brasida, Archidamo, Agide, Gilippo, Assioco,
Mindaro, Callicratida, ecc., rivelossi evidente.
[116] Paolo Ferrari, nella sua splendida risposta a Ferdinando Martini,
_Sulla morale in teatro_. — _Rivista Italiana_ di Milano (fascicolo di
luglio).
[117] Isocr. _Areopag._
[118] Aristof. _Tesmoforie_. — In fatto, la donna di famiglia
non compare quasi affatto nel quadro che gli scrittori antichi ci
presentano dell'Atene di questa età. Platone, Senofonte, Alcifrone, i
comici non ci parlano di donne che non siano cortigiane. In Aristofane
quando non sono cortigiane in iscena, son donne che delle cortigiane
usurpano i modi, il parlare, le scostumate licenze.
[119] Gli anacronismi, caro Yorick, son come le ciliege: uno tira
l'altro. Al tempo della battaglia di Salamina badate che il primato
era di Sparta, e appunto per questo fu Sparta che a Salamina comandò:
gli Ateniesi non diventano egemoni che 3 anni dopo, pel trattato di
Bisanzio. Quanto al primato delle lettere e delle arti, anche questo,
fu _solo parecchi anni dopo_, sotto Pericle, che Atene lo conquistò.
— Nei tempi precedenti, il genio jonico non si era manifestato che
tra le colonie dell'Asia, ed ivi, dopo le splendide epopee del ciclo
omerico, era venuto quasi spegnendosi, come esaurito dalla sua stessa
precoce fecondità; nè prima d'allora, nè poi, fino a Pericle, sul suolo
della madre patria, produsse nulla che potesse reggere il confronto
colle mirabili creazioni del genio eolico e dorico. _Eolii_ Esiodo,
Terpandro, Arione, Saffo, Corinna, Erinna, Alceo; Dorici Alcmano,
Stesicoro, Teognide, Pindaro; _Jonici_, è vero, Anacreonte, Archiloco,
Simonide, ma di Teo, e di Paro e di Ceo. Ed è a Sparta fra i Dori
che Archiloco fiorisce; è a Sparta che fioriscono Taleta, Ferecide,
Anassimandro: Tirteo stesso, il solo nome che Atene potesse rivendicare
in quella età, appartiene anch'esso ai Dori; perchè sebbene ateniese
(lo Hölbe ed il prof. Lami si permettono di negare anche questo) tra i
Dori visse, e in dialetto dorico poetò. Egualmente nell'architettura,
gli stati dorici di Sicione, di Egina, di Corinto, contendono agli
jonici il vanto. E precisamente _fino alle guerre persiane_, come
osservano bene il Müller e il Bulwer, non è già Atene, ma la ruvida
Sparta che occupa per fama il _primato_ fra i Greci, come cultrice
delle arti, e degli studj severi e geniali: ed è Sparta il punto
di convegno dei poeti più illustri, dei musici e dei filosofi di
quell'età. — Il genio d'Atene frattanto raccoglievasi in sè stesso,
aspettando la sua ora.
[120] Meursius, _Themis att._, l. c.
[121] Appendice citata di Yorick.
[122] «_La democrazia d'Atene_, così calunniata e vilipesa, seppe
combattere Sparta e il gran re, senza scannare nelle prigioni le
fanciulle e i vecchi sospetti d'_incivismo_, e senza opporre al terrore
dell'invasione straniera il terrore della mannaja patriottica.» Yorick,
appendice citata.
[123] Vinti quei di Mitilene, gli Ateniesi per consiglio di Cleone,
decisero di passarli tutti a fil di spada come poi fecero dei Melii.
Persuasi poi da Eucrate, contromandarono l'ordine e si contentarono di
accoppare tutti quelli ch'eran stati mandati prigioni in Atene «_poco
più di mille_!» — Tucid. II. 50. — E questo passò nella storia come
esempio proverbiale di clemenza!
[124] Tucid. V. 32. 116.
[125] «L'areopago, vigile custode delle leggi e difensore della
costituzione dello Stato, teneva gli occhi aperti sulla condotta
pubblica e privata di chi metteva le mani nelle faccende del paese.»
Yorick, appendice citata.
[126] Isocrate lo attesta categoricamente; vedi l'_Areopagitica_.
[127] Plutarco in _Pericle_.
[128] Tucid. VI. 43.
[129] Peyron, _Polit. e amministr. di Pericle_, 9. — Isocr. _Sociale_.
16. _Areopag._ 38.
[130] Appendice del signor D'Arcais nell'_Opinione_ del 23 giugno.
[131] «_Pinxit — Parrhasius — et Demon Atheniensium argumento quoque
ingenioso; volebat namque varium, iracundum, injustum, incostantem,
eundem exorabilem, clementem, misericordem excelsum, gloriosum,
humilem, ferocem, fugacem, et omnia pariter ostendere_» — Plinio.
_Hist. Nat._ lib. XXXV. c. 10.
[132] Nelle parole di Socrate nell'atto primo, intese a preparare le
scene dell'atto secondo, cercai riassumere appunto questo concetto
storico del dramma:
«_Socr._ Guarda alla repubblica cadente, da che le virtù della
repubblica se ne andarono! Guarda le discordie de' cittadini, le
leggi scadute da che Pericle governò; i rotti e molli costumi
che generano l'ignavia nelle tende e sulle navi; l'ingordigia
de' salarj, le industrie rovinate dalle ciancie del foro e
della Eliea, dai mercenarj e dalle feste; le campagne desolate
dall'asta Spartana. Tu che agogni ad essere eroe, comincia
ad essere cittadino! Tu che vuoi vincere il mondo, comincia a
vincere te stesso.»
[133] Ecco il _corpo del reato_ sorpreso indosso al signor marchese,
cioè il suo giudizio critico copiato dall'appendice di Yorick:
«Yorick a Firenze ha _dimostrato_ che il signor Cavallotti
nell'_Alcibiade_ aveva calunniato la repubblica. E tale è veramente
l'impressione che si riceve da questo lavoro, il quale pare a prima
giunta una sfuriata del Cavallotti contro i suoi amici politici
dell'antica Grecia. Per questa volta spetta ai giornali monarchici il
mostrarsi più repubblicani dell'onor. deputato di Corteolona. E invero
nè la grandezza dell'antica Grecia si _spiegherebbe, nè in ispecie
quella di Atene_, e il potente impulso da esse recato alla civiltà di
que' tempi, se le _scene greche_ di cui fummo spettatori fossero lo
specchio fedele di quella società che a traverso i secoli risplende
ancora di tanta luce. _Bisogna cercare la società greca altrove che nei
parassiti nelle cortigiane, e nei vaniloqui dei politicastri._ Questo
valga a _dimostrare_ (!) che il signor Cavallotti, il quale aveva un
vastissimo soggetto per le mani, non ne ha visto e riprodotto che un
aspetto solo, e _il meno importante_.»
Tanti periodi — tante.... facezie storiche!
[134] Nel dramma completo per le stampe, vi sono anche questi.
[135] Così, per es. il signor Garofalo nell'appendice dell'_Unità
Nazionale_ 3 giugno 1874: «L'imagine ridente di Atene che il
chiarissimo _Yorick_ si è formata (e che — aggiungo io — il chiarissimo
D'Arcais ha copiata) è combattuta dai fatti, consacrati in quelle
storie a cui egli nega una piena fede. — In quanto a storia sono col
Cavallotti e credo che la sua descrizione della società ateniese sia
giusta e vera. Facendo un dramma storico egli ha seguito la storia, e
di essa ha nudrita la sua imaginazione. E chi abbia letto Tucidide o
Senofonte non dirà ch'egli abbia caricato le tinte, mostrandoci gli
intrighi delle elezioni, la facilità della seduzione collo sfoggio
dello spirito, dell'ingegno e anche della bizzarria, la corruzione dei
parassiti, ecc.»
[136] Per dare una semplice idea della _serietà critica_ del signor
marchese, cito un saggio delle sue parole:
«Il signor Cavallotti col furto di una torta fa la critica delle
istituzioni di un popolo. Allo stesso modo che gli Ateniesi del signor
Cavallotti non ci spiegherebbero la grandezza d'Atene, così pure i
suoi Spartani torrebbero fede alla fortuna di Sparta. A questi giudizi
leggieri ed ingiusti è pur forza contrapporre una protesta.»
Chi legge queste parole senza conoscere il dramma, non potendo supporre
che il signor D'Arcais lavori di fantasia, crederà che io abbia messo
in iscena una quantità di Spartani tutti ladri e furfanti. Ebbene
di Spartani nell'atto di Sparta non ce ne sono che _tre_ soli: e di
questi tre, _due_ sono appunto introdotti a rappresentare la virtù
del carattere spartano, e a _dar ragione della fortuna di Sparta_:
l'eforo Endio nella austerità dell'amor proprio nazionale e nel senso
severo del retto che gli fa disprezzare il tradimento di Alcibiade; il
soldato Brasida nella semplicità dell'eroismo disinteressato, nel culto
magnanimo del dovere, nello affetto alla patria e alla famiglia: tutti
e due nella sobrietà laconica delle parole annunziante la fortezza
dell'opere.
E il signor marchese D'Arcais protesta in nome di Sparta, accusandomi
di calunnia e parla — lui!!! — di _leggerezza_ e _ingiustizia_ di
giudizj!!
[137] Dei tre marmi d'Alcibiade nel Vaticano — che son tra le
pochissime effigie a noi pervenute del grande Ateniese — uno, (corr.
Chiaramonti, N. 44) è stato riprodotto dall'Houssaye nella sua
_Histoire d'Alcibiade_; l'altro, (Sala delle Muse, N. 510) dall'Ennio
Quirino Visconti (_Icon. Gr._ I. tav. XVI. 1 e 2.) Il primo rappresenta
Alcibiade giovane sui 25 anni; ha barba appena nascente e baffi;
l'altro, che fu scavato sul monte Celio, è Alcibiade adulto; il profilo
è meno bello, la barba corta, arricciata, e i baffi più grossi. Il
Visconti lo ritiene una copia del busto che l'imperatore Adriano fece
porre a Melissa in Frigia sulla tomba di Alcibiade. Il terzo marmo,
ch'è una statua intera, e il busto del Campidoglio somigliano agli
altri due.
L'Ennio Quirino Visconti reca alla tav. XVI n.º 3, un'altra testa di
Alcibiade, copiata da una pietra antica del gabinetto di Fulvio Orsino,
riprodotta da Faber: è Alcibiade giovane e bello: baffi staccati dalla
barba nascente, cappelli arricciati. — Una sesta effigie infine si
trova nel Museo di Napoli: è Alcibiade adulto; baffi e barba cresciuta:
e questa almeno avrebbe dovuto conoscerla quel sapiente critico
napoletano di un foglio milanese, che anche lui si era fitto in mente
di voler far radere i baffi ad Alcibiade!
[138] Giovanni Emanuel, — splendida natura di artista, a cui l'autore
dell'_Alcibiade_ deve assai — ha rappresentato anche questo quadro al
Corea di Roma.
[139] Non parlo dell'Alcibiade che s'inginocchia, perchè questa è una
fantasia dei critici sullodati, alla quale l'autore non ha mai pensato.
[140] Dico questo perchè la citazione mi par sospetta, e avverto a
ogni buon conto il critico del _Corriere di Milano_ — il quale non par
forte nè in grammatica greca, nè in nomi greci — che il suo eroe non
si chiamava _Ajace Oileo_, in quella guisa che Achille non si chiamava
_Achille Peleo_: Oileo era il nome del padre: e il figlio Ajace di
Oileo ossia Oiliade, (Ὀιλιάδης) anche lui, come il Peliade Achille, di
gamba buona: Ὀιλῆος ταχὺς Αἴας. — A pedante, pedante e mezzo.